Ma chi aveva accresciute e moltiplicate le proprie sostanze, mostrava
sentimenti più nobili e animo più gentile. Giovanni Rucellai ci dà
l'immagine compiuta del fiorentino ricco che sente la dignità del
nuovo stato in cui fu posto dalla fortuna; la quale “non tanto gli
ha conceduto grazia nel guadagnare, ma ancora nello spenderli bene,
che non è minor virtù che il guadagnare. E credo — scrive nel suo
_Zibaldone_, — che m'abbi fatto più onore l'averli bene spesi ch'averli
guadagnati, e più contentamento nel mio animo,„ e “massimamente delle
muraglie ch'io ho fatte della casa mia di Firenze, del luogo mio di
Quaracchi, della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, e della
loggia nella Vigna dirimpetto alla casa mia„. E ringrazia messer
Domenedio,„ d'averlo fatto “creatura razionale,„ cristiano e non
“turco, moro, o barbaro„, d'averlo fatto nascere “nelle parti d'Italia,
la quale è la più degna e più nobile parte di tutto il cristianesimo,
e nella provincia di Toscana la quale è reputata delle degne provincie
ch'abbi l'Italia„, e altresì d'avergli dato la vita nella “città di
Firenze, la quale è reputata la più degna e la più bella patria che
abbi non tanto il cristianesimo ma tutto l'universo mondo„, e infine
d'avergli dato l'essere “nell'età presente, la quale si tiene per li
intendenti ch'ella sia stata e sia la più grande età che mai avessi
la nostra città poi che Firenze fu edificata.... per esser stato al
tempo del magnifico cittadino Cosimo di Giovanni de Medici„. — E più lo
ringraziava d'avergli concesso d'allearsi con lui, per il matrimonio
della Nannina figlia di Piero e nipote di Cosimo, con il proprio
figliuolo Bernardo, splendido parentado di che il Rucellai insuperbiva.
Firenze allora celebrava, senza temere i rigori delle leggi suntuarie
cadute in disuso, le feste nuziali delle grandi famiglie. Le nozze
di Baccio Adimari con la Lisa de' Ricasoli, celebrate nel 1420, ci
son rappresentate da un'antica tavola della Galleria dell'Accademia
di Belle Arti, e vediamo gli sposi con la loro accompagnatura danzare
sotto un padiglione a strisce di vari e ridenti colori, al suono d'una
musica di trombe e di pifferi; ma di queste del Rucellai con la Medici,
che ci danno l'imagine della vita d'allora, vogliamo tentare un quadro
di cui ci fornirà le linee, i colori e il disegno lo _Zibaldone_ del
buon vecchio che ne serbò caro e pregiato ricordo.
Dorati dal fiammante sole di giugno, i festoni di verzura si
distendevan superbi da un lato all'altro della via, levando in alto gli
scudi, la metà coll'arme de' Medici e la metà coll'arme de' Rucellai.
Le pietre ruspe della facciata che la magnificenza di Giovanni Rucellai
aveva pochi anni innanzi fatto murare, come credesi, da Leon Battista
Alberti, acquistavano quasi nuovo colore coperte com'erano dagli
smaglianti parati e dalle ghirlande di fiori penzolanti da' pilastri
dorici del primo piano e dai pilastri corinti del secondo e del terzo.
Dirimpetto al palazzo, nella piazzuola di fronte alla loggia, era stato
eretto un palco che aveva la figura d'un triangolo. Lo copriva, per
difesa del sole, un cielo di panni turchini adornato di ghirlande,
in mezzo alle quali sbocciavano freschissime rose; mentre di sotto,
sull'assito di legno, si stendevano arazzi preziosi, che paravano anche
le panche messe lì torno torno per comodo d'aspettare, e le spalliere
chiudenti in giro il vago recinto. I lembi del gran velabro turchino
scendevano qua e là fino a terra, come aeree colonne. Da una parte
di quel gran padiglione sorgeva una credenza su cui splendevano vasi
e piatti d'argento lavorati a rilievo da quanti più valenti orafi ed
argentieri noverasse allora Firenze: e la ricchezza di quegli arredi
annunciava la sontuosità del convito che apparecchiavasi.
Nella via di fianco al palazzo s'eran poste le cucine, dove fra cuochi
e sguatteri lavoravano cinquanta persone. Il rumore era grande; via
della Vigna da un capo all'altro era piena di gente: agli artefici che
avevan preparato gli addobbi, succedevano i messi che portavano i doni
degli amici, dei clienti, del parentado: i contadini, i giardinieri,
i bottegai, gli speziali che portavano le vettovaglie; i pifferi e
i trombetti che preparavan le musiche: i giovani cavalieri che si
accingevano agli armeggiamenti nuziali.
Quella domenica — era l'otto giugno del 1466 — poco dopo il levar del
sole avea la gente cominciato ad accorrere da ogni parte al palazzo
dove le nozze dovean celebrarsi: arrivavano, cara e promettente
vista ai curiosi, vitelle squartate, barilozzi di vino greco, capponi
quanti ce ne possono stare appiccati a una stanga portata a spalla
da due robusti villani, stangate di formaggi di bufalo, coppie di
paperi, barili di vino comune e di scelto trebbiano, corbelli pieni
di melarance, ceste di pesci di mare grandi e odorosi, paniere di
pesciolini d'Arno con le squame d'argento, caprioli, lepri, giuncate.
— Venivano, portate dagli ortolani dei monasteri, cestelline di
zuccherini, di berlingozzi e d'altre dolcissime delicature preparate
dalle candide mani di monacelle gentili: venivano a gran fatica,
dondolando la testa fronzuta, e barcollando sui carri tirati da bovi
sbuffanti un magnifico ulivo di Carmignano, e ginestre e quercioli
tolti alla villa di Sesto, co' fiori che la ridente stagione donava in
gran copia.
Dovevano i regali aggiunger magnificenza alla festa, ed esser degni
di chi li offriva, e testimoniare insieme l'affetto o la reverenza che
portavano i donatori alle due insigni famiglie che con quegli sponsali
faceano alleanza. Il giovane Bernardo Rucellai, diciassettenne appena,
andava sposo alla Nannina figlia di Piero e nipote al gran Cosimo de'
Medici, ed il vecchio Giovanni Rucellai con quelle nozze si levava di
dosso il sospetto d'esser nemico alla parte Medicea che, dopo l'esilio
di Cosimo, era tornata più forte di prima in Firenze. Era un parentado
architettato con sommo studio, che ridondava a decoro della famiglia
sua, quanto la facciata di Santa Maria Novella fatta fare all'Alberti,
e la cappella in San Pancrazio, e il palagio e la bellissima loggia
corinzia di Via della Vigna.
Sottile ingegno avea quel maestoso vecchio con la fronte alta ed
aperta, il naso aquilino e i fulgidi occhi di un profondo color
cilestro, che pare ancor vivo nella cornice d'un suo antico ritratto.
Abbondanti capelli gli scendono in ricche anella sulle spalle e una
lunga barba gli ondeggia sul petto, conservando ancora alcune tinte
dorate frammiste al grigio della vecchiaia, e con i freschi colori
del viso dimostrando una longevità vigorosa. Lo vediamo seduto in
un seggiolone a bracciuoli, coperto di velluto cremisi a frangia e
borchie d'oro; veste una tunica verde scura ed è ravvolto in un lucco
purpureo a risvolte di velluto cremisi. Cogli occhi guarda in alto e
lontano come pensando a cose che non sono di questo mondo. Ma la mano
destra, adorna di un anello con un grosso brillante, si appoggia con
forza al bracciale del seggiolone, e la sinistra aperta accenna ad un
codice, ben rilegato, che gli è squadernato dinanzi, sur una pagina
del quale leggesi il titolo _Delle Antichità_. Accanto ad esso alcune
lettere dissigillate con l'indirizzo all'_illustrissimo signor Giovanni
Rucellai_. Dietro una tenda di colore scuro, in uno sfondo azzurro son
disegnate con grandissima diligenza ed esattezza le sue opere di pietra
e di marmo, la facciata di Santa Maria Novella, la cappella di San
Pancrazio, il palazzo e la loggia. Quel dipinto compendia l'uomo e le
sue glorie: un ricco mercante che poteva diventar parente del magnifico
Cosimo di Giovanni de' Medici, il quale — com'ei diceva — è stato ed
è di tanta ricchezza e di tanta virtù e di tanta grazia e riputazione
e seguito, che mai non fu simile cittadino nè di tante buone parti e
condizioni quante sono state e sono in lui.
Ma torniamo alle nozze. Giovanna dei Medici venne a marito quel
giorno stesso, accompagnata, com'era costume, da quattro cavalieri de'
maggiori della città, messer Manno Temperani, messer Carlo Pandolfini,
messer Giovanozzo Pitti e messer Tommaso Soderini. _Veniam_ cioè
_verrò_ era scritto, secondo l'uso d'allora su certe cartellette
appiccate alle panche parate d'arazzi che eran disposte sotto al
padiglione fiorito; e la sposa vi venne, e in su quel palco soffice per
i ricchi tappeti si danzò e si festeggiò a suon di musiche, aspettando
i desinari e le cene.
Convennero alle nozze 50 gentildonne riccamente vestite e similmente
50 giovani in abiti bellissimi. Durarono le feste dalla domenica
mattina alla sera del martedì successivo, e i conviti si tenevano
due volte al giorno. Comunemente si convitavano a ciascun pasto
cinquanta tra parenti e amici e cittadini de' principali, per modo
che alla prima tavola, contando le donne e le fanciulle di casa,
i pifferi ed i trombetti, mangiavano 170 persone. E alle seconde e
terze tavole dette “tavole basse„, mangiava gente assai, tantochè ad
un certo pasto s'ebbero fin 500 persone. Le vivande, che eran quelle
prescritte dall'uso, furono squisite e abbondanti: la domenica mattina
si dettero capponi lessi e lingue, e un arrosto di carne grossa, e
uno di pollastrini dorati con lo zucchero e l'acquarosa: la sera la
gelatina, l'arrosto grosso e quello di pollastrini con frittellette.
Il lunedì mattina, bianco mangiare, coi capponi lessi e salsicciuoli
e arrosto grosso di pollastrini; la sera le solite portate, e più una
torta di pappa, mandorle e zucchero che dicevasi _tartara_. Il martedì
mattina, arrosto di carne grossa e di quaglie, e la sera i consueti
arrosti e la gelatina. Alle colazioni uscivano fuori in sul palchetto
venti confettiere di pinocchiati e di zuccherati, che si distribuivano
a profusione.
La spesa di questi conviti ascese a più che 6000 fiorini (circa 150000
lire), somma per quel tempo ingentissima. Si comprarono settanta staia
di pane, duemilaottocento pani bianchi, quattromila cialdoni, cinquanta
barili di trebbiano, tremila capi di pollame, mille e cinquecento uova,
quattro vitelli, venti catini di gelatina; e si arsero in cucina dodici
cataste di legna. — Pareva addirittura il regno dell'abbondanza.
Il martedì sera, parte dei giovani che erano stati invitati alle
nozze fecero gli armeggiamenti secondo l'usanza, movendosi dal Palazzo
Rucellai fino al canto dei Tornaquinci, e di poi in Via Larga sotto il
Palazzo dei Medici.
La sposa, chi voglia sapere il corredo e i regali che ebbe, ricevè da
diversi parenti non meno di venti anelli; e sei dallo sposo, due quando
la tolse, due _dello sposalizio_, due nella mattina che si donavano
le anella. Da Bernardo ebbe cento fiorini e più altre monete: le si
fecero ricchi vestimenti: uno di velluto bianco ricamato di perle,
di seta e d'oro con maniche aperte foderate di candide pellicce: uno
di _zetani_, drappo di seta molto massiccio, guernito di perle con le
maniche foderate d'ermellino.
Ebbe poi una _cotta_ o vestito di damaschino bianco broccato d'oro
fiorito, con maniche adorne di perle, e un'altra cotta di seta con
maniche di broccato d'oro cremisi ed altri vestiti e sopravvesti,
chiamate allora _giornee_. — Fra le altre gioie ebbe una ricca collana
con diamanti, rubini e perle del valore di 1200 fiorini, e uno spillo
da testa, e un vezzo di perle che avea per pendente un grosso diamante
a punta, e un cappuccio ricamato di perle e una reticella di perle
grosse. — La dote, che oggi parrebbe scarsa, fu di 2500 fiorini (circa
60 000 lire), compreso il corredo, nel quale si notano un paio di
forzieri con le spalliere riccamente lavorati, e dieci fra _cioppe_,
_gamurre_ e _giornee_, cioè vestiti lunghi di varia forma di finissime
stoffe, e sontuosi ricami d'oro e di perle: una camicia di _renso_
(tela bianca fine operata proveniente da Reims), una cuffia o testiera
di stoffa cremisi lavorata di perle, due berrette con argento, perle
e diamanti, un _libriccino_ da messa miniato con fermagli d'argento e
un _Bambino_ Gesù in cera con la veste di damasco ricamata di perle.
Inoltre stoffe in pezza, rasi, damaschi, velluti, guanciali ricamati,
cinture, borse, anelli da cucire, agorai, pettini d'avorio, 4 paia di
guanti, un _cappello_ alla milanese con frangie, otto paia di calze,
tre specchi, un bacino e un mesciacqua a smalto d'argento, un ventaglio
ricamato o _rosta_, e molte altre cose che non si contano.