Il Caffè Greco, o per dir meglio l'«Antico Caffè Greco», come si
legge sulla insegna in cima alla sua porta d'entrata, la quale non
disdegna di esercitare a tempo e luogo anche il modesto ufficio di
porta d'uscita, abita in Roma nel suo domicilio legale in via Condotti
numero ottantasei, ove vive agiatamente con la mobilia inalterata, come
le vecchie abitudini, in tre stanze e mezza: dico tre stanze e mezza
perchè se la prima, la seconda e la terza hanno su per giù cinque metri
di larghezza ed altrettanti di lunghezza, l'ultima, denominata per
la sua forma l'_omnibus_, è larga appena due metri e lunga otto metri
all'incirca.
La prima camera non è molto ricca di luce; tuttavia quella che riceve
dalla strada la divide con la seconda: a illuminare la terza ci
pensa l'_omnibus_, il quale ha per soffitto una invetriata su cui
sovente i gatti del vicinato amano di andare a passeggiare con le loro
innamorate.
Tre specchi, quattro quadri raffiguranti alcune vedute di Venezia,
opera di Ippolito Caffi, e un orologio, che potrebbe gareggiare in
precisione col più esatto cronometro ginevrino se disgraziatamente
oltre al tic e tac non avesse di quando in quando anche il tic di
suonare il mezzogiorno verso le cinque pomeridiane, adornano la prima
stanza; due specchi e sei quadri decorano le pareti della seconda;
la terza invece si accontenta di avere per suo abbellimento un solo
specchio ed un busto di gesso, il quale, poveretto, non è mai riuscito
a sapere chi egli sia.
Una ridente veste di esilaranti pitture ricopre per tutta la lunghezza
le mura dell'_omnibus_. A chi le guarda dovrebbero far credere, anche
nelle più rigide serate dell'inverno più crudo, di trovarsi in un
delizioso giardino fra il cui verde fogliame illuminato e riscaldato
dal sole primaverile s'aprano, imbalsamando l'aria coi loro profumi
inebrianti, centinaia e centinaia di rose di ogni forma e colore; ma,
purtroppo, nessuno fra quanti ora si siedono nello stanzino presta più
fede alla finzione. E non vi crede più nemmeno il padrone del negozio:
difatti egli ha ficcato un chiodo nel cielo azzurro sopra al roseto e
vi ha impiccato un orologio, che in tutte le sue ore è sempre in lite
con quello della prima stanza. Ma alla discordia dei due orologi i
frequentatori della bottega ci badano poco, perchè per essi il tempo
non ha valore. Dice una antica massima inglese: il tempo è moneta. Se
la massima oltre all'essere antica ed inglese fosse anche vera, Dio
mio! chi mai saprebbe calcolarlo il numero dei milioni che si sciupa in
capo all'anno nell'«Antico Caffè Greco»?
Dietro all'_omnibus_ sta il bancone del negozio, e sul bancone, chiuse
in una specie di gabbia, vi sono le paste. Esse si distinguono in due
categorie: semplici e composte. Le semplici valgono un soldo l'una, e
se il loro aspetto è alquanto modesto non sono per ciò meno buone di
quelle composte, le quali costano due soldi, e spesso hanno le loro
forme esuberanti rivestite di un manto di colori così vivaci da vincere
al paragone il più variopinto pappagallo che abbia mai passeggiato e
chiacchierato su le lontane rive dell'immenso Orenoco. Del resto tanto
le une quanto le altre passano la vita, non breve, lungi da qualunque
umano contatto nella loro dolce prigione dalla quale non desiderano
di allontanarsi: difatti, se talvolta, per caso, la gabbia ove sono
rinchiuse rimane aperta, esse non si muovono, perchè sanno, per
dolorosa esperienza, che se ne uscissero vi tornerebbero indubbiamente
con l'epidermide graffiata, con le carni ferite, con le ossa rotte.
Un giovane scultore tutte le volte che entrava nella bottega soleva
chiedere al cameriere caffè e paste, e questi, secondo il costume del
locale, glie ne portava tre in un piattino. L'alunno di Fidia, appena
il cameriere si allontanava, con una operazione rapidissima, in cui
egli sapeva mettere tutta la sua abilità di modellatore eccellente,
dalle tre paste faceva uscire una quarta e se la mangiava; beveva
il caffè che qualche volta pagava, e le paste con un pretesto o con
l'altro le rimandava sempre indietro.
Non dico poi che cosa accadesse di solito a certe paste le quali, per
loro disgrazia, avevano la pancia rigonfia di crema. Come uscivano
dalla gabbia vi rientravano sempre con la pancia vuota: e il loro
padrone, prima di andarsene a letto, doveva nuovamente e pietosamente
tornare a riempirle di panna. Stanco alfine di compiere ogni sera
cotesto delicato lavoro sospese la fabbricazione delle così dette bombe
alla vainiglia. Pure, bisogna dirlo a sua lode, benchè all'onest'uomo
il fabbricar dolciumi abbia ognora fruttato molte amarezze egli
continuò sempre a stampar paste, seguendo in tutto e per tutto, per
la forma e il peso, per le dimensioni e i colori, i semplici, leali
e diritti procedimenti dei suoi antecessori; al punto che se oggi,
nell'anno di grazia mille ottocentonovanta, le vaghe e imbellettate
dame di qualità, seguite dai vezzi dei cicisbei e dai madrigali degli
abati, potessero tornare nella bottega di via Condotti, io credo che
oggi, come allora, vi troverebbero le stesse paste.
Vi meravigliate forse nel sentirmi parlare di dame di qualità, di
cicisbei, di madrigali e di abati? Ma il Caffè Greco non è venuto al
mondo oggi; e tutti sanno come in sui primi anni della seconda metà
del settecento abitasse già in via Condotti. Questo lo sanno tutti;
ma, purtroppo, la data esatta della sua nascita, come quella della
fondazione di Ninive, di Babilonia e di Memfi, non la conosce nessuno:
però, come fortunatamente ognuno sa che Memfi, Babilonia e Ninive
furono fondate da Nino, da Belo e da Menete, così tutti noi possiamo
andare orgogliosi di sapere che il Caffè Greco fu messo al mondo da un
greco, il quale, a quanto si legge nelle pagine di un vecchio registro
della parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, si chiamava Nicola della
Maddalena.
L'infanzia del Caffè non fu troppo lieta, e il suo babbo dopo di averlo
tenuto parecchi anni, ricavandone non grandi utili, lo cedette a un
tal Carnesecchi, il quale, anche lui, dopo di averci speso molto e
guadagnato poco, lo diede a un certo Salvioni.
Venuto nelle mani del Salvioni il Caffè, passando da un padrone
all'altro, era anche passato dall'infanzia all'adolescenza: le vecchie
vesti non s'addicevano più al suo nuovo stato, e il buon uomo lo
fece ricoprire di pitture da un certo Maderno, e lo corredò di nuova
mobilia. Tutto bene; ma il povero Caffè, anche così rinnovato e
abbellito, seguitò a tirare innanzi la vita stentatamente come il suo
padrone. Questi però non pensò mai di abbandonarlo. E di non averlo
abbandonato non ebbe davvero a pentirsi; poichè coll'avanzar degli
anni la bottega fondata dall'uomo di Levante, uscendo finalmente
dall'adolescenza debole e malsicura ed entrando in una virilità
gagliarda e prosperosa, seppe così ben ricompensare il suo padrone di
Ponente da assicurargli, se non la ricchezza, un'agiatezza invidiabile.
La gratitudine, questa dolcissima catena i cui anelli una volta
arrivavano perfino a stringere con legami di benevolenza un Caffè che
riceveva un benefizio al padrone che glielo aveva fatto, chi me lo sa
dire dove si trova più ai giorni nostri?
La cosa da cui il Caffè Greco trasse i mezzi per poter rimunerare con
buona moneta sonante il suo benefattore fu giusto appunto quella da cui
tutta l'Europa ebbe tanti dolori: il Blocco continentale.
Le strade nelle quali si diletta di camminare la Provvidenza per
assettare i cosi ed i casi di questo mondo, facendo quasi sempre
il bene degli uni col male degli altri e viceversa, sono davvero
incalcolabili! Chi mai lo avrebbe pensato che essa per favorire l'umile
bottega di via Condotti si sarebbe servita di Napoleone, dettandogli a
Berlino, nel novembre del 1806, quel decreto dal quale egli doveva poi
esser messo sulla via di Sant'Elena? Eppure fu così. Il decreto famoso,
vietando ogni commercio ed ogni corrispondenza fra il Continente e le
Isole Britanniche, fece salire i prezzi dei così detti generi coloniali
a tale altezza che gli uomini più alti, anche rizzandosi sulle punte
dei piedi, non arrivavano a toccarli: il caffè, quando se ne trovava,
valeva uno scudo alla libbra, e i caffettieri romani non sapendo più
quali cose mettere a bollire nelle cogome, invece dei semi della coffea
arabica, ci mettevano i ceci, i fagiuoli e le castagne di Ciociaria.
Il Salvioni ebbe una idea felicissima da cui derivò la sua fortuna:
rimpicciolì di un terzo la misura delle tazze che, ricolme della
aromatica bevanda, nella sua bottega valevano allora due baiocchi e
mezzo, e per cinque le offrì ai suoi avventori ripiene di vero caffè.
Più tardi, cessato il Blocco, il galantuomo tornò a riempire, sempre
di caffè eccellente, per due baiocchi e mezzo le antiche tazze; gli
avventori vecchi non si mossero; i nuovi, chiamati in gran numero dalla
sua idea felicissima, non se ne andarono, e la fama del Caffè Greco
fu assicurata. E via via arricchitosi di nuove stanze, ornatosi di
altre pitture e confortato da sempre maggior numero di frequentatori
procedette sicuro e tranquillo per la sua strada gloriosa senza mai più
incontrare ostacoli sul suo cammino; e pur vedendo intorno a sè mutarsi
e rimutarsi tante e tante parti della terra, salire e discendere dalla
cattedra di S. Pietro tanti pontefici, apparire e sparire dalla scena
del mondo tanti re e imperatori, sorgere e tramontare tante rinomanze e
nascere e morire tanti suoi colleghi, il vecchio Caffè romano, in mezzo
a così immenso, tumultuoso, tragico e comico avvicendarsi di uomini e
di cose, se pur talvolta fu obbligato a cangiar padrone, non cangiò mai
bandiera e rimase ognora un Caffè onesto e morale.
Onesto? Eh, il caffè col quale conforta lo stomaco dei suoi
frequentatori odierni... e notturni costa tre soldi alla tazza, nè
più nè meno di quanto costava ai bei tempi in cui ebbe l'alto onore di
essere visitato da Ippolito Taine, il quale, nel suo _Voyage en Italie_
così scrive, rammentandolo: _C'est une longue pièce, basse, enfumée;
point du tout brillante ni coquette, mais commode. Il est vrai que
presque tout y est bon et à bas prix; le café, qui est excellent, coute
trois sous la tasse_.
Dal 1864 molte cose son cambiate su tutti e sette i Colli; ma nella
bottega di via Condotti il prezzo del caffè è rimasto inalterato a tre
soldi la tazza.
E come nè il desiderio smodato di maggiori guadagni nè l'avidità di
laute ricchezze ebbero mai la potenza di far alzare al Caffè Greco
quei bassi prezzi di cui parla il Taine, così nessuna cosa al mondo
ebbe mai la forza di farlo uscire da quel diritto sentiero di moralità
austera nel quale camminò sempre, sorretto e seguìto dalla sua virtuosa
clientela. Altri Caffè sursero a centinaia intorno a lui e cercarono
coi lenocinii delle forme, con gli splendori abbaglianti delle lumiere
e con gli adescamenti lascivi delle cantatrici e dei mimi, di attrarre
nelle loro sale un numero sempre maggiore di frequentatori; ma il Caffè
Greco, ah no, mai si abbassò a tanto, e rimase ognora, mi è caro il
ripeterlo, un Caffè onesto, morale e a tre soldi.
Ma a queste tre qualità, già più che sufficienti da sole ad
assicurargli la stima e il rispetto di ogni uomo dabbene, esso ne può
aggiungere un'altra onorevolissima: quella di essere stato anche un
Caffè liberale e della vigilia, difatti i sentimenti del suo amore
per la libertà, se pure non si vuol tener conto delle prediche che,
a quanto afferma l'Ojetti, Ennio Quirino Visconti vi faceva fra il
1797 e il 1799, risalgono, almeno a quanto io ne so, al 1831; poichè
fu appunto in uno di quei moti scoppiati qui in Roma in quell'anno,
i quali se furono non tutti belli nè di grande importanza, servirono
tuttavia ad educare gli animi alla virilità dei sacrifici, fu proprio
in uno di quei moti che il Caffè Greco manifestò coraggiosamente la sua
fede nell'idea liberale.
La rivoluzione dei Ducati s'era già propagata nello Stato Pontificio,
e già durante i pontificati di Leone XII e di Pio VIII, erano avvenute
qui fra il Vaticano e il Quirinale sollevazioni e ribellioni, più o
meno sanguinosamente represse dalla polizia, quando parecchi artisti
romani, alcuni pensionati dell'Accademia di Francia e qualche medico
dell'ospedale di S. Spirito, per reagire contro le inquisizioni, gli
arresti, le condanne, le delazioni, le proscrizioni e i supplizi che
rendevano la vita intollerabile, decisero di assaltare una caserma di
granatieri, in piazza Colonna, precisamente nel piano terreno di un
vasto edificio ove era l'archivio pubblico e dove fu poi costruito il
portico di Vejo. Per mettere in esecuzione il loro ardito disegno essi
scelsero una sera di carnevale: una sera in cui nel palazzo Piombino si
festeggiava il matrimonio di Costanza Boncompagni col Duca di Fiano.
All'ora stabilita, quei pensionati dell'Accademia francese che avevano
giurato di pigliar parte alla non facile impresa, scesero al Caffè
Greco e vi trovarono i romani ai quali all'ultimo momento s'erano
uniti taluni romagnoli: quivi, secondo quanto io appresi da un vecchio
frequentatore della bottega, il quale mi raccontava di essersi trovato
presente al momento solenne, i francesi, i romani e i romagnoli prima
si abbracciarono e baciarono ripetutamente a vicenda e poi usciti
dal Caffè, in silenzio, si diressero verso piazza Colonna, dove altri
congiurati, quasi tutti popolani, stavano ad aspettarli.
Uno scultore, un certo Lupi, figlio di un medico di Santo Spirito,
guidava gli artisti. Egli, sempre a quanto mi narrava il mio vecchio
amico, ci vedeva poco e camminava appoggiandosi a un suo compagno;
e quando arrivò in piazza Colonna disse alla sua guida di condurlo
quanto più potesse accosto alla sentinella di piantone sulla porta del
quartiere, e appena questa ve l'ebbe condotto, il Lupi tirò un colpo
di pistola al soldato. Altri colpi di pistola risuonarono qua e là
nella piazza; e mentre la gente radunata sotto alle finestre illuminate
del palazzo ove celebravasi la festa nuziale fuggiva in preda allo
spavento, un gruppo di congiurati balzò fuori dalla penombra che velava
il vicolo Cacciabove, e gridando: _Viva Filippo Primo!_ corse verso la
caserma esortando i granatieri a non pigliare i fucili; ma questi li
presero, li spianarono contro i ribelli, e spararono.
Il Lupi sanguinante per una ferita non grave fu arrestato subito; la
maggior parte degli altri riescì a salvarsi con la fuga, e due soldati
rientrarono nel quartiere feriti leggermente. Chi pagò per tutti fu
il povero portiere di casa Piombino, il quale mentre si affrettava a
chiudere il portone del palazzo fu colpito da una palla, stramazzò in
terra, e non si alzò più.
Nei giorni seguenti la polizia essendo venuta a sapere qual parte
avessero avuto gli artisti nella zuffa, ne mandò qualcuno a villeggiare
in Castel S. Angelo, e ordinò ai carabinieri di sorvegliare la bottega
di via Condotti. Ma non per questo i liberali smisero di frequentarla.
In quei giorni i pensionati dell'Accademia francese s'univano spesso
ai confratelli italiani, massime con quelli di fede liberale, e questi
li accoglievano sempre a braccia aperte, anche perchè, qualora ce ne
fosse stato bisogno, sapevano di poter trovare presso di loro aiuti e
protezioni contro le insidie poliziesche: l'Accademia di Francia allora
godeva del diritto di asilo, ed era vicina al Caffè Greco.
L'_entente cordiale_ fra gli artisti nostri e quelli francesi continuò
strettissima per molti anni, poi venne a poco a poco allentandosi
finchè nel 1849 si spezzò violentemente. Mentre le bombe dell'Oudinot
piovevano su Roma, un pensionato dell'Accademia commise la grande
imprudenza di entrare nella bottega di via Condotti, e quella anche
più grande di entrare in una discussione che alcuni tenevano sugli
avvenimenti del giorno, e, poveraccio, finì con l'uscire dalla
discussione e dal Caffè portandosi via due solennissimi schiaffi
datigli da un certo Casciani, un pittore romano, il quale sapeva
adoperare le mani meglio dei pennelli.
Ristabilita la dominazione pontificia, di quando in quando, qualcuno
dei pensionati francesi rientrò nelle stanze del Greco, è vero; ma
ormai il legame che univa l'Accademia di Francia alla bottega di
via Condotti s'era spezzato, e un po' per le vicende politiche e un
po' per altre ragioni bene bene non si riallacciò più mai. Invece i
legami fra la bottega famosa e i liberali nostri divennero sempre più
stretti, poichè con l'avanzar degli anni la maggior parte di coloro che
venivano in Roma dalle diverse provincie, o per scopo di propaganda
o per altri motivi, preferì sempre agli altri luoghi di ritrovo il
Caffè Greco. Si capisce facilmente come a costoro, che di solito
giustificavano la verità dei loro nomi falsi con passaporti americani,
inglesi, maltesi o di altre parti del mondo, tornasse comodo di darsi
per artisti e di intrufolarsi fra i frequentatori di un luogo il cui
pubblico in massima parte era composto di stranieri. Gli sbirri, è
vero, talvolta visitavano la bottega nonchè le tasche degli avventori,
ma prima di andare più in là ci pensavano due volte e anche quattro,
perchè temevano, in caso di un errore, di dover poi fare i conti con
le diverse ambasciate, i quali conti, dopo somme non indifferenti di
rimostranze e di rabuffi, finivano sempre, dopo procedimenti lunghi e
fastidiosi, con un totale di scuse umilianti che la polizia pontificia
era costretta a fare ai rappresentanti dei governi esteri. Per questo
dunque la bottega del Greco divenne uno dei ritrovi più favoriti dei
liberali; e negli anni vicini al 1870 servì spessissimo come luogo di
riunione per cospirazioni o per la preparazione di moti e di imprese
patriottiche di ogni genere.
Giuseppe Monti, quando fu invitato ad unirsi a Gaetano Tognetti per
esplorare i sotterranei della caserma Serristori e poi collocarvi i
barili di polvere necessari a far crollare una parte dell'edificio,
alle esortazioni assidue di chi lo istigava ad assumersi la difficile
e perigliosa fatica rispondeva sempre: — Ma io ho moglie! Ho un figlio
che non ha ancora due anni! Questo lavoro che mi chiedete di fare
non potrebbe esser fatto da un altro? — Per sua disgrazia era scritto
che il lavoro funesto dovesse farlo proprio lui! E una sera, alcuni
ideatori di quel programma d'insurrezione; il quale, se doveva dare
alla storia del nostro Risorgimento i due gloriosissimi episodi di
Villa Glori e del Lanificio Ajani, doveva anche, purtroppo, interamente
fallire, per indurre il Monti ad unirsi al Tognetti, lo condussero nel
Caffè di via Condotti, dove, fra le molte persone ivi raccolte, gli
indicarono un signore (Leone Vicchi vuole che fosse il Castellazzo)
seduto incontro a loro a un tavolino presso il quale era altra gente,
e poscia che glie lo ebbero qualificato come un personaggio di grande
importanza, mandato qui dal Rattazzi per dirigere la ribellione
destinata ad aprire all'Italia le porte di Roma, gli dissero: — Vedi,
se tu accetti di fare quanto ti si chiede, comunque vadano le cose,
puoi essere sicuro di non avere niente da temere, perchè il governo
italiano non ti abbandonerà mai, e quel signore ti darà sempre tutto
quello di cui avrai bisogno per sistemare stabilmente l'avvenire tuo,
della tua moglie e del tuo figliuoletto. — Il Monti che era un povero
muratore e sosteneva la sua famiglia lavorando a tanto la giornata in
una delle prime case che sorgevano in via Nazionale, tracciata allora
allora dal De Merode, prima di impegnarsi tentennò ancora; ma alfine,
soppraffatto dalle molte parole e forse ammaliato dalle promesse
lusinghiere, uscì dalla bottega accettando di unirsi al Tognetti e di
eseguire insieme con lui quanto gli domandavano.
L'indomani, lo portarono con molta cautela in una casa in via del
Pantheon ove ritrovò il gran personaggio da lui visto la sera innanzi
al Caffè Greco, e glielo fecero giurare solennemente. Povero Monti!
Superando ostacoli e difficoltà inenarrabili, egli quanto aveva giurato
di fare, lo fece, e finì col lasciare, unitamente al suo compagno, la
gioventù e là vita su le tavole insanguinate di un patibolo.
Ma la bottega di via Condotti, negli anni vicini al 1870, fu per i
liberali qualcosa di più di un luogo di riunione; poichè essi ogni
qualvolta ne avessero avuto bisogno erano sicuri di trovarvi in
tutte le ore qualcuno pronto, dietro certi segnali di riconoscimento
stabiliti, a ricevere notizie urgenti, a dar loro ordini e consigli o,
se fosse necessario, a metterli in contatto coi capi del «Comitato di
azione».
Fra le molte testimonianze da me raccolte, le quali confermano la
verità di quanto io dico, mi basta riferirne una sola.
Anni addietro, trovandomi in Udine, ebbi la fortuna di conoscere
colà Giusto Muratti, uno dei Settanta di Villa Glori; e spesso
nelle mie escursioni nel Friuli mi rallegrai di averlo compagno
caro, indimenticabile, e guida preziosissima. Quasi sempre, mentre
trottavamo lungo le strade e i sentieri della dolce campagna friulana,
io desiderando vivamente di sentire narrare da lui qualcuno degli
episodi gloriosi del nostro Risorgimento, a cui egli aveva dato tanta
parte della giovinezza, gli rivolgevo qualche dimanda; ma per quella
repugnanza che han sempre gli uomini d'azione, quando hanno veramente
e disinteressatamente agito, a parlare di se stessi, schivava di
rispondermi: e se talvolta si piegava alle mie insistenze vi si piegava
in modo così breve da farmi perdere la voglia di più dimandare.
Nondimeno, durante le nostre gite, io le tentavo tutte per indurlo a
discorrere e talora riuscivo a metterlo sulla buona via; ma dopo poche
parole una cosa qualunque su cui mettesse gli occhi era per lui un
eccellente pretesto per non andare più innanzi: una contadina curva
sotto il carico di una grossa gerla ricolma di foglie; un vecchio,
che, seduto davanti all'uscio di una casa rustica, tenendo sulle
ginocchia un bambino e fumando la pipa si godeva gli ultimi raggi del
sole cadente; due ragazzi che ruzzavano con un cane; qualche cascina,
col tetto pieno di voli festosi e canori di passeri, dalla cui porta
spalancata usciva, insieme con qualche mugghio, un acre e pur piacevole
odore di stabbio; un gruppetto pittoresco di alberi annosi; la forma
slava e il colore ferrigno di un campanile coronato di colombi; una
macchia di lichene sopra una pietra antica; un fiore che si piegava
sotto il peso di un'ape; una linea di montagne azzurre, in cima alle
quali s'eran fermate alcune nuvolette rosee, come se avessero voluto
riposarsi un poco prima di rimettersi a camminare per le vie del
firmamento; insomma, una cosa qualunque bastava a sviarlo dal soggetto
dove io l'avevo portato con tanta pazienza, ed era più che sufficiente
a fargli rompere il filo del discorso in modo tale da non poterlo più
riannodare. E come se tutte coteste cose e coteste case, non fossero
state già bastanti a farmi disperare, non di rado a render vani i
miei tentativi ci si mescolavano anche Giulio Cesare con la decima
legione, Attila con gli unni, Paolo Diacono e Gisulfo coi longobardi,
e Napoleone con Campoformio! Se a costoro riesciva di penetrare, ospiti
da me non desiderati nè graditi, nei nostri ragionamenti non c'era più
verso di mandarli via. Un giorno, ricordo, in un discorso, provocato da
una delle mie solite domande, vi entrarono i patriarchi d'Aquileja, e
il disastro fu irreparabile.
Ma una volta, proprio quando meno me lo sarei creduto, il mio caro
amico, che avevo tante volte importunato invano, potei finalmente
sentirlo parlare come io desideravo.
La cosa andò così. In una delle nostre gite, attirati da un lieto
verzicare di alcune collinette lontane, avevamo abbandonata la strada
che porta a Cividale, e per raggiungerle ci eravamo messi a camminare
nei campi; quando, non so come, ci trovammo in una vallicella in
mezzo a un labirinto di piccoli fossi legati fra loro da un intrico
di ruscelletti allegri e sonori, i quali indorati dal sole prossimo
a tramontare, come se fossero impauriti dalla nostra presenza,
luccicavano per qualche istante e correvano a rimpiattarsi nel folto
dell'erba densa, grassa e giallognola. Dopo di esserci impantanati più
volte, un sentiero molle e appiccicoso coperto di foglie morte ci fece
la carità di riportarci sulla via maestra.
Il sole era scomparso. Un po' di luce violacea agonizzava ancora
nell'aria e mandava un debole riflesso sulla campagna grigia ove
incominciava a sbocciar qualche lume. Faceva freddo e noi dopo di aver
pestato più volte coi piedi il terreno solido e asciutto ci avviammo in
fretta verso un chiarore lontano che sorgendo dietro a una prominenza
bruna si diffondeva dolcemente sul cielo stellato.
— Udine! — disse il Muratti accennando il chiarore. E dopo di aver
percorso in silenzio un breve tratto di strada mi chiese: — E tu a Roma
dove passi le serate?
Io in quel tempo ero solito di andare quasi ogni sera nella bottega di
via Condotti, e però gli risposi: — Al Caffè Greco.
— Al Caffè Greco? — esclamò il mio amico fermandosi di botto.
— Al Caffè Greco. — Replicai io fermandomi a mia volta e sorpreso della
sua sorpresa.
— Vicino a piazza di Spagna?
— Precisamente.
— Ah! — seguitò il Muratti — lo conosco bene. Quando fui a Roma
prima del settanta vi andai sovente insieme al Cucchi, al Guerzoni,
all'Adamoli e ad altri. — E dopo una breve pausa, abbassando il capo e
la voce, soggiunse: — L'ultima volta che ci sono stato fu quando Enrico
Cairoli mi ci mandò da Villa Glori.
— Ti ci mandò Enrico Cairoli? — gli chiesi subito io. — E perchè?
— Perchè? — ripetè il mio amico, macchinalmente; e per tutta risposta
fece un gesto brusco, agitò nell'aria scura le mani aperte e,
scrollando le spalle, riprese a camminare.
Ma questa volta io non lasciai cadere l'occasione di sentirlo
discorrere. L'argomento mi interessava troppo; e perciò messo da parte
ogni riguardo ed abusando magari della sua pazienza tante glie ne feci
e tante glie ne dissi che egli alfine impietosito dalle mie preghiere,
o forse anche per liberarsi dalle mie domande insistenti, rallentò un
poco il passo; fissò un momento gli occhi nel chiarore che veniva via
via crescendo in fondo alla strada, e masticando le parole incominciò
a parlare lentamente così: — La ragione per cui, invece di sbarcare
alla Passeggiata di Ripetta, noi dovemmo fermarci poco prima di Ponte
Milvio la conosci: l'hai scritta così bene in poesia, dunque è inutile
di starla a ripetere, perchè la tua poesia...
— Ma lascia stare la mia poesia! Racconta!
— Ecco. Dunque, come sai, dopo di aver passato la notte in un canneto
sulla riva sinistra del fiume, non sapendo quale esito avesse avuto
l'insurrezione di Roma, che noi volevamo aiutare, nella speranza di
vedere arrivare qualcuno con qualche ordine, all'alba, salimmo a Villa
Glori. Lassù in alto, in ogni caso, ci saremmo sempre potuti difendere
meglio di quanto avremmo potuto farlo giù in basso sulla sponda del
Tevere. È chiaro?
— Chiarissimo. E allora?
— Eh, allora le cose non si mettevano bene. La necessità di avere
notizie da Roma per noi si faceva sempre più urgente, ma le ore
passavano e da Roma non veniva nessuno. Enrico Cairoli, prima di salire
a Villa Glori, aveva mandato a Roma uno dei nostri, un romano, un
certo Candida; ma non tornò più. Allora Enrico mi chiamò e mi disse: —
Senti, Giusto, quassù non possiamo rimanerci troppo a lungo: occorre di
pigliare una decisione; ma prima di pigliarla, è necessario di sapere
che diamine è successo a Roma. Su Candida oramai non ci si può più
contare. Bisogna che vai tu.
A sentirmi dare quest'ordine io feci un gesto di sorpresa; e non potei
fare a meno di pronunziare qualche parola di rammarico.
Enrico Cairoli, come sai, era di carattere impulsivo; e, appena vide
il mio turbamento, aggrottò le ciglia e guardandomi in faccia esclamò:
«Ah! Non vuoi andare?», e, senza darmi il tempo di rispondere, seguitò:
«Va bene! Allora vado io». Mi voltò le spalle e si mise a camminare
con passo risoluto verso il cancello della Villa. Io gli corsi subito
dietro, lo fermai e gli dissi: «No, guarda, Enrico, delle mie parole
non tenerne conto; mi sono state suggerite dal dolore che provo nel
dovermi allontanare da te, da Giovannino e dai compagni: del resto,
se tu credi che a Roma ci debbo andare proprio io, comandami». «Sì,
devi andar tu», mi rispose Enrico con voce ferma. E dopo un istante
di silenzio continuò: «Dispiace anche a me di doverti chiedere questo
sacrificio; ma non si può fare altrimenti. Tu a Roma ci sei già
stato; a Roma conosci molti dei nostri amici; sai in quale strada
si trova il luogo dove ti debbo mandare; dunque bisogna che vai tu».
Io chinai la testa in silenzio, ed Enrico, dopo di essersi guardato
intorno, mi si avvicinò, abbassò la voce e mi disse: «Ecco, Giusto,
quello che devi fare: appena sarai a Roma vai in via Condotti; entra
nel Caffè Greco; siediti a un tavolino e fai i nostri gesti d'intesa.
Certamente qualcuno ti verrà vicino, ti saluterà con le parole che sai;
ti stenderà la destra e risponderà ai tuoi cenni coi cenni relativi:
quando ti sarai assicurato bene di tutto, fagli conoscere la nostra
posizione, digli quanti siamo e domandagli come ci dobbiamo regolare:
sentilo e cerca di ritornare più presto che puoi. Vai!»
Io, come forse non ignori, ero il furiere dei Settanta; avevo nel mio
sacco una cartella comperata a Terni; la presi, ci misi dentro due o
tre fogli di carta pulita e mi avviai verso il cancello della Villa.
— Perchè pigliasti la cartella? — gli chiesi.
— Ma, ti dirò, io sapevo quanti studi di pittura e di scultura vi
fossero lungo la via Flaminia: dovevo entrare a Roma per la Porta del
Popolo: se mai mi avessero fermato mi sarei dato per pittore tedesco
— rispose. E seguitò: — Dunque, come ti dicevo, mi avviai verso il
cancello. Passando davanti alla casetta del guardiano incontrai un
ragazzetto di circa otto o nove anni. Carino! Aveva una faccetta
intelligente quanto mai! Appena lo vidi, mi venne subito l'idea di
portarlo con me. Se sarò costretto a fingermi pittore, lo farò passare
per un mio modellino, pensai; e pensai ancora che forse avrebbe potuto
indicarmi qualche scorciatoia. Insomma, me gli avvicinai e gli dissi:
— Vuoi venire a Roma? — Il caro ragazzo si mise a ridere e acconsentì
prontamente. Io gli diedi la cartella e scendemmo insieme a Porta del
Popolo.
La Porta la trovammo barricata. Una sentinella ci fermò. Venne un
graduato, ci rivolse qualche domanda, si persuase della verità di
quanto gli rispondemmo e ci lasciò passare; ma appena io entrai
in Piazza del Popolo alcuni carabinieri mi fermarono di nuovo e mi
portarono in una caserma, che era lì presso alla Porta. C'è ancora?
— Si — gli risposi sorridendo — sì, la caserma c'è ancora; ma i
carabinieri pontifici non ci sono più. Adesso, grazie a Dio, ci sono i
nostri.
Il Muratti sorrise anche lui, e dopo un istante di silenzio riprese:
— Nella caserma fui interrogato lungamente da un ufficiale che poi
m'ingiunse di seguire uno dei suoi uomini. Costui mi fece entrare
in una stanza; chiuse le finestre e mi ordinò di spogliarmi. M'ero
appena levata la camicia quando all'improvviso dal di fuori venne un
rumore confuso. Tesi le orecchie e nel rumore distinsi uno scalpitare
di cavalli. Il carabiniere buttò subito sopra a una sedia la mia
giacca che aveva incominciato a esaminare minuziosamente, corse verso
la porta e scomparve; ed io rimasi lì, solo, a passeggiare in su e
in giù nella camera come il padre Adamo nel paradiso terrestre. Di
lì a poco il calpestìo dei cavalli risuonò più forte; diminuì come
se si allontanasse e si spense. Udii ancora qualche grido e poi non
sentii più nulla. Avvicinai pianino pianino la testa ai vetri di una
finestra e vidi un soldato che correva, qualche cavallo e cinque o
sei uomini intorno a un ufficiale che parlava facendo gesti energici e
concitati. — Deve esser successo qualche cosa di grave —, dissi fra me,
e un pensiero orribile incominciò a ficcarmisi nel cervello. Per non
lasciarmi andar giù, ripresi a passeggiare per la camera.
Dopo un quarto d'ora, lungo come un quarto di secolo, l'uscio della
stanza s'aprì e apparve un altro carabiniere: rimase un momento
sorpreso nel vedermi e mi chiese con mala grazia: «Che cosa state a
fare qua dentro?». Gli risposi in tedesco: «Aspetto la visita». Capisse
o no, alzò le spalle bruscamente, mi guardò con gli occhi torvi e
additando la porta grugnì: «Andate via!». Figurati! Mi rivestii in un
attimo, uscii dalla caserma, chiamai con un cenno il ragazzo che stava
ad aspettarmi, seduto con la cartella sulle ginocchia su la scalinata
di una chiesa, e mi diressi verso il Babuino. Naturalmente io cercai
di conoscere quale fosse stata la cagione di tutto quel chiasso da
me udito poco prima, e seppi che mentre io mi trovavo coi carabinieri
una pattuglia di dragoni era arrivata da Ponte Milvio; s'era fermata
davanti al quartiere annunciando l'entrata di Garibaldi a Villa Glori,
e aveva proseguito al trotto giù per il Corso. I nostri, dunque, erano
stati scoperti. Mi si gelò il cuore! Affrettai il passo; attraversai
volando la piazza di Spagna ed entrai nel Caffè Greco.
La bottega era quasi deserta. Mi sedetti a un tavolino, chiesi un
caffè e feci i nostri gesti. Un giovanotto mi si avvicinò sorridendo
e salutandomi come doveva; mi diede la mano; rispose puntualmente a
qualche parola che gli dissi e mi invitò con un cenno della testa ad
uscire. Appena fummo in istrada egli si fermò davanti alla vetrina di
un negozio di oreficeria e indicando gli oggetti esposti bisbigliò:
«Dobbiamo andare da Piatti in Via Panico». E senz'altro s'incamminò
verso il Corso. Io lo lasciai allontanare di un centinaio di passi e
poi gli andai appresso, avendo sempre a lato il mio ragazzetto con la
cartella sotto al braccio.
In via Panico non ci si arrivava mai!
Finalmente il giovanotto dopo di essersi fermato un momento davanti a
un portoncino di una vecchia casa e di essersi voltato a guardarmi vi
entrò. Lo raggiunsi per le scale: salimmo insieme fino all'ultimo piano
e trovammo il Piatti. Senza aspettare di essere interrogato, gli dissi
subito chi ero, da dove venivo e chi mi mandava. Il Piatti si turbò,
strinse le pugna, e con voce sommessa, accostando le sue labbra al mio
orecchio, balbettò: «La rivoluzione è fallita. Non c'è più niente da
fare. Bisogna tornare immediatamente a Villa Glori e dire ai Cairoli
che si ritirino. Non c'è un minuto da perdere!».
Atterrito dalle sue parole gli stesi la mano per licenziarmi; ma lui mi
fece cenno di aspettare. Prese un foglietto di carta velina, vi scrisse
sopra qualche parola col lapis; piegò e ripiegò più volte il foglietto
e lo fece diventare una pallottola della grossezza di un cece, rivestì
la pallottola con un involucro di stagnola e me la diede ripetendo
ancora: «Bisogna far presto! Non c'è un minuto da perdere. Fra poco
i papalini saranno a Villa Glori!». Mi misi in bocca la pallottola;
scesi giù per le scale a precipizio, e col mio fedele ragazzetto che
avevo lasciato in istrada, corsi a Porta del Popolo. «Non si passa!».
Parlando un po' in tedesco e un po' in italiano pregai un ufficiale
di permettermi di ritornare nel mio studio di pittura a Papagiulio,
dove gli dissi che abitavo; ma non ottenni nulla. Le provai tutte
e tutte inutilmente. Figurati! Arrivai perfino a proporgli di farmi
accompagnare da un milite!
— Caspita! — interruppi io — Se l'ufficiale avesse acconsentito, ti
saresti trovato in un bell'impiccio! Che avresti fatto?
— Ah! — rispose il Muratti, calmo calmo — Se l'ufficiale avesse
accettato di farmi accompagnare da un carabiniere, io sarei uscito; ma
puoi esser certo che il carabiniere nella città eterna non ci sarebbe
più entrato.
Non stentai a crederlo. Qual forza il Muratti avesse nelle mani lo
sapevo. Pochi giorni innanzi me ne aveva offerto un piccolo saggio.
Passando vicino ad una venditrice di frutta che aveva accanto un
canestro ricolmo di mele, egli ne aveva presa una, se l'era messa fra
l'indice e il medio della sua destra, e con la sola pressione delle due
dita l'aveva spaccata come se fosse stata di burro.
— Dunque non potesti uscire? — ripresi io, affrettandomi a riallacciare
il racconto spezzato dalla mia interruzione.
— Non fu possibile. — rispose seccamente il mio amico; e dopo qualche
istante di silenzio, spintovi da un'altra mia domanda, seguitò:
— Che volevi che facessi? Quando fui persuaso della inutilità di
ogni insistenza tornai indietro; feci un lungo giro e andai a Porta
Salaria; anche lì non potei far nulla. Provai a Porta Pia: tutti
i miei tentativi furono vani. Allora, perduta assolutamente ogni
speranza di poter passare, guardando il ragazzetto che m'era venuto
sempre appresso e mi stava davanti con la cartella sotto al braccio,
mi venne in mente che quello che non riusciva a me avrebbe potuto
riuscire a lui. Ci pensai sù qualche minuto, e mi decisi. D'altronde
non si rischiava niente. Lo portai in un punto di un vicolo dove non
potevamo essere osservati e gli dissi: «Dimmi un po', tu saresti buono
di ritornare a Villa Glori, solo?». «Sicuro!», rispose prontamente il
ragazzo. «Bravo!» esclamai io subito; e mostrandogli la pallottola
che racchiudeva il biglietto del Piatti, continuai: «Vedi questo
'confetto'? Se tu riesci a portarlo a quei signori che stanno a
Villa Glori, quei signori ti faranno un gran regalo. Vuoi andare?».
«Sicuro!», tornò a rispondere il ragazzo, tendendo il braccio verso
il 'confetto'. «No, guarda», gli dissi io, allora «questo 'confetto'
non lo devi portare in mano e nemmeno in saccoccia, perchè potresti
perderlo: l'hai da tenere come l'ho tenuto io fino ad ora: apri la
bocca!». Il caro figlietto, ridendo, mi guardò con gli occhietti
intelligenti e aprì la boccuccia. Io, raccomandandogli di stare bene
attento a non inghiottirlo, gli ci misi dentro il 'confetto'; poi
lo accarezzai, gli diedi un bacetto, gli raccomandai ancora di non
inghiottire il 'confetto', e lo lasciai partire.
Dopo di aver fatto una cinquantina di passi egli si voltò sorridendo e
mi disse addio con la manina. Gli risposi. Mi si inumidirono gli occhi
e non lo vidi più.
— E gliela fece a passare?
— Gliela fece! — esclamò il Muratti, battendo una su l'altra le palme
delle mani: poi, aprendo le braccia, soggiunse: — Come e dove riuscisse
a passare non lo so e non lo saprò mai; ma passò: tornò a Villa Glori
e diede il 'confetto' a Enrico. Ma ormai Enrico aveva già risoluto di
non indietreggiare.
Quello che avvenne poco dopo lo sai.
Appena egli ebbe finito di parlare rimase un istante con gli occhi
fissi nel chiarore della città vicina, divenuto ormai più vivido sotto
il cielo stellato; poi abbassò la testa sul petto, diede un calcio a
una pietra, mandandola a ruzzolare sulla proda della via, e allungò il
passo quasi che si volesse allontanare in fretta dalle ultime parole
con le quali aveva chiuso il racconto!
Percorremmo, senza dire più nulla, un brutto borgo oscuro, fermandoci
di quando in quando per lasciar passare qualche carretto; traversammo
un lungo portico scarsamente illuminato da pochi fanali, e rientrammo
in Udine.
Trascorso appena un anno dalla sera memorabile in cui egli, cedendo
alle mie reiterate preghiere, mi aveva narrato il commovente episodio
dell'animosa sua giovinezza, il Muratti venne a Roma: vi rimase
parecchi giorni, ed io ebbi la gioia di poter salire con lui a Villa
Glori.
Nella luce sfolgorante del dolce pomeriggio primaverile il cielo
sereno inchinandosi sui monti rosei della Sabina e del Lazio pigliava
nel toccarli la trasparenza e il colore dell'ambra. Al di là delle
siepi, sulle quali accanto a qualche bacca lucida e rossa fioriva già
il biancospino, le biade alte e verdi ondeggiavano lentamente; e gli
ulivi, movendo le foglie brillavano sul fondo luminoso della campagna
come se fossero stati d'argento. Ovunque, sotto alle ficaje, fra gli
olmi e i gelsi, tra i ciliegi e i peri, fra i mandorli e i peschi,
insieme al continuo ronzìo delle pecchie, delle vespe, dei calabroni
e delle cantaridi rilucenti di fiore in fiore, nel sole, risuonava un
fischiettare giulivo di capinere, di cardellini, di fringuelli e un
cinguettìo prolungato e vivace di cingallegre e di passeri. Di tempo in
tempo una lucertoletta ci guizzava fra i piedi; si fermava a guardarci
con la testina alzata, e spariva in una fenditura del terreno cosparso
di margheritine e di anemoni, o fra le pietre e i tufi d'una vecchia
macèra; e qualche calandra balzando fuori all'improvviso da una zolla
rossastra s'alzava rapida a volo, cantando: saliva in alto, più in alto
ancora, e sempre cantando si perdeva nello spazio.
Superata una breve viottola erta e sassosa arrivammo alfine davanti
all'‘albero dei Cairoli’, fra i cui rami fioriti, mossi lievemente da
un'auretta soave, e risplendenti nell'azzurro, scorgevasi lo scheletro
di una corona votiva dalla quale pendeva, tremolando, un nastro
mortuario consunto dal tempo.
Il Muratti, passandosi di tratto in tratto le mani sugli occhi, rimase
per qualche tempo in silenzio col capo chinato sul petto, dinanzi al
mandorlo sacro; poi sempre in silenzio si avviò a passo lento verso la
villa. Quando vi giunse si avvicinò alle vecchie mura; e dopo di averle
osservate con molta attenzione, alzando la destra, m'indicò alcuni
buchi che apparivano chiaramente nell'intonaco.
— I papalini? — gli domandai.
Egli abbassò più volte il capo; e avvicinatosi a un cespo di rose
bengaline, ne colse una appena sbocciata; guardò un momento il suo
colore sanguigno e me la diede; poi, come se si destasse da un sogno,
mi chiese: — Dov'è il Tevere?
— Qui sotto — gli risposi accennandogli un piccolo bosco verzicante,
dove qua e là sui rami ignudi delle querce accanto alle gemme pronte ad
aprirsi c'era ancora qualche foglia ingiallita.
— Andiamoci! — ripigliò subito il mio amico. — Vorrei rivedere il luogo
dove siamo sbarcati.
Dopo di aver rotto coi bastoni un impaccio inestricabile di pruni
rigidi e feroci che s'attaccavano ai panni, e di esserci liberati da
una sterpaglia di ramoscelli sfrondati stretti insieme tenacemente
dall'edera, penetrammo in un boschetto di querciole, di acacie, d'elci,
di allori e d'ailanti, e affondando i piedi in un viluppo d'erbacce
umide che ad ogni passo ci mandava sul viso ora una tanfata di
fracidume e di muffa, ora un delicato e delizioso profumo di violette,
lo traversammo e scendemmo in un canneto sulla riva melmosa del fiume.
Il Muratti esitò alquanto prima di riconoscere il punto preciso dove
egli era sbarcato coi Settanta; ma alfine, dopo di aver girato più
volte gli occhi intorno attentamente e lentamente, aguzzando le ciglia,
additandomi un vetrice gobbo e rugoso che si specchiava nell'acqua
immota di una piccola insenatura della sponda, esclamò con voce
risonante: — Là, là sbarcammo! Proprio là! — e lasciandosi dietro sulla
creta le impronte dei passi frettolosi si avvicinò al vecchio albero e
ne accarezzò con la mano aperta e leggera il tronco deforme, e, mentre
un ramoscello da lui appena toccato si rialzava oscillando, rimase a
guardare all'oriente verso Mentana.
Una rondine strisciò col petto bianco sull'acqua gialla, si posò per un
attimo sulla riva assolata e s'allontanò stridendo.
Lungo la via del ritorno egli mi rivolse appena qualche breve parola;
ma quando rientrammo in piazza del Popolo, dopo essersi fermato davanti
alla caserma dei carabinieri e di averla guardata a parte a parte,
prima di ritornare a muoversi mi disse: — Vedi, se tu mi porti in via
Panico, io son sicuro di ritrovare quella casa dove andai con quel
giovanotto che conobbi al Caffè Greco. — E, toccandosi la fronte,
aggiunse: — Ho la certezza di ritrovarla perchè la sua immagine ce l'ho
stampata qui dentro.
Il sole illuminava ancora la più alta balaustrata del Pincio,
l'obelisco e le cupole. Andammo in via Panico e colà, verso Monte
Giordano, egli riconobbe facilmente la casa del Piatti.
— E dimmi un po' — gli chiesi poi sorridendo — al Caffè Greco non ci
vuoi ritornare?
— Sì! — mi rispose subito — Sì, andiamoci, e così avrò rivisto tutto.
Però — soggiunse, mentre imboccavamo l'antica e pittoresca via dei
Coronari, — però non lo riconoscerò più.
— Non dubitare; chè lo riconoscerai perfettamente. — gli risposi.
Difatti, appena egli vi entrò, non seppe nascondermi il suo stupore e,
prima di mettersi a sedere, aprendo le braccia in atto di maraviglia,
esclamò: — Hai ragione, è proprio tale e quale. Non v'è nulla di
cambiato. Nulla. D'altronde io credevo che dopo tanti anni...
— Ah! — lo interruppi io ridendo — gli anni per il Caffè Greco non
contano; forse i secoli.
Nella bottega, tutta immersa in una penombra deliziosa non v'era
nessuno, e noi vi rimanemmo fino a quando accesero i lumi. Allora
ci alzammo, e dopo di esserci fermati qualche momento nella prima
stanza per ammirare ancora una volta le pitture di Ippolito Caffi,
morto gloriosamente a Lissa, sulla _Palestro_ al fianco di Alfredo
Cappellini, uscimmo.
*
* *
Forse la prima descrizione che sia stata fatta del Caffè Greco è
quella che Giacomo Casanova ci ha lasciato di quel 'Caffè di strada
Condotta' ove egli, chiamatovi dall'abate Gama, entrò nell'ottobre del
1743, trovandovi quella eletta radunanza di maldicenti, di ruffiani,
di castrati e di abati che ci descrive con tanta vivezza: dico forse,
perchè l'avventurier farabutto, allora al servizio del cardinale
Acquaviva, il nome del 'Caffè di strada Condotta' non lo dice. Chi lo
dice in tutte lettere è Pierre Prudhon, il quale essendovisi recato
qualche volta insieme col suo amico Bertrand ne disegna la fisonomia
artistica con queste precise parole: — _Là tous les maitres sont passés
en revue et ne sont point épargnés. On critique celui-ci, on dechire
celui-là. Tous ceux qui ne peuvent entrer en comparaison avec Raphäel
sont proscrits. Raphäel lui-mème est blàmé de ne s'ètre pas assez servi
de l'antique. Le mieux de tout cela, c'est que tous ces messieurs les
beaux parleurs n'étudient ni l'antique ni Raphäel et s'amusent chez eux
à ne rien faire qui vaille._
Qualche mese dopo che il dolce e malinconico pittore borgognone
scriveva al suo amico Fauconnier queste parole, Wolfango Goethe era in
Roma. Vi andò forse egli mai, il gran pagano, nella bottega fondata
dal greco? Non saprei dirlo: ma se, come è certo, il Tischbein ed il
Moritz, suoi intimi amici, la frequentarono, è probabile che qualche
volta vi sia andato anche lui; tanto più che non soltanto da una
lettera del Moritz, ma da alcuni scritti dello scultore Schaeffer e da
qualche pagina del romanziere Gian Giacomo Guglielmo Heinse impariamo
come fin dal 1780 il Caffè Greco fosse già, per i tedeschi residenti
o di passaggio in Roma, un luogo di ritrovo. Difatti più tardi vi si
radunarono i «nazareni»: quegli artisti i quali, venuti qui dalle varie
provincie della Germania e aggruppatisi intorno a Federigo Overbeck,
essendo rimasti profondamente impressionati dalla suntuosità delle
chiese romane, dalla magnificenza delle funzioni papali, dai Miserere
della cappella Sistina e dalla bontà del vino _de li Castelli_, si
fecero cattolici, iniziando in sul principio del secolo nostro quel
periodo di conversioni che per lunghi anni nella colonia tedesca di
Roma fu una specie di contagio.
Per loro l'arte era una preghiera, e i quadri e le statue non avevano
altra ragione di essere se non quella di recare lustro e decoro alla
religione: si erano radunati nel piccolo convento di S. Isidoro,
abbandonato allora allora dai francescani irlandesi, e ci vivevano
tutt'insieme. Al primo apparire del giorno, chiamati da una campana,
si riunivano tutti in una cappella, e dopo aver cantato in coro il
_Veni creator spiritus_, se ne tornavano nelle celle a lavorare.
Niente ignudi, s'intende; niente donne, niente anatomia e sopratutto
niente mitologia. Degli Dei pagani non se ne doveva parlare nemmeno per
burla. Agli abitatori ed alle abitatrici dell'Olimpo, gente immorale
quant'altra mai, non si aveva da chieder nulla: per qualunque cosa
occorresse, San Luca bastava e avanzava.
Cotesti «nazareni» (così li chiamò per derisione la mala lingua dello
scultore Wagner), allorchè l'ombra della sera scendeva sul cenobio,
avevano l'abitudine di scendere a loro volta al Caffè Greco e di
trattenervisi per qualche ora. Lo Schopenhauer, quando venne a Roma,
ve li trovò ancora quasi tutti, e non è difficile immaginare come e
quanto li punzecchiasse col suo sarcasmo, esortandoli a dipingere ed a
scolpire gli Dei di Omero: li punse tanto che alfine i poveretti, non
ne potendo più, gli fecero dire che avrebbe fatto bene ad andarsene
con la sua filosofia e a non più ritornare a intorbidare con le sue
bestemmie i loro caffè e latte e le loro coscienze.
Una sera il filosofo di Danzica, seguìto come al solito dal suo cane
barbone bianco, a cui aveva dato il modesto nome di Alma, che voleva
dire 'anima del mondo', entrò nel Caffè; e arrivato nella stanza ove
erano i «nazareni», dopo di averli salutati, disse loro: — Vedete: la
nazione tedesca è la più stupida delle nazioni della terra; tuttavia in
un punto è superiore a tutte le altre: cioè nel poter fare a meno della
religione, e voi... — Uno scoppio formidabile di urli e di contumelie
coprì le parole del filosofo; e tutti, levatisi di scatto dai loro
posti, alzando i bastoni e le ombrelle, lo spinsero verso la porta
della bottega; ed egli sempre seguìto dal suo cane barbone, ovverosia
dall'anima del mondo, se ne andò mormorando: — La patria tedesca in me
non s'è allevato un patriota! — Se ne andò, e nel Caffè Greco non mise
più il piede.
Ma neppur loro, i «nazareni», durarono ancora molto a radunarvisi,
poichè il Cornelius fu chiamato a Monaco per dirigervi l'Accademia di
belle arti, e colà, chiusa la Bibbia dalla quale da buon «nazareno»
ei traeva i soggetti dei suoi quadri, prese a dipingere gli episodi
più celebri delle leggende germaniche; Schadow, eletto direttore della
Scuola d'arte a Düsseldorf, prese la via dell'insegnamento; il Woghel,
lasciati i temi chiesastici, si mise ad illustrare il Dante; Weit andò
a Francoforte: e così lo Schnoor, il Pför, i due Müller, Colombo e gli
altri lasciarono via via la bella Roma, ove Dio pensa a tutto, e se ne
tornarono ai loro paesi. Soltanto l'Overbeck non si mosse: e qualche
anno dopo scriveva al Weit: «Io mi aggiro solitario fra le rovine di
Roma e mi pare che io stesso sia diventato una rovina».
Presso a poco nello stesso tempo in cui il Caffè Greco veniva
abbandonato dai «nazareni», esso ebbe l'onore di accogliere lo
Stendhal, il quale vi capitò spintovi da una circostanza che vale la
pena di essere riferita.
L'autore della _Chartreuse de Parme_ era andato a vedere la Cascata
delle Marmore; e, dopo averla ammirata dal basso e dall'alto, se ne
scendeva a Papigno, quando s'imbattè in una contadina che gli andò
incontro salutandolo come una vecchia conoscenza. Sorpreso dalle parole
e dagli atti della donna egli rivolge qualche domanda a un giovinetto
che lo accompagnava, e questi gli risponde, guardandolo furbescamente:
— Eh, ho capito; voi, signor Stefano, non volete essere riconosciuto. —
Mentre alcune altre donne gli vanno incontro manifestandogli il piacere
che provano nel rivederlo, egli torna ad interrogare il giovinetto, e
dalle sue risposte arriva finalmente a sapere che tutti lo pigliavano
per il signor Stefano Forby, un pittore francese il quale pochi mesi
innanzi aveva dimorato in Papigno per dipingere i diversi punti di
vista della Cascata famosa. Rallegrato dalla comicità dello scambio,
lo Stendhal lasciò correre; ma quando arrivato alle prime case del
paese si trovò in mezzo a una folla giubilante di uomini, di donne e di
bambini, cercò di mettere le cose a posto. Tutto fu inutile. Più lui si
sgolava a dimostrare di non essere il Forby, e più tutti gli dicevano
ridendo: — Ah, signor Stefano, ma voi volete scherzare! — Insomma,
giacchè non c'era altro da fare, l'autore della _Chartreuse_ accettò
di buon grado _le role_ del pittore; rispose come meglio potè alle
dimostrazioni di affetto di quanti gli si stringevano addosso; li portò
tutti da un 'salamiere'; offrì a tutti da mangiare e da bere; rimase
con loro allegramente fino al cadere del giorno e se ne scese a Terni
seguìto dalle loro benedizioni.
Ritornato a Roma lo Stendhal seppe che il Forby frequentava il
Caffè Greco: vi andò subito e, ohimè!, fu _choqué_ di trovare nel
pittore a cui egli somigliava tanto un uomo _sans doute fort bien au
moral mais si peu beau_!... — La qual cosa fa chiudere all'illustre
psicologo il racconto della sua comica avventura con questa malinconica
osservazione: — _Il est singulier combien l'homme le moins fat pervient
encore à se faire illusion sur sa taille et sa figure!_
Fra l'autunno del 1830 e l'inverno del 1831 la bottega di via
Condotti, arrivata all'apogeo della sua fama, ebbe, fra gli altri
molti, due illustri visitatori; forse sarebbe meglio dire due illustri
denigratori: il Berlioz e Felice Mendelssohn-Bartholdi. Difatti il
Mendelssohn, in una lettera al suo babbo, del povero Caffè Greco ne
parla così: «L'una stanza piccola e buia, larga circa otto passi, e da
un lato di quello stambugio si può fumar tabacco, dall'altro no. Tutti
siedono all'intorno sui banchi con in testa larghi cappelli e con tutto
il viso e il collo coperto dai capelli; fanno un fumo orribile e denso
e si dicono reciprocamente delle volgarità: hanno accanto grossi cani
da macellaio, i quali sono incaricati della diffusione degl'insetti.
Ciò che sul loro volto è libero dalla barba è coperto dagli occhiali;
un fazzoletto da collo e un frack sarebbero novità; ingoiano caffè e
parlano di Tiziano e di Pordenone come se questi sedessero accanto a
loro». Non c'è male! Ma anche il Berlioz, che vi andò subito appena
arrivò a Roma, la sera stessa del suo ingresso all'Accademia di
Francia, non scherza: ecco con quali graziose parole egli ne tesse
l'elogio: — _Le fameux Café Greco c'est bien la plus detestable taverne
qu'on puisse trouver: sale, obscure et humide, rien ne peut justifier
la préférence que lui accordent les artistes de toutes le nations fixés
a Rome._
Povero Caffè Greco! Nondimeno se tutti ne dicono male, tutti ci vanno,
e lo stesso Berlioz deve confessare che la _plus detestable taverne
qu'on puisse trouver_ quando egli vi andò era talmente frequentata
dagli artisti stranieri che la maggior parte di essi vi si faceva
indirizzare la corrispondenza, e deve dire che gli artisti, arrivando
a Roma, se volevano trovare i loro compatrioti dovevano cercarli al
Caffè Greco. Difatti non mai come allora la bottega di via Condotti
fu onorata da un così gran numero di avventori illustri; non mai come
allora, quando i due celebri alunni di Euterpe ne parlavano con tanto
dispregio.
Per ricordare soltanto gli stranieri che la frequentarono in quei
giorni, o poco più tardi, basta nominare fra gli altri e su gli altri
lo scultore danese Alberto Thorwaldsen, Mickiewicz, Orazio Vernet,
Ampère, che visitando i nostri monumenti e osservando i nostri costumi
raccoglieva già gli elementi per la sua _Histoire Romaine a Rome_,
Thomas il futuro autore dell'«Amleto» e della «Mignon», Barbier il
poeta della _Curée_, dell'_Idole_ e del _Pianto_, Delaroche, Corot,
Dupré, il mistico Orsel, lo Schnetz, che doveva poi essere eletto per
due volte direttore dell'Accademia di Francia, e Leopold Robert il
pittore dei _Moissonneurs_ e di quegli altri molti quadri raffiguranti
i vari episodi della vita dei briganti; i quali quadri e i quali
briganti diedero a lui la gloria e a noi quella tal rinomanza da cui
non ci siamo ancora liberati. Ma però la verità bisogna dirla tutta:
s'egli è certo che cotesta non davvero invidiabile rinomanza il Robert
fu il primo a procurarcela non è nemmeno dubbio che gli artisti nostri
fecero quanto poterono perchè ci venisse conservata!
Il Raggi in un opuscolo da lui stampato nel 1836 intorno alla vita e
alle opere di Bartolomeo Pinelli, dopo di aver ammonito gli artisti
di astenersi dal dipingere e dallo scolpire «gli orridi fatti di quei
malandrini che in sulle vie assalivano lo infelice viaggiatore che
spesse fiate per le scellerate mani di quegli empi rinveniva la morte»
e dopo di averci detto che il Pinelli «tali spettacoli orrendi, che
sono un'onta per l'umanità, li ritraeva sì al vero che glie ne venivano
commessi moltissimi», ci fa sapere come il conte Gourieffe, oltre a
cinque quadri, allogasse all'artista trasteverino anche ventiquattro
incisioni (i cui rami poi vennero portati in Russia) nelle quali
dovevano essere rappresentate «le principali azioni di una mano di
perfida gente che infestava le vicinanze di Frascati».
Del resto quando si pensa con quale insaziabile brama gli «orrendi
spettacoli» dei quali parla il Raggi, effigiati sulle tele o scolpiti
nel marmo, venissero allora ricercati, ammirati e, quel che più
importa, comperati da tanti e tanti amatori, fra i quali erano in prima
linea il re del Belgio, il re di Prussia, il re d'Olanda, i Bonaparte,
i Demidoff, i Souwaroff, i Rothschild, i Fitz-James, i Basilewski, i
Metternich e gli Schoenbrunn, non può davvero recar maraviglia se gli
artisti nostri invece di fermarsi ad ascoltare il Raggi si mettessero
a camminare per la strada brigantesca aperta dal Robert. Che se poi si
volesse dimostrare fino a qual punto essi desiderassero di percorrerla
cotesta via, basterebbe solamente ricordare come il Robert per
soddisfare le richieste insistenti di coloro che volevano acquistare
uno dei suoi quadri intitolato: _Femme de brigand veillant sur le
sommeil de son mari_, fosse costretto a doverne dipingere in poco tempo
quattordici repliche! E basterebbe dire che molti, quando perdettero la
speranza di avere il quadro, pur di ottenere dal pittore qualche cosa
dipinta da lui, lo supplicarono ad accontentarli dicendogli: — _Mon
cher monsieur Robert, un petit brigand, S. V. P.!_
Ma la causa che spinse il Robert ad illustrare col suo pennello la
vita dei malandrini fu abbastanza curiosa. Egli non era certamente
venuto a Roma dal Canton di Neufchatel per questo! Tanto è vero che
quando arrivò qui, benchè il brigantaggio infierisse da per tutto nello
Stato Pontificio, agli avvenimenti briganteschi ei non chiese alcun
soggetto per i suoi quadri, e mentre le bande del famigerato Gasperone
assalivano le strade fin presso alle porte dell'Urbe, e le numerose
squadre dei carabinieri facevano inutilmente del loro meglio e del loro
peggio per disperderle, riproduceva nelle sue tele interni di chiese
e di sacrestie, scorci di vie e di cortili e prospettive di chiostri:
e, forse, da cotesto genere di pittura non si sarebbe allontanato se
la polizia, fra le tante cose che in quei giorni pensava e metteva in
opera per distruggere i banditi, non ne avesse pensata una la quale non
distrusse niente e diede al modesto pittore di interni non solo il modo
di diventare un grande artista, ma anche i mezzi per poter divulgare
con la sua arte le gesta dei masnadieri e renderle popolari in tutto il
mondo.
La bella pensata della polizia fu questa: arrestare l'intero paese di
Sonnino, ove essa riteneva che si formassero le bande dei malviventi,
e portarlo a Roma! Difatti un bel giorno (Veramente per i sonninesi il
giorno dovette esser brutto!), una formidabile armata di carabinieri
salì dalle paludi Pontine verso il paese, lo circondò, incatenò quasi
tutti i suoi abitanti e li portò trionfalmente a Roma, dove uomini,
donne e bambini, vennero chiusi parte in Castel S. Angelo e parte in un
vasto edificio a Termini, accanto alle Terme di Diocleziano.
Il Robert andò a vederli e rimase profondamente colpito dall'energia
e dalla purezza delle loro fisonomie, dalla linea statuaria delle loro
persone, dalla eleganza e fierezza dei loro gesti, e specialmente dalla
originalità dei colori e delle forme dei costumi che indossavano. Tornò
ancora a visitarli e ammaliato dalla bellezza superba di due donne, una
certa Teresina e una tal Maria-Grazia, le quali poi rimasero in Roma e
divennero due modelle famose fece chiedere a Monsignor Governatore, il
Bernetti, un permesso per poterle andare a disegnare: l'ottenne e dopo
qualche mese di lavoro assiduo espose nel suo studio, con i ritratti
delle due belle sonninesi, alcuni quadri di soggetto brigantesco, i
quali sì per la novità del genere come per la maestria con cui eran
composti, disegnati e dipinti ebbero un successo straordinario, e
furono l'origine di quella enorme quantità di pitture, sculture,
disegni, incisioni e litografie di scene e rappresentazioni della
vita dei banditi, che spargendosi per il mondo ci procurò, come dissi
dianzi, quella fama, non del tutto immeritata, del resto, in grazia
della quale chiunque veniva fra noi vedeva briganti da per tutto.
Perfino nel Caffè Greco! Par credibile? Eppure è così.
In un volumetto pubblicato a Parigi nel 1869, un certo Auguste Villemot
incomincia un suo scritto, intitolato Brigands et Voleurs, precisamente
con queste parole: — _En 1847 j'étais à Rome. J'y frequentais le Café
Grec, établissement très pittoresque_... e lo prosegue dicendoci come
proprio in cotesto _établissement_ egli avesse il piacere di conoscere
un signore sulla sessantina, con occhiali e parrucca, il quale,
niente di meno, era il famoso capobrigante Carmagnola, che, ritiratosi
dalla professione con quarantamila scudi, viveva in uno dei migliori
alberghi di Roma e recavasi tutte le sere nella bottega di via Condotti
per leggervi le gazzette e per giuocare qualche partita a dòmino,
conversando piacevolmente con gli amici.
Lo scritto del Villemot non ha di certo una grande importanza nella
storia della letteratura francese, ma ne ha, mi pare, una grandissima
in quella del nostro Caffè, poichè ci dimostra come questo, sol che
lo volesse, potrebbe onorarsi di avere ospitato nelle sue stanze, fra
le tante persone celebri, anche un capobrigante. Potrebbe; ma, siatene
certi, non lo farà. La bottega illustre, che pur avendo la fortuna di
poter annoverare nella lunga serie dei suoi avventori un re, non se ne
è mai vantata; figuriamoci un po' se vorrà farsi avanti per gloriarsi
di avere accolto fra le sue oneste pareti il famoso Carmagnola!
Lasciamo stare dunque il brigante e parliamo del re.
Luigi primo di Baviera nei lunghi soggiorni che fece in Roma, per
passarvi ogni anno lietamente i mesi dell'inverno, dall'alto della
sua Villa Malta, in cui abitava, scese spesso nel Caffè Greco per
cercarvi i suoi amici tedeschi, dai quali era adorato, e per portarli
in qualche osteria romanesca. Le osterie dove, senza far torto alle
altre, egli soleva più di frequente condurre gli artisti, eran due:
una in riva al Tevere presso Ripagrande, sempre fornita di eccellente
marsala, e un'altra all'insegna della Campanella, in piazza Montanara,
ove il Goethe incontrò la bella Faustina da lui poi immortalata nelle
Elegie Romane. Con quale gioia gli artisti accogliessero gli inviti del
buon Luigi e con quanta prontezza abbandonassero per seguirlo il loro
ritrovo abituale, non occorre dirlo; ma non occorre dire nemmeno che vi
ritornavano presto.
_Der Kaffée in dem Kaffé Grec_
_Den Katzenjammer jaget weg._
Questi due versi che ci fan sapere come il caffè del Caffè Greco fosse
allora ritenuto dagli artisti tedeschi un rimedio eccellente per far
svanire i fumi delle sbornie, possono servire, io credo, anche a farci
intendere come, in ogni caso, la loro lontananza dalla via Condotti
non dovesse certamente prolungarsi al di là dello stretto necessario!
Vi tornavano dunque; ma appena Luigi veniva a rivolger loro nuovi
inviti, se ne allontanavano ancora per seguire il buon re nelle sue
osterie predilette, ove egli amava di mangiare e di bere allegramente
ammirando, se se ne presentava l'occasione, le belle popolane di
Trastevere, cantando le dolci canzoni della patria lontana, e recitando
fra un bicchiere e l'altro qualche epigramma composto nella giornata.
Uno appunto di cotesti epigrammi del re Luigi ha per argomento la
bottega di via Condotti; e lo Schiaparelli lo ha tradotto così:
D'alemanni ritrovo meglio tedesco chiamarte,
Ma noi stringe coi greci l'affinità dell'arte.
E fra gli artisti italiani quali furono quelli che più o meno
assiduamente visitarono il Caffè? Tutti. O, almeno, quasi tutti; poichè
si può dire, senza esagerare, che fino al 1870 il Circolo artistico
internazionale di Roma fu il Caffè Greco.
Negli anni oramai lontani, quando incominciai a frequentare la bottega
di via Condotti, al vecchio Frezza, che precedette nell'esercizio del
locale l'attuale proprietario, io solevo chiedere spesso notizie sulla
preistoria del negozio allora suo, e ricordo che dopo di avermele date
egli mi diceva sempre di averle apprese sfogliando un grosso libro
posseduto da un certo Raffaele, un vecchio cameriere da lui trovato
nella bottega e conservato per qualche tempo al suo servizio. Il libro,
a quanto affermava il Frezza, era «un museo», e conteneva firme,
indirizzi, poesie, pezzi di musica, disegni, caricature e motti di
coloro che avevano frequentato o visitato il Caffè.
Dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa!
Un giorno che il Frezza mi parlava lungamente del libro, dicendomi, fra
l'altro, di averci vista una pagina scritta da un famoso romanziere
russo, il quale abitava in via Sistina ed era assiduo frequentatore
della bottega (doveva essere certamente il Gogol), io gli chiesi
se ricordasse di averci visto anche qualche cosa del Pinelli e del
Leopardi; ma non mi seppe rispondere.
Il Leopardi durante la sua permanenza in Roma, ove corse il pericolo
di vestirsi da prelato e di andare con l'abito paonazzo a governare
una provincia, dimorò precisamente nella casa vicina a quella dove
abitava, ed abita ancora, il Caffè Greco; dunque può darsi che il poeta
della Ginestra, se non altro per rapporto di buon vicinato, almeno una
visita alla bottega famosa gliel'abbia fatta; ma il Pinelli io credo
che non vi sia mai andato. L'amaro e reo caffè al sor Meo piaceva
poco. Al caffè di Portorico e di Moka egli preferiva il caffè _de li
Castelli_, e specialmente quello che matura e s'indora nell'autunno sui
dolci colli tuscolani. Per ciò tutto, non si rischia di correr troppo
pensando che se pure il bizzarro artista romanesco vi è entrato qualche
volta, nelle stanze del Greco, vi sia entrato per sbaglio.
Al Frezza un'altra volta io ricordo di aver dimandato se fra i disegni
conservati nel libro, di cui s'è discorso, rammentasse di averne visto
qualcuno di Massimo d'Azeglio, ed ei mi rispose affermativamente e mi
parlò di un «guerriero a cavallo». Del resto il buon uomo, quando io lo
invitavo a darmi qualche notizia sugli artisti che avevano frequentata
la bottega prima che questa fosse divenuta sua, dopo di avermene
discorso brevemente a voce bassa e solenne, come se si trattasse dei
suoi antenati, forse temendo di non ricordar bene, taceva; ma se invece
io gli chiedevo quali persone illustri egli potesse dire di aver visto
coi suoi occhi entrare e trattenersi nel suo Caffè, allora il caro
vecchio si animava tutto, sorrideva, si accarezzava con la piccola
mano aperta la bella barbetta argentea, alzava un pochetto la voce e
vinto da una commozione profonda in cui si sentiva un po' d'orgoglio
mi nominava Wagner, Liszt, Gounod e Bizet, Gregorovius, Gibson e
la sua allieva Enrichetta Hossmer, che, fuggita a sedici anni dalla
famiglia, venne qui, sola, dall'America per studiare scultura; Barrias,
Wurzinger, Harpignies, Hamon, Rosales e Mariano Fortuny, il Riedel,
Regnault, Hébert, Celentano, Morelli, il Catel, il Mayer, che morì di
un colpo apopletico proprio nella bottega, il Pollak, Carlo Coleman e
Federigo Faruffini; poi, dopo di avermi indicato il posto ove alcuni
di costoro erano soliti di mettersi a sedere, finiva quasi sempre col
mostrarmi una vecchia fotografia di un quadro dipinto nel 1845 dal
Passini: un quadro in cui è effigiata la prima stanza del Caffè, ove
allora era il banco, che adesso invece sta nell'ultima, e mostrandomela
mi faceva osservare fra le figure quella del cameriere che è appunto
il ritratto di quel tal Raffaele, il proprietario del libro ove era, si
può dire, la storia del Caffè Greco.
Ma dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa?!
*
* *
Da quanto può vedersi nel quadro del Passini, parrebbe che quando ei
lo dipinse nella bottega di Via Condotti di cameriere ve ne fosse uno
solo; ora invece ve ne son due, i quali rispondono, ma non con troppa
premura, ai nomi di Nunzio e Salvatore.
Nunzio e Salvatore pur essendo abbastanza vecchi vengono comunemente
chiamati «i due giovani», e tanto l'uno quanto l'altro dal continuo
contatto con gli artisti hanno appreso un certo disprezzo per le
forme esteriori, massime per ciò che riguarda il rispetto verso gli
avventori, e un'aria di indipendenza indomabile che molto li onora.
Ambedue servono, è vero; però quando vanno attorno per le stanze
sorreggendo i vassoi scintillanti sui quali tintinnano e fumigano
urtandosi insieme i bricchi, le tazze e i bicchieri, il loro passo,
come direbbe la buon'anima di Francesco Domenico Guerrazzi, è quello
di servi liberi in Caffè libero. Del resto tutti e due dalla lunga
permanenza nella bottega e dal diuturno esercizio delle loro funzioni
hanno imparata una certa tal qual filosofia, non senza una discreta
dose di pessimismo bonario, che li porta a pigliare il mondo come
viene e l'avventore come Dio lo manda. E questo di solito per i
gusti e per le abitudini differisce assai dal maggior numero dei
suoi simili i quali popolano ordinariamente tutti i Caffè dell'orbe
terracqueo. Una delle sue caratteristiche, se non la prima, è quella
di preferire l'acqua a tutte le bevande multicolori più o meno dolci
ed amare. Difatti il numero dei bicchieri d'acqua che giornalmente
e seralmente si consuma nelle pittoresche sale del Greco è inaudito.
Chi di cotesti bicchieri volesse farne in capo all'anno un computo,
anche approssimativo, dovrebbe, io credo, prima di mettersi al lavoro,
inventare molti numeri nuovi! Ma a proposito di acqua mi torna a mente
una graziosa storiella.
Un giovanotto, assiduo frequentatore del Caffè, oltre all'aver molto
ingegno, aveva, cosa molto naturale, un picciol debito col padrone del
negozio e, cosa più naturale ancora, cotesto debito non lo pagava mai.
_Rebus sic stantibus_ il suo nome, che più tardi doveva esser scritto
a lettere d'oro nel libro glorioso dell'arte, per allora rimaneva,
purtroppo, vergato col nero inchiostro in un vile scartafaccio ove
erano annotati i nomi di coloro che dovevano denaro alla bottega.
Il giovanotto, ogni giorno, giuocava or con questo or con quello
qualche partita a scacchi e, abilissimo com'era, vinceva quasi
sempre la posta: il prezzo di una tazza di caffè. Una volta i suoi
amici furono sorpresi di sentirgli chiedere al cameriere, invece
dell'abituale «tazza nera», un bicchierino di un liquore bianco
ferocissimo, fabbricato, Dio ce ne scampi e liberi tutti!, coi nòccioli
delle ciliegie.
— Non pigli il caffè? — gli chiesero.
— No — rispose il giovanotto, vuotando in fretta il bicchierino — no.
Il caffè m'urta troppo i nervi.
La risposta era persuasiva: gli amici non gli domandarono più nulla
e lui seguitò ad annaffiare le sue vittorie con l'infernale mistura:
non gli domandarono più nulla; ma ogni volta che veniva pronunciato
il suo nome, non sapevano trattenersi dall'esclamare: — Che peccato!
Buono, bravo, giovane... Rovinarsi così! — E se qualcuno chiedeva qual
cosa facesse egli mai per rovinarsi così, gli rispondevano con voce
accorata: — S'è dato ai liquori. — E soggiungevano: — Li beve come noi
beviamo l'acqua.
Proprio vero!, poichè la bottiglia del famoso liquore bianco,
fabbricato coi nòccioli delle ciliegie, conteneva soltanto acqua pura.
In conclusione egli beveva bicchierini di acqua; gli altri li pagavano
come se fossero pieni di liquore, e il cameriere, che sapeva tutto,
portava il danaro al suo padrone. E fu così che il bravo giovanotto si
fece, è vero, la fama di un indurito ubriacone, ma pagò il suo debito
fino all'ultimo centesimo.
Ma oltre al grande amore ch'ei nutre per l'acqua l'avventore del Caffè
Greco si differenzia non di rado dai frequentatori degli altri Caffè
per il conto in cui tiene la negra infusione arabica; poichè, mentre
ovunque cotesta infusione si suol berla per digerire il desinare che
s'è mangiato, nella bottega di via Condotti invece la si beve sovente
per digerire il pranzo che non si mangerà. Gli artisti, è risaputo,
più di ogni altra classe di persone, vanno soggetti a distrarsi, e
perciò come talora si dimenticano di pagare la pigione dello studio,
così qualche volta si scordano di desinare. Io di artisti afflitti
da cotesti fastidiosi svagamenti dello spirito ne ho visti parecchi.
Ne ricordo uno fra gli altri, che mi venne presentato da un mio
conoscente, il quale, avendo con lui una certa affinità di temperamento
si onorava di essergli discepolo.
Era un francese; parlava poco e male il nostro linguaggio; e benchè
sapesse lavorare discretamente, un po' per colpa sua e un po' per
colpa degli altri, quando arrivava alla fine della giornata gli ci
mancavano sempre venti soldi a mettere insieme una lira. Poveretto!
Aveva continuato per varii anni a combattere contro l'avversa fortuna,
e dalla lotta terribile alfine era uscito così malconcio che, forse
per consolarsi, s'era messo a studiare astronomia. Quando io ebbi
il piacere di stringergli la mano, egli nella scienza degli astri
aveva già fatto progressi spaventosi: tali, quali Ipparco, Tolomeo,
Copernico, Keplero, Galileo, Newton e Laplace non glieli avrebbero
sicuramente invidiati. La volta del cielo era, si può dire, per lui
la volta della sua camera da letto. Le stelle le conosceva tutte e di
ciascuna sapeva il nome, il cognome, la patria e la condizione: nessuna
delle loro abitudini gli era ignota, e poteva descrivere esattamente le
più segrete caratteristiche della loro fisonomia.
Il suo discepolo, trovandosi senza dubbio in condizioni tali da
poterlo affermare senza correr pericolo di essere smentito, una sera mi
assicurò che il suo maestro se lo avesse voluto avrebbe potuto anche
parlarci, con le stelle, perchè ne conosceva la lingua. Veramente di
questo io ho sempre un po' dubitato; quello però di cui non sono mai
stato dubbioso è che il francese spesso nelle notti serene s'inoltrava
nella campagna con una lanternina e una cartella per andare a
ritrattare una stella della quale s'era invaghito. Quando la trovava
già alta nel cielo si metteva subito a disegnarla; se invece al cader
della notte non era ancor sorta, l'aspettava; e appena la vedeva
brillare fra le nebbie del lontano e sconsolato orizzonte accendeva la
lanternina, vi accostava un foglio di carta e incominciava a lavorare;
e al primo apparire del giorno spegneva il lumicino, e mentre intorno
a lui si alzavano a volo trillando festosamente le allodole, se ne
tornava a Roma, voltandosi di tanto in tanto per salutare la sua stella
che vaniva tremolando nella luce fredda dell'alba.
Il discepolo io lo vedevo spesso, perchè, avendo saputo che io
scrivevo nel «Capitan Fracassa», nella speranza di potermi indurre a
stampare sui giornali qualche poesia in onore del suo maestro, godeva
a intrattenersi con me per raccontarmene le gesta; e io a dire la
verità godevo non poco a sentirlo parlare. Una volta gli chiesi se alle
gite notturne, delle quali mi discorreva sovente, prendesse parte, e
mi rispose, turbandosi, di sentirsi troppo piccolo per poter andare
in campagna di notte con un uomo tanto grande. La risposta non mi
parve molto chiara: gli rivolsi altre domande e mi riuscì di fargli
confessare come una notte certi brutti cani, attirati dal chiarore
della lanterna del maestro, lo avessero assalito e quasi divorato.
— Sicchè da quella notte...
— Non ci sono più andato. — mi rispose subito; e, dopo di aver fatto
un gesto di terrore, alzò una gamba, si toccò il polpaccio e riprese
con grande sincerità: — Non ci sono più andato perchè, sebbene la
mia venerazione per il mio maestro e per la sua arte astronomica sia
eccezionale, io la vita umana la ritengo una cosa troppo sacra per
essere data in pasto ai cani. Dico male?
— Benissimo! Però il vostro maestro ci va sempre in campagna, di notte?
— Sempre. Del resto — aggiunse, crollando il capo — per tutto quello
che riguarda la vita non abbiamo, purtroppo!, le stesse idee. Le nostre
opinioni sono molto diverse.
— Cioè?
— Ma, per esempio: lui non porta mai la camicia perchè la crede
inutile, io invece la trovo necessaria; lui dice che meno si mangia
e meglio si sta, io invece questo non lo posso ammettere; lui mi
raccomanda sempre nel caso trovassi uno che mi offrisse un milione, di
buttarglielo in faccia, e io questa raccomandazione la trovo...
— Superflua?
— No, ingiusta. E per quale ragione io dovrei rispondere con una
villania a chi mi vuol fare una gentilezza? Ma niente affatto! Se
domani uno viene da me e mi dice: «Giovannino, eccovi un milione»,
io lo ringrazio, mi piglio il milione, e me lo metto nel portafoglio.
Ma non basta. Lui, per esempio, vorrebbe anche persuadermi che se mi
abituassi a mangiare il carbon fossile io potrei correre e fischiare
come una locomotiva, e questa sua idea, a dire la verità, io la credo
molto discutibile. Insomma, se lui mi ragiona sull'arte astronomica,
io, secondo le mie forze, sono sempre disposto ad andargli appresso con
gli occhi chiusi; ma se invece mi parla delle cose che riguardano la
vita, io non lo posso seguire.
— Ma l'andare in campagna, di notte, a disegnare le stelle mi pare che
sia una cosa che riguarda l'arte.
— Ah! mille perdoni! È una cosa che riguarda l'arte, sì; ma anche la
vita, perchè ci sono i cani. — mi rispose; e ripetendo quel gesto di
terrore, già fatto poco prima, e tornando a toccarsi il polpaccio,
seguitò: — Del resto lui è lui, e certe cose se le può permettere. E
poi se non se le permettesse, non potrebbe fare quello che fa.
— Ma che cosa fa? — gli domandai: ed egli, felice di potersi
allontanare dai cani, il cui ricordo gli faceva ancora vedere le
stelle, s'aggrappò immediatamente alla mia domanda e incominciò a
discorrere con grande enfasi cercando di spiegarmi quale e quanta
fosse la grandezza fisica e morale dell'opera sublime del suo maestro
incomparabile. Non ci potei capir nulla. Ma appunto per questo fui
assillato dalla curiosità di vedere che diamine di roba il maestro
incomparabile mettesse sulla carta nelle sue gite notturne; e qualche
giorno dopo avendolo incontrato nel Caffè Greco, me gli avvicinai e gli
chiesi se mi permetteva di visitare il suo studio.
— _Impossibil!_ — mi rispose subito, e alzando lentamente l'indice
della destra verso il soffitto della stanza, proseguì; — Il mio
_atelier_ non rimane sulla terra; _mais_ si trova in cielo, e si apre
_seulement quand vous dormez_.
Rimasi male. Allora egli, che in fondo era buono e gentile, avvistosi
della impressione sgradevole cagionatami dalle sue parole, mi disse,
sorridendo: — _Mais pourtant_ non vi dispiacete: _si vous_ non potete
_pas venir_ da me, _j'aurais le plaisir_ di venir io a cercare voi
_chez vous_. — Il giorno dopo, difatti, mantenne la promessa e mi portò
a far vedere una cartella piena zeppa di fogli di carta di tutti i
colori, sui quali tra un inferno di linee c'erano disegnate centinaia
e centinaia di figure geometriche contornate da migliaia di punti, di
virgole e di parole incomprensibili. Rimasi sbalordito; e non sapendo
dir altro gli domandai a qual cosa avrebbe mai potuto servirgli
tutta quella roba: e lui, dopo di avermi detto più volte, ridendo,
che gli astronomi erano _des fous, absolument des fous_, divenne
istantaneamente serio, e, abbassando la voce, come se mi svelasse un
gran secreto, mi disse che ne avrebbe ricavato una serie di disegni
astronomici per riordinare da cima a fondo tutto il sistema planetario
dell'universo.
Purtroppo l'impresa formidabile lo sciagurato non potè condurla a
termine; poichè dopo qualche settimana ch'egli m'avea palesato il suo
arcano, due caprari lo trovarono morto poco lungi dalle mura aureliane
in un campo d'erbe selvatiche rilucenti di rugiada al primo bacio del
sole.
Il suo discepolo inconsolabile ce ne portò l'annuncio al Caffè Greco
dicendoci fra le altre cose come il poveretto dovesse certamente esser
morto di fame perchè erano tre giorni che non mangiava.
— Tre giorni! — esclamò con voce incredula un bell'uomo panciuto;
e avvicinata alle sue tumide labbra una tazza fumante colma di buon
caffè la rimise in fretta sul piattino; vi gittò dentro due pezzetti di
zucchero e dopo qualche istante di silenzio dimandò: — Ma come si fa a
rimanere tre giorni senza mangiare? — Fissò con gli occhietti lustri
il vuoto quasi per cercarvi la risposta, poi, rimescolò il caffè,
guardò i suoi vicini e, facendo spallucce, soggiunse: — Eh, già! Sempre
originali gli artisti.
Proprio vero! Sempre originali gli artisti. Ma del resto tale
originalità nelle stanze del Greco è più comune di quanto si crede;
poichè, come osservava giustamente il mio amico Angelo Conti, è scritto
nel libro del Fato che i pazzi più strani, quelli che noi potremmo
chiamare l'aristocrazia della demenza, siano essi romani, italiani o
dei più remoti paesi, debbono lasciare un segno della loro esistenza
nella bottega di via Condotti.
Una sera, rammento, entrò nel Caffè un vecchietto macro, rosso in
volto e vestito di nero. Nessuno di noi l'aveva mai visto, ma egli
ci strinse a tutti la mano; poi, dopo un inchino solenne, ci disse
che egli era Donato Sacchetta, albergatore in Bomba, un piccolo paese
dell'Abruzzo, ed ex professore di filologia comparata; e, con nostra
grande meraviglia, ci comunicò di esser venuto apposta a Roma per
esporre agli amici del Caffè Greco il suo sistema di cosmologia. Chiese
un caffè, se lo bevve, e poi, mentre noi non ci eravamo ancora rimessi
dalla sorpresa, incominciò a dire a voce alta: — Illustri signori! Il
vero mezzo per scoprire la ragione delle cose è offerto dal linguaggio.
Ogni parola racchiude la rivelazione di un mistero dell'esistenza
universale. In questa maniera io ho potuto tuffarmi nel gran mare
dell'Essere fra l'eterno flusso e l'eterno riflusso. Ora, se lo
permettete, lo farò vedere a voi tutti. Io sono il mistico cignale che
trionferà sul carro del possibile contro l'impossibile, io sostituirò
alla matematica la filologia, io...
A questo punto, mentre tutti tacevano guardandolo esterrefatti, e
qualcuno si allontanava prudentemente, si fece avanti il professore
Spetrino, autore di un saggio critico e inedito, su Jean-Baptiste
Racine e libero docente di lingue vive e morte nella nostra Università.
Allora fra i due professori si accese una disputa furibonda, tanto
furibonda che per farla cessare dovettero intervenire altri tre
interlocutori: il barbuto e placido proprietario del Caffè e due
guardie di pubblica sicurezza. E forse non fu il sistema di Donato
Sacchetta che, pochi giorni dopo, spinse lo Spetrino ad entrare nella
caserma dell'artiglieria al Macao ove prese a bastonare i cannoni,
gridando che era giunta l'ora di distruggere tutte quelle orribili
macchine da guerra? Povero Spetrino! Lo fermarono, lo legarono e,
mentre egli urlava: — Portatemi nel tempio della Fratellanza e della
Pace! — lo portarono al manicomio.
Un altro ne ricordo: un pittore milanese caduto rapidamente da una
gloriosa giovinezza in una oscura e precoce vecchiaia. Lo riveggo
ancora, vestito d'estate e d'inverno con un soprabitone di colore
giallognolo non fatto certo per le sue spalle, entrare nella bottega,
traversarla a piccoli passi e andarsi a mettere a sedere in un angolo
quasi buio. Non parlava mai con nessuno. Il suo volto scarno aveva
l'impassibilità di una maschera. Se mai qualcuno gli rivolgeva la
parola, rispondeva con un lento movimento del capo e ritornava subito
immobile. Un giorno lo trovarono insanguinato e morente sopra uno dei
gradini dell'obelisco del Popolo. S'era tagliate con un pezzo di vetro
le vene dei polsi, e dopo di avere scritto sul travertino col proprio
sangue: «Siate onesti», era caduto. Il disgraziato, fra i commenti
della folla, venne condotto all'ospedale, e le due parole formidabili
furono cancellate subito con l'acqua di Trevi delle vicine fontane.
Ma prima che le cancellassero, mentre illuminate dal sole spiccavano
ancora fosche su la pietra gialla, un signore le lesse e domandò chi le
avesse scritte. Tutti gli risposero: — Un pazzo.
Non sempre però il sanguigno e lugubre ammanto della tragedia ricopre
le persone di coloro che nelle stanze del Greco rappresentano la follìa
artistica internazionale. Fra cotesti illustri rappresentanti me ne
torna alla memoria uno il quale sapeva travestire con tale sottile
ironia e con tanta volgare buffoneria il suo nero pessimismo, inasprito
continuamente dai disinganni e dalla fame, che al vederlo e all'udirlo
non si poteva fare a meno di ridere. Di quanto gli era accaduto o gli
accadeva realmente, non parlava quasi mai: lo lasciava raccontare alle
rughe numerose e profonde del suo volto, al suo abito sbrandellato ove
erano più asole che bottoni, ed a tutta la sua figura macra ed ossuta.
I suoi discorsi, spesso illuminati da lampi inaspettati di comicità
irresistibile e da stravaganze inaudite, si aggiravano ognora intorno
a invenzioni meravigliose o sopra a visioni fantastiche di mondi strani
e sconosciuti, e finivano quasi sempre con motti feroci che stroncavano
una reputazione scroccata o frantumavano un'opera, così detta, d'arte,
o frustavano a sangue un artista mediocre favorito dalla fortuna.
Un giorno entrò nel Caffè e ci disse di aver trovato finalmente dopo
molte prove e riprove il modo di fare l'oro. Qualcuno sorrise; e un
pittore, noto a tutti per i favori ottenuti umiliandosi dinanzi ai
potenti, volendolo canzonare gli disse: — Fai l'oro? Ciò mi fa piacere,
ma non mi sorprende. Io faccio l'argento. — Già! Come le lumache:
strisciando. — gli rispose il pazzo; e per quel giorno di oro e di
argento non si parlò più.
Un'altra volta ci fece un lungo discorso sul noto proverbio: Impara
l'arte e mettila da parte; e, dopo di averci dimostrato come per
lui fosse giunto il momento di mettere da parte l'arte e di darsi
all'industria, ci comunicò di avere impiantato un opificio per
fabbricare i pennelli con le code dei pesci. Ma l'industria non gli
riuscì. Allora si diede a fabbricar colori, e ne inventò uno giallo
che aveva la densità delle terre, e, sia detto senza malizia, la
trasparenza delle lacche, e, non so perchè, gli diede il nome di
«capitone». Era buono. Lo vendeva a una lira il tubetto e molti lo
comperarono; ma adoperandolo, turbati da qualche sospetto, furono
assillati dal desiderio di voler sapere con quali sostanze venisse
fabbricato. Ohimè! un giorno strinsero il suo inventore con molte
dimande, gli nominarono la materia prima con la quale essi temevano che
il «capitone» fosse composto e si sentirono da lui rispondere: — Può
essere!
La rivelazione del segreto rovinò interamente l'industria del
«capitone»; quei che ne avevano ancora si affrettarono a buttarlo via,
e il suo inventore per passare in più spirabil aere si mise a scrivere
un «opuscolo di estetica» intitolato: _Viaggio patologico nella
clinica dell'arte moderna in Italia_, nel quale dissertava sui premi
di incoraggiamento istituiti dal Governo a vantaggio degli artisti.
Egli ragionava così: — I premi per qual fine sono stati decretati? Per
comprare col danaro del pubblico le opere degli artisti. Benissimo!
Ma quando un'opera d'arte è veramente buona, chi la compera lo si
trova sempre. Colui, dunque, che vende il suo lavoro non ha bisogno di
essere incoraggiato da nessuno: si incoraggia da sè. Coloro i quali non
vendono i loro quadri e le loro statue, coloro che producono pessime
opere d'arte, questi debbono essere incoraggiati perchè, se a costoro
non pensa il Governo ad aiutarli, chi mai ci penserà?
Dopo qualche mese che io avevo viaggiato patologicamente con lui in una
stanza del Caffè Greco, mentre una luce tenue e dorata entrava dalla
porta socchiusa e spargevasi dolcemente nelle camere silenziose, ove
i camerieri dormicchiavano sdraiati su le panche vedove di avventori,
lo incontrai per istrada, precisamente in via Nazionale, ove allora
allora s'era chiusa una esposizione di belle arti. Appena egli mi
vide da lontano, mi venne subito incontro agitando un giornale aperto
e mi disse: — Ha visto? Ha inteso? Ha letto quali quadri sono stati
comperati dalla Giunta Superiore per adornarne la Galleria di arte
moderna? Si ricorda? Se la rammenta la mia lettura? Lo vede come la mia
idea si fa strada? Lo capisce ora come il mio modo di pensare s'impone?
— E, senza darmi il tempo di poter aprire la bocca, scoppiò in una
risata fragorosa che fece fermare i passanti, mi voltò le spalle e
agitando ripetutamente il giornale si allontanò.
*
* *
Il pubblico del Caffè Greco non è più adesso simile a quello che io vi
trovai quando incominciai a frequentarlo. Oggi molti di coloro che vi
conobbi allora o son savi o son sepolti; tuttavia la massima parte di
quanti vi si recano al presente è data dagli artisti; e nelle serate in
cui la pioggia è vicina, mentre i barometri romani inclinano gl'indici
verso il segno della tempesta, vi si accendono ancora discussioni
furibonde su argomenti più o meno artistici, le quali non si spengono
se non quando la pioggia principia a cadere fragorosamente sul soffitto
di vetri dell'ultima stanza. Non sempre però la pioggia arriva in tempo
a pacificare gli animi inacerbiti.
Una sera due giovinotti, dopo di aver sorbito i loro caffè e di averli
trovati semplicemente borgiani, non avendo altro di meglio da fare,
impresero ad esaminare quale delle due arti sorelle fosse più difficile
ad essere esercitata, se la pittura o la scultura. I due contendevano
già da un pezzo su l'arduo argomento quando un loro vicino, buttando
via un mozzicone di sigaro, da lui dichiarato assolutamente infumabile,
entrò buon terzo nella discussione: poco dopo, lagnandosi delle scarpe
che glieli stringevano troppo, vi mise i piedi un altro; poi un altro
ancora, e la controversia si ingigantì talmente che la stanza dove
essa era nata non bastando più a contenerla, si sparse a poco a poco
nelle altre camere della bottega. Allora tutto il Caffè si divise
in due schiere di combattenti: una guidata dagli scultori e l'altra
dai pittori. La lotta ardeva furiosa e gli urli, le contumelie, le
risate e gli applausi coprivano a volta a volta le voci squillanti
degli oratori, quando un signore, senza riflettere a quanto avrebbe
per avventura potuto capitargli fra capo e collo, ebbe il fegato di
farsi avanti ad affermare che, secondo Spencer, la scultura era un'arte
inferiore. All'udire il nome del filosofo gli scultori rimasero per
qualche istante silenziosi, ma riavutisi subito dalla sorpresa chiusero
la discussione con tali argomenti che il pover'uomo, se ancora campa,
se li deve ancora ricordare.
Quietato il baccano, mentre le prime gocce di pioggia incominciavano a
battere sui vetri del soffitto dell'ultima stanza, uno chiese: — E chi
è questo Spencer?
— E chi vuoi che sia? — gli risposero in parecchi. — Sarà uno dei
soliti giornalisti.
Perchè queste parole siano intese nel loro giusto valore, è bene
avvertire che per la maggior parte dei frequentatori della bottega di
via Condotti, il vocabolo giornalista, massime se viene pronunciato
atteggiando le labbra a una smorfia di disprezzo, non serve mai a
designare chi scrive in un giornale, ma colui che in un giornale scrive
di 'cose d'arte' in genere e di quadri e di statue in specie. Del
resto giornalisti veri e proprii io nel Caffè Greco non ce ne ho mai
visti. Qualcuno forse può esserci capitato; ma se mai sarà stato un
giornalista senza giornale, e allora sarà andato a confondersi fra quei
frequentatori, dirò così, sporadici della bottega, fra i quali non è
difficile di incontrare maestri di musica che non conoscono altre note
all'infuori di quelle del trattore e del sarto, professori di pittura
in qualche ospizio di ciechi, architetti senza archi e, quel ch'è
peggio, senza tetto, ingegneri privi oltre a tante altre cose anche
d'ingegno, medici che non esercitano più la professione, forse per
filantropia, vecchi impiegati giubilati i quali non hanno altro giubilo
tranne quello, come sogliono dire, di avere un'anima di artista,
negozianti senza negozi, avvocati senza cause e quindi senza effetti,
poeti in cerca di una lira, e talvolta qualche modello.
Fra questi, nei primi anni che io frequentai la bottega, ne conobbi uno
che non ho mai più scordato.
Era un moro. Alcuni missionarii ritornando in Italia dall'Africa,
dove avevano predicato la verità evangelica agli infedeli, se l'erano
portato appresso, e lo avevano battezzato imponendogli il nome
lietissimo di Natale: ma, purtroppo, il nostro buon Dio del povero
Natale non si era curato tanto quanto forse, se l'avessero lasciato
stare a casa sua, se ne sarebbe curato il suo Allah; difatti, quando io
lo incontrai in un angolo del Caffè Greco, il povero africano moriva
di fame peggio di un europeo, e passava le sue giornate cercando
inutilmente un'ora di lavoro, masticando qualche pezzo di sigaro,
tossendo di tanto in tanto convulsivamente e bevendo a sorsettini
lentissimamente, se poteva procurarselo, qualche bicchierino di rum di
cui era ghiottissimo. Non era bello, no; ma le forme caratteristiche
della sua persona, le sue movenze svelte e sempre eleganti e il modo
singolare con cui soleva manifestare i suoi pochi pensieri e le sue
molte sensazioni me lo rendevano simpatico, e se entrando nel Caffè mi
avveniva di vederlo da lontano, rannicchiato dietro il marmo bianco di
un tavolino, me gli avvicinavo e dopo di avergli stretta la mano lunga,
ossuta, scimmiesca, provando l'impressione di toccare un tessuto di
seta, gli sedevo accanto.
Quasi sempre io gli offrivo un bicchierino di rum, ed egli
avvicinandovi le labbra grosse e guardandomi di sotto in sù con gli
occhietti socchiusi, mi ringraziava mandando fuori dalla gola un suono
roco e tremolante simile a quello che fanno i gatti quando si accarezza
loro la nuca. Parlava poco e alle mie domande rispondeva sempre con
monosillabi; ma la povertà del suo dizionario sapeva compensare con
gesti efficacissimi. I suoi discorsi li finiva sempre con le mani.
Talvolta sorrideva mostrando i denti forti e bianchi, ma non rideva
mai. Poveretto! Dove ei fosse nato non sapeva dirlo: quelli che lo
avevano messo al mondo non li aveva conosciuti; e se gli chiedevo di
raccontarmi qualche cosa della sua infanzia, alzava le spalle e le
riabbassava dicendomi: — Non so. — Le sue rimembranze non andavano
al di là della sua adolescenza, ed erano tutte assai più nere della
sua epidermide. Quei tali che l'avevano lavato dal peccato originale,
stimando forse con cotesta operazione idraulica di essersi liberati da
qualsiasi altro obbligo verso di lui, lo avevano abbandonato, ed egli,
discesi ad uno ad uno i gradini dolorosi della più obbrobriosa miseria
aveva finito a trovarsi in mezzo a certi saltimbanchi girovaghi, i
quali, dopo di averlo incatenato e rinchiuso in una gabbia di ferro,
lo andavano mostrando come un ferocissimo antropofago vivente e
proveniente dalle foreste vergini della Patagonia: e, come se questo
non bastasse, ogni sera, affinchè il rispettabile pubblico potesse
avere una piccola idea del modo col quale il povero Natale divorava il
suo simile, gli gittavano nella gabbia una gallina, ed egli, urlando
e contorcendosi come un ossesso e scuotendo orribilmente le catene,
la ghermiva, la spennava e la strangolava dinanzi agli spettatori
inorriditi.
Dopo di averne fatte più di Carlo in Francia, capitato in Roma,
senz'arte nè parte, si incontrò con un pittore il quale cercava un
nero per effigiarlo, non so veramente con quanta esattezza storica, in
un quadro rappresentante lo sbarco di Cristoforo Colombo in America,
e da allora incominciò a frequentare gli studi ove trovò una certa
Rosina, la figliuola di un ubriacone, che girava per le strade suonando
un organetto a manovella, e se ne innamorò. Non la lasciava mai, e
quando essa era a posare in qualche studio, se non poteva esserle
vicino, l'aspettava in istrada pazientemente per poi accompagnarla
fino all'uscio sgangherato di una casupola miserabile in un vicoletto
nei pressi di Santa Maria Maggiore, ove ella abitava col padre e con
l'organetto a manovella.
Un mio amico che li conobbe al tempo dei dolci sospiri, un giorno mi
diceva sorridendo, come ogni volta che li aveva visti salire, tenendosi
stretti per la mano, su per la scalinata della Trinità dei Monti,
ove morivano i rintocchi dell'avemaria, e ogni volta che li aveva
incontrati in via Sistina, mentre nella luce azzurra del crepuscolo
tremolavano le fiamme gialle dei lampioni, non avesse mai potuto fare a
meno di pensare allo Shakespeare. E, forse, chi sa? Chi sa se la povera
Rosina non si fosse veramente innamorata dell'africano udendolo narrare
le sue sventure? E chi sa se egli, il moro, non la ripagasse di amore
per la pietà che n'ebbe?
Erano arrivati al punto di volersi sposare; ma questa volta Brabanzio
giunse in tempo per impedire alla natura di cadere in tanto errore. Non
valsero nè pianti, nè preghiere. Se la disgraziata osava di nominargli
il suo Natale, la risposta del birbaccione era sempre una: — _Nun
vojo turchi a casa mia._ — E se la poveretta, pur avendo di lui un
terrore indicibile, gli faceva osservare che Natale era un cristiano,
egli ribatteva prontamente: — _Io a li cristiani neri nun ce credo._
— Viveva alle spalle della sua figliuola e non voleva che gliela
portassero via: ecco la verità. Non si sposarono dunque; ma seguitarono
sempre a volersi bene, e si può dire che l'africano la sua Rosina non
la lasciò se non quando, vinto da una tisi galoppante, fu obbligato
di ritornarsene nel grembo del nostro Dio o forse in quello del suo
Allah. La poveretta lo pianse con molte lacrime e poi passò ad altri
amori meno neri, ma non meno disgraziati e, perduto il padre, cadde
sotto le ugne di un brutto tipo: un formatore, il quale impadronitosi
dell'organetto a manovella prese a suonarlo per le strade e più spesso
sotto gli olmi, i ligustri e le acacie delle varie osterie suburbane;
ma poi, annoiato dal dover sempre sentire la stessa musica, vi incollò
sopra un foglio di carta con questa iscrizione: — _Da vendersi o da
affittare. Per le trattative diriggersi a me._ — E quando in seguito a
_trattative_ laboriosissime gli riescì di disfarsene, dopo di essersi
mangiato, giocato, e bevuto quel poco che ne aveva ritratto, ritornò
a sporcarsi le mani col gesso, e, cavate le impronte di quasi tutte le
parti del corpo della misera Rosina, che egli soleva chiamare ghignando
«la mia signora» le andava offrendo per pochi baiocchi ai signori
pittori di via Margutta.
Tutti e due finirono male. Lui, dopo di averne fatte tante, una meno
legale dell'altra, non sapendo che cosa fare di peggio, essendosi
messo a riempire con un metallo bianco di sua invenzione, molto simile
all'argento, le forme cave di certe monetine da due lire, un giorno fu
visto in mezzo a due guardie di pubblica sicurezza e non se ne sentì
più parlare; lei, povera figlia!, una sera uscendo da una bettola si
trovò trascinata, senza volerlo, in una rissa e fu raccolta morente
per una grave ferita di coltello. La portarono in un ospedale e colà,
dopo qualche ora di tormenti atroci, quella pace che ella aveva cercato
tante e tante volte invano nella vita la trovò nella morte.
*
* *
Ed ora, giacchè è necessario di concludere, permettimi, o amico
lettore, che io chiuda questo mio «Caffè» più o meno «Greco», il quale
conclude questo volume, rivolgendoti una domanda.
Dimmi la verità, ti ho annoiato?
Senti: una sera io mi trovavo nella vecchia bottega fra le cui storiche
pareti ho cercato di intrattenerti come meglio ho potuto, quando un
signore venne a sedersi a un tavolino accanto a me; chiese un caffè e
se lo bevve in fretta; poi torcendo le labbra in segno di disgusto,
chiamò con voce alterata il cameriere, e, dopo di avergli accennato
con un'occhiata bieca il vassojo, gli disse: — Non vi vergognate di
avvelenare il prossimo con questi intrugli?... Non vi vergognate?...
Il cameriere lo lasciò sfogare; guardò la tazza ove di caffè non ce
n'era rimasta neppure una goccia, e gli rispose: — Caro signore, che
cosa vuol farci? Oramai l'ha bevuto!