NOTE:

[1] A credere vere queste parole c’induce il lutto che noi stesso vedemmo

in Firenze alla malattia e morte d’una giovane figlia del granduca

Leopoldo II. Stavamo a colloquio una sera con esso, quando ci chiese

di poter correre un istante a vedere quella morente; e ritornato, ce ne

parlava con tutto l’affetto, ch’è troppo naturale in un padre, ma che i

grandi non osano palesare.

[2] Pietro Giordani al 16 dicembre 1824 scriveva: — A dir bene di questo

Governo non si finirebbe mai. Dirò solo una cosa recentissima. Un amico

mio aveva letto ai Georgofili una dissertazione affatto economica. Piacque

molto, e volle subito leggerla un ministro di Stato. La lodò molto; ma

perchè lo scrittore aveva detto essere poco discrete e poco prudenti le

brame di molti che vorrebbero diminuite le imposte, il ministro lo fece

avvertire che anzi dicesse (poichè la dissertazione si stampa) le tali e

tali ragioni (e suggeriva le vere e buone) per cui le imposte si devono

sempre restringere quanto si può. Questo ministro non è un plebeo, non

un giacobino, un carbonaro, un liberale; è don Neri Corsini. I Georgofili

sono una società reale: eppure nello stesso giorno spontaneamente nominò

socj l’esule Poerio, l’esule Colletta, l’esule Giordani».

[3] A Londra verso il 1770 si erano stabilite varie compagnie dei Muns,

dei Tityre-tus, dei Mohocks, che si dilettavano a fare del male pel male

stesso; coglievano donne e le voltavano colla testa in giù; rompeano

il naso agli uomini; li faceano _sudare_, cioè metteano il primo che

capitasse in un circolo, e quello a cui esso volgesse il sedere glielo

punzecchiava colla spada, e ognuno ripeteva il giuoco, poi lo davano da

strigliare ai valletti, e lo faceano ballare pungendone i polpacci: e

malgrado ordini ripetuti, durò fino al fine del regno di Giorgio I.

A Milano verso il 1820 erasi pure introdotta una _Compagnia della Teppa_

che andava facendo simili tiri. E quando il Gualterio dà questa e la

_Compagnia Pantenna_ come sintomi ed effetti del liberalismo, vien da

piangere al vedere come le belle cause sieno insozzate dai loro adulatori.

[4] Gioberti asserisce che alla _Gazzetta Piemontese_ «era interdetto

lodare gli uomini celebrati dalla pubblica opinione»; _Gesuita moderno_,

tom. V, p. 22. Il Gualterio dice che Fossombroni pagò trenta scudi un

articolo contro Niccolini. In Lombardia, oltre i sistematici attacchi

della _Gazzetta_ e della _Biblioteca Italiana_, si sono poi trovate le

commissioni date per denigrare taluno (il Cantù) su giornali forestieri,

e perfino le bozze di tali articoli spedite alla _Allgemeine Zeitung_, e

le aggiunte postevi dagli affidati della Polizia.

[5] Il più smottato panegirista di Carlalberto (Gualterio) asserisce

che metà del ministero di esso era «venduto allo straniero, non che

aggregato alla Cattolica»; ed esso il sapeva e non sapea congedarli! Di

qui «quella che chiamossi oscitanza, ed era accorta prudenza», pag. 620.

Il medesimo asserisce che l’Austria avea comprato _tutte_ le persone che

lo circondavano, e che per mezzo di queste lo trasse in tanti errori, e

in quella abituale ascetica debolezza. Così per isgravare il principe, si

taccia tutta una nazione, che pure è tanto lodevole per dignitosa morale.

Costui anche sa «per documenti certi che ebbe in mano» ma che non produce,

che fino dal 1832 Carlalberto bramava l’amnistia degli esuli del 1821, e

che la concesse «spontaneamente con gioja sincera nel 1842»!

[6] Secondo il conto pubblicato dal conte Revel al 4 marzo 1848,

le rendite del Piemonte erano fr. 84,282,216

L’uscita » 80,966,372

Il debito » 95,714,392

cioè poco più dell’entrata di un anno.

[7] Questo avvenne alle edizioni di questa nostra storia, contro le quali

protestiamo, non dall’aspetto mercantile, ma dal morale.

[8] «Per selvaggia incuria del Governo», dice La Farina.

[9] Bianchini, nella _Storia delle finanze del regno di Napoli_, dice che

il viaggio di Francesco I in Ispagna per condurvi Maria Cristina costò

allo Stato 692,705 ducati, che sono tre milioni e mezzo.

[10] Del marchese Giovanni D’Andrea (1776-1841) elogio ben più splendido

che non i gonfj panegirici fanno gli stati discussi, pubblicatisi

nel 1848, ov’è divisato come nel decennale suo ministero restaurasse

le finanze, scassinate dal ministero Medici, spegnesse il debito

fluttuante ed altri, imprendesse opere pubbliche, attivasse i fondi

dell’ammortizzamento; «pagò con esattezza i pesi dello Stato, tolse talune

imposizioni, procurò i fondi per varie opere pubbliche, non contrasse

alcun nuovo debito, ritrovò il corso delle iscrizioni del debito pubblico

consolidato al 68, lo lasciò al 106; lasciò ducati 2,200,000 di deposito

nella tesoreria». Vuolsi ricordare come, essendo magistrato allorchè

si attuò il codice Napoleone, egli rinunziò all’impiego per non dover

applicare la legge del divorzio, da cui la coscienza sua repugnava. Dopo

il 1830 fu insieme ministro delle finanze e delle cose ecclesiastiche, e

potè compiere il concordato del 10 settembre 1859, e mantenere in armonia

le due potestà.

[11] Nel 1853, i ducentundici battelli che faceano la pesca del corallo

sulle coste di Bona e della Cala, quasi tutti erano napoletani, e

raccolsero trentacinquemila chilogrammi di corallo, che vendesi a sessanta

lire il chilogramma.

[12] La sola Inghilterra nel 1840 consumò un milione di quintali di solfo:

nel 1833 se ne erano tratti dalla sola Sicilia quintali 676,413, del

valore di ducati 1,952,067.

[13] La prima informazione delle condizioni della Lombardia venne data

da noi nel libro _Milano e suo territorio_, pubblicato in occasione del

Congresso scientifico del 1845. Una commissione municipale s’incaricava

di ottenere di qua, di là risposta ai differenti quesiti che noi le

presentavamo; e su ben pochi punti le venne negata. Fu quel libro la

fonte a cui attinsero poi i liberali di partito; e vi si riferivano

tanto più sicuramente in quanto che, dicevano, era _ufficiale_. Talmente

ignoravano la distinzione del Municipio dal Governo quegli stessi che si

ergeano maestri e riformatori del governare. Ci dispiace dover soggiungere

che _ufficialmente_ venne aperta un’indagine contro l’autore: ma tale

stitichezza dell’elemento deleterico di quel Governo non rende meno vera

la possibilità di avere e di pubblicare notizie positive, se da queste

non fossero stati allora e adesso aborrenti lo spirito di fazione e il

sentimentalismo.

[14] Memorabili sono le inondazioni del Po nell’ottobre 1839, in

conseguenza di dirottissime pioggie. Ai 17 ottobre presso Torino l’acqua

sorgeva metri 5,80 sopra il pelo ordinario, e metri 6,96 presso Lagoscuro

alli 8 novembre. Ne furono allagate moltissime parti del Piemonte, ove

franò la grossa terra di Solagni nel Tortonese; e più il Mantovano, il

Polesine, il Modenese; ed essendosi rotto, forse ad arte, un argine sulla

destra a tre miglia sotto Revere, furono allagate da quattrocento miglia

quadrate di terreno fra il Po e il Panáro. Nuove piene nel settembre

del 1842 ingrossarono ancora più i fiumi, e il Modenese e le Legazioni

n’ebbero danni incalcolabili. Nel 1844 l’Arno guastò tutta la valle e

Firenze stessa.

[15] Il De Bruck, dappoi ministro in Austria, indi suicida. La società

del Lloyd fu autorizzata nel 1836; col capitale di mille cinquecento

azioni da mille fiorini nel 1837 fece ottantasette corse con cinque

piroscafi; e in quell’anno tragittò ottomila passeggeri, ed ebbe

l’introito di censessantatremila trecenquattordici fiorini, ma la spesa di

ducentrentaduemila. Nel 1846 aveva venti piroscafi, fece settecenquattro

viaggi con cendiciotto mila passeggeri; trasportò denaro e preziosità per

venticinque milioni e mezzo, ducenventisettemila lettere, centrentacinque

mila settecentrentatre botti, ducentrentasettemila centinaja di Vienna

di merci; facendo l’introito di fiorini un milione e quattrocenventimila

quattrocencinquanta, di cui trecentrentaseimila erano guadagno netto. La

crescente importanza dell’Oriente, i viaggi della valigia dell’Indie, lo

sperato taglio dell’istmo di Suez sono felicissime opportunità per quella

compagnia, la quale per altro ebbe a soffrire sia dalla rivoluzione, sia

dalla guerra di Crimea. Nel 1854 avea cresciuto il suo fondo a tredici

milioni di fiorini, e colla spesa di trecensessantamila fiorini avea

l’entrata di seicentrentaquattromila. È divisa in tre sezioni: l’una

per le assicurazioni; l’una pel servizio de’ battelli a vapore, e ha

costituito fucine, arsenali, tiene uffiziali, marinaj, studia le nuove

linee d’aprire: la sezione artistico-letteraria sarebbe come la mente

di quel corpo, attenta a ricevere le notizie che comunica subito alla

borsa, e diffonde per via di giornali; inoltre ha stamperia e calcografia,

gabinetto di lettura, e giornali.

[16] È la più bella pagina d’un’arguta _Storia degli ultimi trent’anni_,

quella ove sono descritte le conseguenze dell’obbligo di denunziare

i colpevoli di Stato, e dello spionaggio. «Il pensiero (traduciam

compendiando) che alla lunga viene a prevalere sotto tale giurisprudenza,

è la paura; paura di commettere una viltà, paura di parere d’averla

commessa, paura d’esporsi a guaj per non commetterla. La paura più forte

la vince; e da tale proporzione dipende spesso l’onore o l’ignominia

d’una vita intera. Il prudente non vede altro scampo che evitare una

via, da cui non si esce che coll’infamia e colla condanna; ma il farlo

è fatica di tutti i momenti, e d’una incessante vigilanza. S’imbatte per

via in uno di cui non bene conosce le opinioni politiche? deve mostrare

di non conoscerlo. Un amico gli si accosta per chiedergli un consiglio?

il prudente deve pregarlo di astenersene, di dirigersi a tutt’altri;

attesochè quell’amico potrebbe voler consultarlo sul come rispondere a

un emissario dei nemici del Governo. Se suo figlio si mostra pensoso e

abbattuto, si guarderà dal chiedergliene il motivo; chè potrebb’essere

scontentezza politica. Ogni colloquio gli pesa, giacchè può di tratto

volgersi a cose di governo. Uomini sì fatti non sono rari, e sono i più

onesti fra i vili: ma se un di questi fosse arrestato o interrogato alla

Polizia, e s’avvedesse che tante cautele non gli bastarono, non s’ha a

temere ch’egli rinunzierebbe all’onore, anzichè alla propria salvezza? Se

tale è la prudenza delle persone allevate sotto allo spionaggio austriaco,

come meravigliarsi dell’universale diffidenza? Basta che un uomo di

genio amabile, insinuante, compagnevole, frequenti molti crocchj, per

essere battezzato spia. Zelanti officiosi corrono a tutte le case, aperte

all’amabile persona, e susurrano le voci che corrono sul conto di lui.

E con che facilità non si credono questi ragguagli! Il padrone di casa,

quasi illuminato da subito lampo, — Di fatto (esclama) che vien egli a

fare in casa mia? perchè vi si mostra tanto amabile? Da me non ha nulla

a sperare. E quando mi arrivò una sventura, quando le sorde persecuzioni

della Polizia mi avevano condannato alla solitudine, perchè egli pure non

s’allontanò da me? non temeva egli dunque per se stesso? Alla larga da

quest’uomo pericoloso». Se un altro si apparta, e stringesi a vivere in

angusto circolo, dicono che ha fatto la spia lungo tempo, e che scoperto,

cela la propria vergogna. Chi si palesa amico dell’Austria, è naturalmente

cansato dagl’Italiani; ma chi biasima il Governo, cade in sospetto

di agente provocatore e di tendere insidie. Colui è ricco: sarebbesi

impinguato con servigi resi alla Polizia? Colui è povero: resisterà alle

tentazioni della miseria? Nessuno insomma è sicuro di simili sospetti;

nè si dà Lombardo che possa vantarsi di non temer nulla... e di cui la

fiducia nei più intimi amici non abbia vacillato più d’una volta.

[17] L’amnistia fu data il marzo, e i carcerati allo Spielberg nè tampoco

la conobbero fino al novembre. Allora non ottennero se non di poter andare

in America. Giunta la coronazione, e ripetutasi l’amnistia, chiesero di

rimpatriare, e non n’ebbero licenza. Solo nel 1840 il padre di Federico

Confalonieri, trovandosi in fin di morte, chiese di veder il figlio; e

pare che allora soltanto il buon Ferdinando sapesse com’erano perfidiate

le sue intenzioni, poichè senz’altra domanda fu permesso a tutti il

ritorno.

[18] Nella raccolta di _Lettere di fisica sperimentale_ di Serafino

Serrati, Firenze 1787, è descritta una barca che correa sull’Arno mossa

a vapore, e c’è anche la figura. Il primo battello a vapore costruito da

una società napoletana il 1818, navigò da Napoli a Marsiglia; ma presto

fu abbandonato. Un altro se ne pose nel 1820 sul laghetto di Pusiano in

Lombardia, per mero sperimento, o piuttosto per velo alle intelligenze

de’ Carbonari, coi quali terminò. Nel 1824 una società, preseduta dal

principe Butéra siciliano, ne comprò uno in Inghilterra, che navigò le

coste d’Italia.

[19] Nel _Gesuita moderno_, tom. III. pag. 484.

[20] Per ciò, essendo addetto all’ambasceria francese in Toscana, dovette

venir a duello con Gabriele Pepe.

[21] Un Boccheciampe, condannato solo a cinque anni per «aver fatto parte

della banda, ma non essersi trovato nei due conflitti», fu tenuto come

traditore. Ce n’era bisogno? Chi vuol saperne di più intorno a queste

mosse veda ANDREINI, _Cronaca epistolare dal 1843 al 45_. Chi racconta

a lungo le mene delle società segrete senza disapprovarle, non viene con

ciò a giustificare le procedure di cui incolpa i Governi?

[22] Il papa nel 1845 comprò quei beni per 3,750,000 scudi (lire

20,250,000) in obbligazioni di debito pubblico al cinque per cento; poi

li vendette per 3,880,000 a una società Rospigliosi, Fedi, De Dominicis,

che li rivendette a privati in ritaglio.

[23] Un Mazziniano scriveva, a proposito delle scritture dei moderati,

ch’egli intitola soffiafreddo: «Bene o male, il sentimento della dignità

nazionale e l’odio dello straniero crescevano; e noi dovevamo confessare

che, in quindici anni, non eravamo riusciti che a propagare nella

gioventù studiosa la passione politica, ma nel vero popolo mai». _Archivio

triennale_, tom. 1. pag. 491.

[24] _Ricordi ai giovani_.

[25] Tal quistione fu introdotta dal Cantù: riprodotta poi a Venezia, fu

causa di fatti significativi. _Gli Editori._

[26] Del neoguelfismo in Italia le prime manifestazioni sono a

rintracciare (chi il crederebbe?) in Ugo Foscolo. Durante il regno

d’Italia, malgrado mille ostacoli, potè pubblicare un articolo in lode di

Gregorio VII, e sta fra le opere sue. Nel 1815 preparava un discorso a Pio

VII per mostrare «la necessità che il pontefice rimanga in Italia difeso

dagl’Italiani». Nel discorso II _sulla servitù dell’Italia_ dice: «Noi

Italiani vogliamo e dobbiamo volere, volerlo fin all’ultimo sangue, che il

papa sovrano, supremo tutore della religione d’Europa, principe elettivo e

italiano, non solo sussista e regni, ma regni sempre in Italia, e difeso

dagl’Italiani». E nel III si lagna che si fossero «obliate la sovrumana

fortezza e la sapienza politica di quel grande pontefice (Gregorio VII)

che vedeva consistere la temporale dignità della Chiesa nell’indipendenza

delle nostre città, e quindi nella loro confederazione la più fidata

difesa de’ suoi pastori».

[27] Una lega de’ principi italiani era stata proposta dall’Austria

fin dal 1821, e si dicea che tale fosse lo scopo d’un congresso

dell’imperatore col granduca di Toscana. La Corte romana sentì quanto

varrebbe sulle sorti italiche, e rifiutò aderirvi.

[28] Ivi lo trovammo noi quando finiva il _Primato_, e ci lesse

quell’ultimo capitolo, ove parla degl’illustri viventi; e ci chiese i

nomi de’ migliori, ch’esso ignorava: eppure ne fece una tale mescolanza,

da vergognarsi della compagnia. Egli stesso poi stampò che le lodi da lui

sparpagliate erano sulla fede d’amici, alle cui relazioni aveva dovuto

attenersi.

È naturale che dappoi tutto il merito fosse dato a lui, e niuno a coloro

di cui egli professavasi seguace. Tra gli scrittori efficaci sull’opinione

italiana, il Gualterio (_Ultimi rivolgimenti italiani_) nè tampoco nomina

Manzoni.

[29] Asserisce unica e quasi necessaria alle scienze, alle lettere, alle

gentili arti la censura preventiva, e ne magnifica retoricamente i pregj,

sol chiedendo non sia esercitato da un uomo solo, ma da un corpo.

[30] _Storia d’Italia_; e passi inediti, addotti dal Ricotti nella _Vita

e scritti del conte Cesare Balbo_.

[31] Dedica seconda delle _Speranze_.

[32] «Ridotta ai principi la decisione del passare o no a un Governo

deliberativo, sarebbe egli utile passarvi? Parliamo schietto: anche presa

dai principi, può esser decisione piena di pericoli, feconda di disunioni,

distraente dall’impresa d’indipendenza, nociva dunque». Cap. X. p. 121.

[33] «Confondeasi il gesuitismo colla Compagnia di Gesù, e credeasi che,

cacciati i padri da una città o da uno Stato, la peste gesuitica fosse

rimossa, e i popoli fatti sicuri. Or i padri Gesuiti non sono che la

milizia più attiva ed astuta del gesuitismo, il quale, con altro nome

preesisteva ad Ignazio di Lojola». LA FARINA, _Conclusione_ del lib. III.

[34] Nell’_Introduzione alla filosofia_, pag. 32 scriveva: «Dichiaro

espressamente ch’io non intendo di far allusione a nessuna persona in

particolare, parendomi che il costume di ferire i vivi non sia da uomo

civile nè da uomo onesto nè da cristiano».

[35] _Storia del Piemonte_.

[36] E altre volte diceva: «Quando ad un libro si dà l’impronta di satira

e di caricatura, l’effetto è vulgare e non durevole. Per esser efficace

bisogna saper produrre il bello e il giusto, e non secondare i vulgari.

Miro con rispetto le oneste confutazioni, ma anche le oneste mi pajono di

poco o niun frutto. Aspettando l’azione del tempo si guadagna lo stesso, e

non si perde inutilmente la pace. Di qui a qualche anno Gioberti medesimo

arrossirà d’avere ceduto all’impulso de’ falsi amici, di avere pubblicato

come pretesi documenti cose che non sono; d’aver macchiato la bella fama

ch’ei godeva».

Quelle sopra il Gioberti sono forse le uniche parole acerbe che si

lasciasse sfuggire la colomba dello Spielberg. E diceva anche: «Gioberti è

uomo d’impeto, ma sincero. Un giorno s’accorgerà del suo torto. Preghiamo

per lui e per gli animi così disposti all’ira. Con questa passione si

possono fare quadri orribili d’ogni istituto e d’ogni umana società.

L’eloquenza arrabbiata non è mai giusta, ed è sempre stimata dai soli

intelletti che poco riflettono».

[37] Quantunque ad essi ostilissimo, dice: «L’Austria non ignorava che,

fra i discendenti dagli uomini della Lega Lombarda, il neoguelfismo è

una specie di virtù cittadina e di passione generosa; poichè trovandosi

i Lombardi faccia a faccia col prepotente e col rappresentante del

ghibellinismo, si recherebbero a viltà il cedere all’oppressione presente

senza la sola protesta che loro sia consentita, quella cioè di resistere

intellettualmente, associandosi ai principj che guidarono l’antica

loro indipendenza contro Germania. Ciò spiega, parmi, onorevolmente

come i più forti ingegni del Lombardo-Veneto inclinino più o meno

apertamente alle idee guelfe», pag. 108. Onore al militare leale, che

cerca nobili spiegazioni perfino a idee che disapprova. Non è lo stile

dei liberalastri; nè egli il conserva quando opinioni, vere o no, ma

discusse e ponderate, attribuisce «a monomania di scrittore e cecità

di partito», pag. 133. Perchè però non si dica che l’idea repubblicana

nacque dopo le barricate, si avverta ch’egli stesso gl’intitolava fin

d’allora _neo-guelfo repubblicani_, pag. 394, e dice che «si gettano

il monarcato sotto le calcagna». Del resto, tutti sanno quali Lombardi

direttamente trattassero tale quistione; onde il concetto dell’anticipato

repubblicanismo lombardo egli non potea dedurlo che da un’opera sola,

attesa la sua diffusione, cioè la nostra _Storia Universale_.

[38] Leone XII avea stabilito riedificarla, assegnando dalla Camera

apostolica cinquantamila scudi annui; trentamila ne diedero i cardinali

dimoranti in Roma; gl’impiegati lasciarono parte del loro soldo; i re

stranieri contribuirono, sebbene non cattolici; onde dai sudditi pontifizj

s’ebbero cencinquantanovemila scudi, seicendiciottomila dall’erario,

cenventissettemila dal resto del mondo in quindici anni.

[39] Secondo i conti pubblicati da monsignor Morichini nel 1848, lo Stato

Pontifizio nel 1814 incassò meno di tre milioni di scudi, e nel 45 più di

dieci; nel 15 spese due milioni trecentomila scudi, e nel 45 dieci milioni

seicentomila; fino al 27 si fece sempre avanzo, eccetto il 21; dappoi

continuò lo spareggio.

[40] La società detta Ferdinandea a Bologna, di cui fu imputato il

Castagnoli nel 1841, diceasi diretta a porre le Legazioni sotto l’Austria.

[41] Di fatti si vantarono per novità, e noi gli avevamo prodotti in tutte

le varie ristampe che femmo della _Storia universale_ del Cantù. (_Gli

Editori_).

[42] Vedi la nostra _Storia universale_, ediz. 3ª tom. XX, p. 66. Fummo

tacciati allora d’avere lodato Gregorio XVI, nè abbastanza esaltato Pio

IX. Chiamiamo ad appello quella sentenza dopo trent’anni.

[43] Più tardi il poeta Montanelli si lodò d’aver egli incoato queste

stampe clandestine, e per mezzo di esse l’agitazione dell’Italia e del

mondo.

[44] BROFFERIO; e lo stesso dice RANALLI, _Le Storie ital_., lib. IV.

[45] Ne’ riti della massoneria è conosciuta la cerimonia del brindisi. A

invito del Venerabile si caricano i cannoni e dispongonsi sulla tavola;

poi egli dice: «Facciamo un brindisi a persona a noi preziosa; faremo un

fuoco, buon fuoco, fuoco il più vivo e sfavillante di tutti i fuochi.

Fratelli, la destra alla spada — Alto la spada — Evviva la spada — La

spada alla sinistra — La destra alle armi — Alto le armi — Al viso — Fuoco

— Ancora fuoco — Basso l’arma — Avanti l’arma — Seguiamoci coll’arma —

Giù l’arma»; e l’arma è il bicchiero, e la manovra un bevere. Venivano a

mente nei pasti d’allora.

[46] Un Lombardo (Cantù), campatosi dagli sgherri, arrivava a Torino nel

maggior fragore del movimento preparativo; ed uno degl’infervorati gli

chiedeva — E voi, non avete voi scritto nulla sulla crisi attuale?» Cesare

Balbo gli rispose: — Che? non scrive egli la storia universale?»

Pellico la prendea coi guastamestieri, non credea una gran cosa i

festeggiamenti popolari e gli schiamazzi, e le magnanime azioni degli

eroi, consistenti nello scrivere ingiurie sui muri e spargere calunnie,

mentre credeva fosse necessaria la virtù, ben inteso fra le virtù contando

il valore in caso di guerra. _Lettere_, 266, 267.

[47] Per devozione alle libertà, alieni dalle società segrete che la

legano ad un’obbedienza irragionata, noi fummo in situazione di conoscerle

in patria e fuori, nelle prigioni e ne’ trionfi, e di poterne parlare

con autorità. Ben ci meravigliammo di non avere, in tante scritture,

veduto accennarsi le mene con cui la Russia cercavasi amici nelle persone

di denaro, d’intelligenza, di cariche. Venezia principalmente deve

ricordarsene.

[48] _Liberalisirend._ Credenziale di Metternich a Radetzky pel conte di

Fiquelmont, 22 agosto 1847.

[49] Dubitavasi che le dimostrazioni fossero provocate dall’Austria

per aver occasione d’intervenire. Palmerston ad Abercromby ambasciadore

a Torino, il 23 marzo 1847 scriveva: _I have to request that you will

report how for your information lead you to give credit to certain reports

which prevail that those manifestation have been in some places secretly

encouraged by Austrian agents, in order that they may furnish a pretext

for active interference in the internal affairs of some of the independent

States of Italy_. I successivi dispacci tornano spesso a questo senso.

Vedasi la raccolta più interessante intorno agli avvenimenti di quegli

anni, cioè: _Correspondence respecting the affairs of Italy, presented to

the House of lords by comand of her majesty_, 1851.

[50] Dispaccio 18 settembre 1847 del ministro Guizot all’ambasciadore

Bourgoing a Torino.

[51] Dispaccio 11 settembre 1847 del ministro Palmerston. Guizot, al

17 settembre, scriveva, la Francia rispetterebbe e farebbe rispettare

l’indipendenza degli Stati, e in conseguenza il diritto di regolare essi

da sè i proprj affari interni; al buon esito delle riforme importare si

facciano d’accordo fra principi e popoli, regolari, progressive; il papa

mostrare un profondo sentimento de’ suoi diritti come sovrano, laonde

otterrebbe l’appoggio e il rispetto di tutti i Governi europei; e gli

esempj di esso e la condotta intelligente de’ suoi sudditi eserciterebbero

salutare influenza sui principi e i popoli della restante Italia.

Nelle istruzioni che Palmerston dava a lord Minto il 18 settembre 1847,

era che portasse assicurazioni d’amicizia in ogni incontro; spiacergli le

minaccie dell’Austria d’occupare una parte degli Stati sardi, caso che

il re desse concessioni ad essa spiacevoli, e lo considerava come una

violazione de’ diritti internazionali; applaudisce all’esibizione fatta

dal re al papa di difenderlo; a Roma secondi le buone intenzioni del

pontefice, e prenda per base il _memorandum_ del 1832.

Ma pare che coteste minaccie dell’Austria fossero un sogno, e il conte

Solaro della Margherita, allora ministro della Sardegna, le smentisce

affatto, nè aver ricevuta alcuna nota relativa all’interna amministrazione

del paese (dispaccio 3 settembre). Lo stesso Metternich al 23 settembre

scriveva: — Non è da parte dell’Austria che l’indipendenza del re di

Sardegna potrebb’essere minacciata. Ben lungi da ciò, contando questo

sovrano fra suoi alleati, il Governo imperiale, qualora richiesto, non

tarderebbe a porsi accanto alla Gran Bretagna per difenderlo contro

ogni esterna aggressione. Unito alla Corte di Roma con vincoli, la cui

doppia origine non può che crescerne la solidità, l’imperatore d’Austria

crederebbe derogare alla dignità e alla religione sua difendendosi dal

sospetto di voler intaccare l’indipendenza d’un sovrano, che alla potenza

temporale congiunge l’augusto carattere di capo della Chiesa cattolica,

della quale l’imperatore è naturale difensore. Nulla è chiaro e positivo

come l’attitudine dell’Austria rimpetto al santo padre; essa non può che

fare voti per la prosperità degli Stati della Chiesa, e pel buon esito

delle riforme amministrative che sono reclamate dal loro meglio, e che,

dalla pace generale in poi, fu spesso la prima a consigliare; mentre in

eventi particolari le proprie armi adoprò ad assicurare l’autorità sovrana

del papa».

[52] Come avea scritto a Carlalberto appena re, Mazzini volle scrivere

a Pio IX, e usava questi termini: — Per opera del tempo, affrettata dai

vostri predecessori e dall’alta gerarchia della Chiesa, le credenze sono

morte, il cattolicismo si è perduto nel despotismo, il protestantismo

si perde nell’anarchia: guardatevi attorno, troverete superstiziosi o

ipocriti, non credenti; l’intelletto cammina nel vuoto; i tristi adorano

il calcolo, i beni materiali; i buoni invocano e sperano; e nessuno

crede».

[53] Apertesi le Camere di Francia nel gennajo del 1848, Montalembert si

lagnò che nel discorso del trono non fosse fatta menzione del movimento

d’Italia e del papa; questo essersi mirabilmente posto in una via, nella

quale avea bisogno d’appoggio; mentre esso e i principi che cominciavano

a imitarlo, trovavansi dolorosamente isolati fra un partito di vecchi

abusi, e le violenze degli esaltati; qualificarsi già di retrograda la

politica di Pio IX all’istante che, protestando contro l’occupazione di

Ferrara, compiva i suoi sforzi per la dignità e indipendenza d’Italia;

essere tempo che gli uomini del progresso in Italia si separassero

da quei del disordine, e il Governo cessasse d’essere nella strada;

l’indipendenza temporale del papa essere condizione indispensabile per

la regolare esistenza e la sicurezza della Chiesa cattolica nel mondo

intero; indipendente dover essere il papa non solo dal giogo straniero,

ma dal giogo delle fazioni e delle sommosse; doversi al popolo romano

infondere coraggio contro l’Austria, ma insieme contro coloro che

vorrebbero speculare su questo movimento italiano e disonorarlo, contro

le denunzie de’ proscritti di jeri, che vogliono divenire proscrittori

domani; coraggio per mostrare al mondo cosa sia una rivoluzione pura,

onesta, insomma cristiana.

Meritano essere letti i discorsi fatti in quell’incontro da Saint-Aulaire,

Dupin, Hugo, Cousin, più liberali di quelli pronunziati nell’assemblea

repubblicana. Guizot ministro rispondendo, mostrò che il trono era

d’accordo nel favorire le libertà italiane, il miglior fondamento delle

quali era il papa.

[54] Vedi il n. 34 dell’_Italia_, giornale di Pisa, scritto o ispirato

dal Montanelli. «Da lungo tempo erano a Livorno manifesti gl’indizj d’una

setta, la quale rinchiusa in una solitudine astiosa e codarda, non seppe

intendere la grandezza del presente movimento italiano, la semplicità

delle origini, la maestà del progresso, la sicurezza del fine; non

comunicare colla nuova vita che si dilatava d’intorno a lei, nè accogliere

nel suo cuore il battito di migliaja di cuori, in un punto rinati alle

speranze ed all’amore.

«L’inaspettato amicarsi della ragione colla fede, dei principi coi popoli,

degli Stati cogli Stati italiani; questo improvviso risorgere d’un popolo

oppresso, per lo spontaneo ma necessario ricomporsi delle opinioni,

degli interessi, delle forze nel principio dell’unità nazionale; questo

magnifico disegno della Provvidenza che si svolge sotto i nostri occhi,

l’abisso che divide i primi dagli ultimi mesi del 1846, e l’aura divina

che vola su quell’abisso, Pio IX e la lega doganale furono un nulla per

lei.

«Non sapendo che le vie della Provvidenza sono assai più di quelle

dell’uomo, si ostinò a non riconoscere il nostro risorgimento in un fatto

che, sebbene ne avesse i caratteri evidenti, per l’autore, il modo e

l’effetto era così diverso da ciò ch’ella aveva fantasticato, predetto,

promesso come il solo vero, il solo possibile risorgimento nostro.

Indurita dal pregiudizio, credè che l’Italia non sarebbe giunta alla meta

per la via segnata da Pio IX, corsa da Leopoldo II, e fatta sicura da

Carlalberto; e si dolse con puntiglio superbo che vi giungesse per una via

qualunque diversa da quella mostrata da lei, e nella quale ella non fosse

duce, mettendo il suo credito e la sua influenza sopra la considerazione

del bene comune».

[55] Rubieri, nello _Spettatore_ di Firenze, rivendicò la reputazione

di Giovanni da Procida, sopra documenti non nuovi, ma di cui l’Amari non

volle trarre tutte le conseguenze. La quistione dura ancora.

[56] Il Gualterio asserisce che l’umiliazione del re nell’affare de’ solfi

vi fu gratissima. Noi ci trovammo nel regno in quel tempo, e ci apparve

tutt’altro.

[57] La Farina dice che il Comitato napoletano era d’accordo sulla forma

che sarebbe gridata in Sicilia: ma quando si fece, trattenne la gioventù

dal sollevarsi, lasciò spedire le truppe ecc., e riprova i regnicoli

d’essersi perduti in suppliche e applausi, e ne incolpa «coloro che

di quei moti aveano assunto la direzione, alcuno de’ quali col tempo

chiarironsi traditori, altri inettissimi e che per perfidia o per

fiacchezza rovinarono Napoli, Sicilia e Italia tutta»; vol. III, p. 170.

Così anche le belle intelligenze possono dalla passione essere tratte alle

vulgarità.

[58] Lo attesta l’ammiraglio Napier in lettera a Palmerston del 31

gennajo, nella citata _Correspondance_.

[59] Era la quinta costituzione che si proclamava in mezzo secolo per quel

paese: nel 1799 quella della Repubblica Partenopea; nel 1808 quella del

re Giuseppe; nel 1815 quella di Murat; nel 1820 quella di Ferdinando.

[60] Al 21 febbrajo, la _Réforme_, unico giornale repubblicano, stampava:

«Uomini del popolo, guardatevi domani da ogni temerario abbandono, non

presentate al potere l’occasione cercata d’una vittoria sanguinosa».

[61] Ne’ carteggi diplomatici compajono una lettera del console britannico

a Milano, che assicura non essere quivi società segrete; e una del Pareto

ministro del Piemonte, che assicura esservi potentissime le società

secrete.

[62] Il conte Giacomo Melerio. _Ils chantent, ils payeront_, diceva

Mazarino a’ suoi tempi.

[63] Nel libro _Palmerston et l’Autriche_ il conte di Fiquelmont descrive

quel Congresso colla sicurezza di chi era presente. Egli attribuisce

ogni colpa a Cesare Cantù, invocando le vendette su lui, come quello

da cui originò il movimento rivoluzionario in quella città, tranquilla

fin allora. Fiquelmont stampò quel libro nel 1853; quando il Governo

militare poteva facilmente adempiere quel voto di vendetta. Richiamato

ai fatti, il Fiquelmont ebbe la lealtà di riconoscere (ma solo in

lettera diretta all’offeso) che avea detto il falso, e che il Cantù non

era stato (espressione di lui) se non «la sfera che avea segnato l’ora

della rivoluzione, siccome a Milano l’arcivescovo». Intanto la parte

primaria ch’e’ gli assegna, dà il diritto al Cantù di attestare, che al

Congresso di Venezia non ci furono intelligenze settarie di veruna sorta;

che nulla v’avea di preparato in quegli applausi o in que’ silenzj;

che l’unico accordo preso fu con Manin e Tommaseo per domandare, non

la libertà della stampa, ma l’esecuzione delle leggi intorno a questa,

violate dall’arbitrio di censori, che nuociono ai Governi più che i leali

avversarj.

[64] Il generale Hess, capo dello statomaggiore, il 18 gennajo 1848 da

Vienna scriveva al colonnello Wratislaw a Milano: — Se l’imbecillità

del governatore e del vicerè e la nullità del loro spirito non fossero

da tempo conosciute, ora apparvero in tale evidenza, che bisogna tosto

rimoverli, e sostituire un governatore che, d’accordo col feldmaresciallo,

ristabilisca l’ordine vigorosamente, e i noti rei di tali scandali mandi

ad essere processati a Palmanova. Io non sarò tranquillo finchè non siansi

raccolti attorno a Milano venticinquemila uomini, e venticinque mila

nelle guernigioni alle spalle, giacchè solo il timore delle bajonette

può imporre a costoro». E il 31 al maresciallo Radetzky: — Sedici fortini

attorno a Milano, ciascuno con cinquecento uomini, e moltissime feritoje

dirette al duomo, deciderebbero in ultimo appello la quistione italiana

fra l’Austria e il Piemonte; e questo tornerebbe all’antica, come che

simulata, umiltà. Quali le cose sono, credo che la tranquillità non si

ripristini senza forti salassi e sciabolate tedesche».

[65] «Qual è la paura dell’Austria? forse che Carlalberto o qualche

altro principe italiano impugni il ferro e faccia l’impresa di Lombardia?

oibò! ella sa quant’altri e meglio d’altri che tal tentativo non è oggi

possibile, e che i concetti di questo genere non possono entrare nè capire

nella mente di un principe così savio come il re di Sardegna». GIOBERTI,

_Gesuita moderno_, 1847, vol. III, p. 577.

Il Balbo, nelle _Speranze_, rimoveva affatto l’idea d’un attacco. Il

Durando, nella _Nazionalità italiana_, posava tutte le combinazioni sue

strategiche sovra il supposto della guerra difensiva. Il _Risorgimento_,

organo ministeriale, al 18 marzo scriveva: — Chi primo bandirà la guerra

in Italia, avrà gettato le sorti del mondo, avrà sconosciuto i santi

incrollabili principj che ci assicurano piena, infallibile, vicina

vittoria... Sorda è l’Austria alle minaccie come alle blandizie, non si

scuote, avvisa il suo tempo e il suo vantaggio con impassibil consiglio.

Or di tutti i desiderj suoi il più ardente, il più sicuro si è quello

di vedersi da noi assalita. Questo solo potrebbe ravvivarla, ecc.».

Nel _Mondo illustrato_, pag. 723, è scritto dal grande panegirista di

Gioberti: — Chi grida _Morte all’Austria, Viva il re d’Italia_, è nemico

di Pio IX, e quindi scismatico; è nemico di Carlalberto, e quindi ribelle;

è nemico della civiltà italiana, e quindi barbaro traditore».

[66] Balbo assicurava l’ambasciadore inglese Abercromby sapere di buona

fonte che «se il Governo indugiasse a soccorrere i Lombardi, sovrasterebbe

al Piemonte una rivoluzione repubblicana; onde, riconoscendo impossibile

reprimere l’entusiasmo delle popolazioni sarde, avea soddisfatto

alle domande dei deputati di Milano: Pareto diceagli, per poco che

s’indugiasse, Genova sarebbesi sollevata, e scissa dagli Stati regj: a

Vienna pure scriveasi dovere temere che le numerose società politiche

di Lombardia e la prossimità della Svizzera non facessero proclamare

un Governo repubblicano, disastroso alla causa italiana e a Casa di

Savoja. _Correspondance_, ecc. Lettera di Abercromby a Palmerston del

23 e 24 marzo: — Il pericolo della monarchia di Sardegna divenne così

imminente agli occhi de’ ministri, che furono costretti ad accondiscendere

alle domande di ajuto presentate dai capi dell’insurrezione milanese,

e appigliarsi a una linea di politica che non avrebbero adottata

spontaneamente». «Supposto un principe il più schivo del nome e delle cose

di guerra, il più freddo per la causa della nazionalità italiana, certo è,

che suo malgrado, ei sarebbe stato trascinato dal torrente dell’opinione

pubblica a recare soccorso ai Lombardi, salvo che amasse meglio vedere

ribellati i sudditi e Genova repubblicana». CIBRARIO, _Ricordi d’una

missione a Carlalberto_.

[67] Il generale Franzini, dopo la sconfitta, diceva in Parlamento d’avere

prima della guerra rappresentato in iscritto al re «la poca attitudine

sua e degli altri generali, avendo brevissima esperienza, con gradi poco

elevati. Il re mi disse che l’Italia doveva far da sè, e che non accettava

la proposta d’un maresciallo francese, ch’io proponeva come valente a

raddoppiare il valore della sua armata». E più tardi Massimo d’Azeglio

diceva ai suoi elettori: «In Italia nulla era preparato negli animi, nei

costumi, nelle abitudini militari».

[68] Questo sentimento è da un pezzo in cuore degli Italiani, e la

scuola liberale lo professò apertamente dacchè Ciro Menotti, spirando

sul patibolo di Modena, ci gridò: — Italiani, non fidatevi a promesse di

forestieri». Ma la frase crediamo siasi formolata primamente nell’opuscolo

di Giacomo Durando sulla _Nazionalità italiana._ Poi il cardinale

Ferretti, visitando la guardia civica di Roma, contento di quella tenuta

esclamò: «L’Italia farà da sè».

[69] Presidente Casati: membri Vitaliano Borromeo, Giuseppe Darmi, Pompeo

Litta storico, Strigelli, Beretta, Giulini, e Guerrieri per Mantova,

Anelli per Lodi, Rezzonico per Como, Turoni per Pavia, Carbonera per

Sondrio, Grasselli per Cremona, Moroni per Bergamo.

[70] «Non vedo gran differenza tra le due forme di Governo. Che cos’è

un principe costituzionale se non un capo ereditario di repubblica? e un

presidente di repubblica, che un principe elettivo?» GIOBERTI, _Lettera

del_ 26 _febbr_. 1848.

Molti giornali del Piemonte asserivano essere forte e temuto in Lombardia

un partito che voleva _sminuzzare l’Italia in centinaja di repubblichette

come nel medioevo_. Per cercare, noi non ne trovammo orma; e gli scrittori

non meno che gli atti uffiziali parlavano sempre di repubblica italiana,

più o meno estesa. A tacere Venezia, di cui tanto generosi furono i

proclami, il popolo di Padova nell’inaugurare il suo Governo provvisorio

diceva al 26 marzo: — Il popolo che oggi vi ha costituito, ha un unico

voto, l’unione italiana. Bando ai municipalismi. La repubblica delle città

d’Italia, qualunque sia per essere la sua estensione, deve intitolarsi

italiana. Stringetevi con Venezia e colle altre città italiane che si sono

dichiarate o stanno per dichiararsi libere, onde operare con quelle di

fraterno consenso. Viva la repubblica italiana!».

[71] «Il grande ingegno... ama il popolo, ma non i suoi favori; aspira

al suo bene, non alle lodi; e sta ritirato dalla turba per poterla

beneficare». GIOBERTI, _Introduz. alla storia della filosofia_, pag. 219.

E a pag. 183: «Il Governo rappresentativo è ottimo in se stesso, attissimo

a felicitare una nazione, e si assesta mirabilmente a tutti i progressi

civili, purchè non si fondi sulla base assurda e funesta della sovranità

popolare».

[72] La più bella esposizione e apologia di quell’intrigo è nei cenni di

Antonio Casati su _Milano e i principi di Savoja_. Raccontata la venuta

di Gioberti a Milano, e come dall’albergo del Marino si trasferisse a

quello della Bella Venezia «che, per la piazza che vi sta davanti, era

atto alle ovazioni popolari», dice che «la folla giunse e si accalcò sotto

le finestre della locanda: ma questa volta era folla di costituzionali

plaudenti all’apostolo della fusione; e quell’occupazione loro della

piazza San Fedele, fin allora tenuta in dominio esclusivo (?) dai

repubblicani, preconizzava il trionfo del partito moderato».

[73] «Il partito liberale (a Torino) e il ministro dell’interno che vi

appartiene, temono che il suffragio universale non metta sotto l’influenza

de’ sacerdoti e del partito aristocratico»: preziosa confessione, che

troviamo nella lettera 16 maggio dell’incaricato lombardo al Governo

provvisorio. E al 26 maggio scriveva, che il ritorno del ministro Ricci

da Lombardia coll’annunzio della fusione «ha contribuito a far rinascere

quella simpatia in Torino, che era da più di un mese morta, e quasi

sepolta per sempre».

[74] _Hujus falsissimæ conjurationis prætextu inimici homines eo

spectabant, ut populi contemptum, invidiam, furorem contra quosdam

lectissimos quoque viros, virtute, religione præstantes, et ecclesiastica

etiam dignitate insignes nefarie commoverent atque excitarent_.

Allocuzione 20 aprile 1848.

[75] Pillersdorf, allora ministro dell’Austria, nel ragguaglio che dappoi

pubblicò sopra la rivoluzione viennese, espone: «Mentre Inghilterra

e Francia facevano ragione delle nostre pratiche di conciliazione, un

ambasciatore della Corte romana (monsignor Morichini) al ministero fece

senza riguardi la proposta di rinunzia a tutte le provincie italiane,

dicendolo unico mezzo per l’Austria d’evitare pericoli maggiori...; i

trattati antichi non avere nissun valore».

[76] Il Comitato generale ai rappresentanti del Governo britannico, il 3

febbrajo. — «La nazione siciliana, che il despotismo si lusingava avere

cancellato dal novero delle nazioni, ha rivendicato col suo sangue il suo

diritto»; Atto di convocazione del Parlamento, 24 febbrajo 1848.

[77] Dispaccio 24 aprile.

[78] Dico almeno in pubblico, giacchè Abercromby scriveva al Ministero

inglese, aver lettera autografa del re, del 7 luglio, ove mostrasi

disposto accettare come base di pace il territorio fino all’Adige; pace

che, attesa la forza relativa della Sardegna e dell’Austria, non potrebbe

dalle Camere e dalla Nazione esser considerata che onorevole e gloriosa.

_Correspondance_, part. III, pag. 62.

La _Gazzetta di Vienna_ 1º luglio 1848 riferiva come, per amore

della pace, fosse stato proposto un armistizio, durante il quale si

tratterebbe sopra la base dell’indipendenza della Lombardia, salvo alcuni

accomodamenti finanziarj e commerciali; il Governo provvisorio aveva

ricusato trattare, perchè la questione non era lombarda ma italiana;

in conseguenza non restar all’Austria che appellarsi al giudizio del

mondo, e raddoppiare di sforzi per sottomettere il paese insorto.

Infatti Wessemberg, il 5 giugno, da Innspruck avea scritto al Casati tali

proposizioni e Hümelauer le avea portate a Palmerston, che credette non

vi s’acconcerebbero gli animi, sopreccitati in Lombardia.

[79] A mezzo aprile 1848, il Governo provvisorio di Venezia insisteva

presso Carlalberto e il generale Durando perchè mandassero truppe a

soccorso del Veneto: «Dell’onore del nome piemontese e pontifizio,

dell’onore del nome italiano si tratta. Ogni indugio potrebbe far perdere

il merito de’ sacrifizj, la lode della vittoria. Noi, che da secoli

siamo dissuefatti dalle armi, legati il braccio e il pensiero, noi non

ci vergogniamo di tendere la mano a fratelli più agguerriti di noi, a

fratelli che ci obbligarono la sacra lor fede; di tendere la mano dopo

aver fatto ogni possibile per armarci, munirci, ordinarci, rinnovare a un

tratto noi stessi».

[80] Un lodatore esclama: _Que dire d’un chef d’armée, se trompant si

longtemps sur sa position, continuant à si mal évaluer les forces qui sont

dévant lui, alors que dépuis trois jours l’ennemi a combattu de tous côtés

à Rivoli, à Sona, à Salionze, à Staffalo, qu’il est en ce moment à si peu

de distance, et qu’on vient de lui faire tant de prisonniers?_

[81] Dottore Maestri, avvocato Restelli, generale Fanti.

[82] Nella Cronistoria dell’_Indipendenza Italiana_ il Cantù ha descritta

a minuto quella trista giornata. (_Gli Editori_).

[83] Dispaccio 15 agosto di Abercromby a Reiset.

[84] Il Governo provvisorio di Venezia, dando annunzio di sè a quel della

Repubblica francese, scriveva: _Le temps des interventions est passé;

et ce ne serait pas un secours dangereux qui nous viendrait d’un pays,

où Lamartine est ministre_. Bisogna vedere come i giornali piemontesi

s’avventarono contro questa invocazione degli stranieri!

[85] Articolo 1º: «Un’assemblea costituente è convocata per tutti gli

Stati italiani, la quale avrà per unico mandato di compilare un patto

federale, che, rispettando l’esistenza de’ singoli Stati, e lasciando

inalterata la loro forma di governo, valga ad assicurare le libertà,

l’unione e l’indipendenza assoluta d’Italia, ed a promuovere il ben essere

della nazione».

[86] Crederei del Rossi l’articolo della _Gazzetta di Roma_ 20 aprile,

che fra altre cose diceva: «Il più grave pericolo per gl’Italiani non

è mai venuto dallo straniero. Le armi nostre lo hanno sempre disfatto

quando sono state concordi: e la nostra civiltà ha sempre trionfato della

sua quando si è potuta sviluppare liberamente. Il più grave pericolo

degl’Italiani è sempre stato nell’abuso de’ più grandi doni che Iddio

abbia loro fatti, di questa varietà di caratteri, di questa ricchezza

d’intelligenza, di questo rigoglio di volontà, di quest’abbondanza di

vita: fa mestieri pertanto, se non vogliamo ricadere negli errori e nelle

sventure de’ nostri maggiori, guardarci da questo pericolo e da questo

abuso, subordinando ad un principio solo tutte le nostre volontà...».

Egli allora scriveva ad una signora come i fatti di Milano l’avessero

commosso al pianto, ma non osava sperare fossero principio d’un

risorgimento durativo e glorioso, anzichè causa di una caduta più

irreparabile. Nè tanto lo spaventava la forza dell’Austria, ridotta a tale

che potrebbe essere cacciata quando l’Italia veramente e solennemente il

volesse. «Non sono io di quelli stolti, che della possanza e del valore

austriaco parlano e scrivono leggermente. So che la vittoria non può

ottenersi che con molto sangue; ma so pure che ove gl’italiani tutti

siano pronti a spargerlo, come già molti fanno, da valorosi assennati ad

un tempo, mostreranno all’universo che è impossibile incatenare un gran

popolo che voglia assolutamente essere libero e donno di sè.

«Ma saranno essi ad un tempo valorosi ed assennati? Valorosi, ne sono

certo; assennati, dubito.

«Tre moti diversi agitano l’Italia; giusto l’uno, santo l’altro, pazzo il

terzo, e che porrà tutto in rovina se nol si reprime. L’Italia non vuol

più Governi assoluti, paterni o no; chè anche i più paterni sono stupidi

ed iniqui se assoluti. Questo primo moto, se l’Italia fa senno, è omai

compiuto; le costituzioni hanno ricondotto nella penisola la libertà

politica; l’Italia, schiava jeri, è oggi libera quanto l’Inghilterra, e

la vince in eguaglianza civile. Che vuole di più?

«Ma tal articolo della costituzione ci spiace, tale o tal mutamento ci

sembra opportuno. Miserie! Chi impedirà, dopo maturo studio, sufficiente

sperienza e regolari discussioni, di variare in alcun che gli statuti,

e di meglio adattarli alle condizioni morali e politiche? E che? ancora

siete nuovi nell’arringo, avete appena allacciata la corazza e brandite

le armi, e già prima di farne la prova volete sputar sentenze da censori,

e dare al mondo insegnamenti di tattica costituzionale? E che? il sangue

italiano scorre gloriosamente sull’Adige e sulla Piave, i vostri fratelli

minacciati dal ferro austriaco implorano soccorso; e voi, invece di correr

all’armi, di chiedere, di gridare soltanto armi, vi state disputando,

chiaccherando, scribacchiando di statuti e di leggi, e ponete la somma

delle cose nel sapere se avrete qualche elettore di più o di meno, una o

due Camere, categorie più o meno larghe!

«Che direste del padrone d’una casa che, vedendola sul punto d’essere

preda alle fiamme, si stesse arzigogolando coll’architetto sul modo

di correggerne la scala e di addobbarne le stanze? Chiunque preoccupa

oggi le menti con sì fatte questioni, o è cieco, o è segreto nemico

dell’indipendenza italiana, o è un fanatico che tenta tutto sovvertire e

porre a soqquadro l’Italia, come i settarj suoi confratelli hanno messo

a soqquadro la Francia.

«Il Governo rappresentativo può senza fatica stabilirsi e lodevolmente

procedere, a poco a poco perfezionarsi, e, se sia duopo, allargarsi per

tutto in Italia; chè di ciò m’assicurano l’ingegno italiano, la crescente

civiltà di questi popoli, e più ancora la loro politica condizione.

Servi erano tutti in Italia, piccoli e grandi, poveri e ricchi; e quindi

tutti gli ordini dello Stato devono portare l’istesso amore alla libertà.

Qui non v’ha antiche gare, vecchi odj, acerbe reminiscenze, desiderj di

vendetta fra un ordine e l’altro. I privilegi de’ signori erano tal fumo,

che non può lasciare, dissipandosi, nè profondi rancori, nè pericolosi

desiderj. Fruisca l’Italia di questo singolare benefizio, e non guasti,

per stolta impazienza e vane ambizioni, un’opera ad essa più agevole, che

non è stata a qualsivoglia altra nazione.

«Solo lo Stato Pontifizio, per le sue peculiari condizioni, sembra

opporre ostacoli di qualche rilievo al sincero stabilimento del Governo

costituzionale. Giova sperare che, quel che non si è fatto da prima, si

farà poi. Il cuore del principe è ottimo, l’animo de’ sudditi moderato;

volesse Iddio non vi fosse a Roma altra difficoltà a vincere in questi

difficilissimi tempi!

«Il secondo moto italiano è quel che vuolsi chiamare nazionale;

quest’impeto santo della risorgente Italia, che la spinge a scuotere

qualsiasi giogo straniero, a spezzarlo coll’armi. Questi due moti non sono

da confondere uno coll’altro: il primo poteva separarsi dal secondo, come

il secondo dal primo. Anzi, se i grandi avvenimenti delle civili società

dovessero essere governati dall’umano giudizio, agevol cosa sarebbe il

dimostrare che in via meno breve ma forse più sicura sarebbe entrata

l’Italia, ove, prima di por mano alle armi contro l’Austria, avesse

avuto agio sufficiente a svolgere e rassodare in ciascuno Stato italiano

i nuovi ordinamenti politici. Il sentimento nazionale sarebbesi fatto

per la nuova vita politica più veemente ancora, e al tutto universale;

le armi sarebbero state pronte, la milizia educata a servirsene. Ma

che giova fermarsi in queste supposizioni? L’opportunità politica s’è

offerta inaspettata, e più bella che desiderare non osavasi; Italia l’ha

afferrata con animo fervido e mano gagliarda; il fervore ha supplito

agli apparecchiamenti. La prima vittoria può essere meno facile, ma

più gloriosa; la seconda meno pronta, ma più durevole; chè più cari e

più sacri sono i conquisti che costarono lunghe fatiche e molto sangue.

Inviolabile e santo è ad animi ben nati il suolo che ricopre le ossa de’

valorosi; e l’Italia vorrà essa soffrire che piede straniero le insulti

e le calpesti? Ma se l’amore della patria è fiamma divina, non vuolsi

però scambiarla co’ sogni di fantasie sregolate, e, peggio ancora, co’

precipitosi giudizj di menti leggiere...

«L’impero austriaco, sconvolto ed infiacchito, non è spento; un nuovo

esercito ha potuto scendere dall’Alpi e manomettere il suolo veneto. Chi

ne assicura che un forte Governo non sia per sorgere a Vienna dalle rovine

di quel vecchio e putrido?

«Riassumo. L’Austria nemica, gagliarda ancora ed ostinata, Russia non

amica, Germania ed Inghilterra neutrali, ma per cagioni diverse attente

e sospettose. E Francia? Voi avete sorriso, come tutti hanno dovuto

sorridere, udendo il Lamartine provare lungamente, minutamente, che gli

Italiani non vogliono a nessun patto i soccorsi francesi, e che neppure

le armi francesi si addensino alla frontiera italiana? — Che vuolsi!

diceva l’illustre poeta: in Polonia non possiamo andare; in Italia non ci

desiderano». E come gongolava di gioja del poter provare che gli Italiani

nè punto nè poco pensano a chiamare le armi di Francia!

«Giova pertanto attentamente considerare in quali condizioni si trovi

l’Italia, volendo fare da sè, siccome essa desidera e si è proposto.

Desiderio e proponimento che i buoni diranno santi, nobilissimi, generosi,

se all’altezza del pensiero rispondono i fatti, i sacrifizj, il senno. Ove

ciò non fosse, il desiderio sarebbe giudicato vanagloria, il proponimento

presunzione e follia...».

[87] Vedi il foglio del Governo 2 ottobre 1848, e la dichiarazione del

Rossi nella _Gazzetta di Roma_ 4 novembre, ove tende a mostrare che gli

ostacoli venivano dal Piemonte, il quale voleva acquistare _magnifiche

accessioni_ coll’armi e col denaro degli alleati.

[88] Lettera al Gioberti 30 ottobre.

[89] _L’Epoca_ al 16 novembre. — Nel _Contemporaneo_ al 17 novembre: «Jeri

cadde sotto i colpi della pubblica indignazione il ministro Rossi, che per

continue provocazioni con parole inserite nella _Gazzetta_, e con fatti

mal pensati in politica aveva talmente esacerbati gli animi del popolo

romano, che ognuno ambiva a cooperare alla sua caduta... S’illuminavano

i balconi, le finestre, le loggie, e uscendo dai quartieri le truppe

fraternizzavano col popolo; e i carabinieri, ch’erano stati più degli

altri presi in sospetto per la comparsa di più centinaja di loro nella

capitale, giravano con bandiere tricolori in mezzo al popolo, giurando

fedeltà». — E nell’_Alba_ di Firenze: «Nella fucilata che ha avuto luogo

per tre ore circa, è morto monsignor Palma e alcuni Svizzeri... L’esterno

del palazzo del papa è crivellato dalle fucilate... Di Rossi non si parla

più. Jeri sera il popolo andò per il corso con torcie e bandiere cantando

_Benedetta quella mano che il tiranno pugnalò_».

[90] Decreto di convocazione, 29 dicembre.

[91] Discorso dell’Armellini.

[92] Appena avvenuta la fuga di Pio IX, Mamiani mandava una circolare

ai diplomatici, scagionando il Ministero di quei mali, e soggiungeva:

«Di tutto quello che di più duro e violento è succeduto negli ultimi

tempi in Roma e nelle provincie, è stato cagione perpetua il problema

difficilissimo di convenientemente accordare il temporale dominio collo

spirituale, desiderando i popoli tutti, con unanimi voti, che fra i due

poteri intervenga una divisione profonda e compiuta, salva rimanendo

l’unità d’ambidue nella stessa augusta persona, laddove dall’altro

lato si è voluto e sperato ostinatamente di tenerli, come per addietro,

strettamente congiunti e confusi. Alla soluzione quieta e durevole di

tanto problema occorreva un mutuo spirito di tolleranza, di conciliazione

e di longanimità, e soprattutto occorreva la lenta azione del tempo

e la forza degli abiti nuovi, e di nuovi interessi. Ma le passioni di

ambidue gli estremi partiti, e quella fiera impazienza, che spinge in

ogni parte d’Europa e del mondo le presenti generazioni a rompere tutto

ciò che non vagliano a piegare, condussero in Roma la resistenza e il

conflitto, e le subite e forse immature trasformazioni; e poi aggiuntò

asprezza e impetuosità al conflitto il sentimento nazionale soddisfatto,

e il credersi in questi ultimi tempi che venisse a contesa colla politica

nuova italiana la vecchia politica della romana curia, la quale ha pensato

troppe volte di scampare sè sola nel naufragio delle nazioni».

[93] «Odio e fama grave procacciavano gli assassinj politici, dacchè la

vendetta dalle sêtte nudrita in animi selvatici prorompeva traditrice con

impeto tale, che i sicarj erano tiranni di alcuna città. Dirò d’Ancona,

ove uccidevano di pien meriggio nelle piazze, negli atrj privati, nei

pubblici ridotti, al cospetto delle milizie che lasciavano misfare:

dirò che vi erano uffiziali di Polizia, i quali, sgherri, giudici

e carnefici ad un tempo, davano morte ai cittadini, cui per ufficio

dovevano sicurare dalle offese. Felice chi potesse coll’oro comperare

la vita, o camparla colla fuga, tanto gli animi erano dal terrore

signoreggiati, tanto caduta nell’abjezione ogni autorità, tanto profligata

la tirannide. La libertà diserta dalle terre contaminate dall’assassinio,

la civiltà rinega, e Dio castiga oggi con dura servitù le scellerate

costumanze! Gl’impuniti delitti d’Ancona giunsero a tale, che i consoli

stranieri ne fecero doglianza al Governo, e ne mandarono fuori la fama

orribile. Alcuni deputati anconitani, il Baldi, il Pollini, il Berretta

domandavano risolute opere di repressione, ed il Baldi si offeriva andare

commissario per compierle. Ma essi avevano reso il partito contrario alla

proclamazione della repubblica, ed erano in voce di moderati; il perchè

non ebbero tanto d’autorità che il Mazzini volesse fare a fidanza con

loro. Invece mandò commissarj il Dall’Ongaro ed un Bernabei di Sinigaglia,

i quali, vili cortigiani degli scatenati carnefici e della bordaglia

principe, accrebbero la fama odiosa del Governo». FARINI, _Lo Stato

romano_, vol. III.

[94] _Pro Deo et populo_ era stata la divisa anche di Giuseppe II.

[95] «Quel che i giornali toscani fossero in quei mesi di giugno e di

luglio, vietami il pudore di riferire». RANALLI, lib. XII.

[96] Lettera 6 ottobre.

[97] Ajutò a crederlo l’essersi nel giorno medesimo mosse a tumulto

Parigi, Vienna, Berlino, Cracovia. Così all’insurrezione di Milano

erano state contemporanee quelle di Berlino, di Monaco, d’altri paesi di

Germania, e fino di Stoccolma.

[98] _Correspondence_, 9 marzo 1849.

* La Camera legislativa francese voleva intervento rispettoso e

Touqueville ministro degli affari esteri diceva: «Per correggere gli

abusi nello Stato Pontifizio cos’abbiam noi a fare se non supplicare il

S. Padre stesso di seguitar a camminare nella via dov’era entrato da solo

per generosa e gloriosa iniziativa; a ricordarsi de’ proprj esempj, e del

felice esito de’ suoi primi atti?» 8 agosto.

[99] «Eppure nessuno volle prestar fede alle dolorose rivelazioni, perchè

gli uomini da cui erano fatte non ispiravano confidenza (!). _Ove ciò non

fosse stato_, chi avrebbe persistito nel proposito della guerra con un

esercito che a nessun patto la voleva?» BROFFERIO, _Storia del Piemonte_,

part. III, c. 3.

[100] Dispaccio al marchese Ricci, 11 dicembre 1848.

[101] Nell’_Opinione_ del novembre 1848, si legge: «Signor ministro

dell’interno, sapete voi che un vivajo di spie Radetzkiane e Pachtiane

formicola per Torino, e a Genova e dappertutto?... perchè non ne fate

impiccar alcuna a mo’ di esempio? (qui seguono indicazioni affatto vaghe,

e conchiude) E noi non faremo fucilare nessuna spia? _proh dolor!_»

Nelle Camere, il 17 novembre, si prendeva a ribattere tali asserzioni,

assicurando che i Lazzaroni sanfedisti di Lombardia erano rimasti tutti

di là dal Ticino.

[102] Dispaccio di Schwarzenberg, 12 febbrajo 1849.

[103] Dispaccio 14 marzo di Palmerston a Ponsonby.

[104] GIOBERTI, negli _Scritti varj intorno alla quistione italiana_,

stampati nel 1847, pag. 47.

Nella tornata del 21 febbrajo 1849, egli, accusato di questa

intervenzione, diceva non essere intervenzione l’entrare in uno Stato

qualunque con uomini armati, quando si è chiesti dal principe e dal

popolo. Ecco scagionata l’Austria.

[105] Alla vigilia della riscossa, fondava il _Saggiatore_ con trenta

pagine di prefazione, e tra un profluvio di parole diceva: «Una mano di

forsennati testè sconvolgeva la Toscana, e faceva sì che questo giardino

d’Italia, già meta gradita de’ più lontani peregrinatori, divenisse

intollerabile a proprj figli... Ministri subdoli, spergiuri e traditori,

portati al seggio da un tumulto, fecero forza al Parlamento col terrore,

lo costrinsero a votare contro coscienza una legge distruttiva dei patti

giurati; aggirarono, carrucolarono, strascinarono l’ottimo principe nel

precipizio, necessitandolo infine a fuggire... E chi è questo principe?

il medesimo che timoneggiò sempre i suoi popoli con benigni e mitissimi

reggimenti, che spontaneo li privilegiava di libere istituzioni ecc....

Tutti gli statisti convengono che l’intervento a rigore di lettera sia

lecito quando viene comandato dalla suprema legge della necessità e della

propria salvezza, ecc.».

I triumviri di Toscana ristamparono questo passo, anteponendovi parole

ove diceano che «Dio volle umiliare questo non degno suo sacerdote colla

perdita della ragione».

[106] Normanby scriveva a Palmerston l’11 marzo: «Il signor Mercier fu

spedito da Parigi a Torino per mostrare nella più stringente maniera al

re di Sardegna il _suicidale effetto_ della sua condotta nel provocare in

questo momento la rinnovazione delle ostilità, e assicurarlo non s’aspetti

verun sostegno dalla Francia se con ciò provocasse un’invasione de’ suoi

dominj per l’esercito vincitore».

Palmerston, al 19 marzo, ricevuta la denunzia dell’armistizio, incaricava

di esprimere quanto gli dispiacesse la strada in cui metteasi il Gabinetto

di Torino; sperava ancora non si comincierebbero le ostilità; in ogni caso

si procurasse cessarle ove fossero cominciate.

Mercier presentavasi a Novara al re, in nome del Governo francese, per

dissuaderlo dal cominciare le ostilità (_Edwards a Palmerston, 24 marzo_).

Abercromby faceva altrettanto (dispaccio 21 marzo), dopo che al 14 aveva

scritto dolergli senza fine che il re, malgrado i ripetuti consigli delle

Potenze mediatrici, esponesse la pace universale e il proprio paese con

un attacco non provocato contro un vicino.

[107] Lettera a Colloredo 18 marzo 1848, e dispaccio di Edwards a

Palmerston 23 marzo.

Io non credo possa trovarsi romanzo che pareggi la commozione del leggere

adesso gli scritti e i giornali che uscirono dal 18 al 30 marzo 1849. Vero

è che, a differenza dei romanzi, bisogna conoscere prima la catastrofe.

[108] Di pagine che straziano il cuore per la continua immagine d’occulte

mene, di trame liberticide, di corruzione diffusa, tali da far vergognare

d’essere italiani, può raccogliersi lo stillato in queste poche righe:

«Udito il disastro di Novara, che tutti giudicarono tradimento, udite le

condizioni dell’armistizio che a tutti parvero disonorevoli, Genova alzò

il capo fieramente, e non volle sottoporsi nè al croato che invadeva, nè

al Ministero che pareva essere di così buona intelligenza coll’invasore,

ma difendere la città, come essi dicevano, dagli Austriaci di Vienna

e da quelli di Torino... Per poco che il Governo avesse voluto essere

umano, nulla era più facile che ridurre Genova a obbedienza senza lacrime

e senza sangue. I soldati di Lamarmora, volendo emulare gli esempj di

Novara, s’abbandonarono a deplorabili eccessi contro le proprietà e le

persone... Partivano gl’infelici in traccia di men crudeli spiaggie sulle

rive dell’Ellesponto sotto la protezione della mezza luna. Più infelici

ancora quelli che rimasero... Nè le ire si spensero colle tolte sostanze,

coll’oltraggiata onestà, col versato sangue». BROFFERIO, _Storia del

Piemonte_, tom. III, p. 116-120.

[109] Un uffiziale polacco amico del generale Chrzanowsky, e un uffiziale

piemontese, nelle _Considerazioni sugli avvenimenti militari del marzo

1849_, gettarono tutte le colpe sul Ministero. Chiodo, Cadorna, Tecchio

cessati ministri vi risposero, mostrando con documenti che il generale fu

istruito a tempo dell’armistizio disdetto, e aveva assentito.

[110] _Le prompt accomplissement de la régénération de l’Italie a pu être

empêché par de _grandes fautes_ commises à Turin_, scriveva lord Minto a

Massimo D’Azeglio. _La France ne permettra jamais que la Sardaigne fût,

_malgré ses fautes_, réduite à un état voisin de l’anéantissement_, diceva

Drouyn de Lhuys al Gallina. Ma l’avrebbero professato prima dell’esito?

Tocqueville, nuovo ministro in Francia, diceva: _Après une guerre qu’a

justifié et accru la juste renomée de bravoure dont jouit dans le monde

l’armés piémontaise, mais qui c’est terminée par de très-grands revers,

il était peut-être difficile d’espérer des meilleures conditions._

«Arrossisco pel mio paese de’ tanti inni di guerra cantati al tempo

addietro; nè certo io mi resi mai complice di siffatte ciarlatanerie».

D’AZEGLIO, _Dispaccio_ 19 maggio 1819 al conte Gallina.

[111] _Si l’Autriche veut une paix solide et durable, il faut qu’elle se

montre généreuse; il faut qu’elle aide le roi à surmonter les immenses

difficultés qui l’entourent._ Il ministro De Launay al generale Dabormida,

13 aprile.

[112] _Giornale militare_, al 3 settembre 1848.

[113] Il console Goodwin a lord Napier, 1848.

[114] Le imprese degli Svizzeri nelle Due Sicilie furono raccontate dal R.

De Steiger nella _Revue contemporaine_, gennaio e marzo 1861, da soldato

senza passione e in tono ben altro da quello consueto. Loda assai la

moderazione del Filangieri e dei vincitori.

[115] 19 gennajo 1849 il ministro Gioberti richiamava il proprio ministro

a Napoli per «l’indegna calunnia spacciata in Francia dal principe di

Cariati, colla quale ci attribuiva l’offerta di togliere al papa le

Legazioni». Spero che il sospetto di tanta infamia non anniderà per un

solo istante nell’animo del pontefice.

[116] Il principe Butéra al viceammiraglio Parker, 17 marzo 1849.

[117] Vedansi il rapporto di Ferdinando Tadini e Leopoldo Galeotti sul

Ministero democratico e il triumvirato, stampato nel 1850, e i _Ricordi_

di L. G. De Cambray Digny sulla Commissione governativa del 1849, stampato

nel 1853.

[118] Pochi uccisi nel breve assalto; fucilati dopo non meno di sessanta,

fra cui un rumoroso prete Maggini.

[119] LA FARINA. E vedansi i dispacci di Moore nella citata

_Correspondence_. Ranalli divisa a lungo que’ micidj e soggiunge: «Non è

improbabile che secretamente vi dessero mano i settarj della tirannide,

mascherandosi da repubblicani, e co’ più licenziosi della democrazia

accontandosi, per interesse d’infamare la repubblica». Lib. XXIII.

Insinuazione gratuita, che ricorre di spesso. Vedi anche _Fatti atroci

dello spirito demagogico negli Stati romani_; racconto estratto dai

processi originali, Firenze 1853.

[120] _L’orbe cattolico a Pio IX p. m. esulante da Roma_, 1848-49. Napoli

1850.

[121] Vedasi Drouyn de Lhuys ministro, al sig. La Cour ambasciadore a

Vienna il 17 aprile.

[122] Freeborn a lord Palmerston.

[123] Nelle istruzioni a Oudinot leggessi: «Tutte le informazioni ci fanno

credere che sarete lietamente ricevuto a Civitavecchia, dagli uni come

liberatore, dagli altri come mediatore contro i pericoli della riazione.

Se però contro ogni verosimiglianza si pretendesse impedirvene l’entrata,

voi non dovreste arrestarvi per la resistenza oppostavi in nome d’un

Governo che nessuno ha riconosciuto in Europa, e che a Roma si mantiene

contro il voto dell’immensa maggioranza della popolazione».

[124] Seduta del 2 giugno 1849.

[125] Vedi _Giornale di Roma_, 16 luglio 1849; e il discorso del cardinale

Tosti.

[126] Più tardi Bastide stampò _La République française et l’Italie en_

1848, _récits et documents_ (Bruxelles 1858), dove mostra come il re e

il Ministero di Piemonte avessero soprattutto paura della Francia perchè

produrrebbe un movimento repubblicano, pericoloso alla Casa di Savoja;

come Pareto non meno che Brignole ripetessero che Italia voleva far da

sè; come di rimpatto gli Ungheresi e Kossuth specialmente riguardassero

la lotta come fosse tra l’Austria e Carlalberto, e perciò convenisse

sostenere quella.

[127] Nei carteggi diplomatici dell’agosto appare evidente questo

pensiero, che basta a giustificare il Governo veneto. Beaumont,

ambasciadore francese a Londra, scriveva in tal senso a Palmerston, e

conchiudeva: «Certo la Francia non può dispensarsi dal portar prontamente

soccorsi a Venezia, salvo il caso d’una mediazione pacifica conforme alla

politica sua: ma per questa è duopo che cessi subito ogni ostilità». 29

agosto 1848.

Nell’indirizzo di Manin ai ministri d’Inghilterra e Francia, del 4 aprile

1849, è detto: _Si d’autres Etats italiens ont jadis rejété le secours

de la France, Venise était, en revanche, accusée, du contraire: les

journaux du temps en font foi... La durée de la résistance est elle-même

un titre, puisqu’elle démontre que ce n’est pas une ivresse turbulente,

mais une volonté réfléchie. Tout en recommandant à V. E. l’Italie toute

entière, dont les intérêts sont solidaires, et dont la pacification,

c’est-à-dire l’affranchissement est devenu la condition indispensable de

la paix de l’Europe, nous devons vous supplier de prendre dès l’abord en

considération notre Etat, qui, faute de moyens économiques, ne saurait

se prolonger sans donner gain de cause à nos ennemis. Ses délais sont

calculés... Venise affranchie ne saurait donner de l’ombrage; Venise

autrichienne serait une honte et un embarras._

Palmerston rispondea il 20 aprile, che Venezia appartiene all’Austria

pel trattato di Vienna, e che «il componimento proposto dai Governi

inglese e francese a quello d’Austria nell’11 agosto 1848 come base

della negoziazione, non alterava in ciò il trattato di Vienna: nessun

cangiamento può essere fatto nella condizione politica di Venezia se non

col consenso e l’opera del Governo imperiale; e questo ha già annunziato

la sua intenzione a tal riguardo».

Simile, ma più ipocrito era quello di Drouyn de Lhuys: _Si la liberté

italienne eût été partout défendue ainsi, elle n’aurait pas succombé,

ou de moins, en recourant à temps, après une honorable résistance, à la

négociation, elle eût obtenu des conditions, qui lui eussent assuré une

partie des bénéfices de la victoire. Il en a été autrement. Des fautes

irréparables ont été commises, et les Vénitiens qui n’ont pas à se le

reprocher, _doivent_ aujourd’hui, par la force des choses, en supporter

les conséquences_.

[128] È singolarmente memorabile la canzone del Mameli:

Fra le lagune adriache

Giace una gran mendica....

Date a Venezia un obolo ecc.

[129] Agostino Stefani muratore si offre al colonnello Cosenz d’andare a

mettere fuoco al ponte ove il nemico s’accalcava. I difensori lo vedono,

lo credono una spia, e a furore lo ammazzano.

[130] «Il ministro dalle prime ci disse tenessimo un franco linguaggio:

l’Austria del passato non è quella d’oggi; gli uomini che al presente

dirigono, sono di liberali principj, e comprendono avere gl’Italiani avute

poche garantigie, e queste pure talvolta non rispettate ecc.» _Relazione

di Foscolo a Calucci_.

[131] Ne fu poi graziata alla venuta dell’imperatore nel 1857. Manin morì

a Parigi nel 1857, e mentre l’aveano vilipeso governante, insultato o

negletto esule, il divinizzarono come precursore delle idee che dappoi

trionfarono.

[132] Chiudendo la _Storia Universale_ nel dicembre 1847, noi dicevamo:

«Ognun vede che la rivoluzione odierna è ben diversa dalle precedenti; non

si parla d’assassinj, ma si canta l’affratellamento; non si bestemmiano i

preti, ma si va sui loro passi alla conquista di sempre nuovi vantaggi;

non si sbalzano i regnanti, ma si chiedono da loro quelle concessioni,

a cui gl’invita un grande esempio. Come finirà? Possano i nostri

evitare almeno il ridicolo, se non potranno evitare un’altra volta la

commiserazione! Ma se Dio li prospera, abbiano a mente che non dalla

guerra viene la libertà, bensì dalla pace, e che facile è la rivoluzione,

mentre è difficile il far da essa uscire _una società che si difenda, si

ordini, si governi da sè_».

[133] Ho studiato questo modo principalmente in uno che, come negli

atti così nel libro, affettò lealtà. Or vi ritrovi sempre «i faccendieri

pontifizj o imperiali», e «gente venduta e perversa» e quei che servono

al potere, e simili frasi; mentre gli ambasciadori della repubblica,

i capi de’ movimenti, i periti nei processi o nelle battaglie o nelle

sollevazioni sono «anime d’oro, spiriti incontaminati, fedeli dalla cuna

alla tomba alla moralità e alla patria». Se Carlalberto rinnova la guerra,

sono i nemici occulti di esso che ve lo accelerano: se i sommovitori

fanno tumulto e sangue, è «grave disdoro della pubblica autorità, che

nulla fece per prevenire lo scandalo e reprimerlo»: se sono arrestati o

repressi colla forza, ecco «imitati gli esempj dell’Austria, rinnovate

le commissioni di Romagna e i supplizj di Napoli»: i principi e il papa

fingono di cedere alla violenza», hanno «pretesti ridicoli», simulazione

sono i loro atti migliori. In lui frequentissime ricorrono frasi

somiglianti a queste: «Nome tanto in quel dì gradito, quanto aborrito

dappoi. — Personaggio fino allora incontaminato. — Ministro della più

nobile reputazione, che poi tradì — Correnti, segretario che poco potè

giovare alla pubblica causa, e molto nocque alla propria reputazione,

perdendo il favor popolare e gli amici».

[134] Dal libro del Bava appare che s’ignoravano interamente la natura

del suolo lombardo, e fino i monti e i fiumi suoi da quell’esercito «che

da un quarto di secolo si preparava a cacciarne un altro» istruttissimo

d’ogni siepe, d’ogni ridosso. Nel carteggio dell’incaricato di Lombardia

a Torino al 5 giugno 1848 leggiamo: «Si desidera che la Commissione che

sarà spedita (per combinare la fusione), sia composta di persone al fatto

del nostro ordinamento amministrativo e finanziario, essendochè nessuno

dei ministri è al fatto di queste cose».

[135] Lo asserì il _Corriere italiano_ di Vienna al 17 aprile 1855.

[136] Schwarzenberg scriveva al conte Colloredo 17 giugno 1849:

«I principi che primi avevano accordato ai loro paesi garanzie

costituzionali, furono le prime vittime delle vicende della popolarità. In

compendio la storia d’Italia negli ultimi due anni provò un’altra volta

che, per far godere a un popolo i frutti della libertà non basta dotarli

di istituzioni liberali, ma bisognerebbe anzitutto possedere l’arte

d’ispirargli quel profondo rispetto delle leggi e dell’autorità, e quello

spirito pubblico che costituiscono la potenza dell’Inghilterra, e che ne

fanno l’oggetto dell’invidia e dell’ammirazione dell’altre nazioni».

[137] «Uno dei capi del comitato rivoluzionario mantovano, le cui

_tendenze_ erano di far scoppiare una sommossa popolare, onde conseguire

la violenta separazione del regno lombardo-veneto dall’Austria e la di lui

repubblicanazione». Così la sentenza 7 novembre. Prima ch’io imparassi a

conoscerlo ebbe egli la bontà e la pazienza di togliere in minuto esame

la mia _Storia Universale_, appuntandovi ciò che di men esatto vi fosse,

principalmente nella parte ecclesiastica e nella riverenza al dogma

e all’autorità pontificale. Alla memoria sua ho tributato il miglior

omaggio, cioè la verità.

[138] Di tutto ciò, e delle vicende del Canton Ticino parliamo a disteso

nella 2ª edizione della _Storia della città e diocesi di Como_; Firenze

1856.

Il Canton Ticino, quinto in estensione fra i cantoni Svizzeri, e formante

una 14ª parte dell’intera Confederazione elvetica, ha la maggior lunghezza

di miglia 70 da Chiasso al confine di Uri poco oltre l’ospizio del

Sangotardo, e la superficie di circa 780 miglia geografiche quadrate. È in

otto distretti; e il Governo, colla vicenda di sei anni, siede a Lugano,

Bellinzona, Locarno. Cenquindicimila sono gli abitanti, occupantisi del

traffico, e gran parte n’esce come muratori, capomastri, architetti. La

costituzione fu riformata nel 1830 in senso liberale. Scarsissime finanze,

l’entrata valutandosi di un milione e mezzo di franchi.

Spettano ai Grigioni la valle Bregaglia che sbocca a Chiavenna, la doppia

valle Mesolcina e Calanca che riesce presso Bellinzona, e la valle di

Poschiavo che finisce a Tirano in Valtellina. Dipendono nell’ecclesiastico

dal vescovo di Como, e sono composte di comunità, che ponno riguardarsi

altrettante repubbliche, debolmente legate ad altre del Cantone. Hanno

circa dodicimila abitanti italiani.

[139] Secondo lo Zobi, gli ecclesiastici nel 1858 erano 17,505: e di

lire 2,909,650 la rendita affetta alla causa pia ecclesiastica; mentre la

totale del granducato era di 49 milioni.

[140] Lo Stato era diviso nelle prefetture di _Firenze_, _Lucca_, _Pisa_,

_Siena_, _Arezzo_, _Grosseto_, e i governi di _Livorno_ e dell’isola

d’_Elba_. Il conto del 1858 batte sui 38 milioni di lire. La forza armata

consiste in 17,000 uomini. La marina ha 184 legni a vele quadrate, 779

a vele latine, 959 bastimenti. Nel bilancio di previsione pel 1849 si

calcolava un disavanzo di 9,761,290 lire. L’occupazione straniera può

essere costata 30 milioni. Il debito nazionale nel 1847 non eccedeva

i 42 milioni e mezzo. Nel 49 creavasi un prestito di 30 milioni al 5%,

da redimere in trent’anni mediante il canone del tabacco. Un altro si

contrasse col banchiere Bastogi di 12 milioni, dandogli in garanzia la

miniera di ferro dell’Elba. Un terzo, detto consolidato, si fece nel 1852,

vendendo 3 milioni di rendita consolidata al 65%.

Al fine del 1856 i debiti fruttiferi e infruttiferi giungeano a

124,873,256 lire, portanti sul bilancio l’annua passività di lire

6,117,185. Inoltre le comunità si caricarono di debiti che arrivano a 40

milioni. Ultimamente la spesa del tesoro fu preveduta in 39 milioni, e la

rendita in 38, col disavanzo di 934,140 lire.

Firenze verso il 1550 aveva 22,000 maschi, 29,880 femmine, fanciulli e

vecchi 9120; prima della morte nera nel 1438 contava 100,000 abitanti, che

furono ridotti a 60,000; ancor meno rimasero dopo le peste dell’anguinaja

nel 1450; nel 1490 erano 70,500; nel 1530 già 85,500: adesso 112,500.

Ora ha 103,000 abitanti: in tutto lo Stato la popolazione nel 1820 era di

1,172,342, salita nel 1831 a 1,365,705, si trovò nel 1851 a 1,761,140 col

maggiore incremento negli ultimi cinque anni che fu del 2,50 per cento

all’anno.

Storia degli Italiani, vol. 14 (di 15) · 第 14 / 16 题