L'ANGELICO.

Salutata così la gran figura di Giotto entro più specialmente a parlare

dei pittori del 400. Parlare di tutti è assolutamente impossibile,

scegliere i più grandi mi pare anch'essa ardua fatica ed impossibile

cosa. È tanto magnifica quella epoca, che perdersi nella quisquilia di

mettere quei giganti a rango di altezza è cosa troppo difficile e nella

quale mi dichiaro incompetente. Io prenderò a parlare, perchè il tempo

incalza e l'ora fugge, di quelli che più mi sembrano caratteristici

dell'epoca loro, di quelli che forse maggiormente corrispondono al mio

sentimento individuale.

Fra questi primeggia un altro Mugellese, Guido da Vicchio, il quale

nel 1407 veniva accolto novizio nell'ordine dei Domenicani e nel

convento di San Domenico di Fiesole. Figlio di Pietro da Vicchio

questo fraticello, che nell'ordine prese il nome di Giovanni, ebbe

poi ad essere chiamato l'Angelico, perchè veramente sembrò ai suoi

contemporanei, ed anche ai presenti lo sembra, che l'opera sua fosse

opera d'Angelo o di ispirato da celestiali apparizioni. Dei suoi

maestri, di come egli entrasse nella carriera della pittura poco o

niente si sa; se non che è certo che in quell'epoca nei conventi dei

Domenicani vi era una scuola speciale di miniatura per abbellire ed

alluminare i salteri ed i codici che servivano per le orazioni della

Chiesa. A me sembra che non occorra cercare di più; a coloro i quali

ancora si domandano dove e come l'Angelico imparasse a dipingere la

gran pittura, io rispondo, che se in quel convento si studiava tanto

e così bene da illustrare, come si illustravano, salteri con delle

miniature che sotto tutti i rapporti sono quadri e valgono per quadri,

è lì che egli ha appreso i rudimenti dell'arte, ed è col suo solo

ingegno che li ha sviluppati fino al punto di fare i magnifici freschi

che decorano il Vaticano ed il convento di San Marco; e ciò per quella

gran ragione che l'arte in quei tempi veniva quasi di getto, da tutte

le parti si entrava nell'arte, perchè essa era considerata una cosa

sola, e non esistevano quelle per me fatali divisioni, le quali la

spezzettano in mille modi, per fare dei mestieranti sempre, degli

artisti mai.

Nel 1409 l'Angelico dovette lasciare, insieme coi suoi compagni, il

convento di Fiesole, imperocchè per alcune scissure avvenute tra i

religiosi, furon costretti da una ordinanza del Pontefice a sloggiare.

Visse nove anni lontano da Firenze, su quel di Foligno principalmente,

e fu in quell'epoca che probabilmente lavorò al convento dei Domenicani

di Cortona, la quale Cortona conserva ancora molte ed insigni opere

di lui. Nel 1418 lo ritroviamo nell'Umbria, e questo giova a sapersi,

perchè anche in queste peregrinazioni forzate dell'Angelico si

cominciano a stabilire dei rapporti di conoscenza e di buon vicinato

fra gli artisti toscani e gli artisti dell'Umbria, propagandosi sempre

più quelle certe parentele artistiche, quelle inoculazioni per contatto

delle varie maniere, le quali poi dovevano dare origine con la scuola

umbra alle glorie del Perugino e alle future apoteosi del Raffaello.

Ritroveremo più tardi a lavorare in quei paesi con l'Angelico il

Benozzo Gozzoli venuto con lui da Firenze come suo scolaro, e lo

troveremo insieme a Gentile da Fabiano.

Nel 1418 i frati furono restituiti nel convento di San Domenico

di Fiesole e nel 1443 l'arte dei lanaiuoli dette all'Angelico la

commissione dello stupendo tabernacolo che oggi si conserva nella

Galleria degli Uffizi. Il contratto è stipulato in questa guisa: Fu

stabilito “_che fosse dipinto di dentro e di fuori con colori di oro

ed argento, variati e migliori e più fini che si trovano, con ogni sua

arte ed industria_„, ed il prezzo fu fissato in fiorini 190 d'oro. Io

ho ricorso alla gentilezza del dotto economista professor De-Johannis

per avere una idea del ragguaglio della moneta d'allora con quella

presente per capire se vera è la leggenda che i pittori di quel tempo

vissuti con semplicissimi costumi ricevessero per così dire la mercede

del bracciante. Invece ho avuto dal mio dotto e carissimo amico questa

risposta. Il fiorino di Firenze, la cui prima coniazione rimonta al

1252, e che era d'oro purissimo, a 24 carati, pesava una dramma, cioè 3

grammi e 2/100: il rapporto di valore tra l'oro e l'argento fra il 1450

ed il 1500 era come di uno a dieci: con approssimazione si calcola che

nella stessa epoca l'argento avesse una potenza di acquisto circa di

dieci volte maggiore dell'attuale. Per esempio il frumento si comprava

con 10 drammi l'ettolitro ossia occorrevano 100 grammi, ossia 20 lire

per la proporzione tra l'argento e l'oro. Ora si avrebbe in conclusione

che i 190 fiorini d'oro, coi quali fu pagato all'Angelico quel

tabernacolo equivarrebbero a lire 17 226. Ora siccome nel contratto si

dice ancora che sarà poi pagato quel meno che alla carità del frate

fosse parso opportuno, e questo s'intende che è relativo alle spese

maggiori o minori che avesse dovuto sopportare per quei colori fini

che si raccomandavano, per quell'oro che si doveva mettere nel fondo

e che era una forte doratura, non essendo l'arte dei battiloro tanto

perfezionata da formar quel velo che si mette adesso, pur tuttavia

voi vedete che 17 226 lire pagate da una corporazione di artieri sono

una bella moneta. Se io mi sono trattenuto sul prezzo di questa opera,

sulla determinazione sua in rapporto alle mercedi attuali, ho voluto

farlo perchè anche il prezzo sta a designare, come lo dice la parola,

il valore d'un'opera. Se un'opera si paga cara, vuol dire che si stima

assai, e ciò dimostra che a quei tempi si stimava assai l'arte, e si

pagava al prezzo del suo vero valore. Dico questo per eccitamento e

per esempio affinchè non serva di scusa il dire che Andrea del Sarto

un giorno, preso dalla fame e dalla disperazione, per un sacco di grano

fece la bellissima Madonna della SS. Annunziata.

Nel 1436 i frati di Fiesole scesero in Firenze aventi seco l'Angelico,

e a Priore del convento il celebre vescovo sant'Antonino. Papa Eugenio

IV trovavasi allora in Firenze pel concilio colla Chiesa greca: a

Firenze era ospitato l'Imperatore greco: a Firenze Cosimo il Vecchio

era signore. Voi non avete bisogno che vi dica di quanto splendore

fosse ricca la nostra città in quel momento. Quando l'Angelico è venuto

e ha dato mano alle pitture del Cenobio di San Marco, già Brunellesco

voltava le vôlte della cupola sua, mentre Donatello era in piena

fioritura, la cappella Brancacci si copriva con le pitture di Masaccio,

insomma era una esuberanza, una primavera dell'arte; come questa

primavera dell'arte corrispondesse alla fioritura letteraria, già ve

lo diceva con eloquentissima e dotta parola Guido Mazzoni nella sua

conferenza sull'Umanesimo, e poi altri ve lo dirà ancor meglio di me.

In mezzo a tutto questo lavorio di menti, di scalpelli, di pennelli,

di maestri di pietra, di decoratori d'ogni sorta, d'ogni risma,

l'Angelico rimaneva fisso nella sua celeste visione. Egli amava l'arte

con tutta l'intensità propria dei grandi ingegni, ma non la disgiungeva

un momento dal concetto religioso. A parer mio l'Angelico è l'ultimo

dei veri mistici, è veramente il pittore che chiude il periodo del

Rinascimento pittorico artistico, religioso, iniziato da Giotto.

La pittura dell'Angelico, se si considera in relazione ad altre pitture

contemporanee, è una pittura quasi un po' in ritardo, ma è una pittura

certamente insuperabile nella evidenza del sentimento.

Io non so se derivi dalla costruzione della sua retina, come direbbe

un materialista, o dalla serenità delle sue celesti visioni, ma il

fatto si è che mentre l'Angelico, pel modo come dipinge, pare che sia

precisamente un miniatore, anche nelle più vaste e più ampie pareti, si

appalesa sempre per un colorista di prima forza.

Se vi presentate in una galleria qualunque con lo scopo di vedere o

riscontrare un particolare in un quadro dell'Angelico e non sapete

precisamente dove questo quadro sia collocato, e gettate un occhio

sulle pareti della Pinacoteca, l'Angelico vi si appalesa con una

nota così chiara, così brillante, così argentina, che appena entrati

filate diritto sull'opera che riconoscete a distanza. Poter avere

continuamente dei toni delicatissimi, fare assolutamente dell'aria

aperta, non forzare mai i neri, è la sua caratteristica principale. Voi

potete riscontrare quante volte vi piace quello ch'io dico guardando

la Crocifissione, che è nella galleria dell'Accademia, quadro tutto

verità, nel quale sono indietri meravigliosi, cielo luminosissimo senza

uno scuro forzato. Ci sono però dei neri apparentemente assoluti,

perchè dove mette un domenicano vestito di bianco e nero sembra che

quel nero sia un nero assoluto; ma invece quel nero non fa mai toppa,

mai buco, e chi conosce un poco la tecnica dell'arte sa benissimo

quanta e quale sia la difficoltà di collocar bene un bianco in ombra

e un nero al sole, un nero che non faccia toppa, che rimanga al suo

piano in mezzo ad una gamma di colori chiari; è una difficoltà di primo

ordine per un colorista, e l'Angelico nella sua semplicità la supera

perfettamente.

Non bisogna dunque fermarsi solamente a contemplare nell'Angelico

il pittore delle sante ispirazioni; non bisogna fermarsi solamente a

contemplare nell'Angelico il pittore delle ingegnose trovate, delle

dotte composizioni; ma bisogna anche tener conto che fra i coloristi

fiorentini l'Angelico è un vero maestro.

L'Angelico, diventato celebre nel 1447, andò a Roma e là forse sentì la

grandezza dell'ambiente che lo circondava, perchè le sue composizioni

si sviluppano in una maniera più grandiosa e più magistrale che per

l'avanti.

Egli fu scritturato da Enrico dei Monaldeschi per andare a lavorare

ad Orvieto, ed abbiamo dal contratto fatto in cotesta circostanza, la

notizia che Benozzo Gozzoli era con lui, come sappiamo che Gentile da

Fabriano, stato poi maestro a Giovanni Bellini, il gran Veneziano, era

pure in comunicazione di lavori e d'opere con l'Angelico. Vi richiamo

a queste brevi e piccole circostanze per dimostrare come l'arte di

Firenze ebbe contatti coll'arte dell'Umbria, come Gentile da Fabriano

comunicò coll'arte veneziana, e mi permetto di riportarvi sempre col

pensiero a questa catena che circonda l'Italia e la avvince a quegli

effetti dei quali oggi noi fortunatamente godiamo il frutto.

L'Angelico che nelle sue composizioni è grandemente ascetico, è anche

sottilmente sarcastico e realista nei piccoli quadretti: si vede

questo nei gradini dei quadri, che illustrano con varii episodii le

vite dei santi superiormente rappresentati. Citerò un gradino che si

conserva nella galleria degli Uffizi rappresentante la visita di santa

Elisabetta alla Madonna. La Madonna è uscita dalla casa per abbracciare

l'amica che le viene incontro, mentre la serva sta dietro la porta

origliando per sentire quello che dicono le padrone.

Questo viziarello domestico che si perpetua nella storia del mondo e

durerà per un pezzo, era rimarcato dal giocondo fraticello, il quale

si permetteva di esprimerlo con la graziosa figurina della serva che

ascolta.

Egualmente è comica in un altro quadretto la meraviglia d'un converso

il quale uscito dalla cella di san Domenico, sente il Santo, che

ha lasciato solo, che parla con altri. Questo è l'episodio della

vita del Santo, nel quale san Pietro e san Paolo gli appariscono

nella cella e gli danno il bordone del pellegrino e il volume degli

Evangeli. La meraviglia del frate è assolutamente comica, rimanendo pur

decentissima; con questo si dimostra il buonumore e la serenità d'animo

dell'Angelico, e l'attitudine che aveva di osservare nella natura e sul

vero anche il lato comico delle cose con una piccola punta di realismo

e di verismo non disdicevole in questo gran pittore delle visioni

celesti.

Accanto all'Angelico, come vi ho già accennato, abbiamo, fra gli altri,

Masolino da Panicale e Masaccio. La cappella Brancacci del Carmine

è contemporanea, o presso a poco, alle opere dell'Angelico del San

Marco e del Vaticano. Di Masolino da Panicale poco si sa. Certo egli

è un grande e robusto pittore, il quale si avanza sicuro dell'arte già

ricca di tutti i progressi che la tecnica, la prospettiva han portato

nell'arte stessa.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 65 / 93 题