VERNON LEE.

La scultura dell'antica Grecia e la scultura del medioevo italiano sono

rami della stessa arte; ma del tutto divergenti: anzi, direi quasi,

formano due arti diverse. Ciascuna di esse ha rivelati all'umanità

eguali tesori di bellezza, ma l'una copiò mirabilmente una bella

realtà; mentre l'altra prese l'imperfetto e il brutto, e riuscì a

formarne bellezza. L'una è l'arte meridionale, pagana, del modellatore

in creta; l'altra l'arte nordica cristiana, dell'intagliatore di

pietra.

Prima di esaminare le opere, esaminiamo il modo di operare. E prima

di considerare che cosa l'antico greco e l'italiano del medioevo

furono rispettivamente chiamati ad imitare e ad esprimere, guardiamo

la necessità e la capacità del materiale in cui ciascuno di essi imitò

quel che vide ed espresse quel che sentì.

I Greci primitivi avevano raramente occasione di farsi abili

intagliatori di pietra. Gli edifizi loro come quelli che ritraevano

le forme di costruzioni primitive e semplicissime in legno, ne avevano

anche i rozzi elementari ornamenti, poichè l'ordine Jonico, per quanto

povero di ornamenti, non venne che più tardi, e il Corintio, il quale

solo dà luogo alla ricerca e all'abilità degli intagli, nacque soltanto

quando era pervenuta già alla sua maturanza l'arte di scolpir la

figura. Ma i Greci, i quali del resto erano appena entrati nel periodo

del ferro (e il ferro è appunto lo strumento per lavorare la pietra)

erano grandi modellatori di creta e fonditori di bronzo. Gli oggetti

che le età più recenti fecero in ferro, pietra o legno furono da loro

foggiati in creta o in bronzo. Stanno a dimostrarlo gl'innumerevoli

arnesi, armi e minuti oggetti dei nostri musei: — dagli schinieri

accuratamente modellati come le gambe che devono coprire, fino alle

bambole di terracotta, piccole Veneri dalle braccia articolate e coi

ligamenti di spago.

E veramente quando i Latini applicarono alla scultura il verbo

_fingo_, che significa in realtà fare vasi, — e dalla quale ci viene

non solo _effigies_, ma anche _fichtlis_, — parrebbe avessero capito

che nell'arte di Fidia e di Prassitele poco entrava l'intagliare ed

il cesellare, e molto invece il _formare_, il modellare, il plasmare.

Poichè, oltre al fatto ogni giorno più confermato dall'archeologia,

che, cioè, la maggior parte delle statue antiche ora in nostro

possesso, sono copie in marmo di originali in bronzo, fatto rivelatoci

anche da puntelli di esse e dal trattamento dei capelli; è evidente

che anche le statue destinate ad eseguirsi in marmo, vennero prima

modellate, cioè concepite dallo scultore, in creta.

Riassumendo: dai Greci la figura umana s'imitava con un processo, che

non fu scultura nel senso letterale della parola. Rivolgiamoci ora

a considerare il medioevo, e troveremo uno stato di cose totalmente

diverso. Non v'era nella vita quotidiana bisogno di oggetti in metallo

fuso, e non essendovi questo bisogno dell'arte del fondere, del far di

getto, non vi era nemmeno pratica nell'arte preliminare del modellare

in creta. Ma invece gli uomini del medioevo furono meravigliosamente

abili nell'intagliar la pietra.

L'architettura, fino dai Romani, aveva dato più importanza

all'ornamentazione scultoria: — sempre squisita nei capitelli, nelle

ringhiere, dei primitivi tempi Bizantini si manifestò nelle elaborate

cornici, negli archi e nelle colonne dello stile Lombardo fino ai

complicati gruppi e rilievi del Gotico pienamente sviluppati. E in

verità la chiesa gotica, particolarmente in Italia, non era più lavoro

di muratore, ma di scultore. Non è dunque fortuita combinazione se quei

paesetti, i quali forniscono ancora Firenze di pietra e di scarpellini,

hanno dato il nome a tre de' suoi più grandi scultori (Mino da Fiesole,

Benedetto da Maiano, Desiderio da Settignano); nè Michelangiolo,

allevato in quel paesetto (Chiusi di Casentino) “per tutto pieno„

dice il Vasari “di cave di macigni, che son lavorate di continovo da'

scarpellini, scultori che nascono in quel luogo„, abbia potuto vantarsi

d'aver tirato dal latte della balia gli scarpelli e il mazzuolo con che

faceva le sue figure.

I Toscani del medioevo, i Pisani del '200, i Fiorentini del '400,

facevano certamente modelli in cera delle loro statue; ma le opere loro

sono concepite per essere poi lavorate nel marmo; e quest'arte è uscita

dal sasso, senza interposizione d'altro materiale, — come le figure che

Michelangiolo traeva viventi e gigantesche direttamente dal macigno.

I Greci, dunque, in quel tempo primitivo in cui l'Arte prende il suo

abbrivo, erano modellatori di creta e fonditori di bronzo; i Toscani,

invece, nel periodo corrispondente, erano cesellatori d'argento,

battitori di ferro, ma sopratutto tagliatori di pietra. Ora la creta

(e bisogna rammentarsi bene che il bronzo non è che il calco della

creta) significa il piano modellato; l'imitazione di tutti i rilievi

e di tutte le depressioni delicatamente graduate del corpo umano; la

creta non presenta contrasti fra luce e ombra, non permette varietà nel

trattamento corrispondente alla varietà dei tessuti. La creta si presta

quindi ad imitare non la tessitura del corpo umano, ma la forma; e la

forma poi nell'assoluta realtà tangibile della natura.

Tutto l'opposto accade col marmo. Granulato come fibra vivente e

capace allo stesso tempo di una delicata spulitura, il marmo può

riprodurre la vera sostanza del corpo umano colle sue varietà d'opaco

e di lucente. Può riprodurre, sotto ai variati colpi dello scarpello,

quelle ombreggiature correnti ora in un senso, ora nell'altro,

secondo che la pelle riveste il muscolo o l'osso. Il marmo inoltre

è così resistente e insieme così docile al ferro, che può prendere

i contorni più squisitamente sottili; e si presta all'incisione più

superficiale ed al taglio più profondo, in modo che la luce e l'ombra

diventano il materiale dell'artista quanto la pietra stessa. Quindi il

marmo consente allo scultore di cercare non solo la forma assoluta,

ma la forma relativa; non solo il rilievo, ma anche il chiaroscuro.

Tali erano i caratteri fondamentali di quei due generi diversissimi

di scultura, la scultura in creta e la scultura in marmo, che in

circostanze diversissime di vita e di pensiero, Greci e Toscani

trattarono, per produrre opere di indole e di bellezza diversissime.

È inutile che ci dilunghiamo sulla influenza esercitata nell'Arte

dalla civiltà antica, coi suoi costumi e caratteri essenzialmente

meridionali, colla sua vita all'aria aperta, colla sua perfettissima

educazione del corpo, coi suoi atleti nudi, i togati suoi cittadini

ed i suoi contadini ed artigiani pochissimo vestiti, e sopratutto

colla sua religione di divinità conviventi coi mortali e di semidei

dalla poderosa muscolatura; come è inutile che, d'altra parte, ci

dilunghiamo sull'influenza della vita assai più complessa del medioevo,

vita di tipo nordico anche nei paesi meridionali, vita industriale,

sedentaria, che costringeva la gente nelle angustie delle città murate;

ed in cui primeggiò sempre, nonostante la sensuale grossolanità, la

preoccupazione dell'anima, l'ideale del patimento, il disprezzo del

corpo.

Tutto questo è oramai ovvio ed anche esagerato da tanti scrittori

invaghiti della teoria del _milieu_ (ambiente o mi-luogo) introdotto

da Enrico Taine meno per la sua verità che per l'occasione che porge

di tratteggiare pagine colorite. Ma vorrei richiamare la vostra

attenzione su di un'altra circostanza storica, che ha influito

potentemente sulle differenze tra la scultura medioevale italiana

e la scultura antica. Questa circostanza è il primato della pittura

nella seconda metà del medioevo italiano. Mentre nell'antica Grecia

la scultura fu l'arte dominante e matura, della quale la pittura non

fu che l'ombra; nell'Italia medioevale invece la pittura fu l'arte che

meglio corrispose ai bisogni della civiltà; fu l'arte che superò i più

ardui problemi tecnici e scientifici, e fu quindi quella che dovette

primeggiare. Si può asserire in senso quasi letterale che la pittura

greca non fosse che l'ombra della scultura. Sui vasi e negli affreschi

vediamo infatti le figure modellate con moltissima cura anatomica (al

punto, per esempio, di accennare qualche volta la giuntura fra la gamba

e la coscia con due linee che non esistono nella visibile realtà, e

che sembrano segni di tatuaggio), — ma senza consistenza, vuote, ed

allineate simmetricamente l'una accanto all'altra, senza comporsi in un

disegno vero, precisamente come se fossero tante ombre di statue tonde

proiettate sul piano. Lo scultore non poteva imparare nulla di nuovo

da una simile pittura, che non si occupa delle cose più essenzialmente

pittoriche, la prospettiva, l'aggruppamento, il contorno lineare, il

valore relativo dei colori, il chiaroscuro ed il tessuto degli oggetti.

La pittura medioevale, arte positiva, agisce in ben altro modo da

quest'arte negativa che fu la pittura antica. Esaminiamo che cosa essa

portò di nuovo nel campo dell'osservazione e della pratica artistica.

In primo luogo, la superficie piana, muro o tavola, in cui l'arte

medioevale mostrò la sua maggiore originalità, insegnò agli uomini a

dar valore alla prospettiva, ad ordinare gruppi nei vari piani, ed a

studiare l'insieme, sotto il rispetto delle opere intelligibili quanto

sotto quello della bellezza, delle figure così raggruppate. Poi li

abituò a considerare la forma non più come un insieme di proiezioni, di

rilievi, di piani, ma come linea, come alternativa di luce e d'ombra,

il cui pregio principale consisteva nella sagoma esterna, nel profilo

dell'intreccio di linee, d'angoli e di curve; cosa assai più importante

nella pittura, col suo unico, immutabile punto di vista, che nella

scultura, dove l'occhio, girando intorno alla forma, si compensa

della povertà di un punto di vista colla varietà di tutti gli altri.

Di più, la pittura, nata da un interesse più sviluppato di quello che

sentisse l'antichità pel colore, la pittura, dico, indusse gli artisti

a considerare meglio l'effetto del colore sulla forma lineare.

Poichè, sebbene l'uomo, fatta astrazione dal colore naturale o da una

tinta bianca, abbia infatti quella forma larga ed alquanto smussata,

quell'indecisione di contorni che caratterizza la scultura; tuttavia

quale egli esiste realmente, coi capelli, gli occhi e le labbra

fortemente coloriti, ed il resto del viso colorito di tinte diverse,

acquista dal colore — il quale dà enfasi alla linea — una maggior

precisione, direi piuttosto, una maggiore acutezza di forme lineari.

Per ciò, nel modo istesso, in cui la prospettiva e la composizione in

pittura dovettero indurre gli scultori ad usare maggiore complessività

nel rilievo e maggiore unità nel punto di vista, così pure la nuova

importanza del disegno e del colore, dovette suggerir loro un nuovo

concetto della forma.

L'uomo cessò dunque d'essere una mera combinazione di piani e di masse,

cessò d'essere omogeneo nel tessuto e nel colore. Si accorsero ch'era

fatto di sostanze diverse, pelle — pelle morbida dove aderisce al

muscolo, dura e lustra dove accenna l'osso, pelle liscia o rugosa o

pelosa; pelo poi duro o floscio, nero o biondo; inoltre ch'era pinto

in vari colori, e che possedeva ciò che i Greci sembra non avessero

avvertito, quella cosa straordinaria e straordinariamente variabile

che è l'occhio. Gli scultori del '400 furono spinti dai pittori

a riconoscere queste differenze fra l'uomo monocromo dei Greci —

monocromo per l'astrazione del vero colore — e l'essere multicolore che

è l'uomo vero.

Avvertite queste differenze, vollero significarle nell'opera loro.

Ma come avrebbero potuto conseguir l'effetto colla loro arte che

tratteggiava il rilievo tangibile, e che ricusava l'aiuto del colore?

Per capirlo bisogna fermarci a considerare di nuovo, e più

attentamente, due particolarità capitali, che distinguevano gli

scultori medioevali da quelli antichi.

Gli artefici del medioevo, in primo luogo, erano chiamati assai di

rado a fare figure da essere poste all'aria aperta su un piedistallo

libero. Invece, erano continuamente esercitati a scolpire ornamenti

architettonici da porre in alto e profilati su di uno sfondo scuro;

e monumenti, tombe, pulpiti, ringhiere, da collocare in locali

parzialmente illuminati e spesso oscuri.

Ora, secondo l'altezza dell'oggetto e la direzione della luce, certi

particolari acquistano o perdono la loro importanza; per restituire

la relazione vera fra linea e linea, rilievo e rilievo, bisogna

tener conto della posizione e del punto di luce; bisogna, perchè la

cosa faccia lo stesso effetto che al livello dell'occhio e sotto una

luce diffusa, alterare le proporzioni, accrescere qua, scemare là,

introvertire alle volte il concavo ed il convesso, sacrificare il vero

all'apparente.

I monumenti gotici, per esempio quelli di Santa Maria Novella,

che sporgono dal muro all'altezza di un primo piano di casa, non

presenterebbero che una confusione indecifrabile, se la figura

sdraiata ed i suoi accessorî non fossero alterati in modo da sembrare

mostruosi a chi s'arrampicasse a vederli da vicino. Lo stesso segue

nell'arte sviluppatissima del '400. Il Cardinale di Portogallo —

figura del Rossellino a San Miniato al Monte — ha una metà del viso

voltata soverchiamente all'insù, in modo da ricevere in faccia la

luce; e ciò perchè, essendo visto dall'ingiù, la metà più vicina del

viso avrebbe altrimenti un'importanza relativamente troppo grande;

mentre, all'opposto, al bellissimo guerriero morto, d'autore incerto,

che è a Ravenna, lo scultore ha deliberatamente tagliata una parte

della mascella, perchè lo spettatore deve guardare all'ingiù la

figura sdraiata su un lettuccio basso di marmo. Se prendiamo i gessi

di queste due statue, ponendo sulla tavola quella del Cardinale, ed

attaccando sul muro quella del guerriero, la composizione si sfascia

completamente: l'espressione cambia affatto, i lineamenti diventano

deformi, e mentre l'una testa diventa grossolana, l'altra sembra

insoffribilmente manierata.

Per intendere questo sistema, d'alterare la forma a seconda della

collocazione e della luce, basta rammentarsi l'aneddoto delle due

cantorie di Donatello e di Luca della Robbia, di cui la prima parve

brutta nella bottega dello scultore, ma bellissima messa al posto;

mentre la seconda, che era piaciuta straordinariamente veduta da

vicino, scomparve del tutto nell'altezza buia di Santa Maria del Fiore.

Quest'abitudine di prendere delle licenze col modello, di alterare le

proporzioni misurabili all'occhio, abitudine cominciata per ragioni

quasi architettoniche, permise agli scultori del '400 d'imitare i

pittori, cercando, come questi, la verità apparente, col sacrificio

coraggioso della verità assoluta e concreta. Aprì alla scultura il

campo vastissimo degli effetti relativi; l'incoraggiò a produrre, colla

materia dura ed incolore, l'equivalente della varietà nel colore e nel

tessuto.

Ma per secondare questo nuovo indirizzo dell'arte, era necessario che

gli artefici del '400 trattassero la parte tecnica in un modo diverso

affatto da quello dei Greci.

Gli antichi, a' quali abbondavano ottimi gettatori in bronzo,

esercitati nel foggiare armi, utensili e arredi d'ogni genere,

dovettero prendere l'abitudine di circoscrivere la loro personale

operosità al modello in creta: giacchè questo non richiedeva, come

nel Rinascimento, la sorveglianza costante dello scultore. E le liste

lunghissime di statue, di cui molte costruite faticosamente d'avorio

e d'oro, dànno a credere che gli scultori antichi non perdessero il

tempo sbozzando i lavori in marmo, ma invece terminassero soltanto di

propria mano le copie che dal modello in creta avevano tratto lavoranti

espertissimi. Che ci fossero simili copiatori, lo sappiamo dall'uso di

fare riproduzioni in marmo delle statue già fuse in bronzo, uso a cui

dobbiamo la maggior parte delle statue antiche pervenute a noi.

Le abitudini erano diversissime da queste nel medioevo italiano. È

vero che il Vasari consiglia allo scultore di valersi di modelli grandi

quanto le statue che si propone di fare. Ma il consiglio stesso, fatto

per scansare i calcoli sbagliati, che spesso rovinano il marmo, fa

vedere che prevaleva l'abitudine di sbozzare la pietra senza tener

conto di questo pericolo; che anzi, se l'uso dei modelli grandi fosse

stato universale, Agostino di Duccio non poteva avere _storpiato_,

come dice il Vasari, il marmo da cui Michelangelo cavò più tardi il

suo David. Ma questi modelli di cui parla il Vasari più distesamente

nella vita di Jacopo della Quercia, erano fatti “di pezzi di legno

e di piani confitti insieme, e fasciati poi di fieno e di stoppa, e

con funi legato ogni cosa strettamente insieme, e sopra messo terra

mescolata con cimatura di pannolano, pasta e colla„ onde potevano

bensì servire a tenere “innanzi agli scultori l'esempio e le giuste

misure„, ma era impossibile che servissero mai, come i modelli di gesso

_puntati_ del giorno d'oggi, a francare l'artista dallo sbozzamento

del marmo. Anzi, tutto ciò che scrive il Vasari dimostra chiaramente

che il modello vero — quello cioè che veniva copiato non nelle sole

misure — era piccolissimo e fatto in cera; e che l'abitudine di

sbozzare le figure nel marmo, che a noi sembra cosa maravigliosa nel

Buonarroti, era generale fra gli scultori del '400. È frequente il caso

di uno scultore che intraprenda, coll'aiuto di un solo uomo, lavori di

vastissima mole, porte, archi, mausolei. Nè pare che il Vasari stupisca

quando Jacopo della Quercia si mette, solo solo, alla facciata di San

Petronio; lavoro che gli costò dodici anni, in cui un Greco avrebbe

fatto chi sa quanti bronzi magnifici ed un moderno chi sa quante

meccaniche copie di un gesso. Infatti non rimane nulla d'inverosimile

in questo sistema di lavorare il marmo interamente e direttamente da

sè, quando si rifletta che tra gli scultori del Rinascimento una metà

aveva esercitato la professione dell'orafo, e l'altra l'arte dello

_scarpellino_ o _squadratore di pietre_; e a tali artefici doveva

riuscire facile e naturale egualmente qualunque parte — sì rozza che

finissima — dell'arte loro.

Gli scultori del '400 avevano adunque dello scarpello una sicurissima

pratica, quale non ebbero, nè sognarono pur d'averla, gli antichi.

Nelle mani loro lo scarpello non era semplicemente un secondo stecco

da modellare, riproducente nel marmo i delicati piani, le sottili

concavità e convessità trovate prima nella creta.

Per questi tagliapietre della collina fiesolana, per questi orafi di

Ponte Vecchio, lo scarpello era l'emulo della matita o del pennello;

e con esso, a seconda della direzione che gli si dava, potevansi così

imprimere nelle forme vigorosi tratteggi, come lasciarle svanire in

impercettibili sfumature. O, per meglio dire, lo scarpello era per essi

un pennello tuffato nelle varie tinte del bianco e del nero, con cui,

secondo che versava nel marmo le luci e le ombre, o variava a guisa di

spennellate le ruvidezze e le spuliture e ogni altro modo d'intaglio,

potevansi riprodurre nella pietra la sostanza delle carni, dei capelli

e delle stoffe — le carni e i capelli biondi e lisci dei bambini —

le carni vizze o ruvide dei vecchi — le stoffe di lana, di tela e di

broccato.

Nell'antichità greca lo scultore soleva prendere il bel modello —

l'adolescente nel fiore dai quindici ai diciott'anni, dalle membra

sviluppate armoniosamente nella palestra, all'aria aperta; e,

correggendo colla esperienza giornaliera di simili bellezze tuttociò

che v'era d'imperfetto nell'individuo, ne copiava quel tanto che la

creta si prestava a riprodurne. Ne riproduceva le squisite proporzioni,

la maestosa ampiezza delle masse, la delicata finitezza delle membra,

l'armonioso gioco di muscoli, il sereno candore del volto e del

gesto; ponendolo in atteggiamento tale da essere inteso e ammirato

egualmente da lontano e da vicino, e dal maggior numero di punti di

vista. E cotesta fedele copia nella creta di un originale perfettamente

bello, veniva poi tradotta e trasmessa ai posteri dal fedele copiatore

in marmo, dalla fedeltà inesorabile del bronzo, che riempie ogni

minimissimo vuoto lasciato dalla creta. Essendo bellissimo in sè

stesso, quest'uomo di bronzo o di marmo era necessariamente bello

ovunque venisse posto e sotto qualunque rispetto venisse contemplato;

sia che si mostrasse in iscorcio sul frontone di un tempio, o al

livello dell'occhio, ombreggiato dagli aggruppati allori, o splendente

al sole in mezzo alla piazza. La bellezza di esso viene apprezzata ed

amata come s'apprezza e si ama la bellezza vivente di una creatura

umana, poichè egli non è che la riproduzione più esatta che l'arte

ci abbia mai data della bellissima realtà, posta in mezzo al suo

vero ambiente e sotto la vera luce del cielo. E siccome prende nuovo

aspetto la bella realtà umana secondo che si muovono il sole e le

nuvole, secondo che le giriamo noi intorno, così cambia anche esso;

ma così pure esso rimane sempre, nonostante tutti i cambiamenti, la

personificazione della forza, della purezza, della inalterata serenità

dell'adolescenza.

Di cotale perfezione, nata dal più raro incontro di circostanze felici,

la scultura del '400 non seppe mai nulla.

Arte secondaria in tempi, che davano il primato alla pittura; serva, in

gran parte, dell'architettura; turbata dalla vista di corpi cresciuti

a caso, e spesso cresciuti male; turbata pure da ideali ascetici e da

curiosità scientifiche, la scultura di Donatello e di Mino, di Jacopo

della Quercia e di Benedetto da Majano, la scultura dello stesso

Buonarroti fu una di quelle fioriture artistiche, che si nutrono

degli elementi del terreno rifiutati dalla più fortunata e rigogliosa

vegetazione, che l'aveva preceduta. La scultura del '400 riuscì da meno

in tutte le cose in cui la scultura antica era riuscita; ma eseguì ciò

che l'antichità aveva lasciato ineseguito. Ebbe pochissima intuizione

della bella forma umana. Alternava fra la ignoranza del nudo e la

insistenza pedantesca sull'anatomia, difetti spesso riuniti nella

medesima opera. Paragonato all'antico, il David di Donatello, il San

Giovannino di Benedetto da Majano, l'Adamo di Jacopo della Quercia sono

addirittura goffi; e lo stesso Bacco di Michelangelo è un bel villano

invece che un dio.

Questa scultura ha di più una vera preferenza pei momenti meno belli

della vita fisica: ama i brutti vecchi — spesse volte sfasciati dalla

sensualità o rimbecilliti dall'ascetismo, — ed i ragazzi sproporzionati

dalla crescenza. Coll'eccezione del San Giorgio di Donatello, il cui

corpo però è nascosto sotto la pesante armatura, essa non ci presenta

mai la squisita vigoria dell'adolescenza.

Questi particolari si avvertono subito; e chi è avvezzo all'arte

antica, si sente subito respingere da quest'arte medioevale.

Ma osserviamo la scultura del '400 quando fa ciò che l'antichità non

aveva neppur sognato: l'antichità che collocava le statue sui frontoni

l'una accanto all'altra, ad equilibrarvisi come massa, ma non mai ad

intrecciarvisi in veri disegni; l'antichità che fece del rilievo la

ripetizione d'un lato solo della statua in tondo, l'ombra del gruppo

del frontone; l'antichità che nei suoi bei tempi non conobbe nè il

patetico della vecchiaia, nè la grottesca bellezza dell'infanzia, nè

la graziosa goffaggine della prima adolescenza; l'antichità che non

seppe distinguere la consistenza della pelle, la setosa morbidezza dei

capelli, il colore dell'occhio.

Passiamo ora a considerare alcuni lavori tipici del '400.

Cominciamo dalle statue e dai busti di bambino. Ecco prima la

creaturina i cui piedini escono da una specie di ghetta carnosa, le

cui gambine, senz'ossi, appena sorreggono il ventre grassotto, la

testolina non bene proporzionata. Notate che in questa testolina il

cranio apparisce sempre relativamente morbido, della consistenza d'una

mela, sotto le floscie matasse bionde. I fratellini maggiori sono

tuttora assorti in vaga contemplazione del mondo e delle cose, cogli

occhi largamente aperti, ma facilmente imbambolati. Quelli un po' più

grandicelli, invece, hanno già scoperto che il mondo è fatto di gravità

da scombussolare: i lineamenti del viso sono appena più sentiti, i

capelli sono appena inanellati in vetta, ma gli occhi pare che siano

usciti di sotto la tettoia della fronte, l'occhio e la fronte sono già

nella vera proporzione: e poi nelle gote ci sono delle fossette venute,

si direbbe, dal ridere, e che invitano ai pizzicotti. I ragazzi dai

dodici ai quattordici anni, hanno sempre quelle braccia magrissime

che contrastano deplorevolmente coi polpacci delle gambine ancora

impotenti a sostenere il ventre piccolo, ma grasso, e che accenna agli

abbondanti pasti dell'infanzia, continuati nell'adolescenza. Ma hanno,

allo stesso tempo, la monelleria (gaminerie) gagliarda del David del

Verrocchio, il quale dovette, insieme alla pietra, scagliare qualche

canzonatura addosso a quella goffaggine di Golia; oppure hanno, come

il San Giovannino del Louvre e quello di Benedetto da Maiano, una

certa grazia sentimentale, quasi una civetteria delicata di bella

signorina, che fa capire come fra poco smetteranno il baloccarsi per

leggere la _Vita Nuova_, o le _Rime_ del Petrarca. Due San Giovanni,

d'altra parte, hanno preso, cogli anni, un andamento diverso. Sono

ambedue di Donatello. Quello più giovane, dalla prima, dubbiosa

lanugine sul volto, è già scappato inorridito dalla _Vita Nuova_ e

dal _Decamerone_, prima d'averne voltato una pagina. Estenuato dal

digiuno, non ha di muscolare che le gambe, diventate di ferro a furia

di scorrere i deserti. Del resto, anche nei deserti ha cominciato ad

essere infastidito da voci e da visioni, non si sa se d'angeli o di

diavoli; e cammina furiosamente, cogli occhi fissi sullo scritto, colla

mente distaccata, a quanto pare, da ogni cosa terrestre; si direbbe

che facilmente potesse impazzire, questo santo ventenne. Eccolo di

nuovo, ritratto nel bronzo che è a Siena, quel San Giovanni, ma oramai

maturo; ha la barba e i capelli incolti, è diventato quasi un selvaggio

delle foreste, ma colla gravità e la fede in sè del predicatore di

professione: è uscito dal deserto, ha domato ogni tentazione; il suo

fanatismo è militante, direi quasi sistematico.

Passiamo ad altro.

Questo vecchio — lo Zuccone di Donatello — non può mai essere stato

quel San Giovanni, ma facilmente sarà stato un suo devoto. È un vecchio

che non è stato mai cospicuo per intelligenza; ed ora la testa, fatta

a cupola, ha ripreso, colle floscie matasse bianche, che richiamano

l'infanzia, quell'apparenza di poca sodezza che è propria del cranio

infantile; la bocca poi è già tremula, cascante, forse per una prima

paralisi; e gli occhi non fissano più; ma in questo deperimento fisico

e intellettuale, il vecchio sembra essersi riempito di sempre maggior

dolcezza morale: è un Giobbe riconciliato con Dio, perchè fatto

indifferente a sè stesso, è il fiore umano sfasciato in terra, per

essere poi riseminato in cielo.

Coteste sculture, per quanto destinate ad un determinato posto, nicchia

o mensola, sono sempre sculture libere, non legate all'architettura.

Rivolgiamoci adesso alle sculture d'intenzione decorativa. Guardiamo

prima l'Annunziata di Donatello che è a Santa Croce. La pietra bigia,

vilissima, incapace di pigliare un contorno netto, è scolpita in larghe

masse quasi grossolanamente, e per supplire le sottigliezze d'intaglio

impossibili in quella materia, il fondo, i fregi, gli orli dei vestiti,

le ali dell'angelo, sono ritoccati coll'oro: quella cosa ruvida finisce

con essere squisita. Del resto, notate l'esterno contegno, l'assenza

dell'estasi, della sorpresa, dell'espressione solita in quel soggetto:

l'Angelo e la Madonna serbano il decoro, la serietà delle linee

architettoniche, dei vicini pilastri. Passiamo a guardare la Cantoria

di Donatello, rilievo bassissimo su fondo intarsiato; quei gruppi

schiacciati di bambini danzanti formano, colle larghe ombre fra le

braccia alzate sopra il capo, una specie di pergolato umano in bianco

e nero. Questo lavoro è basato tutto sulle ombre; guardiamone uno in

cui l'ombra entra appena: la Madonna coi Santi, di Mino, nel Duomo

di Fiesole. Il rilievo è voltato in modo da guardare dalla cappella

nel corpo della chiesa; ed in tal modo che la testa della Madonna,

ricevendo la luce — come un segno di gloria — sulla purissima lucente

fronte, proietta intorno a sè un nimbo d'ombra circolare. Rilievo

maraviglioso, cotesto di Mino, per essere composto quasi esclusivamente

di luci. Anzi, si direbbe non rilievo, ma mirabile visione di bianche

rose del Paradiso, i cui acerbi bocci e le acute spine (nutriti

dall'incenso e dal sangue dei martiri) sono diventati poi le sottili

labbra, gli occhi lunghi e stretti, l'acerbo virgineo corpo e le dita

affilate di Maria.

Questi rilievi sono relativamente semplici. Guardiamo invece le

complessità del pulpito di Santa Croce, dove il gruppo è involuto

nel gruppo, per svanire nei porticati e nei filari d'alberi appena

profilati dello sfondo. Guardiamo le magnifiche composizioni, a razzi,

si direbbe, tessuti di luce e d'ombre, ed incorniciate da immortali

ghirlande, delle porte del Ghiberti.

Ma non è tutto. L'arte del Rinascimento, non si contentò d'aver messo

in marmo l'uomo vero, fatto di carne e d'ossa, dal pelo biondo o scuro,

dall'occhio chiaro o cupo; ma volle pure, prima di sparire dal mondo,

scolpire nella pietra l'intangibile sogno. Parlo di quelle tombe le

cui cime sono trono a fantasmi di guerrieri e i cui ripidi fianchi

sono letto inquieto a divinità che sembrano emergere non dal marmo, ma

dalla tenebra e da quella luce, come dice il profeta, che è simile alla

tenebra.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 78 / 93 题