L'Orfeo e le Stanze, opera quasi improvvisata la prima, non compiuta la
seconda, furono pubblicate soltanto due mesi innanzi che il Poliziano
morisse, e non per volontà di lui. Al pari del Petrarca, egli, da buon
umanista, chiedeva piuttosto e si aspettava la gloria dalla filologia
classica, nell'arte e nell'erudizione. Per ciò, interrotta dalle
Stanze, la versione d'Omero, ch'era destino restasse come le Stanze
incompiuta; per ciò, scritto in latino il commentario della congiura
de' Pazzi; per ciò, gli epigrammi greci e latini; e in latino le
elegie, le odi, le Selve, le traduzioni di prose greche, le orazioni,
i trattati, le miscellanee. Tanto più, perchè a ventisette anni già
insegnava eloquenza greca e latina nello Studio fiorentino, dove
accorrevano a udirlo tali ch'egli aveva ascoltati maestri; e perchè
l'umanesimo si andava mutando d'arte in iscienza e richiedeva ormai
lunghe e pazienti fatiche di collazioni sui manoscritti e di commenti.
Giurazio Suppazio, che va in cerca de' dotti per tutta l'Italia, dopo
aver corse due giorni le vie di Roma con gran rischio d'essere messo
sotto dalle mule de' prelati, si sfoga con un letterato dell'ozio in
cui gli sembrano sprofondati i Romani: _otio illic marcescere homines_,
dice Suppazio; e l'altro lo prende a pugni: — To' su, bestiaccia!
_splendesco, tabesco, liquesco_ non ammettono il caso ablativo! — Più
egli cerca, con esempii, scolparsi, e più ne busca; sì che fugge da
quella grandinata e va a lagnarsene altrove; ma non ha aperto bocca,
che il confidente lo interrompe: — O non ti vergogni a codesta età,
non saper di latino? _iniuriam patior_ chi te l'ha insegnato a dire?
— Neppur qui valgono al disgraziato gli esempii; e quando vede che il
grammatico stringe i pugni, fa tutta una corsa fino a Velletri. La
satira è come uno specchio convesso che altera la proporzione delle
fattezze e suscita il riso: ma il volto sformato è pur nello specchio
quel dato volto e riconoscibile a tutti: così nel dialogo del Pontano
accade al purissimo de' ciceroniani ignoranti. Or quando si può far
satira tale, la diffusione e la intensità dell'umanesimo, rispetto
allo scrivere latino, sono palesi. Ridicola appariva ormai la lingua
letteraria del medio evo, tanto lontana da quella dei classici; e la
questione che si agitava non era più che questa: si ha da scrivere
coi vocaboli e i costrutti di Cicerone solo, o sarà lecito valersi
d'altri vocaboli e costrutti usati dagli altri antichi? e, al bisogno,
coniare vocaboli nuovi? il Poliziano fu per la libertà, diciam pure
per la licenza, e ne sostenne fiere baruffe, che lasciò in eredità
ai discepoli. Ma come Erasmo, eclettico anche lui, esclamò piacergli
più quel che il Poliziano scriveva dormendo, di quel che un suo
avversario, Bartolommeo Scala, da sveglio e con ogni cura; così, oggi
che l'eclettismo ha perduta la guerra, i critici lodano ancora nello
stile del Poliziano, sia pure a mosaico e tutto fioretti, un gran
sapore di latinità, e un vigore, una grazia, singolari. L'elegia per
le viole avute in dono dalla sua bella (vo' credergli non fosse ancora
canonico!) quella in morte di Albiera degli Albizzi, che prenunzia le
Stanze, l'ode ad Alessandro Cortesi, i giambi contro una vecchia (anche
in latino ricantavano i motivi popolari), gli esametri delle Selve con
le quali splendidamente iniziò le sue letture pubbliche di Virgilio,
d'Esiodo, d'Omero; e in prosa, le epistole, la prelezione alle Priora
d'Aristotele, il trattatello sull'ira, la narrazione della congiura,
sono tra i capolavori del latino recuperato, com'egli diceva, dalla
barbarie dell'evo medio. “Non son mica Cicerone io! me stesso, se non
m'inganno, ho da esprimere.„ Il ragionamento, a dir vero, zoppica; o
non aveva, ad esprimersi, il volgare? Ma il libraio degli umanisti
fiorentini, Vespasiano da Bisticci, affermava, quasi interprete di
tutti loro, che “nello idioma volgare non si può mostrare le cose con
quello ornamento che si fa in latino„. Esperienza del contrario fece
il Poliziano medesimo, e si mostrò restio, almeno in parte, al detto
del Filelfo: in volgare si scrivon le cose che non vogliamo far sapere
ai posteri. Restio pe' versi, non per la prosa; e voi rammentate che
dell'uccisione di Giuliano lasciò ai posteri la grave memoria in un
racconto latino. Del resto, anche per la poesia, troppa distanza poneva
tra i classici e i moderni. In una Selva, celebrati i greci e i latini
con più di settecento esametri, si sbriga con otto soli di Dante,
del Cavalcanti, del Petrarca, del Boccaccio: è un cenno in cui suona
l'affetto; ma l'ammirazione sua va ai padri antichi, non ai recenti
fratelli.
“La sapienza latina e greca le abbracci per modo che non è facile
accorgersi di quale tu possegga più. Senza adulazione, Poliziano
mio, non c'è che un solo, o due, o forse nessuno, degno d'esserti
paragonato: se foste in più, il secolo nostro non avrebbe di che
invidiare gli antichi.„ La lode è d'un giudice amico, è del candido
Gian Pico della Mirandola; ma data l'enfasi epistolare d'allora,
esagerata non è. Il Poliziano, componendo epigrammi, traducendo Omero,
le Storie d'Erodiano, il Manuale d'Epitteto, fu veramente, anche per
le lettere greche, così elegante scrittore come sagace interprete,
e benemerito della filologia moderna. La quale, se ammira quella
tanta facilità e vivacità dello scrivere latino e greco, sia pure
che, fatta più accorta da quattro secoli di studii, abbia qua e là a
notare qualche scappuccio di stilistica e di prosodia, attribuisce al
Poliziano lodi maggiori per avere, con senno ed acume di critica, bene
avviata e procurata la restituzione e la interpretazione dei testi, e
lo saluta come uno de' maestri primi. Grammatico si vantava egli; ma
la sua grammatica era la filologia tutta e comprendeva tutta la vita
e la letteratura degli antichi. “Di grazia, m'avete voi per tanto
insolente o stolto, che se alcuno mi desse del giureconsulto o del
medico, non crederei in tutto ch'e' volesse il giambo de' fatti miei?
E pure (sia detto senz'arroganza) gli è buon tempo ch'io lavoro, e di
lena, ad alcuni commentarii sul Diritto civile, ad altri su maestri di
medicina; nè voglio acquistarne altro nome che di grammatico; pregando
che non mi sia invidiata questa qualifica, schifata pure da certi
messeri come vile e spregevole.„ Codesto grammatico raffronta codice a
codice; corregge col raffronto gli errori; dove il raffronto non giova,
fa congetture, e spesso indovina, come poi altri codici proveranno;
intende ciò che fino a lui pareva oscuro; e può nella prima centuria
delle Miscellanee mostrare, da gran signore, senza ostentarla, una
dottrina e una sagacia che sarà mirabile a tutti gli studiosi, dopo
essere stata gradita a Lorenzo de' Medici, il quale cavalcando con
a fianco l'amico, si dilettava ascoltarne le primizie. Così talvolta
si dilettavano insieme assistere alle dispute de' dottori rivali su
questioni di leggi; e d'una avvenuta in Pisa, riferiva così il bidello
al notaio dell'università: “Riscaldandosi e giostranti nell'arme si
fe' buio, e col torchio finì detta disputa. Venendo loro (Giason del
Maino e il Soccini disputanti) a un certo passo d'un testo, del dire
in un modo a dire nell'altro, Lorenzo e M. Agnolo Poliziano suo mi
mandò con sua volontà per uno codice, e trovata la legge, M. Agnolo la
lesse presso Lorenzo.„ Questo nel 1489; l'anno dopo, la collazione del
manoscritto delle Pandette era finita, e il Poliziano aveva sospinta
con essa anche la culta giurisprudenza a progressi crescenti. E nella
giurisprudenza, oltre quel merito del testo restituito a lezione
migliore, a lui spetta quest'altro, dell'aver accennato per primo alle
traduzioni greche del dritto giustinianeo, ai Basilici e a Teofilo, con
opinioni che la scienza odierna, se non le accetta tali quali, ancora
discute.
Quando nel 1494, due anni dopo il suo Lorenzo, il Poliziano morì, che
non contava ancora quarantun anno, l'umanesimo trionfava negli studii,
nell'arte, e, quel che più importa, nella coscienza italiana. Eccone,
per molti, un esempio men noto. A Reggio d'Emilia, negli ultimi mesi
della vita del Poliziano, corse voce fosse sottratto, o che presto
sarebbe, dal convento de' Carmelitani, un codice ove un frate umanista,
Michele Ferrarmi, aveva raccolte quante più iscrizioni antiche gli
erano capitate in lunghi anni di ricerche. La città si commuove;
gli anziani si adunano e fan provvisione, si mandino al convento tre
deputati i quali parlino col priore e diano opera a che il prezioso
manoscritto sia incatenato e talmente affisso nella libreria del
convento che mai non possa esserne nè tratto nè sottratto, ma resti
(son le parole della deliberazione) quasi un altro libro delle Pandette
nella città di Reggio perpetuamente. I deputati andarono; i frati si
scusarono e promisero; Reggio vanta ancora nella sua biblioteca il
codice del Ferrarini.
Tali gli effetti dell'umanesimo. Del quale io, parlandovi d'Angelo
Poliziano, non potevo e non dovevo colorire il quadro compiuto che
la serie di queste letture vi andrà troppo meglio a mano a mano
dipingendo. Ma non vi dissimulo che il Poliziano stesso mi avrebbe data
occasione a farvi almeno intravedere anche il rovescio della medaglia,
la petulanza del chiedere, i costumi facili, le invidie, le insidie,
i furori letterati, se avessi stimato utile ed opportuno, dentro lo
spazio d'un'ora, fermarmi su i vizii e su i malanni dell'uomo, e del
tempo suo, piuttosto che sulla virtù di quella mente e sulla importanza
del rifiorire degli studi classici. Che se poi non fossi riuscito
neppure in ciò, mi valga uno di quelli epigrammi che il Poliziano si
compiaceva aguzzare nelle sue lettere: lo scrisse a Gian Pico, un
giorno che nel far lezione l'avea veduto tra gli scolari; ed io lo
parafraso ed estendo a voi tutti: “Per farmi onore vi siete messi a
sedere qui innanzi a me, quasi mi foste scolari. Non v'aspettate la
mia gratitudine. Se la lettura v'è piaciuta, sta a voi l'esserne grati
a me; se poi la non v'è piaciuta, oh non ci mancherebbe altro che vi
dovessi esser grato io!„