MASACCIO.

Masaccio che gli succede ne è una esplicazione ancora più brillante

e più completa, e noi entriamo con lui nel periodo vero del secondo

Rinascimento, il quale prende a venerare l'antico, dimentica il

sentimento religioso puro dell'età precedente; e se rimane nella

religione totalmente pel soggetto che tratta, umanizza, rende di forma

meno mistica tutti i suoi concetti e progredisce nella via che oggi si

direbbe del realismo. Di fatti in quell'epoca si sente già un grande

agitarsi di tutte le menti per la scoperta del vero reale, del vero

scientifico, mentre nei fondi dei pittori del 300 la prospettiva è

messa là in un modo bambinesco, quasi ad esplicazione del soggetto.

Si fa per esempio una torricina, ci si mette accanto una porta molto

più piccola delle gambe di un cavallo, e di fuori ci si dipinge una

cavalcata di ambasciatori molto più grandi della torre della città (e

questo è un errore quasi voluto, perchè dovendo questa prospettiva

rappresentare degli ambasciatori che andavano in un certo posto,

uscendo da una certa città, si doveva far vedere che c'era una città

e che erano usciti da una porta, magari più piccola dei cavalli che

la dovevano oltrepassare, e non bastando questo magari ci scrivevano

sopra il nome della città dalla quale partivano e quello della città

alla quale arrivavano). Ma torniamo a bomba: invece nei primordi

del 400 abbiamo le menti che si affaticano per cercare la ragione

matematica della proiezione delle ombre. Già sappiamo che il maestro

di Masaccio fu Brunellesco, e di questi Paolo Toscanelli dal Pozzo, sul

quale sta pubblicando un libro con eruditissime ricerche il professore

Uzielli. Toscanelli dal Pozzo fu uno dei più grandi matematici dei

suoi tempi, ma però per quella universalità di allora su tutto lo

scibile umano, era intimissimo amico del Brunellesco, ed a questo

insegnava la prospettiva, la quale poi di seconda mano veniva passata

a Masaccio. Voi vedete che le cognizioni negli uomini di quei tempi si

accomunavano, si affratellavano, si davano la mano l'una coll'altra, e

gli artisti sommi del 400, torno a ripeterlo, erano nel medesimo tempo

gli uomini più colti dell'epoca loro. Nel quadro — tutto di mano del

Masaccio — della cappella Brancacci, nel quale il Cristo circondato

dagli Apostoli è interrogato dal pubblicano per ricevere le decime e

dove il Salvatore dà ordine a san Pietro di andarle a pescare nelle

branchie di un pesce (cosa che sarebbe oggi molto comoda), abbiamo una

pittura limpida, chiarissima e una pittura nella quale i piani vanno

dal primo all'orizzonte con una degradazione sicura, scientifica. La

prospettiva aerea è bellissima: il paese che circonda le figure è tutto

al suo posto, e da questo voi vedete che il progresso è evidente, che

la pittura non è più mistica, non è più significativa di una sola

idea religiosa, ma la storia, anche del Cristo, diventa soggetto

per trattare una storia umana. Le passioni, gli affetti si svolgono

umanamente, e le figure per conseguenza prendono una precisione

derivante dalla tecnica studiata severamente, dal vero cercato nella

osservazione non domandato ad alcuna visione rivelatrice. Masaccio,

descritto dal Vasari come persona distrattissima, e che per quanto

derivasse dalla celebre famiglia dei Guidi di San Giovanni, pur

tuttavia fu chiamato Masaccio per la trascuratezza della sua andatura,

non potè finire l'opera sua: chiamato a Roma dove lavorò alla Minerva,

morì giovanissimo, ed alla cappella già incominciata da Masolino da

Panicale diè finalmente mano Filippino Lippi, figlio di frate Filippo

Lippi, dato in educazione alla morte del padre a Sandro Botticelli.

Uno di codesti affreschi, quello che rappresenta la risurrezione del

nipote dell'imperatore per opera di san Pietro, è un affresco misto, e

dipinto in parte da Masaccio, in parte da Filippino; di faccia abbiamo

un affresco tutto di Filippino, al di sopra abbiamo l'affresco tutto

di Masaccio, e più in alto gli affreschi già compiuti da Masolino

da Panicale. Sarebbe difficilissimo oggi trovare tre artisti i quali

potessero fare convenientemente la decorazione intiera ed unica d'una

cappella facendo ciascuno un quadro per conto proprio: impossibile

quasi direi che nel medesimo affresco potessero dipingere due artisti

senza darsi noia uno coll'altro. Ora io di questo fatto tengo conto

perchè mi sembra importantissimo per spiegare come l'indirizzo degli

studi, la buona fede colla quale un artista dava mano all'altro, la

comunanza di idee nella quale vivevano, facesse sì che si potesse avere

un'opera perfetta, ed un'opera triplice ed una nello stesso tempo.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 67 / 93 题