XI.

Ma chi aveva accresciute e moltiplicate le proprie sostanze, mostrava

sentimenti più nobili e animo più gentile. Giovanni Rucellai ci dà

l'immagine compiuta del fiorentino ricco che sente la dignità del

nuovo stato in cui fu posto dalla fortuna; la quale “non tanto gli

ha conceduto grazia nel guadagnare, ma ancora nello spenderli bene,

che non è minor virtù che il guadagnare. E credo — scrive nel suo

_Zibaldone_, — che m'abbi fatto più onore l'averli bene spesi ch'averli

guadagnati, e più contentamento nel mio animo,„ e “massimamente delle

muraglie ch'io ho fatte della casa mia di Firenze, del luogo mio di

Quaracchi, della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, e della

loggia nella Vigna dirimpetto alla casa mia„. E ringrazia messer

Domenedio,„ d'averlo fatto “creatura razionale,„ cristiano e non

“turco, moro, o barbaro„, d'averlo fatto nascere “nelle parti d'Italia,

la quale è la più degna e più nobile parte di tutto il cristianesimo,

e nella provincia di Toscana la quale è reputata delle degne provincie

ch'abbi l'Italia„, e altresì d'avergli dato la vita nella “città di

Firenze, la quale è reputata la più degna e la più bella patria che

abbi non tanto il cristianesimo ma tutto l'universo mondo„, e infine

d'avergli dato l'essere “nell'età presente, la quale si tiene per li

intendenti ch'ella sia stata e sia la più grande età che mai avessi

la nostra città poi che Firenze fu edificata.... per esser stato al

tempo del magnifico cittadino Cosimo di Giovanni de Medici„. — E più lo

ringraziava d'avergli concesso d'allearsi con lui, per il matrimonio

della Nannina figlia di Piero e nipote di Cosimo, con il proprio

figliuolo Bernardo, splendido parentado di che il Rucellai insuperbiva.

Firenze allora celebrava, senza temere i rigori delle leggi suntuarie

cadute in disuso, le feste nuziali delle grandi famiglie. Le nozze

di Baccio Adimari con la Lisa de' Ricasoli, celebrate nel 1420, ci

son rappresentate da un'antica tavola della Galleria dell'Accademia

di Belle Arti, e vediamo gli sposi con la loro accompagnatura danzare

sotto un padiglione a strisce di vari e ridenti colori, al suono d'una

musica di trombe e di pifferi; ma di queste del Rucellai con la Medici,

che ci danno l'imagine della vita d'allora, vogliamo tentare un quadro

di cui ci fornirà le linee, i colori e il disegno lo _Zibaldone_ del

buon vecchio che ne serbò caro e pregiato ricordo.

Dorati dal fiammante sole di giugno, i festoni di verzura si

distendevan superbi da un lato all'altro della via, levando in alto gli

scudi, la metà coll'arme de' Medici e la metà coll'arme de' Rucellai.

Le pietre ruspe della facciata che la magnificenza di Giovanni Rucellai

aveva pochi anni innanzi fatto murare, come credesi, da Leon Battista

Alberti, acquistavano quasi nuovo colore coperte com'erano dagli

smaglianti parati e dalle ghirlande di fiori penzolanti da' pilastri

dorici del primo piano e dai pilastri corinti del secondo e del terzo.

Dirimpetto al palazzo, nella piazzuola di fronte alla loggia, era stato

eretto un palco che aveva la figura d'un triangolo. Lo copriva, per

difesa del sole, un cielo di panni turchini adornato di ghirlande,

in mezzo alle quali sbocciavano freschissime rose; mentre di sotto,

sull'assito di legno, si stendevano arazzi preziosi, che paravano anche

le panche messe lì torno torno per comodo d'aspettare, e le spalliere

chiudenti in giro il vago recinto. I lembi del gran velabro turchino

scendevano qua e là fino a terra, come aeree colonne. Da una parte

di quel gran padiglione sorgeva una credenza su cui splendevano vasi

e piatti d'argento lavorati a rilievo da quanti più valenti orafi ed

argentieri noverasse allora Firenze: e la ricchezza di quegli arredi

annunciava la sontuosità del convito che apparecchiavasi.

Nella via di fianco al palazzo s'eran poste le cucine, dove fra cuochi

e sguatteri lavoravano cinquanta persone. Il rumore era grande; via

della Vigna da un capo all'altro era piena di gente: agli artefici che

avevan preparato gli addobbi, succedevano i messi che portavano i doni

degli amici, dei clienti, del parentado: i contadini, i giardinieri,

i bottegai, gli speziali che portavano le vettovaglie; i pifferi e

i trombetti che preparavan le musiche: i giovani cavalieri che si

accingevano agli armeggiamenti nuziali.

Quella domenica — era l'otto giugno del 1466 — poco dopo il levar del

sole avea la gente cominciato ad accorrere da ogni parte al palazzo

dove le nozze dovean celebrarsi: arrivavano, cara e promettente

vista ai curiosi, vitelle squartate, barilozzi di vino greco, capponi

quanti ce ne possono stare appiccati a una stanga portata a spalla

da due robusti villani, stangate di formaggi di bufalo, coppie di

paperi, barili di vino comune e di scelto trebbiano, corbelli pieni

di melarance, ceste di pesci di mare grandi e odorosi, paniere di

pesciolini d'Arno con le squame d'argento, caprioli, lepri, giuncate.

— Venivano, portate dagli ortolani dei monasteri, cestelline di

zuccherini, di berlingozzi e d'altre dolcissime delicature preparate

dalle candide mani di monacelle gentili: venivano a gran fatica,

dondolando la testa fronzuta, e barcollando sui carri tirati da bovi

sbuffanti un magnifico ulivo di Carmignano, e ginestre e quercioli

tolti alla villa di Sesto, co' fiori che la ridente stagione donava in

gran copia.

Dovevano i regali aggiunger magnificenza alla festa, ed esser degni

di chi li offriva, e testimoniare insieme l'affetto o la reverenza che

portavano i donatori alle due insigni famiglie che con quegli sponsali

faceano alleanza. Il giovane Bernardo Rucellai, diciassettenne appena,

andava sposo alla Nannina figlia di Piero e nipote al gran Cosimo de'

Medici, ed il vecchio Giovanni Rucellai con quelle nozze si levava di

dosso il sospetto d'esser nemico alla parte Medicea che, dopo l'esilio

di Cosimo, era tornata più forte di prima in Firenze. Era un parentado

architettato con sommo studio, che ridondava a decoro della famiglia

sua, quanto la facciata di Santa Maria Novella fatta fare all'Alberti,

e la cappella in San Pancrazio, e il palagio e la bellissima loggia

corinzia di Via della Vigna.

Sottile ingegno avea quel maestoso vecchio con la fronte alta ed

aperta, il naso aquilino e i fulgidi occhi di un profondo color

cilestro, che pare ancor vivo nella cornice d'un suo antico ritratto.

Abbondanti capelli gli scendono in ricche anella sulle spalle e una

lunga barba gli ondeggia sul petto, conservando ancora alcune tinte

dorate frammiste al grigio della vecchiaia, e con i freschi colori

del viso dimostrando una longevità vigorosa. Lo vediamo seduto in

un seggiolone a bracciuoli, coperto di velluto cremisi a frangia e

borchie d'oro; veste una tunica verde scura ed è ravvolto in un lucco

purpureo a risvolte di velluto cremisi. Cogli occhi guarda in alto e

lontano come pensando a cose che non sono di questo mondo. Ma la mano

destra, adorna di un anello con un grosso brillante, si appoggia con

forza al bracciale del seggiolone, e la sinistra aperta accenna ad un

codice, ben rilegato, che gli è squadernato dinanzi, sur una pagina

del quale leggesi il titolo _Delle Antichità_. Accanto ad esso alcune

lettere dissigillate con l'indirizzo all'_illustrissimo signor Giovanni

Rucellai_. Dietro una tenda di colore scuro, in uno sfondo azzurro son

disegnate con grandissima diligenza ed esattezza le sue opere di pietra

e di marmo, la facciata di Santa Maria Novella, la cappella di San

Pancrazio, il palazzo e la loggia. Quel dipinto compendia l'uomo e le

sue glorie: un ricco mercante che poteva diventar parente del magnifico

Cosimo di Giovanni de' Medici, il quale — com'ei diceva — è stato ed

è di tanta ricchezza e di tanta virtù e di tanta grazia e riputazione

e seguito, che mai non fu simile cittadino nè di tante buone parti e

condizioni quante sono state e sono in lui.

Ma torniamo alle nozze. Giovanna dei Medici venne a marito quel

giorno stesso, accompagnata, com'era costume, da quattro cavalieri de'

maggiori della città, messer Manno Temperani, messer Carlo Pandolfini,

messer Giovanozzo Pitti e messer Tommaso Soderini. _Veniam_ cioè

_verrò_ era scritto, secondo l'uso d'allora su certe cartellette

appiccate alle panche parate d'arazzi che eran disposte sotto al

padiglione fiorito; e la sposa vi venne, e in su quel palco soffice per

i ricchi tappeti si danzò e si festeggiò a suon di musiche, aspettando

i desinari e le cene.

Convennero alle nozze 50 gentildonne riccamente vestite e similmente

50 giovani in abiti bellissimi. Durarono le feste dalla domenica

mattina alla sera del martedì successivo, e i conviti si tenevano

due volte al giorno. Comunemente si convitavano a ciascun pasto

cinquanta tra parenti e amici e cittadini de' principali, per modo

che alla prima tavola, contando le donne e le fanciulle di casa,

i pifferi ed i trombetti, mangiavano 170 persone. E alle seconde e

terze tavole dette “tavole basse„, mangiava gente assai, tantochè ad

un certo pasto s'ebbero fin 500 persone. Le vivande, che eran quelle

prescritte dall'uso, furono squisite e abbondanti: la domenica mattina

si dettero capponi lessi e lingue, e un arrosto di carne grossa, e

uno di pollastrini dorati con lo zucchero e l'acquarosa: la sera la

gelatina, l'arrosto grosso e quello di pollastrini con frittellette.

Il lunedì mattina, bianco mangiare, coi capponi lessi e salsicciuoli

e arrosto grosso di pollastrini; la sera le solite portate, e più una

torta di pappa, mandorle e zucchero che dicevasi _tartara_. Il martedì

mattina, arrosto di carne grossa e di quaglie, e la sera i consueti

arrosti e la gelatina. Alle colazioni uscivano fuori in sul palchetto

venti confettiere di pinocchiati e di zuccherati, che si distribuivano

a profusione.

La spesa di questi conviti ascese a più che 6000 fiorini (circa 150000

lire), somma per quel tempo ingentissima. Si comprarono settanta staia

di pane, duemilaottocento pani bianchi, quattromila cialdoni, cinquanta

barili di trebbiano, tremila capi di pollame, mille e cinquecento uova,

quattro vitelli, venti catini di gelatina; e si arsero in cucina dodici

cataste di legna. — Pareva addirittura il regno dell'abbondanza.

Il martedì sera, parte dei giovani che erano stati invitati alle

nozze fecero gli armeggiamenti secondo l'usanza, movendosi dal Palazzo

Rucellai fino al canto dei Tornaquinci, e di poi in Via Larga sotto il

Palazzo dei Medici.

La sposa, chi voglia sapere il corredo e i regali che ebbe, ricevè da

diversi parenti non meno di venti anelli; e sei dallo sposo, due quando

la tolse, due _dello sposalizio_, due nella mattina che si donavano

le anella. Da Bernardo ebbe cento fiorini e più altre monete: le si

fecero ricchi vestimenti: uno di velluto bianco ricamato di perle,

di seta e d'oro con maniche aperte foderate di candide pellicce: uno

di _zetani_, drappo di seta molto massiccio, guernito di perle con le

maniche foderate d'ermellino.

Ebbe poi una _cotta_ o vestito di damaschino bianco broccato d'oro

fiorito, con maniche adorne di perle, e un'altra cotta di seta con

maniche di broccato d'oro cremisi ed altri vestiti e sopravvesti,

chiamate allora _giornee_. — Fra le altre gioie ebbe una ricca collana

con diamanti, rubini e perle del valore di 1200 fiorini, e uno spillo

da testa, e un vezzo di perle che avea per pendente un grosso diamante

a punta, e un cappuccio ricamato di perle e una reticella di perle

grosse. — La dote, che oggi parrebbe scarsa, fu di 2500 fiorini (circa

60 000 lire), compreso il corredo, nel quale si notano un paio di

forzieri con le spalliere riccamente lavorati, e dieci fra _cioppe_,

_gamurre_ e _giornee_, cioè vestiti lunghi di varia forma di finissime

stoffe, e sontuosi ricami d'oro e di perle: una camicia di _renso_

(tela bianca fine operata proveniente da Reims), una cuffia o testiera

di stoffa cremisi lavorata di perle, due berrette con argento, perle

e diamanti, un _libriccino_ da messa miniato con fermagli d'argento e

un _Bambino_ Gesù in cera con la veste di damasco ricamata di perle.

Inoltre stoffe in pezza, rasi, damaschi, velluti, guanciali ricamati,

cinture, borse, anelli da cucire, agorai, pettini d'avorio, 4 paia di

guanti, un _cappello_ alla milanese con frangie, otto paia di calze,

tre specchi, un bacino e un mesciacqua a smalto d'argento, un ventaglio

ricamato o _rosta_, e molte altre cose che non si contano.

La vita Italiana nel Rinascimento: Conferenze tenute a Firenze nel 1892 · 第 22 / 93 题