_Signore e Signori!_
Il pittore francese Paolo della Roche nella più insigne forse delle
sue opere, il famoso _Emiciclo_ che è nell'Accademia di belle arti a
Parigi, riprendendo e imitando liberamente il pensiero di Raffaello,
nella _Scuola d'Atene_, ha inteso di rappresentare e disporre in certi
gruppi gerarchici gli artisti principali del Rinascimento italiano ed
europeo.
A destra del riguardante attira lo sguardo un gruppo, forse il più
riuscito di tutta la composizione. Sul davanti Michelangelo siede solo
sopra un frammento di basso rilievo antico e guarda triste dinanzi
a sè, voltando le spalle agli altri. Dietro di lui, elegante figura
giovanile, si leva Raffaello d'Urbino, e lievemente del capo sovrasta
a tutti gli altri. Ma guardando bene, si capisce che il protagonista
vero di questo gruppo non è nè Raffaello nè Michelangelo. È invece
un bellissimo uomo sontuosamente vestito, con una ricca barba, col
gesto largo e con quell'obbliquo atteggiamento dei diti della mano
sinistra, proprio del pittore che discorre analiticamente dell'arte
sua. E quest'uomo ha l'aria d'insegnare a tutti, e tutti hanno l'aria
di ascoltarlo con rispetto. Non è il dottore ascetico e austero del
medio-evo; è piuttosto, all'aspetto, uno di quei tipi di gentiluomini
culti e compiti che Baldassare Castiglione metteva nei dotti e piacenti
colloqui alla corte del duca e della duchessa d'Urbino. E tutti, vi
ripeto, lo ascoltano. Lo ascolta attentamente frate Bartolomeo della
Porta ritto vicino a lui e guardandolo col volto serio e sereno; lo
ascolta più lungi Hans Holbein col profilo teutonico e la chioma
arruffata; lo ascolta con gli occhi intenti Alberto Durer nel suo
sfarzoso abbigliamento signorile. Anche il Domenichino più d'ogni altro
premuroso si accosta a lui per non perdere parola. Con l'orecchio è
attentamente inclinato verso il maestro; ma nell'inquietudine del suo
eclettismo bolognese si vede che egli erra cogli occhi tra Michelangelo
e Raffaello.
Quest'uomo sedente o docente, tutti hanno ben ragione di ascoltarlo
perchè egli è Leonardo da Vinci, grandissimo fra i grandi, l'uomo più
portentoso del Rinascimento italiano, che di portenti ebbe così grande
ricchezza.
Ed io, o signore, dovrò parlarvi di quest'uomo? C'è proprio da sentirsi
tremare le vene e i polsi! Tanto più, ve lo confesso, perchè anche
dopo le copiose pubblicazioni e illustrazioni che si sono fatte
dei manoscritti di Leonardo da Vinci in Inghilterra, in Francia, in
Alemagna e in Italia; anche dopo le belle fatiche di tanti eruditi
stranieri e nostrani, tra i quali non bisogna scordare Gustavo Uzielli
e il vostro Milanesi, un libro sopra Leonardo da Vinci ci sarebbe
da arrischiarsi a scriverlo: e non sarebbe forse per me un atto di
disperata audacia. Ma parlare di lui nel breve tempo d'una conferenza,
ma costringere, ma pigiare entro questo breve circolo tanti elementi
così disparati, è cosa che io credo impossibile, o che, a ogni modo
supera di troppo le forze di cui posso disporre. Però, o signore,
io faccio appello colla più viva instanza alla benevolenza vostra, a
quella benevolenza che altre volte esperimentai e di cui serbo sempre
così vivo il ricordo e la gratitudine.
Ascoltatemi dunque attente e scusatemi se, per la terribilità e
vastità del soggetto, invece di narrare io dovrò procedere per brevi
accenni, invece di dimostrare, il più delle volte, dovrò contentarmi
di affermare; insomma se invece di rendervi intera e rilevata
questa colossale e complessa figura, io sarò costretto a darvene una
pallidissima immagine, simile ad ombra di gigante fuggente sul muro in
una giornata scarsa di sole.