Vi ricordate della tragedia di Vittorio Alfieri intitolata: _La
Congiura de' Pazzi_? Come opera d'arte non è gran che, lasciando
stare anche l'alterazione quasi grottesca dei fatti storici, dei
caratteri e persino dei nomi dei personaggi. Ma non si tratta ora di
ciò. Voglio notare soltanto un fenomeno singolare, che parmi accaduto
all'Alfieri nel trattar questo tema, ed è che mentre ha senza dubbio
voluto travestire in Lorenzo e Giuliano de' Medici due de' suoi
soliti _Egisti_ e _Creonti_, due de' suoi soliti _tiranni_, messi
là a ricevere in pieno petto le contumelie del _prim'uomo_ e della
_prima donna_, non solo il carattere di Lorenzo gli è, suo malgrado,
riuscito il più simpatico della tragedia, ma all'ultimo non sa più egli
stesso, l'Alfieri, da che lato pende il torto maggiore; i motivi della
sanguinosa catastrofe, da prima apparsigli così chiari e lampanti,
si direbbe che gli si oscurano tutto ad un tratto; e per conclusione
finale mette in bocca a Lorenzo queste ambigue parole:
. . . . E avverar sol può il tempo
Me non tiranno e traditor costoro!
Sembra accorgersi tardi che il tentativo di raccogliere tutta la pietà
tragica sui Pazzi, anzichè sui Medici, è un grosso errore, tanto sotto
l'aspetto della storia, quanto sotto quello dell'arte, com'ebbe poi
a scrivergli con gran franchezza Melchiore Cesarotti, e si ferma lì
come in dubbio, e in questo dubbio lascia gli ascoltatori ed i lettori
della sua tragedia. La quale ritengo, avrebb'egli concepita in modo
tutto diverso, se, in cambio d'averla scritta fra il 1779 e l'80,
l'avesse scritta un dieci o dodici anni più tardi, quando, scoppiata la
rivoluzione francese, la prospettiva della tirannide gli si era, per
così dire, rovesciata e gli pareva molto più intollerabile quella che
viene dal basso, anzichè quella che viene dall'alto, la tirannide dei
molti, anzichè quella d'un solo.
Se non che il fenomeno accaduto all'Alfieri mi sembra essersi rinnovato
in molti altri dei più sfidati avversari di Lorenzo il Magnifico, dai
contemporanei fino ai giorni nostri. Molti altri accatastano fatti su
fatti e poi s'accorgono con loro stupore che i più tornano a gloria di
Lorenzo, e allora non possono tenersi dal mescolare le lodi ai biasimi,
o per lo meno dallo scindere l'unità di questa grande e complessa
figura storica del secolo XV in modo, da farne uscire due, tre, quattro
anzi, come propone il Perrens, uomini diversi, contenuti in un solo, e
così poterne lodare uno o due e biasimare i rimanenti; a molti altri
è accaduto di fermarsi all'ultimo, al pari dell'Alfieri, dubbiosi,
esitanti, come dinanzi ad un problema psicologico di troppo difficile
soluzione.
A Lorenzo de' Medici è toccata del resto una singolare fortuna, ed
è quella d'aver sempre appassionato pro o contro gli scrittori, che
hanno trattato di lui, dai contemporanei fino agli odierni, come se
in cambio d'aver vissuto dal 1449 al 1492 egli fosse nato, vissuto
o morto pochi anni fa, come se in cambio d'un uomo del secolo XV
si trattasse, ad esempio, d'un Napoleone I, gli effetti della cui
gloria e dei cui disastri sono forse sensibili anche oggi nella vita
europea. Eppure quei signori e principi della prima e seconda stirpe
Medicea sono ben morti e sepolti! Nulla ci parla più di loro. Gli
stessi edifici e monumenti d'arte, che hanno lasciato, ci ricordano
ancora il nome e l'opera dell'artista, che gli ha ideati e compiuti,
ma il nome del signore o del principe, che gli ha commessi, appena
qualche erudito lo sa con precisione e al visitatore indigeno o
forestiero poco importa oramai che si tratti dei primi o secondi
Cosimi, Giuliani e Lorenzi, che si tratti dei Medici insidiatori
della libertà fiorentina o dei Medici Granduchi, i quali alle loro
vecchie dimore non hanno lasciato di proprio neppure il nome. A qualche
scrutatore indiscreto alcuna traccia dei tempi Medicei parrà forse di
scernere ancora nel temperamento e in certe disposizioni morali del
popolo fiorentino (lo dico a lode, badiamo, non a biasimo di certo)
ma nulla più. Chi ne dubitasse entri, qui prossimo, a San Lorenzo, in
quelle sepolture Medicee. Che gelo, che tanfo di morte preistorica
in quel buio della vecchia e nuova sagrestia, ma qui almeno danno
lume e calore il genio di Andrea del Verrocchio e quello tra satirico
e malinconico di Michelangelo! Peggio tra la sfarzosa e teatrale
ricchezza del sepolcreto granducale! Qui nessun compenso possibile:
la storia dice poco; l'arte non dice niente; il freddo dei marmi vi
assidera, vi penetra crudelmente nell'ossa e nell'anima, e si sente
il bisogno d'uscire più che di fretta, non già per odio a quei sepolti
tiranni, che coi loro manti e le loro corone arieggiano innocui re da
melodramma, ma per la prosaica paura d'un raffreddore.
Ora dunque perchè, tra questi morti e così ben morti, quelli della
prima stirpe Medicea appassionano gli scrittori più di quelli della
seconda, e perchè tra quelli della prima Lorenzo più degli altri ha il
privilegio di eccitare anche oggi odii ed amori così tenaci?
Finchè in Italia i libri di storia furono per metà di politica, voi
sapete quanto si sfruttarono l'assedio e la caduta di Firenze nel
1530 e quell'accordo del Papa coll'Imperatore, che fu la cagione
immediata di tale catastrofe. Era la conclusione ultima di tutto il
gran dramma, non della libertà fiorentina soltanto, ma della libertà
italiana, e poichè quel Papa era un Medici ed un Medici il primo Duca
di Firenze, non altro si volle vedere in tuttociò che la continuazione
d'un antico disegno d'ambizione, che finalmente s'effettuava coll'aiuto
dello straniero, ed i più rei parvero i primi autori di quella lunga
e perseverante insidia, ed il peggiore di tutti, quegli in cui più
splendidamente s'incarnarono la tradizione e il genio di tutta la
stirpe. Divenne così una specie di obbligo pel liberalismo italiano
non far grazia ai Medici e soprattutti a Lorenzo. Non parliamo dei
contemporanei o dei quasi contemporanei. L'odio o l'amor loro troppo
facilmente si spiega. Non parliamo neppure degli scrittori toscani
dell'epoca granducale, medicea e lorenese. La lode o il silenzio in
bocca loro sono troppo sospetti. Ma quando colla storia filosofica
e Volteriana del secolo XVIII si cominciò ad opporre al Medio Evo
credente e devoto il Rinascimento scettico e razionalista, eccoti,
fra gli stranieri massimamente, fra gli indifferenti cioè alle nostre
passioni politiche, eccoti il panegirico dei Medici e di Lorenzo in
particolare, che tocca il colmo e, direi, passa il segno, nel famoso
libro del Roscoe, ed eccoti di riscontro il Sismondi, scrittore di gran
merito, ma uno dei santi padri, uno dei rappresentanti internazionali
di quel dottrinarismo liberale e borghese, che ha nelle instituzioni
repubblicane la panacea di tutti i mali, e quindi non perdona ai
distruttori di repubbliche ed ai loro encomiatori. Non badò il Sismondi
che nella vita di Lorenzo il Roscoe a dipinger l'uomo s'era attenuto
al Valori, un coetaneo di Lorenzo, che a narrar la storia avea seguito
il Machiavelli, che i documenti originali gliegli avea apprestati il
Fabroni, che a penetrar nella storia letteraria lo aveano aiutato
il Bandini, il Tiraboschi, autorità tutte di non poco valore; non
si ricordò neppure ch'egli stesso avea tanto esaltato i Medici e
Lorenzo nella sua storia letteraria dell'Europa meridionale, quanto
li deprimeva nella sua storia delle Repubbliche Italiane; non badò
a nulla, non volle curarsi di nulla; non altro gli stette a cuore
che contrapporre al panegirico la diatriba e spinta al segno da non
sdegnare esso, onest'uomo come era, di lodare quali azioni eroiche
persino la dissimulazione dei Pazzi, che convitano Lorenzo e Giuliano
de' Medici in casa loro a fine d'ammazzarli, persino il tasteggiare
che fanno il giovane Giuliano, fingendo abbracciarlo amicamente, per
assicurarsi se ha o no il giaco sotto la veste, quando lo inducono a
entrar nel duomo e lo uccidono.
È sommamente istruttiva la polemica, che ne seguì fra il Roscoe e il
Sismondi, la quale andò tant'oltre che il Sismondi stesso finì per
dire: “smettiamola, signor Roscoe, altrimenti si riderà di noi che ci
contendiamo un tiranno del secolo XV coll'accanimento medesimo, che due
rivali si contenderebbero il cuore d'una bella donna. E poi di che ci
scaldiamo tanto, noi, stranieri all'Italia tutti e due?„
Nè cadde a vuoto, sapete, quest'ultima parola, da cui s'arguirebbe
esservi sui Medici e su Lorenzo in particolare la possibilità
di due giudizi diversi, uno per gli Italiani, un altro per gli
stranieri, perocchè questo è appunto lo scrupolo, che ha trattenuto
il coscienzioso Burckhardt, nella sua classica opera sul Rinascimento
in Italia, dal giudicare Lorenzo come uomo di Stato e dal decidere
qual parte spetti agli uomini e quale sia superiore al loro stesso
buono o mal volere (il vero problema di questa storia) nei destini di
Firenze; scrupolo veramente eccessivo e che non trattenne per buona
sorte il Reumont, il Buser, il Leo, il Thomas, il Perrens e tanti altri
valentuomini stranieri dal fare della storia Medicea anche politica e
di Lorenzo come uomo di Stato il soggetto delle loro ricerche, e dei
loro studi.
Quanto agli Italiani, finchè durò il periodo della preparazione e degli
esperimenti infelici della nostra rivoluzione e sino a poco dopo il
1859, si tennero più o meno a modello il Sismondi, pur evitandone le
enormi esagerazioni, nel giudicare dei Medici e di Lorenzo, ma poi
spesso l'argomento fece forza da sè al preconcetto politico, ed o si
fermarono, ripeto, incerti e dubbiosi, a mezza spada, o il giudizio, da
prima severissimo, si venne via via temperando, più si approfondivano
le ricerche, come potete vedere in Gino Capponi, che nel 1842, quando
si cospirava anche coll'_Archivio Storico_ (una delle più nobili
arme affilate nel gabinetto di Giampietro Vieusseux), ha parole di
fuoco contro i Medici, e nel 1875, quando pubblicò la sua _Storia
della Repubblica di Firenze_, ne parla con tanta maggiore serenità e
obbiettività scientifica; come potete vedere in Pasquale Villari, che
nel suo _Savonarola_, il libro caldo ancora di inspirazione giovanile
e di passionata eloquenza, e assai prossimo al Sismondi, e nel suo
_Machiavelli_, lo studio severo della sapiente virilità, se non ha
dismessi tutti gli antichi corrucci, tuttavia tempera o per lo meno
slarga il suo giudizio, che in questo caso val quanto di necessità
temperarlo. Più notevole è il caso del Carducci, che in quei suoi primi
saggi bellissimi sulle poesie di Lorenzo de' Medici e del Poliziano,
ora la sua natura d'artista lo attrae irresistibilmente verso Lorenzo,
natura d'artista esso pure, come dice il Capponi, anima di principe,
ultima grandezza d'un'età splendida, che finiva, ora lo spirito
rivoluzionario lo trattiene, lo tira indietro, gli strappa accenti
di collera, troncati a mezzo però da una ripugnanza anche maggiore,
la ripugnanza alla reazione del Savonarola, che tenta gettare la sua
tonaca di frate su tutta quella radiosa giovinezza di Rinascimento
artistico e letterario.
Intanto le ricerche e gli studi sull'età Medicea e su Lorenzo
continuano indefessi; si ampliano e si integrano i documenti raccolti
dal benemerito Fabroni; al togato Guicciardini della _Storia d'Italia_
succede il Guicciardini della _Storia Fiorentina_, dei _Ricordi_ e di
quel capolavoro del pensiero politico italiano, che è il _Dialogo sul
Reggimento di Firenze_; abbiamo cioè l'espressione viva e immediata di
un quasi contemporaneo, che è insieme una gran mente d'uomo di Stato,
e tuttociò ci frutta fra il 1874 e 75 l'opera capitale su Lorenzo dei
Medici di Alfredo di Reumont ed il giudizio pieno e definitivo di Gino
Capponi. Si direbbe che il processo è chiuso, che la sentenza ultima è
pronunciata; che, com'è per lo più di tutte le sentenze della storia,
Lorenzo ne esce nè del tutto assolto, nè condannato del tutto. Oibò! La
buona fortuna del Sismondi non è finita. Esso rivive con tutte le sue
collere e i suoi anatemi nel Perrens, che sotto gli occhi nostri, nel
1888, e valendosi anzi di tutto il lavoro critico avvenuto dal Sismondi
in poi (giacchè, bisogna dirlo, il Perrens è anzi, per straniero
e francese che parla d'Italia, mirabilmente informato), riapre il
processo e non una parte di Lorenzo si salva; l'uomo, il padre,
il marito, il cittadino, il signore, lo statista, il mecenate, il
letterato, tutto, tutto è oscurato e ravvolto in una stessa condanna. È
una demolizione compiuta. Del tempio e della statua non resta in piedi
neppure una pietruzza, che dica al passeggiero: _qui fu Lorenzo de'
Medici_; tantochè all'ultimo lo stesso Perrens si ferma col martello
in mano e quasi spaventato dell'opera sua; si sente preso anch'esso da
quel dubbio, da quell'incertezza, che, come dicevo, assale dall'Alfieri
in giù tutti i più sfidati avversari di Lorenzo; ma è supremamente
comica la forma che piglia questo tardivo rimorso nel Perrens, il
quale si rivolta contro il suo maestro ed autore, contro il Sismondi,
e quasi lo apostrofa dicendo: “via, è troppo! Un po' di discrezione,
s'il vous plaît. Non è poi certissimo che quei vostri cari Albizzi
fossero proprio campioni di libertà e di democrazia in confronto dei
Medici e, quanto a Lorenzo, conveniamo che, se non fu veramente _l'ago
della bilancia_ nella politica italiana del suo tempo, come pretendono
i suoi adulatori, qualche cosa ha pur fatto per mantenere la pace,
almeno dalla guerra di Sarzana fino alla sua morte, dal 1487 al 1492.
È pochino! Sono cinque annetti soli! Ma questo almeno si conceda per
dimostrare, se non altro, la nostra imparzialità!„
Voi vedete, o signore, fra che odii e che amori, fra che assoluzioni
e condanne, fra che spinaio di giudizi diversi sarebbe costretto a
ravvolgersi chi avesse oggi da narrare a fondo la storia di Lorenzo il
Magnifico, della sua vita e del suo tempo. E se ho dovuto indugiarmi
tanto, solo per accennare le difficoltà del mio tema, mi conforta
il pensiero che accennare tali difficoltà è già esso stesso un
illustrarlo, e che, parlando ad un pubblico così culto e in massima
parte fiorentino, m'è lecito presupporre l'argomento noto almeno nelle
sue linee storiche principali e non tenermi obbligato a ridir tutto
per filo e per segno, che già sarebbe chieder troppo all'industria del
conferenziere e alla sofferenza del pubblico.
A giudicare dei Medici e di Lorenzo con quell'imparzialità almeno
relativa, a cui gli uomini possono aspirare, mi pare del resto che
la nostra generazione dovrebbe oramai essere meglio disposta delle
precedenti, la nostra generazione, che in fatto di politica è passata
a traverso tante bonacce e burrasche di promettenti primavere, di
malinconici autunni e di inverni spietati. Essa dovrebbe sentirsi,
dico, meglio disposta a non farsi guidare nel giudizio di un
passato remoto, che si tratta di conoscer bene, ma non muta più, da
idoleggiamenti rettorici di forme di governo, qualunque esse siano, o
da preoccupazioni politiche, che mutano ogni giorno.
La storia indifferente al bene od al male perde non solo ogni efficacia
morale, ma ancora ogni calore e vivezza di rappresentazione. Ma altro
è una gelida indifferenza al bene od al male, altro è gettarsi a
capo chino fra le lotte d'un'età tanto lontana da noi e sposarne gli
odii, gli amori, come se fossero i nostri, e aggregarsi a una fazione
contro dell'altra. Si moltiplicano per tal guisa deliberatamente le
occasioni e le cause d'errori infiniti, giacchè, per quanto ci sia
dato penetrare a dentro nella storia con le ricerche, gli studi e
attingendo, finchè si può, dalle fonti originali delle memorie e dei
documenti contemporanei, resta pur sempre un qualche cosa, che nessuna
ricerca può far rivivere, che nessuno studio può rimetterci dianzi
agli occhi, che nessun documento può dirci, ed è forse appunto in
quell'inafferrabile _qualche cosa_, che giace riposta la spiegazione
vera di un fatto o d'un uomo, la ragione ultima d'assolvere o di
condannare. Di ciò si ha un segno evidente in quella specie di sforzo
che occorre, in quella specie di disagio morale e qualche volta, direi
quasi, anche fisico, che si prova a volersi addietrare col pensiero
nella vita di generazioni già lontane da noi. Ce ne vuole per assuefare
non soltanto l'animo a sentimenti e passioni, che non si provano più,
ma la fantasia e gli occhi ad abitudini, a costumi, a fogge, ad arredi,
a vestiari, che non sono più i nostri, a compiacersi di divertimenti,
che oggi ci parrebbero torture, a persuadersi del buon gusto di un
pranzo, che oggi ci rovescierebbe lo stomaco, a ridire d'una burla
o d'un motto, che oggi ci suona come una freddura senza sugo, e via
dicendo. Quello sforzo e quella specie di disagio scemano in noi più ci
si affina il gusto della storia, e si convertono anzi in una misteriosa
delizia, che può divenire persino passione e mania. Ma dimostrano
insieme (e ciò dico in particolare a proposito dei Medici e di Lorenzo)
la necessità che lo studio della storia rimanga, più che possibile,
obbiettivo, la necessità di non spostare nè uomini, nè fatti, di
sceverare il generale dal particolare, di non dar troppo all'ambiente,
come oggi s'usa dire, per togliere all'uomo, nè attribuire a questo,
per quanta azione abbia avuto sul tempo suo, ciò che è dell'ambiente,
in cui quell'uomo ha vissuto, di sentenziare di preferenza dagli
effetti palesi dell'opera sua, che sono ben noti, anzichè dai movimenti
individuali e interiori, dei quali nessuno può più dirci intiero il
segreto, di non prolungare finalmente al di là di certi limiti quegli
effetti medesimi per incolparlo anche di ciò che risulta da tutti altri
uomini e da tutt'altre condizioni di tempi, scordandoci a suo danno
quello che l'esperienza ci dimostra ogni giorno, cioè che l'uomo è
appena padrone del minuto che passa.
Ora se v'ha personaggi storici pei quali queste cautele siano state
più trascurate, direi che sono i Medici per l'appunto. E si capisco
facilmente il perchè. Non parliamo dei Medici, dal 1531 Duchi e
Granduchi. Ma per quelli della prima linea, a non dir che di loro, per
Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso, Lorenzo il Magnifico, furono tanto
più facilmente trascurate quelle cautele, perchè essi appassionano,
come già dissi, più di tant'altri personaggi storici, gli scrittori,
e gli appassionano tanto più, perchè non sono semplici capi ereditari
d'una dinastia, d'una città, d'un regno, ma, oltre alla singolarissima
forma del potere che esercitano, sono, se non gli autori, gli attori
più in vista, pel loro grado, per le loro tradizioni, per le loro
aderenze, pel loro genio e le loro inclinazioni personali, di tutto
un nuovo e gran moto di civiltà, comprendente non solo le forme di
governo, le arti, le scienze, le lettere, ma i pensieri, i sentimenti,
la religione, la morale, i costumi, le usanze, tutta nel suo complesso
la vita pubblica e privata; ond'è che in essi si studia non il signore
soltanto, ma l'uomo nelle sue relazioni cogli uguali e cogli inferiori,
l'uomo nella vita quotidiana, in casa, in villa, per le vie, tra gli
spettacoli carnevaleschi, fra le dispute dell'accademia, nel banco
commerciale, nel museo, nella biblioteca, fra gli amici che predilige,
fra le donne che ama, fra le pareti del suo palazzo, alle corti
estere, dove, benchè semplice cittadino nella sua città, comparisce
da principe; e lo si studia appunto fra tanta gente e in tanti luoghi
diversi, perchè questa moltiplicità e varietà di gusti, di attitudini,
di attività è carattere generale del tempo, ma principalmente carattere
dei grandi uomini italiani, e fra gli Italiani dei Fiorentini, e fra i
Fiorentini dei Medici, e fra i Medici di Lorenzo il Magnifico.
Se le signorie dei secoli XIV e XV (che bisogna ben badare a non
confondere in Firenze ed altrove coi Principati) fossero un fatto
verificatosi in Firenze soltanto e per opera soltanto dei Medici, i
quali con arti subdole, con lunga e tenace insidia avessero a poco
a poco soffocata la vita del più torbido sì, ma del più glorioso
Comune italiano del Medio Evo, mentre all'intorno avessero prosperato
ancora gli altri Comuni, assodando la loro libertà e slargando la
loro giurisdizione territoriale, non vi sarebbe, a dir vero, vituperio
bastante a castigare un simile parricidio. Ma non è così! Nel secolo XV
la declinazione della cosidetta libertà comunale, che è la prevalenza
feudalesca di una città sul territorio che la circonda, e la sua
mutazione in signoria, che è la prevalenza d'un capo partito, o di un
capo militare, o di un vicario imperiale o di una potente famiglia
sui partiti, che si contendono il primato nella città dominante, è
un fatto universale in tutta Italia. In Firenze anzi, come fu più
tardivo a sorgere il libero Comune, così è più tarda a sorgere la
signoria. Nell'Italia superiore invece, dove il feudo s'insediò più
vigoroso, questa trasformazione non aspetta il secolo XV. Nei due
secoli antecedenti si compie e trascende già a principato vero coi
Torriani e Visconti a Milano, coi Da Romano nella Marca Trevisana,
cogli Scaligeri a Verona, coi Pelavicino a Piacenza e, più prossime
a Firenze, di qua e di là dell'Appennino, le signorie pullulano e si
frazionano all'infinito, più grandi, più piccole, or vigorose, ora
deboli, ora divorate dalle maggiori, ora dilaniantisi in sè stesse
fra odii sanguinosi di famiglie rivali. In Toscana stessa, ove le
resistenze sono più forti, avete le signorie militari e transitorie, i
tentativi sfortunati di Uguccione della Fagiuola e di Castruccio degli
Antelminelli. In Firenze stessa, tralasciando le signorie Angioine,
le quali si potrebbero dire delegazioni di poteri pubblici ad un fine
determinato, tralasciando pure l'episodio di Gualtieri di Brienne,
Duca d'Atene, la cui tirannia mette a repentaglio estremo le libertà
popolari, avete tentativi interni, i quali dimostrano che ai Medici,
anche nel maggior fervore della vita repubblicana, predecessori non
mancano: Corso Donati, ad esempio, che fin dal principio del secolo XIV
tenta farsi capo di una oligarchia di magnati; Rosso della Tosa, che
non gli vuol sottostare e mira diritto al principato. Più facile forse
il programma, come oggi si direbbe, di Corso Donati, perchè Rosso della
Tosa ha troppa fretta d'anticipare i Medici. Avete ad ogni modo, e di
non poco precedente la signoria Medicea, la tendenza ad afforzare in
una forma aristocratica i vecchi ordini comunali già decadenti, il che
si tenta fin dal secolo XIV col magistrato di parte Guelfa, instituito
già da molti anni, ma divenuto allora così chiuso e potente, che non so
davvero che cosa gli manchi per essere una vera tirannide; poi colla
prevalenza della parte aristocratica dei Ricci e degli Albizzi, prima
lottanti fra loro, poi degli Albizzi rivali dei Medici, i quali Medici
primeggiano nella parte popolare, donde sono usciti, sicchè all'ultimo
tutto si riduce a decidere quale delle due famiglie sopraffarà l'altra,
quale delle due, se gli Albizzi o i Medici, dominerà la repubblica. Ma
insomma questa inclinazione del Comune a signoria è fatale, è superiore
a tutte le combinazioni umane o di procaccianti ambizioni o di tardive
resistenze, perchè dipende da una legge più generale e più alta, quella
per cui un'età storica succede ad un'altra, quando i principii, sui
quali quella si reggeva sono logori, esausti, finiti, e le sottentrano
altri principii, altre tendenze, altre voglie, altri indirizzi di
civiltà, quasi un'altra società, un'altra gente.
Così è di questo tempo. Le grandi illusioni ghibelline sono finite
fin dal 1313 con Arrigo VII. Se gli Imperatori scendono ancora in
Italia da Lodovico il Bavaro a Carlo IV, a Venceslao, a Sigismondo, a
Federico III, vengono per esiger taglie, trafficar titoli e diplomi,
e se ne vanno. Settant'anni d'esilio in Avignone, quarant'anni
di scisma, hanno sminuito e trasformato il Papa in un principotto
italiano, che bada agli interessi suoi e de' suoi nipoti e lascia
il partito Guelfo senza capo. Le due universali unità politiche, le
due grandi forze ordinatrici, i due grandi ideali del Medio Evo sono
dunque finiti e scomparsi nella storia italiana. Nè basta. Napoli s'è
sottratta alla diretta soggezione imperiale. Venezia, che non fu mai
nè guelfa nè ghibellina, che quasi non pareva appartenere all'Italia,
cerca ora pigliarvi stato, e il difendersi da Napoli e da Venezia,
nel linguaggio e nelle idee d'allora, val quanto difendere la libertà
degli Stati italiani contro lo straniero. Nè basta ancora. Le potenti
energie messe in moto dalla turbolenta libertà dei Comuni hanno dato
vita ad una risurrezione d'arte e di sapere, ad una ristaurazione di
classicismo, che sarà fondamento a tutta la cultura moderna, e che ora
assorbe ogni attività spirituale e par fatta apposta per nascondere
sotto i suoi fulgori la decadenza dei vecchi ordini repubblicani
e la loro trasformazione in signorie. I Comuni colle loro lotte
continue in casa, in piazza, in palazzo, stancavano tutte le forze
del cittadino, fomentandone tutte le passioni, imponendogli attività
e doveri continui. Ma ormai è venuta su una gente disposta a cercar
riposo all'ombra d'un potere stabile e fermo, che tenga freno plebe
e oligarchi; una gente, che vuol godere in pace, fra gli agi e i
piaceri, il frutto della parsimonia e dell'operosità dei padri e degli
avi, tanta ricchezza ammassata, tanto splendore e amenità di arti e
di lettere e che per goderlo anche meglio si lascia cader le armi di
mano, abbandonando l'arte della guerra al mestiere dei venturieri
col fastidio superbo, colla noncuranza poltrona di opulenti, di
mercanti, di artisti e di letterati. Aggiungete che l'umanesimo ha
bisogno d'aiuto e di protezione signorile. Se la libera bottega bastò
ai prodigi spontanei dell'arte, l'umanesimo tende a costituire una
nuova aristocrazia piuttosto cortigiana, di quello che politicamente
e virtuosamente operosa. Questo all'interno. E al di fuori? Al di
fuori niun pericolo minaccia per ora: non dall'Impero troppo debole,
non dalle altre nazioni ancora intente alla loro costituzione. Se un
pericolo v'è, sta nella gelosia reciproca dei varii Stati italiani,
nella necessità quindi di una politica di equilibrio tra i più forti,
tanto più difficile a praticarsi, quanto più sono misteriosi e tutti
egoistici e personali i motivi, pei quali le violenze e le rappresaglie
si determinano. Firenze è al centro di tutto questo nuovo movimento di
civiltà, di tutta questa trasformazione morale, sociale e politica,
che si va compiendo, e in mezzo ad essa la signoria Medicea (di
origine certamente meno illegittima di tante altre, in quanto sorge
e si svolge dall'imo fondo dei rivolgimenti politici fiorentini) in
mezzo ad essa la signoria Medicea si afferma e si assoda da Cosimo
il Vecchio a Lorenzo il Magnifico, il quale ne segna l'apogèo, e dopo
del quale non avrà che a decadere (per poi vigoreggiare di nuovo con
forme e in tempi affatto diversi), tanto in questo strano congegno del
governo signorile, che il Burckhardt ha con ragione chiamato un'opera
d'arte, al pari d'un poema o d'un quadro, tutto è affidato alle qualità
personali dell'uomo. Ma di tutto quel nuovo ambiente, in cui il poter
loro prevale, i Medici sono essi la causa o l'effetto? L'effetto,
io credo. Sono la produzione spontanea delle condizioni generali del
tempo e delle particolari, che escono dalla storia di Firenze. Quindi
è necessario non dimenticar mai di considerare i Medici della prima
stirpe per quel che sono, uomini del loro tempo, Lorenzo sopra tutti,
che colle sue pecche non lievi e le sue straordinarie qualità è anzi il
tipo ideale del Signore italiano del Rinascimento.
Lasciando ai genealogisti cortigiani di avvolgere le origini della
famiglia Medici nelle nuvole della leggenda, dirò che essi appariscono
relativamente tardi nella storia di Firenze, non prima, che si sappia,
del 1301. Si dice che appariscono come sopraffattori di popolo nei
sanguinosi tumulti, che finiscono alla proscrizione dei Guelfi bianchi
e di Dante Alighieri. Si dice che con Salvestro de' Medici, il quale
da Gonfaloniere di Giustizia, nel 1378, dà le mosse al tumulto de'
Ciompi, essi cominciano a far l'arte loro di lusingar la plebe per
aiutarsi a salire. Si dice che Giovanni di Bicci nel 1426, opponendosi
a Rinaldo degli Albizzi, si atteggia a capo del partito popolare.
Tuttociò è vero, come fatto. Ma è altrettanto conforme a verità
trovarvi gli auspicii e il cominciamento del destino Mediceo? Se nel
1301 sono sopraffattori di popolo, vuol dire che erano violenti come
tutti gli altri, come quel popolo stesso, il quale s'era armato dei
cosidetti Ordinamenti di Giustizia. Se nel 1378 Salvestro ha parte
nel tumulto de' Ciompi, non ve l'ha certo maggiore di Benedetto degli
Alberti, di Giorgio Scali, di Tommaso Strozzi, i quali tutti sommuovono
i Ciompi, cioè l'infima plebe, contro Piero degli Albizzi e la setta
Guelfa. L'intervento dei Ciompi dà un carattere di rivoluzione sociale
alla lotta, che non era nelle intenzioni dei sommovitori. Essi sono
trascinati loro malgrado nella vittoria dei Ciompi, che si risolve
poi in una prevalenza delle sette Arti Minori, e di questa l'Alberti,
lo Scali, lo Strozzi sono le prime vittime, appunto perchè la parte
ch'essi ebbero in tutto questo moto fu molto maggiore di quella di
Salvestro de' Medici. La pretesa precocità dell'insidia Medicea, che si
vuol dedurre dal tumulto dei Ciompi, è dunque una delle tante _frasi
fatte_, che si ripete a carico dei Medici, ma che non ha fondamento
nella storia. Quanto a Giovanni di Bicci, certo egli ha gran parte
nella legge tutta popolare del Catasto del 1427, ma politicamente è
un personaggio quasi insignificante: accresce bensì il credito e la
ricchezza di Casa Medici, ma non può dirsi il fondatore politico di
essa. Il suo fondatore vero è Cosimo il Vecchio. Quand'egli apparisce,
le lotte si sono venute sempre più restringendo, e la rivalità dei
Medici e degli Albizzi diventa quasi una lotta personale fra Cosimo e
Rinaldo degli Albizzi, che, al dire di Jacopo Pitti, “come principe
maneggiava lo Stato.„ Costui pensa essere ormai tempo di troncare
di colpo la sempre crescente potenza Medicea e fa chiamar Cosimo in
Palazzo per ucciderlo, ma deve contentarsi dell'esilio; transazione,
di cui il Sismondi, il Perrens sono inconsolabili, perchè Cosimo è
richiamato dall'esilio un anno dopo e torna in patria in trionfo. Nei
giorni più splendidi di Casa Medici, sulle pareti del gran salone nella
villa di Poggio a Caiano questo ritorno sarà magnificato, figurandolo
per quello di Cicerone, ricondotto in patria sugli omeri di tutta
Italia. Il vero è che Cosimo, tornando dall'esilio il 6 ottobre
1434, si fermò e pranzò a Careggi, non permettendogli la Signoria di
rientrare in Firenze prima di sera, e poichè Via Larga era piena di
popolo aspettante, dovette sgattaiolare nel Palazzo della Signoria e
passarvi la notte, rientrando solo al mattino seguente nella sua dimora
di Via Larga, lo stupendo edificio, forse allora ancora in costruzione,
in cui, fra quel misto di solidità e di eleganza, di cittadino e di
principesco, sembra ch'egli abbia veramente improntato sulle muraglie
il proprio genio.
Se Lorenzo il Magnifico fosse succeduto a Cosimo il Vecchio, i
primi tempi della sua signoria sarebbero stati meno difficili e meno
travagliata la sua giovinezza. Ma succedette invece a Piero il Gottoso,
che in mille modi avea compromesso il potere della sua casa, più di
tutto deviando da quella esteriore semplicità e modestia di Cosimo,
che, unite alla grandezza degli intenti civili, alla protezione
delle lettere, al buon uso della ricchezza, alla passione magnifica
dell'edificare, per cui Benozzo Gozzoli, con allegoria, che sa di
satira, lo figurò nel Camposanto di Pisa assistente colla famiglia
all'edificazione della torre di Babele, mentre fecero dare alla potenza
Medicea il passo decisivo, valsero a lui il titolo glorioso di padre
della patria.
Ma morto Piero nel 1469, succedevano due giovani, Lorenzo di 21 e
Giuliano di 16 anni, sicchè rinverdirono le speranze dei nemici di
Casa Medici, contando sull'inesperienza e sull'impeto giovanile,
qualità poco adatte a conservare una potestà così vaga e indeterminata,
così raccomandata tutta al valor personale, come quella dei Medici.
Furono più forti l'amore del popolo, il terror dell'ignoto, le memorie
di Cosimo, tanto più ch'esso in persona parea rivivere nel giovine
Lorenzo, già messo in vista di tutti per la precocità dell'ingegno,
la giovialità, il fare largo e liberalissimo, l'educazione ricevuta
da grandi maestri, i viaggi alle corti estere, pei quali così giovane
era messo a parte di gravi faccende politiche e ammonito dal padre a
diportarsi già da uomo e da principe. Precoce era in tutto Lorenzo e
già da giovanissimo i contemporanei gli mutavano in predicato d'onore
il titolo di _Magnifico_ spettante al suo grado e con cui è rimasto
nella storia, mentre il fratello Giuliano, indole più rimessa e più
spensierata tuffata nei piaceri, negli amori, negli spassi giovanili
era dai suoi coetanei chiamato, dice il Giovio, _principe della
gioventù_. All'arme non fu educato Lorenzo, non sì però ch'egli non
fosse forte, aitante della persona, benchè assai brutto di volto,
come si vede, meglio che dalla figura un po' idealizzata di Lorenzo
giovine nel gran quadro dell'_Epifania_ di Sandro Botticelli e dal
ritrattino del Bronzino agli Uffizi, nella medaglia del Pollaiuolo
e nella trista figura dipinta dal Vasari (pure agli Uffizi), in cui
appariscono evidenti i segni del male, che lo trasse a morte prematura.
Appassionatissimo pei cavalli, era cavalcatore valente, ma della
corona riportata alla giostra del 1468, combattuta per le sue nozze
con Clarice Orsini, e cantata da Luca Pulci, è il primo a ridere con
la solita superiorità sua. Appena mortogli il padre, furono dunque a
lui i principali cittadini, pregandolo a pigliarsi cura dello Stato.
Esitò, forse ad arte, raccomandandosi ai consigli di tutti, ma certo
ben risoluto in cuor suo a far da sè.
Quali sono da questo momento i punti prominenti della vita di
Lorenzo? Dal 1472 al 1484 la sollevazione di Volterra, la congiura
de' Pazzi, la guerra che ne consegue col papa Sisto IV e col re di
Napoli, l'ardito viaggio di Lorenzo a Napoli, che stacca il re dal
papa e assicura la pace, il ritorno di Lorenzo in patria e la riforma
interna coll'instituzione dell'Ordine dei Settanta (che è il vero _18
Brumaio_ di Lorenzo), la guerra di Ferrara, la pace coi Veneziani,
e la morte di Sisto IV, l'implacabile nemico di Lorenzo. Dal 1484 al
1492 l'intimità di Lorenzo con Innocenzo VIII, successore di Sisto,
l'equilibrio politico a sommo studio mantenuto da Lorenzo, il maggior
splendore della sua signoria ed i primordi d'un'opposizione morale nel
Savonarola fino alla morte di Lorenzo, a cui seguitano così da presso
la preponderanza straniera e la servitù dell'Italia, che Cesare Balbo,
nella sua divisione della nostra storia, proponeva di finir qui (merito
o fortuna, che sia, di Lorenzo) l'età dei Comuni Repubblicani, che
altri protrae sino alla caduta di Firenze nel 1530.
Ora questi fatti, che io ho accennati così in breve c'è chi gli
ha narrati tutti a gloria, altri tutti a biasimo di Lorenzo. La
Repubblica doma la ribellione di Volterra? È lui che vuol rubare i
profitti delle cave d'allume. Volterra è posta a sacco? È lui, che
ordina quell'inutile crudeltà. I Pazzi congiurano? È lui che li ha
provocati. Il popolo fa scempio dei congiurati? È lui, che non è mai
sazio di vendette. Sisto IV e il Re di Napoli muovon guerra? È Lorenzo,
che strascina la patria in contese non sue. Lorenzo va a Napoli e
si dà in mano al suo nemico? È una commedia. Torna e si impossessa
coll'ordine dei Settanta dell'elezione dei Magistrati? È lui, che ha
inventata questa trappola alla libertà la quale non ha riscontro nella
storia di Firenze. Si stringe in amicizia e parentela con Innocenzo
VIII? È lui, che è quasi reo del nepotismo dei Papi. Cerca la pace
nell'equilibrio degli Stati? È una politica d'espedienti, che non val
nulla. Firenze è prospera e gioconda? È lui che la educa alla servitù,
corrompendola coi trionfi e i canti carnascialeschi. Che più? Neppur
l'uomo privato si salva da questo pessimismo demolitore. Si ricusano
tutte le testimonianze in suo favore, che concordemente lo dicono
buono, gioviale e tollerante, nonostante le sue sofferenze fisiche,
fedele agli amici, socievole, semplice nella grandezza, idolatra dei
figli, non dimentico mai del tutto degli insegnamenti e degli esempi
della pia madre, Lucrezia Tornabuoni, rispettoso della moglie, indole
pur così diversa dalla sua e con poca grazia e senza avvenenza; e, per
dimostrare com'era tuffato nei vizi, il Buser reca una lettera d'un
Francesco Nacci da Napoli, che annuncia a Lorenzo la spedizione di
cinquanta belle schiave turche, _le più belle che si trovarono_! Ah,
la grazia! Cinquanta? Se non che, come fu provato, il buon tedesco
ha letto nel documento _belle_ invece di _pelli_, _turche_ invece
di _tutte_, e così, invece di 50 _pelli di Schiavonia_, ha letto 50
belle schiave turche, un harem da sultano, e senza accorgersi neppure
che in tutto il contesto della lettera si parla della spedizione in
modo, come se oggi si spedissero a qualche gran Don Giovanni 50 belle
ragazze, turche o non turche, per pacco postale. Nè basta. Quello che
il Machiavelli dice a lode di Lorenzo s'interpreta a biasimo, e nel
dialogo sul _Reggimento di Firenze_ del Guicciardini si vuol vedere non
una discussione, ma una diatriba, e fra gli interlocutori del dialogo
si menan buone tutte le accuse di Paolo Antonio Soderini e di Pier
Capponi e non si tien conto alcuno di tutte le difese di Bernardo Del
Nero.
Quanto erano stati belli e lieti gli anni della prima giovinezza di
Lorenzo, altrettanto furono agitati e poi tristi e funesti i primi anni
della sua signoria. Nel 1470 insorge Prato. Due anni dopo Volterra, a
cagione delle miniere d'allume. Si vuole ch'egli vi fosse cointeressato
e che nella repressione la città fosse posta a sacco per ordine suo.
Ora è stato dimostrato che della prima accusa non c'è che una sola
testimonianza contemporanea ed è di un nemico dei Medici; e quanto
alla seconda, non solo che non furono gli assalitori, che la misero a
sacco, bensì le masnade stesse, che essa avea assoldate per difendersi.
Ma che monta? È un'altra delle frasi fatte a proposito dei Medici e di
Lorenzo, e non è un anno, che se l'è ribevuta il Bourget, romanziere
positivista, nelle sue _Sensations d'Italie_ e l'ha ridivulgata colla
magia del suo stile. Lorenzo volle non transigere, ma reprimere. Quella
frequenza di ribellioni gli dava ombra; ecco la maggiore responsabilità
sua. Ottenne di fatto qualche anno di tregua e ripigliò più che mai
gli spassi, gli studi, le magnificenze d'arti e spettacoli, perocchè
Lorenzo non era di quelle povere nature, come sarebbero le nostre, che
una sola faccenda assorbe intiere e non ci lascia più nè tempo nè testa
ad altro.
Natura grandiosa, fantasia ardente, ingegno universale, Lorenzo mandava
di pari passo lettere, filosofia, galanterie, mascherate, vita di
campagna, vita di città, laudi sacre, canti carnascialeschi, canzoni a
ballo, sacre rappresentazioni, intimità cogli amici, i letterati e gli
artisti, ospitalità sontuose a principi che capitavano, eriger chiese
e ville, passione dei musei e dei cavalli, della musica e delle belle
donne, banchetti e processioni, politica e giostre.
La più celebre è appunto di questi anni, nel 1478, e prende nome da
Giuliano ed è la più celebre, perchè fornì argomento alle _Stanze_
del Poliziano. Precede alla giostra e alla composizione delle
_Stanze_ un avvenimento intimo dei due fratelli Medici, la morte
della bella Simonetta Vespucci, amante di Giuliano, nel 1476, ed
interrompono la composizione delle Stanze la congiura de' Pazzi
e l'uccisione di Giuliano nel 1478. Il terribile epilogo, e non
voluto, del poema è dunque la narrazione in latino sallustiano,
scritta dallo stesso Poliziano. L'epilogo, forse ideato e non potuto
scrivere, il cavalleresco epilogo cioè della più bella data in
premio al più cortese, al più prode, sarebbe mai quello rappresentato
con inspirazione polizianesca dal Botticelli nello stupendo quadro
dell'Accademia di Belle Arti, detto comunemente: _la Primavera_? È una
ingegnosa e nuova interpretazione del quadro, proposta ora dal prof.
Jacopo Cavallucci e che a me pare fondatissima. La Ninfa del poema è
certo quella del quadro. Basta rileggere le _Stanze_:
Candida è ella e candida la vesta
Ma pur di rose e fior dipinta e d'erba;
Lo inanellato crin dell'aurea testa
Scende in la fronte umilmente superba.
Ridele intorno tutta la foresta
E quante può sue cure disacerba.
Nell'atto regalmente e mansueta
E pur col ciglio le tempeste acqueta.
. . . . . . . . . . . . . . .
Ella era assisa sopra la verdura
Allegra e ghirlandetta avea contesta
Di quanti fior creasse mai natura,
De' quali era dipinta la sua vesta.
E come prima al giovin pose cura
Alquanto paurosa alzò la testa,
Poi con la bianca man ripreso il lembo,
Levossi in piè con di fior pieno un grembo.
. . . . . . . . . . . . . . .
Mosse sovra l'erbetta i passi lenti
Con atto d'amorosa grazia adorno
. . . . . . . . . . . . . .
Ma l'erba verde sotto i dolci passi
Bianca, gialla, vermiglia azzurra fassi.
Non meno certo è che la figura del giovine, situato a sinistra, è il
ritratto idealizzato di Giuliano, somigliantissimo, parmi, all'altra
figura di Giuliano, che è nel quadro dell'_Epifania_ del medesimo
Botticelli; e quasi lo stesso motivo poetico delle Stanze e del quadro
la _Primavera_, e la poesia attribuita a Giuliano de' Medici, ma
che il Carducci giudica del Poliziano, ed è diretta alla Simonetta.
Se la ninfa del quadro sia il ritratto della Simonetta, fra tanta
incertezza dei ritratti di questa vaga e celebre beltà, non si può
forse determinare assolutamente, ma altri emblemi, il _lauro_ allusivo
a Lorenzo, i tre fiori _d'ireos_ fiorentina, tutto concorre a dare a
quel quadro un significato Mediceo spiccatissimo, e si sa che i Medici
l'ebbero caro come un ricordo di famiglia.
Comunque, il dolce nome della Simonetta mi riconduce a Lorenzo, perchè
dalla vista di lei morta e portata, scoperto il volto, al sepolcro,
come narra il famoso epigramma latino del Poliziano, Lorenzo pretende,
nel _Commento_ ai propri sonetti amorosi, essersi sentito sollevare
alla perfetta cognizione platonica dell'amore, da una morta trapassato
poi in una viva, dalla Simonetta in Lucrezia Donati, da lui incontrata
in una festa, alla quale “concorsono, dic'egli, tutte le giovani nobili
e belle„. È una gentilissima invenzione, ma invenzione di certo, perchè
l'amore della Donati è precedente di dieci anni almeno alla morte
della Simonetta, e solo dimostra che continuò anche dopo il matrimonio
di Lorenzo con Clarice Orsini, sempre però puro, ideale, platonico,
petrarchesco, come assicura Ugolino Verini, un poeta intrinseco di
Lorenzo, e dietro a lui molti altri confermano, sicchè noi non possiamo
far di meglio che credere ad occhi chiusi a sì concordi testimonianze.
Tutta questa lieta visione di giovinezza e di amori si dilegua
nella congiura de' Pazzi. Non rinarrerò quella scena, una delle più
straordinarie della storia di Firenze, perchè tutte già l'avete a
memoria; quella messa in duomo col Cardinal Riario, che assiste;
Giuliano e Lorenzo de' Medici con parecchi loro amici, vicini al coro
e circondati, senza saperlo, dai congiurati; il popolo devoto, che li
attornia, e mentre il sacerdote celebrante solleva l'ostia consacrata
e le campane suonano a gloria, Giuliano, ferito a morte dal Bandini,
cadere immerso nel proprio sangue, Lorenzo assalito e ferito anch'esso,
ma avvoltasi la cappa a un braccio e tratta coll'altro la spada
aprirsi il passo alla sagristia, dove riesce a scampare. La chiesa
è tutta un tumulto; le vôlte quasi crollano alle grida; il Cardinal
Riario, accovacciato presso l'altare, ne rimarrà pallido di terrore
tutta la vita. Intanto a quel suono di campane, altri congiurati,
con l'Arcivescovo Salviati alla testa, assalgono il Palazzo della
Signoria, ma sono presi, i principali impiccati alle finestre, altri
respinti, mentre il popolo, infuriato per la morte di Giuliano, vuol
riveder salvo il suo Lorenzo dalle finestre del Palazzo di Via Larga,
poi trucida per le vie quanti congiurati o sospetti gli vengono alle
mani, chi dice settanta, chi cento, chi più; giustizia orrenda, ma che
dimostra avere il popolo giudicata la congiura per quel che era, una
trama ordita, non per amore di libertà, ma per odii e cupidigie private
dei Pazzi, del Papa e dei Riario, suoi nipoti, e quindi aver senz'altro
voluto vendetta dei congiurati. Dissimulando la complicità sua, il
Papa ruppe guerra a Firenze e vi trascinò il Re di Napoli, suo alleato,
pretendendo che la guerra era fatta non a Firenze, ma a Lorenzo. Questi
vide bene il pericolo di tale perfidia; intuì rapidamente la necessità
d'un gran colpo, scindere cioè l'alleanza del Papa col Re, e deliberò
a qualunque rischio di consegnarsi da sè nelle mani del Re. Partì
accompagnato dai voti e dall'ammirazione di tutti. Tornò colla pace,
tornò glorioso, tornò onnipotente, e di questo momento si valse subito
per riassodare l'autorità sua e della sua Casa. Questo si chiama veder
chiaro in politica! Di più, poteva in quel momento esser principe e non
volle; preferì una repubblica signorile a una signoria repubblicana.
Questo si chiama moderarsi nella vittoria, la più difficile di tutte
le virtù politiche. Poteva cioè uscire dalle tradizioni della storia
fiorentina e non volle!
Quante volte il fatto dei Medici e di Lorenzo non s'è ripetuto anche
nella storia d'altri paesi? Al ritorno di Cosimo dall'esilio il popolo
vide in lui un liberatore, non un tiranno. Al ritorno di Lorenzo da
Napoli accadde lo stesso e anche più. Perciò non credo ch'egli avesse
bisogno di corrompere il popolo, distillandogli i sottili veleni
della voluttà per meglio dominarlo. Anche questa è una delle tante
frasi fatte, ma, ha ragione il Gaspary, “un individuo non corrompe una
nazione, quando essa non sia già corrotta„. Quanto a morale e gusto
di piaceri, il popolo valeva il signore e il signore il suo popolo.
Per questo s'intesero così bene! Nè si nieghi l'azione di Lorenzo
sulla civiltà della Firenze d'allora, sofisticando su qualche data di
nascita o di morte di grandi artisti, perchè tutta la grande fioritura
artistica e letteraria del 400 fiorentino è Medicea, nè tali quistioni
si trattano coll'orologio alla mano. Il vero è che nè una protezione
principesca basta da sola a creare una civiltà, nè una tirannia,
anche più deprimente di quella dei Medici, a farla sparire. V'ha
bensì sull'ultimo della vita di Lorenzo, come già dissi, un principio
di reazione morale e religiosa, che s'incarna nel Savonarola, ma la
impicciolirebbe di troppo chi la considerasse provocata da un uomo
solo, anzichè dall'indole generale della nuova cultura, dei nuovi
costumi e dei nuovi tempi. Le lettere, che Lorenzo scrive alla morte
di sua madre, la pia e ingegnosa donna, la quale negli argomenti de'
suoi inni sacri precorre il Manzoni, mostrano la tenerezza filiale
di Lorenzo. Le lettere di Clarice Orsini e del Poliziano, del Pulci e
di tanti altri mostrano l'amor suo pei figli, la sua bonaria e fedele
affezione agli amici, dai quali fu idolatrato, e, quanto alla moglie,
lasciando stare se il _mi fu data_ dei _Ricordi_ di Lorenzo sia la
frase indifferente, che significa il fidanzamento o che la sposa non fu
di sua scelta, certo è che i fatti e i documenti dimostrano rapporti
non mai interrotti di affetto e di stima. Intercedendo per chi l'ha
offeso: “non fareste, essa gli scrive, secondo la natura vostra a
non gli perdonare„; parole, che fanno il maggior onore ad essa ed a
lui e scritte l'anno stesso della congiura de' Pazzi, quando l'animo
di Lorenzo dovea esser meno che mai disposto ad indulgenza. E quando
si leggono nella lettera di Matteo Franco, che descrive il ritorno
di Clarice dal Bagno a Morba, le parole, ch'essa risponde ai poveri
terrazzani di Colle, i quali la supplicano di raccomandarli a Lorenzo,
si vede chiaro quant'essa era addentro nel segreto della sua politica
e con che arte gentile sapea all'occasione farsene strumento.
Se non avessi già troppo abusato della vostra cortese attenzione,
mi sarebbe dunque facile dimostrarvi coi documenti alla mano che
Lorenzo fu buon figlio, buon padre, marito convenientissimo, nella
stessa guisa che potrei e dovrei mostrarvi, che come critico, precorre
studi moderni, che come poeta, sorpassa forse il Poliziano ed il
Pulci per osservazione della realtà e per sentimento vivo e immediato
della natura esteriore, che, come umanista, tempera gli eccessi
della scuola col culto della lingua volgare, di cui è restitutore e
mantenitore, che, come filosofo finalmente, modera l'irreligione del
tempo col teismo neoplatonico, il maggior tentativo di accordo fra il
cristianesimo e la filosofia, quantunque non potesse di certo parer
sufficiente al Savonarola.
Se come uomo Lorenzo de' Medici deve dirsi buono, se come letterato
e filosofo superiore al suo tempo (il quale tuttavia non ha nel
suo complesso chi lo rappresenti meglio e più intieramente di lui),
forsechè come politico è inferiore agli altri signori e principi del
tempo suo? Il sistema d'equilibrio dei quattro maggiori Stati d'Italia,
quale lo praticò Lorenzo al disopra della scellerata politica degli
altri principi, compresi i Papi, al disopra dei pregiudizi Guelfi
Fiorentini, al disopra d'ogni interesse di famiglia, perchè nella
politica estera egli non ha, nè può avere, notate bene, appunto perchè
non principe, altro pensiero che della potenza di Firenze, lo rende
indubitabilmente superiore a tutti gli statisti, non speculativi, ma
operanti del suo tempo. Ed ebbe pure il presentimento del donde potea
venire il pericolo futuro, poichè quando Luigi XI gli profferse aiuto
contro il Papa ed il Re di Napoli: “io non posso, disse, anteporre
il mio particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse
Iddio che ai Re di Francia non venisse mai in mente di sperimentare
le proprie forze in questo paese. Quando ciò accada, l'Italia sarà
perduta!„ E lo fu in realtà, due anni dopo appena ch'egli era morto.
Non possiamo dire, ch'egli avrebbe impedita la catastrofe, ma ben
possiamo esser certi che la sua condotta non sarebbe stata così pazza
ed improvvida, come fu quella di Piero, suo figlio.
Moriva Lorenzo l'8 aprile 1492 nella sua villa di Careggi fra il dolore
disperato dei congiunti e degli amici; moriva fra il lutto e le lagrime
di tutto un popolo; moriva nel colmo della potenza e della gloria.
Ciò non potè tollerare l'intolleranza Piagnona e creò la leggenda
del Savonarola che all'ultim'ora gli nega l'assoluzione e lo lascia
morire fra i rimorsi. Nè basta. Ci voleva un po' di delitto per colorir
meglio il quadro e si raccontò, e si cantò anche in versi elegiaci,
che il medico Pier Leoni di Spoleto fu gettato in un pozzo per ordine
del primogenito di Lorenzo. Quanto alla prima parte della leggenda,
essa, come questione storica, s'è ingrossata, e allorchè un Villari le
presta fede, un Ranke non osava più negarla addirittura, un Reumont
la giudicava per lo meno incerta, non oserei io di mescolarmi in tal
disputa. Debbo però al mio gentile uditorio la mia opinione, ed è che
la lettera del Poliziano a Jacopo Antiquario, in cui il Savonarola
(ciò che s'accorda anche col tempo) si mostra solo uomo di chiesa e
ammonisce e benedice (non confessa ed assolve) _in articulo mortis_ il
peccatore pentito, mi pare a tutt'oggi il solo documento attendibile e
che tutte le altre parole messe dalla leggenda in bocca al Savonarola
e a Lorenzo mi sembrano un anacronismo e un assurdo. Quanto al medico,
la lettera, ora pubblicata, di Bartolommeo Dei toglie ogni dubbio.
Impazzò e si suicidò! Meno male, perchè il terribile Perrens aveva già
scartata l'ipotesi del suicidio, dicendo: “_Les medécins tuent, ne se
tuent pas!_„
Ed ora concludiamo. Chi dalle mie parole argomentasse che ho voluto
fare non la storia, ma l'apologia di Lorenzo il Magnifico, avrebbe
gran torto. Nè l'una, nè l'altra, se mai; non la storia, perchè in
sì piccolo quadro non si fa star dentro una così grande figura; non
l'apologia, perchè non credo che Lorenzo n'abbia bisogno. Volli esporre
il concetto, che mi sono formato della storia di Lorenzo in relazione
a quella di Firenze e d'Italia, e tale concetto posso riassumerlo così.
Nella storia di Firenze a me pare di scorgere una continuità nelle
parti, che si contendono il predominio cittadino ed un perpetuo ricorso
delle stesse forme, che, spogliate di quanto hanno d'accidentale e
d'occasionale, accennano fin dai più antichi tempi al dove vanno in
ultimo a terminare tutte le lotte fiorentine, al predominio cioè d'una
consorteria, d'una famiglia, d'un uomo. Furono i Medici! Potevano
essere gli Albizzi, gli Alberti, gli Strozzi, ma a questi non sarebbe
probabilmente riescito di dare alla loro signoria quel carattere, che
poterono darle i Medici, di pura preminenza d'un cittadino in una
repubblica. Le lotte delle fazioni si presentano subito in Firenze
come contrasto di due famiglie. Queste aggruppano intorno a sè gli
elementi, che sono proprii della lotta comunale in tutta Italia,
elementi politici, guelfismo e ghibellinismo, elementi sociali,
aristocrazia e democrazia. Il Comune è da prima fuori del contrasto,
poi naturalmente, e presto, diviene l'oggetto del contrasto medesimo e
gli dà la forma esteriore, mentre l'impulso segreto, l'impulso, che è
l'anima vera del contrasto, è sempre d'una famiglia e della clientela,
che le sta d'attorno. Se così non fosse, quando il fine, per cui una
fazione si muove, è ottenuto, si vedrebbe cessare questo moto, per poi
ricominciarne un altro. Invece, siano guelfi e ghibellini, che lottano,
grandi e popolo, arti maggiori e arti minori, appena una fazione vince,
si divide in sè stessa e la lotta continua sempre. È per questo, io
credo, che il Villani, il Compagni, tutti i cronisti, non parlano mai
dei principii o dei fini politici, pei quali una fazione s'è mossa,
bensì dei pregi o difetti della famiglia o dell'uomo, che alla fazione
dà nome, perchè questo è per essi importante; il resto accessorio.
Talvolta pare che si mira a slargare in senso democratico l'ordinamento
del Comune. Ma appena s'è vinto, la famiglia, la setta (come la
chiamano i Fiorentini nella seconda metà del trecento), cerca sfruttare
la vittoria a suo pro. Questo tentativo costante non riesce ad altri;
riesce ai Medici, perchè Cosimo sa far apparire la vittoria, vittoria
sua, non della parte, e non ha quindi da sconvolgere l'ordinamento
comunale per soddisfarla; frena insomma subito egli stesso la fazione,
con cui ha vinto gli Albizzi, e ciò tanto più facilmente, in quanto
non è fazion vera la sua, non una classe, non un'arte contro l'altra,
bensì un'accozzaglia d'amici e di malcontenti, che non spera che in
lui, ond'egli detta legge, non la riceve, e la vittoria contro la
minacciante tirannide degli Albizzi gli fa anzi quasi un obbligo,
una necessità di rispettare gli ordinamenti comunali, pur piegandoli
alla volontà sua, che è la tradizione di tutte le famiglie, le quali
hanno capitanate le fazioni fiorentine e con esse sono pervenute
più o meno lungamente al governo del Comune. Sempre le stesse arti,
sempre gli stessi mezzi, all'ombra sempre delle stesse instituzioni!
Finchè l'elemento di famiglia è costretto a tenersi celato dietro
l'elemento politico e sociale, la signoria non può fondarsi. Quando
per l'inclinazione generale dei Comuni italiani a signoria, può
mostrarsi a viso aperto, allora la signoria si fonda, ma col carattere
speciale delle passeggere signorie fiorentine, cioè tirando a sè,
non distruggendo, le instituzioni del Comune. Lorenzo restituisce e
conserva il tipo di Cosimo, ma da Cosimo a Lorenzo la signoria Medicea
fa un passo innanzi. Con Lorenzo è ancora più personale. Diciamo,
se volete, che Lorenzo è addirittura un tiranno, ma, in questo caso,
soggiungiamo subito col Guicciardini, che Firenze non poteva avere “un
tiranno migliore e più piacevole„ di lui.