Pel San Giovanni del 1473, al consueto festeggiar cittadino si
aggiungeva la solennità del ricevimento fatto, come la Repubblica
artigiana soleva e i Medici favorivano, con principesca magnificenza
a Eleonora d'Aragona figliuola del Re di Napoli, la quale andava
sposa ad Ercole d'Este, duca di Ferrara e di Modena. Entrata in
Firenze il 22 giugno, ella trovava nel suo massimo sfoggio la mostra
che delle proprie ricchezze avevano apparecchiata le botteghe dei
mercatanti; assistè alla processione delle Compagnie co' fanciulli
vestiti di bianco in forma di “agnoletti„; vide i “dificii„ o macchine
fantasmagoriche, che in sulla Piazza della Signoria rappresentavano
Storie dell'Antico Testamento e del Nuovo; vide l'offerta che al
tempio del Santo Patrono portavano la Signoria e gli altri magistrati
del Comune e delle Arti, le Compagnie del Popolo coi gonfaloni,
parte Guelfa, e poi i Signori e Comuni sottoposti o raccomandati,
recanti palii, ossia drappi, di gran pregio e bellezza e grandi ceri
istoriati e fioriti; e con l'olivo in mano l'offerta de' prigioni e
de' condannati (quella a cui Dante non si sottomesse); e finalmente,
nel pomeriggio del dì 24, i barberi, già prima offerti ancor essi, che
correvano il palio di San Giovanni, un palio ricchissimo di broccato
d'oro, dal Prato su per la Vigna pel Mercato e pel Corso verso Porta
alla Croce, tal quale noi che non siam più giovani possiamo ricordarci
d'aver veduto. Ma nessun di noi potrebbe da' ricordi suoi giovanili
evocare ciò che nel 1473 fu dato a godere, in quelle feste, a madonna
Eleonora: un ballo, là su que' prati donde i barberi pigliavan le
mosse, un ballo alla dolce aria profumata de' giardini e delle loggie,
in uno de' palagi, quello de' Lenzi, dov'è oggi la Galleria Pisani, che
fronteggiavano coteste estreme parti della città verdeggianti lungo
le rive dell'Arno. Tacciono di quel ballo i diarii: sulle cui aride
pagine, a ogni modo, voi cerchereste inutilmente, signore gentili,
descriversi dal giornalista di quattro secoli fa gli abbigliamenti
delle vostre antenate; e sotto quali colori d'abito e con qual dottrina
di linee, presentassero esse al desiderio de' loro innamorati quelle
bellezze, che all'ammirazione nostra sopravvivono nelle tavole del
Botticelli e negli affreschi del Ghirlandaio. Un ballo fiorentino
de' tempi del Rinascimento; non dominato e quasi sopraffatto dallo
scintillio de' doppieri, ma lumeggiato soavemente dal sole che
di là dal Pignone tramonta; nè turbinato fra le vorticose battute
orchestrali, ma sposato sulle corde flebilmente amorose del liuto
e della viuola alle gentili baldanze ottonarie della Canzonetta che
appunto dal Ballo s'intitola; meritava cronista un poeta. Permettetemi
ch'io vi traduca dal latino di Angelo Poliziano quel Corriere del mondo
elegante d'allora: distici levigatissimi, dove le realtà della vita
s'intrecciano con le concezioni dell'arte, il vero col fantastico, il
fiorentino, il cristiano, con la classica paganità; circola l'aria che
respiravano i letterati nella Firenze del magnifico Lorenzo.
“Apollo con la rosea faccia ha menato il giorno che riconduce la
festa del selvaggio Batista san Giovanni; quando alla città che fu
colonia di Silla ferma le candide vestigia, per riposarsi dal lungo
cammino, la figlia del Re, che, lasciata la città delle Sirene, va
sposa ad Ercole. Festeggiano a gara il suo arrivo fanciulli, giovani
e vecchi, e le matrone e splendide di fresca bellezza le spose: tutta
la città si anima, d'ogni dove rumoreggia l'allegria. V'è una strada
che i Sillani (i Fiorentini, parafrasati in latino) chiamano Pantagia
(Borgognissanti, ribattezzato in greco), dove sorge splendido un tempio
dedicato a tutti i Celesti. Colà s'inalza superbo il palagio de' Lenzi:
ivi presso ride la verde distesa de' prati, e de' colori primaverili
si dipinge fiorito il terreno. Quivi, mentre i corsieri scalpitanti
aspettano, in sulle mosse, il canoro segnale della tromba Tirrena, la
regal fanciulla si abbandona ai sollazzi delicati della danza; ed ecco
atteggiarsi le gentili donne al tempo misurato e all'intreccio de'
balli. Innanzi alle altre ninfe risplende Albiera bellissima, e di sua
bellezza sparge a sè dintorno il tremulo splendore. Mossi dal vento
diffondonsi i capelli sulle candide spalle, i neri occhi raggiano di
luce soave: pare, fra le sue compagne, la stella del mattino il cui
rossore purpureo vince gli astri minori. Giovani e vecchi ammirano
Albiera: sarebbe di ferro chi non si commovesse a quella verginale
bellezza: lietamente, plaudendo, col cenno, con gli sguardi, con la
voce, tutti lodano Albiera.„
Albiera di Maso degli Albizzi era una giovinetta fra i quindici e i
sedici anni, fidanzata a Gismondo della Stufa. S'ammalò, subito dopo
quel ballo, e in capo a pochi giorni morì. “Ahi povera Albiera!„
sentite ancora il suo poeta: “così giovinetta, rubata ai genitori, allo
sposo! Va' ora, e confida nelle umane fortune! Ecco disfatte da morte
crudele, o Albiera, le tue bellezze: disfatto il tuo viso di gigli e
rose; i tuoi occhi gioiali, dove Amore accendeva le sue fiaccole; i
capelli, che o scioglievi abbondanti, e parevi Diana cacciatrice, o
raccoglievi in diadema d'oro, ed era l'acconciatura di Citerea: gli
Amorini, le carezzevoli Grazie, ti facevano bella, senza che tu il
sapessi: ogni virtù ti adornava, modestia e serietà di contegno, senno,
pudore, lealtà, gioialità, bel costume, bel tratto, schiettezza: tutto
ormai divenuto un pugno di cenere!„
In altre parti della elegia lunghissima è mitologizzata la malattia
e la morte d'Albiera. La sua bellezza ha attirato il bieco sguardo
di Nemesi, la dea che con misteriosi decreti governa le umane
vicende. Ritirasi la giovinetta alle sue case, finito il ballo, in
sull'annottare; nell'ora, o Signore, nella quale a voi, pe' balli
vostri, cominciano appena le operazioni della toeletta. E coricata
ch'ella è, si appressa al suo letto la Febbre, nume orribile, del
quale e del suo corteggio vi risparmio la descrizione, e che Nemesi ha
sospinto verso quella povera casa. I genitori, i fratelli, lo sposo,
pendono per dieci giorni ansiosi dal viso dell'inferma, pallido e
trasfigurito. Ella dà gli estremi addii a que' suoi cari e alla vita,
che, incominciatale appena, sente sfuggirle; e muore fra il pianto
disperato della sua casa. Il lutto e la pietà de' cittadini circondano
il corpo inanimato. La morte ha ricomposto il suo volto a pace soave:
pare che dorma. La ninfa, vittima della dea Nemesi e della dea Febbre,
ha esequie cristiane; e il distico ovidiano di messer Angelo colorisce
anche quelle. Ecco il trasporto; ecco con la nera coltre la bara: ella
distesavi su, coi capelli recisi, e in capo una umile ghirlanda. Le
salmeggiano intorno i preti; le campane suonano a morto: segue, in
veste di lutto, la cittadinanza; fra quella, lo sposo, che tutti si
mostrano a dito, compassionando. La chiesa di San Pier Maggiore arde di
ceri, è profumata d'incensi: si fa l'assoluzione e la benedizione: e le
tombe degli Albizzi, in quella stessa chiesa, si aprono a ricevere la
giovine fidanzata; forse, come si soleva, in abito di monacella: il che
non dice il Poeta; ma que' capelli tagliati ce ne danno, a mio avviso,
argomento più che probabile. La musa latina dell'umanismo fiorentino
consacrò, non con la sola elegia e con altri minori epicedii del
Poliziano, il nome d'Albiera: elegiaci e ricordanze su quella morte e
quei funerali abbondano, in copia anche maggiore che pei funerali della
bella Simonetta, morta soli due anni dopo la fanciulla degli Albizzi.
Ma alla Simonetta Cattaneo, genovese, venuta nel 69 sedicenne sposa in
Firenze a Marco Vespucci pur sedicenne, e mancata di mal sottile nel
76, l'arte dette anche in altre forme gli onori dell'apoteosi. E mentre
delle fattezze verginali di Albiera non ci è rimasta testimonianza
(salvo se qualche benemerito investigatore riuscisse a trovare il
busto marmoreo nel quale sappiamo dal Poliziano averla fatta rivivere
lo sposo), per la Simonetta, invece, si è impacciati a scegliere fra
più d'uno il ritratto vero: o vuoi quello che è nella Galleria de'
Pitti, attribuito al Botticelli, di una bionda delicata, dal collo
assai lungo, dal viso intento e gentilmente pensoso, in acconciatura
modesta e casalinga, da riferirsi piuttosto a un mezzo secolo innanzi;
o vuoi l'altro, sotto il quale è stato apposto il nome di lei, e che
si conserva a Parigi nella galleria del Duca d'Aumale, creduto del
Pollaiuolo o di Piero di Cosimo, ed è essa pure una figurina delicata e
gentile, ma di gaia e vivace bellezza, nudi il collo (anche di questa
assai lungo) e il seno e le spalle, i capelli tirati all'indietro
o avvolti in giri artificiosi con grande intrecciamento di perle e
pietre, e pendente sul petto un monile intorno al quale si rigira un
aspide; o che dobbiamo infine ravvisarla, come altri propone,[94]
in una delle figure allegoriche di quella misteriosa Primavera del
Botticelli, guidati da certi singolari riscontri che la composizione
del fantasioso maestro offre con le _Stanze_ del Poliziano, dove
è ritratta e designata per nome (pur nell'atto di trasfigurarla
in Ninfa delle più autentiche), e poeteggiata, con buona pace del
marito Vespucci, come innamoratrice di Giuliano de' Medici, appunto
la Simonetta Cattaneo. Or qualunque ella si fosse la giovane sposa,
certamente bellissima, che nell'aprile del 76 moriva, basti a noi, pur
lasciando d'altri suoi celebratori in latino e questa volta anche in
volgare, che il Poliziano facesse di lei la mitologica eroina delle
sue _Stanze_; che per la morte sua scrivesse pure epigrammi funebri,
d'alcuno de' quali il magnifico Giuliano de' Medici, il bel “Iulio„
delle _Stanze_, proponeva il concetto; e che Lorenzo, a sua volta (il
che mostra del tutto ideale e poetico il culto dei due fratelli alle
bellezze della Vespucci), tragga, o finga d'aver tratto, dalla morte
di lei il motivo a platonizzare poeticamente sull'anima ritornata
alle stelle. Lorenzo era a Pisa, e dai Vespucci medesimi riceveva di
giorno in giorno le dolorose notizie. Morta, un suo famigliare gli
scriveva: “La benedetta anima della Simonetta se ne andò a paradiso,
come avrete inteso. Puossi ben dire, che sia stato il secondo Trionfo
della Morte: chè veramente, avendola voi vista così morta come la
era, non vi saria parsa manco bella e vezzosa che si fosse in vita.
_Requiescat in pace_„; e Lorenzo, essendo (così ci racconta) una serena
nottata primaverile, e andando con un amico a diporto, e parlando di
quella morta, si affisa a un tratto in una stella che mai non gli par
d'avere veduta così lucente, e “L'anima di quella gentilissima„ esclama
“o è trasformata in questa nuova stella, o si è congiunta con essa„;
e un'altra volta, pure in cotesta primavera, passeggiando per una
delle sue splendide ville, osserva il girasole, anzi Clizia, l'antica
innamorata del sole, “la sera restar col viso vòlto verso l'orizzonte
occidentale, che è quello che le ha tolto la visione del sole, insino
che la mattina il sole la rivolge all'oriente„; e ci vede una immagine
del nostro destino quando perdiamo chi si ama, che è di rimanere “col
pensiere vòlto all'ultima impressione„ della “visione„ perduta; ma
l'orizzonte nostro occidentale, donde il tramonto non ha ritorno, è la
morte.
È, del resto, notabile come in que' tempi che tante erano, e così
vigorosamente svolte, e così spesso violente, le energie della
vita, la morte circondasse di tanta poesia, sebbene caricata di
tanta oziosa mitologia, agli occhi e al cuore di cotesti uomini
la idealità femminile: notabile come quei travestimenti di donne
viventi in ninfe posticcie, pe' quali l'imitazione artistica del vero
perdeva miseramente tanto tesoro di realtà, si arrestassero, cotesti
travestimenti, o s'impacciassero dinanzi alla santità delle tombe;
quando, secondo la figurazione Polizianesca (nelle _Stanze_) della
morte della Simonetta, l'amante, o il poeta,
Vedea sua ninfa, in trista nube avvolta,
Dagli occhi crudelmente essergli tolta.
In uno degli epigrammi funebri di messer Angelo per la Simonetta,
e proprio in quello a cui dette il concetto Giuliano de' Medici,
“tranquilla in sul punto di morte, si volge, la ninfa, a Dio, in lui
confidando„; curiosa ninfa, a dir vero, che si raccomanda l'anima:
come singolar mortorio, altresì, quello che portava verso la chiesa
d'Ognissanti, alla cappella de' Vespucci, la Simonetta, se intanto,
strada facendo, Amore, proprio il figliuolo di Venere piovuto non si sa
come in quell'accompagnamento, saettava tuttavia, standocene a un altro
di cotesti epigrammi, saettava da' chiusi occhi di lei pur col ricordo
del loro splendore.
Meglio ispirato il poeta mediceo faceva da un'altra tomba di sposa
ventenne (cominciammo da un ballo, o Signore, e ci siam persi fra le
tombe; ma il geniale argomento, ancorachè caduto, come vedete nelle
mani d'un conversamorti, ci ricondurrà, vi prometto, alle gioie e ai
travagli della vita), da un'altra tomba di giovine sposa, minor sorella
dell'Albiera, e ancor essa bellissima, Giovanna degli Albizzi moglie
a Lorenzo Tornabuoni, morta nel dare alla luce il secondo figliuolo,
faceva il Poliziano uscire la voce di lei, così: “Gentilezza di
sangue, bellezza, un figliuolo, ricchezze, amor coniugale, ingegno,
costume, animo, mi facevan felice: felicità, che la Parca, perfida,
a viepiù inacerbirmi la morte, mi addimostrò piuttosto che darmi.„ Ma
buona e pietosa forse possiamo noi oggi dire la Parca; che risparmiò
a Giovanna di vedere soli nov'anni appresso, nel 97, ne' tempi del
terrore Piagnone, decapitato a ventinove anni il suo Lorenzo come
cospiratore mediceo: memorie d'infinita pietà a chi guardi, sulle
medaglie coniate in onore di lei, le sue forme gentili, e ne' rovesci
simboleggiate le sue virtù, o con le tre Grazie, sottovi scritto
Castità, Amore, Bellezza, o con la figura virgiliana della ninfa
cacciatrice; a chi nella cappella che fu de' Tornabuoni, in Santa
Maria Novella, la riconosce, nei meravigliosi affreschi di Domenico
Ghirlandaio, in quella bionda giovanissima gentildonna, che riccamente
vestita di broccato d'oro campeggia nella storia della Visitazione; a
chi potesse pur di Giovanna rivedere un altro ritratto, della stessa
mano del Ghirlandaio, che col nome della madonna Laura petrarchesca da
un palagio fiorentino trasmigrò ad altri lidi; o a chi rimpianga certi
preziosi affreschi, che in una villa suburbana del pian di Mugnone
tornarono, pochi anni or sono, alla luce, solamente per essere divelti
e travalicati e (sento dire) sciupati oltr'Alpe.
Quanta gentilezza del Rinascimento fiorentino dovette accogliersi
fra le pareti di quella villa, che nei Tornabuoni rimase dal 1469
al 1541, e fu dunque villa di Giovanni Tornabuoni, quando questi e
in Firenze e in Roma, quasi ambedue egualmente medicee, era forse
il principale agente della fortuna sì mercantile e sì politica della
poderosa famiglia; quando ei faceva nel 1490 scoprire quella magnifica
sua cappella, e ci faceva scrivere dal Poliziano la data, “anno 1490,
nel quale la città bellissima, nobile per ricchezze, vittorie, arti,
edificii, godeva di abbondanza, di salute, di pace„; quando nel giugno
dell'86 le nozze del suo Lorenzo con la bella Giovanna erano festa non
pur domestica ma cittadina. Veniva la sposa a Santa Maria del Fiore,
in mezzo a un cortèo di cento fanciulle delle maggiori famiglie, e di
quindici giovinetti vestiti d'un'assisa: assistevano al darsi l'anello
cavalieri così cittadini come di fuori, e un ambasciatore di Spagna
al Pontefice. Un Guicciardini e un Castellani accompagnavano la sposa
alle case de' Tornabuoni, presso alle quali la piazza di San Michele
Berteldi (oggi piazza San Gaetano) era “messa a palco„ per uso di
festeggiamento e di ballo: e di là tornati gli sposi alle case degli
Albizzi, s'imbandiva suntuosamente la cena, essendo messo il terreno
del palagio egualmente a palco pel ballo, che a lume di doppieri si
alternava, durante l'intera notte, co' virili giuochi d'una sfarzosa
armeggeria. Più riposate dolcezze offriva ai giovani sposi la villa.
Qui viene ad essi il Poliziano, tenerissimo del giovane Lorenzo fin
quasi a ieri suo valente discepolo; il Poliziano che con affetto quasi
paterno si compiace d'ogni suo trionfo, così nelle lettere classiche,
specialmente greche (delle quali spera che toccherà presto la cima);
come nel poetar volgare, magari anche all'improvviso; come nelle
giostre della piazza di Santa Croce: viene l'umanista dottissimo a
intertenersi de' cari studi, a leggere que' suoi stupendi poemetti
latini le Selve, una delle quali l'_Ambra_, d'argomento omerico insieme
e mediceo, è dovuta a te (scrive dedicandogliela) per l'un titolo e
l'altro: viene a esaminare e interpretare le antiche medaglie, della
cui raccolta in casa Medici il numismatico erudito e diligente è
appunto Lorenzo Tornabuoni: al quale, e al maestro suo, chi dubiterebbe
(certi di ciò) d'attribuire, con altre, le medaglie fatte eseguire
in onore della sposa diletta? Ma il vecchio Tornabuoni, che guarda
con occhio d'immenso affetto que' giovani capi, ahimè destinati sì
da presso alla morte, non pago che il Ghirlandaio li ritragga nelle
mirabili storie della cappella, in un'altra di quelle meraviglie
dell'arte li vuole, sulle mura di quella stessa sua villa, consacrati
alla ricordanza de' secoli. “Dipignetemi, o maestro, questa sala a
buon fresco; e il Poliziano nostro, qui, darà, come suole, il concetto
d'alcuna di quelle esquisite allegorie nelle quali sì fieramente vi
compiacete.„ E il Botticelli, in due storie sulla medesima parete della
sala, come sulla medesima parete della cappella in due separate storie
il Ghirlandaio, ritraeva i giovani sposi.
Nell'una, il cui fondo è una selva assai folta, che ricorda quello
dell'altra allegoria di Sandro polizianesca, la Primavera, Lorenzo
Tornabuoni, vestito dell'abito civile fiorentino, con la folta e
morbida capigliatura distesa, si avanza, condotto per mano da una donna
di modesto e gentil portamento, verso un circolo di altre sette donne,
acconciate (come anche l'introduttrice) fantasticamente, e che pe'
vari emblemi di che ciascuna d'esse è fornita simboleggiano certamente
le sette Arti liberali; delle quali quella che alle altre sovrasta e
par che presegga, fa a lui cenno di accoglienza amorevole. Nell'altra
storia, Giovanna, cara figura delle più vivamente lumeggiate di verità
bella che siano uscite da pennello di quattrocentista, con un viso
che dice davvero quelle virtù che leggemmo scritte sul suo sepolcro,
atteggiata a semplicità affabile e graziosa, porge con ambe le mani e
le braccia protese un pannolino spiegato, nel quale quattro gentili
giovinette, che si avvicinano a lei sono per deporre fiori. E anche
questa volta, vestita del costume fiorentino del tempo la persona della
sposa; ma a fantasia le quattro che probabilmente son figurate per
virtù proprie di lei.