Albeggia. Dal fondo oscuro della valle, ove s'ode crosciare il
Simbrivio, leggieri strati di nebbia salgono a poco a poco a velare
la rupe colossale, che, poggiato il capo enorme sul cielo, pare che
dorma. Il piccolo santuario veglia e prega. Tutte le grandi cataste
di legna le cui belle fiamme durante la notte allietarono il monte
di luce e di calore sono diventate mucchi di cenere bigia sui quali
cigola qualche tizzone moribondo. Qua e là fra le rocce e i sassi,
fra l'erba e gli alberi, fin dove lo sguardo può andare, non si vede
che gente distesa, immobile e immersa nel sonno. Di quando in quando
però qualche dormiente offeso dal freddo si sveglia, rabbrividisce, si
accosta alla cenere, vi allunga il piede e ne fa scaturire un nastro
di fumo azzurro, che sale a perdersi nel cielo ove tremano ancora le
stelle. Due carabinieri seduti su un fascio di paglia, davanti a una
fragile baracca di tela, dalla quale si spargono intorno nauseabondi
effluvii di cose fritte nell'olio, bevono, fumano, sputano e parlano
un dialetto dell'Alta Italia. Appena mi mettono gli occhi addosso mi
salutano e sorridono, come se volessero dirmi: — Anche lei, quassù?
— Dietro alla baracca, da un luogo chiuso con frasche di dove viene
odor di letame, esce di tanto in tanto e risona allegramente qualche
nitrito. All'improvviso sotto i rami folti di un bosco di faggi scoppia
una fucilata, e subito dopo una voce rauca grida: _Evviva la Santissima
Ternitane!_ Altre grida ed altre schioppettate le rispondono, e uno
stormo di uccelli neri lascia, schiamazzando, la sommità della rupe,
gira due o tre volte su gli alberi, che incominciano a muovere le
foglie, e s'allontana verso l'oriente ove principia già ad apparire il
roseo color dell'aurora.
Mentre, badando a non pestare quelli che dormono ancora, cerco di
avvicinarmi al santuario, dalla cui porta spalancata e illuminata
viene un canto lento e monotono, da una porticina fra le scalette veggo
uscir fuori due contadini. L'uno e l'altro camminano come se fossero
ubriachi, girano intorno gli occhi afflitti dalla luce del giorno, e
con le mani tremanti tentano di nettarsi gli abiti fradici d'acqua e
insudiciati dal fango.
— Che cosa c'è là dentro? — dimando a uno di loro, indicandogli
il luogo da dove sono usciti; ed egli alzando la faccia pallida e
lagrimosa e battendo i denti per il freddo balbetta: — _Signò', là
dinto ce stavo li sotterranei benedetti._
Mi approssimo alla porticina dalla quale emana un fetore insopportabile
di cose putrefatte, e facendo forza a me stesso vi entro e mi trovo
in una cantina, dove un filo di luce bianca, attraversando le sbarre
nere di una inferriata e strisciando sulle pareti ricoperte di muffa
verdognola, illumina fiocamente alcune ombre giacenti nel fango sotto
l'acqua che sgocciola dal soffitto.
— Che diamine state a fare qua dentro? — chieggo a una di coteste
ombre, e l'ombra aprendo lentamente le braccia mi risponde: — _Signò',
tengo li dolori pe' l'osse; nun pozzo chiù lavora': tengo moglie e
figli piccerilli; so' poverello e voglio la grazia dalla Santissima
Ternitane!_
*
* *
Appena il primo raggio del sole nascente orla di un filo d'oro le
cime azzurre dei monti lontani, i pellegrini si adunano a poco a poco
intorno a uno scoglio, sul quale, fra il formicolare della folla,
davanti a una immagine sacra si veggono brillare sei candelieri di
argento.
— Che cosa succede? — dimando.
— _J'esce la messa._ — mi rispondono più voci ad un tempo. Difatti,
annunciato dallo squillare di un campanello, un sacerdote vestito
di una pianeta d'oro appare su la porta del santuario, e preceduto
da un uomo col fucile in spalla, che gli fa largo, e seguito da un
chierico col messale, si avvicina all'immagine sotto cui è una pietra
consacrata, e incomincia a celebrare. Il momento della elevazione,
quando egli rimane immobile col simbolo del sagrifizio alzato sulla
moltitudine tutta prostrata ai suoi piedi e tutta raccolta in un
silenzio profondo, è proprio di una solennità incomparabile. Ma
è un momento; poichè non appena il prete si apparecchia a dare la
comunione, intorno a lui scoppia un tumulto indescrivibile. Uomini e
donne, impazienti di avvicinarglisi, cercano di sopraffarsi in tutti i
modi, e, pur di arrivare ad ottenere la sacra particola, si ricambiano
non solo molte cattive parole, ma anche molti buonissimi fatti, cioè
scapaccioni, urtoni, calci, spinte, pugni ed altre simili tenere
carezze, e se le ricambiano con tanto calore profano e con così vivo
fervore religioso che alcuni contadini coi fucili in pugno, schierati
innanzi all'immagine per regolare la distribuzione del pane eucaristico
non riescono a tenere indietro gli affamati. Quando Dio vuole, la
messa finisce e il prete s'allontana. Nessuno si cura più di lui e
tutti si danno alla ricerca di un buon posto per vedere il Pianto e le
_zitelle_.
I posti migliori sarebbero certamente quelli nel breve spazio davanti
al santuario; poichè sulla sua terrazzina avrà luogo la funzione;
difatti tutti vorrebbero occuparli; ma i più non potendo riuscirci,
si rassegnano ad adattarsi dove e come possono, e si arrampicano
sulle sporgenze e nelle fenditure della rupe; salgono sugli alberi;
si appollaiano fra gli scogli e le rocce; s'accoccolano fra le
balze e i greppi; montano sopra le sedie, le panche e le tavole;
s'aggrappano alle armature delle baracche; insomma, si accomodano dove
e come possono farlo meglio, e aspettano con una pazienza esemplare.
E l'attesa non è corta! Alfine s'ode uno scoppiettio, e tutti si
volgono dalla parte donde viene il rumore, e gridando: — _Èssele_!...
_Èssele_!... _Vèneno_!... _Vèneno_!... — si additano a vicenda un
punto della valle in cui si vede una nuvoletta di fumo. Poco dopo la
nuvoletta si dilegua, e sul verde smeraldino di un prato lontano appare
qualche cosa che si muove e biancheggia. È il _Pianto_. La processione
viene da Vallepietra, e, ora nascondendosi sotto al verdeggiare degli
alberi, ora camminando fra le rocce ignude, sale a poco a poco il dorso
della montagna e s'avvicina al santuario.
Innanzi a tutti s'avanzano parecchi contadini vestiti di festa e armati
di fucili. Di quando in quando essi si fermano e caricano gli schioppi;
poi, gridando e agitando i cappelli ornati di fettucce multicolori, di
fiori e di pezzetti di talco scintillanti, sparano e scompaiono sotto
un velo di fumo. Dietro ai contadini ondeggia uno stendardo: lo precede
un vecchio suonando il tamburo e lo seguono alcuni fanciulletti coperti
di risplendenti tuniche argentee e con le ali di cartone indorato su le
spalle, i quali di tanto in tanto affondano le manine in una canestra
sostenuta dal più grandicello fra loro, ne traggono rose, violette e
manciate di fiori di ginestra e le spargono, sorridendo, su la folla
inginocchiata. Una ventina di giovinette viene appresso ai fanciulli.
Sono le _zitelle_ che piangeranno il _Pianto_. Abbigliate di abiti
bianchi ricamati a fiori d'oro e d'argento e addobbate di lunghi veli
candidi esse incedono a due a due, lentamente, in silenzio, a capo
chino, tutte con la mano sinistra posata sul cuore, e reggendo con la
destra un simbolo della Passione. Dopo di loro sorretta da una diecina
di adolescenti, passa una bara adornata di fiori su cui sta disteso
il simulacro di un Cristo morto, scolpito e dipinto così bene che,
come dicono tutti, pare vivo. Due chierici con gl'incensieri, qualche
prete, cinque o sei musicanti, i quali, quando il sentiero non è troppo
erto, danno un po' di fiato alle trombe, e un gruppo di _festaroli_,
sorreggendo i doni da offrirsi alla Trinità, seguono la bara; e un
drappello di contadini, simile in tutto a quello che l'apre, chiude la
_pricissione_, mescolando di tanto in tanto il fumo puzzolente dei suoi
fucili a quello odoroso dei turiboli ondeggianti e rilucenti al sole
nelle mani dei chierici.
La _pricissione_ s'apre il cammino fra la calca, giunge al santuario,
e vi entra. Le grida, i canti, i suoni e le schioppettate cessano, e
quando due chierici vengono ad ornare il davanzale della terrazzina con
un tappeto giallo, il silenzio è tale che s'odono soltanto i piccoli
gridi delle rondini volanti intorno ai nidi innumerevoli, attaccati
alla rupe, ormai tutta quanta illuminata dal sole: non altro. Appena
i chierici se ne vanno, un prete con la persona magra ricoperta di
una bella cotta candida e pieghettata e con un libro sotto al braccio
esce dalla porta della chiesuola. È il suggeritore. Egli si ferma un
momento a guardare dall'alto la moltitudine, che giù da basso, immobile
e silenziosa guarda lui; si appoggia con le spalle al muro; apre il
libro; fa un cenno con la testa; e la rappresentazione incomincia.
Tre _zitelle_ si fanno avanti adagio adagio; s'inchinano e si mettono
a cantare una specie di prologo che s'inizia con questa invocazione:
Sant'Amore in noi venite
E del vostro dolce affetto
Riempite il nostro petto
Nè da noi giammai partite.
Tutti le ascoltano con piacere e salutano la loro partenza con un lungo
mormorio di approvazione. Poco dopo vien fuori un'altra _zitella_
avvolta in un manto turchino, tenendo in mano un calice di legno
dorato; descrive con parole strazianti gli spasimi di Nostro Signore
nell'orto, e finisce col dire che il Nazareno
In terra cade per dolore interno.
Due giovinette la seguono. La prima ci fa vedere due gomitoli di
cordicella, e ci dice che quei gomitoli sono le corde con le quali
fu legato il Salvatore; e la seconda, presentandoci un guanto bianco
imbottito di bambagia ci fa sapere che quel guanto, niente di meno, è
la mano che ha schiaffeggiato Gesù; e prima di andarsene, alzando il
guanto perchè tutti lo veggano, canta:
Destr'empia che rendesti sì dolente
Quella faccia divina e più che umana
Maledetta sarai eternamente.
Appresso alle due giovinette ne viene una terza, sostenendo una corona
di spine, e principia subito a recitar la sua parte; parla bene, ma
nel meglio s'impappina, ammutolisce e scoppia in un pianto dirotto. Il
prete stacca le spalle dal muro, le si accosta e cerca di rimetterla
sulla buona via; ma la poverina non ci va. La folla s'agita e mormora,
e un contadino che mi sta accanto, tentennando il capo, osserva con
voce severa che _quanno uno nun tene fritto non si àve da espone'_!
Tre belle ragazze nel pieno vigore della loro sana e gagliarda
giovinezza fan dimenticare subito a tutti il pietoso incidente. Le
ragazze, appena incominciano a muovere le labbra rosee, ci dicono con
nostra grande maraviglia che esse sono Erode, Pilato e il Cireneo; e
come se fossero proprio il buon Simone di Cirene, il noto prefetto
romano e il ferocissimo sire della Giudea, rimangono tutte e tre a
ragionare seriamente fra loro, e poi se ne vanno, cedendo il luogo
ad alcune fanciullette, che ci portano a far vedere tre cimelii
preziosissimi: una canna, tre chiodi e una lancia. Dopo l'esposizione
dei cimelii entra in scena la Veronica, e appresso a lei si fa innanzi
un'altra femina che alzando le braccia e sporgendosi col seno fuori del
terrazzino grida con la voce squillante:
È morto Gesù Cristo e non v'inganno.
All'orribile annuncio s'ode qualche singulto, e la messaggiera, dopo di
avere eseguita una controscena che le ottiene l'approvazione unanime,
lascia il posto a una strana e misteriosa figura muliebre col volto
nascosto sotto un fitto velo nero, coperta da un manto rosso ed armata
di una lunga spada brunita, lampeggiante al sole. È Giuda! Appena essa
senza dire una parola si allontana, seguìta da qualche commento ostile,
una zitella di grandi forme si avanza maestosamente reggendo una croce
di legno: rimane per qualche istante con la testa bassa come se tosse
trafitta dal più profondo dolore; poi, alzando un braccio in atto di
comando e volgendosi verso il santuario, esclama:
O angeli correte assai veloce
Di Gesù Cristo a sostener la croce.
Quattro bambini, con le ali di carta indorata tremolanti sulle loro
tenere spalle, escono subito saltellando dalla chiesuola, si appressano
alla donna, le si aggruppano intorno e rimanendo immobili in varii
atteggiamenti studiati, formano insieme con lei un quadro vivente che
tutti quanti ammirano e lodano. Quando il quadro se ne va, la folla
passa rapidamente dall'ammirazione all'impazienza e comincia a dar
segni visibili di una commozione vivissima: ondeggia come un campo
di biade mosso dal ponente, s'increspa come la superficie di un lago
sotto la brezza mattutina, e ritorna immobile; ma nella sua immobilità
ci si sente l'annuncio di qualche cosa di grosso che sta per accadere:
difatti mentre tutti son fermi e ritti sulle punte dei piedi, quelli
intorno a me io li sento esclamare: — _Èsselo veh_!... _Èsselo veh_!...
_È isso_!... _Mo vène_!... _Mo arriva_!...
— Chi arriva? — dimando a una contadina.
— _Gliu Cristo de la bara_! — mi risponde subito la donna con voce
tremante; e, stringendosi al seno un bambino, si volge con gli
occhi lustri per la tenerezza verso il santuario dalla cui porta
escono quattro giovinette, reggendo i lembi di un lenzuolo bianco
che rappresenta anch'esso la sua parte, quella di sacra sindone. Le
adolescenti vengono avanti pianino pianino, in silenzio; e la folla le
accoglie silenziosamente; ma quando si accorge che nel loro lenzuolo
c'è dentro _gliu Cristo de la bara_ non sa trattenersi dal salutarlo
con le stesse parole e con gli stessi gesti coi quali il pubblico di
una arena saluterebbe l'entrata in scena del suo attore favorito.
Le quattro giovinette incominciano a cantare, e la folla, dopo di aver
manifestata con un lungo mormorio la propria soddisfazione, si accheta
per ascoltarle; ma appena esse cavan fuori dalla sacra sindone il
simulacro del Cristo morto e piagato, scoppia in un urlo formidabile
che rintrona sotto la rupe colossale. Allora tutti i fucili sparano
insieme; le detonazioni interminabili di centinaia e centinaia di
mortaletti rimbombano nelle forre della montagna, e il cielo, le rupi
e gli alberi si velano di un fumo acre e soffocante entro cui migliaia
e migliaia di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli presi
tutti da una follia spaventosa gridano, battono le mani, gittano i
cappelli in aria, sventolano i fazzoletti, le sciarpe e le giacchette,
s'inginocchiano, baciano la terra, si contorcono, ed eccitandosi a
vicenda si abbraccian fra di loro, piangono, ridono, tendono le mani
verso l'immagine miracolosa dicendole parole insensate, ed anche
ingiurie; e seguitano così per un pezzo, fino a quando, mezzo stroncati
dalla tensione eccessiva dei nervi e stremati di forze, non cadono a
poco a poco inerti, insensibili e istupiditi in una calma bestiale.
Il fumo delle schioppettate e dei mortaletti si dilegua e una donna,
l'ultima delle _zitelle_, s'affaccia al parapetto del terrazzino,
recita in fretta pochi versi di commiato e rientra subito nella
chiesuola. Il prete chiude il libro e la segue. Allora alla
rappresentazione sacra tien dietro un'altra profana; poichè tutta la
gente volta immediatamente le spalle al santuario e si allontana con
tanta rapidità che, in brevissimo tempo, i luoghi ove si accalcavano
tante migliaia e migliaia di persone rimangono deserti: e tutto il
dorso del monte si vede istantaneamente gremito da torme interminabili
e variopinte di pellegrini, che simili a fiumane vorticose, invadendo
i sentieri e le scorciatoie, scendono al piano cantando e portandosi
via lunghi rami frondosi di faggio, ottimi per bacchiare le noci e
le mandorle; orciuoli rilucenti pieni d'acqua benedetta, eccellente
per estinguere la sete e le tentazioni del demonio; e fasci di erbe
aromatiche verdi e fiorite, raccolte intorno alla _casa addove abbita
la Santissima Ternitane_, e da servire all'occasione come rimedio
infallibile contro le insidie di quei mali «che fan guerra al miser
uom».
Finchè lo potei, io seguii con lo sguardo commosso le turbe che
divenivano via via sempre più piccole e sempre più lontane; e quando
le vidi sparire nell'ombra della valle pensai che come le nubi salgono
sui monti per ivi disciogliersi in pioggia e ritornare al mare, così
quei pellegrini dopo di esser saliti sulla montagna ora ricalcando la
via per cui eran venuti se ne scendevano ai loro paesi per ritornare
nel gran mare delle fatiche penose e delle tribolazioni infinite; nel
gran mare del dolore, ove la più gran parte di loro non avrebbe mai e
poi mai avuto la speranza di un porto!
*
* *
Prima che il santuario venisse chiuso vi rientrai; e mentre un chierico
si affaccendava a riporre in un cassone alcuni arredi sacri, potei
osservare con agio l'affresco sopra all'altare. Esso rappresenta la
Trinità, e mi pare curiosissimo, perchè il mistero fondamentale e
impenetrabile della nostra santa religione non è raffigurato come
al solito da un vecchio, da un giovane e da una colomba; ma da tre
persone, le quali, come dice benissimo la lauda che comperai dal
vecchio aedo, sono:
Tutte e tre d'una statura,
Tutte e tre d'una figura,
Tutte e tre d'una beltà.
Cotesta immagine della Santissima Trinità non odora un po' d'eresia?
Forse. Ma, ad ogni modo se la Chiesa la tollera, non veggo per qual
ragione non dovrei tollerarla anch'io. Alcune pitture raffiguranti
varii episodi della nostra Redenzione adornano le pareti del santuario,
e secondo il parere di chi se ne intende o finge d'intendersene,
dovrebbero risalire fino al settimo secolo, ma non glie la fanno, tanto
son deturpate dai restauri; tuttavia fra quelle pochissime riuscite a
salvarsi, non so come, dalla scopa del restauratore, potei osservare
l'immagine di un fraticello pieno di grazia, di sentimento e di
iscrizioni lasciategli addosso dai suoi ammiratori. Altre iscrizioni
scarabocchiate col carbone o incise con una punta nell'intonaco vidi
anche sparse qua e là sulle mura: talune in greco, molte in latino e
la maggior parte in italiano, più o meno italiano. Mentre il chierico,
fischiando, seguitava a riporre gli arredi sacri nel cassone, ne lessi
parecchie e ne ricopiai queste tre:
Hic fuit Antono Batista de
Talacozzo 12 de Austo
1536
Hic fuit sacerdos
Joannes de Cellis
sub Alino 1491
dic. XV.
Hic fuit Antonius Malosius
1402 die ... Januarij.
Sazio alfine di iscrizioni e di pitture, di pellegrini e di preti,
di Trinità e di Redenzioni lasciai il santuario e me ne andai a far
quattro passi lungo il sentiero che costeggia la rupe. Camminavo già da
qualche tempo in mezzo a un incanto di odori e di colori, respirando un
puro e fresco venticello di ponente, quando una qualche cosa che vidi
biancheggiare sotto un groviglio di rovi e di sterpi mi fermò. Ruppi
col bastone le spinose piante salvatiche e scopersi un femore umano.
Mossi ancora un po' di terra e uscirono fuori altre ossa. Mentre io
le stavo radunando sopraggiunse un contadino: le guardò ridendo e mi
disse:
— Signò' chesso è asino.
— Ma che asino! — gli risposi — Chesso è uomo.
— Nonsignora, è asino. — ribadì il contadino.
— È un uomo. — ripetei io, e, dopo di aver disposto le ossa in modo
che apparisse lo scheletro, — lo vedi? — gli dissi. Egli allora
divenne serio, si fece il segno della croce, e se ne andò lentamente,
borbottando: — _È robba de briganti._
*
* *
Nel pomeriggio torniamo a Vallepietra, per dormire; e al primo
schiarire del giorno, seguendo il corso del Simbrivio scendiamo
a Cominacchio, ove il fiumicello irrequieto confonde le sue acque
sonore con quelle dell'Aniene. Ivi all'ombra amica di una selvetta
di arboscelli accanto a un vecchio ponte medioevale divoriamo la
colazione; quindi riprendiamo il cammino e, costeggiando sempre il
fiume veloce, dopo di esserci arrampicati sui fianchi dirupati di un
monte, sul cui vertice illuminato dal sole ridevano nel cielo sereno le
casette di Jenne, per visitarvi una caverna paurosa che porta il nome
di Grotta dell'Inferniglio, e dopo di aver percorso una lunga valle
formata dalle pendici del Livata e da quelle del monte Carpineto, così
chiamato, credo, perchè le sue balze scoscese son tutte rivestite da
grandiosi boschi di carpini, perveniamo dinanzi a una parete di rocce,
in cima alla quale, dietro ai rami contorti di annose piante di ulivi
e presso a un bosco di lecci secolari, vediamo risplendere da lontano
i vetri delle finestre innumerevoli del superbo monastero di Santa
Scolastica.
Eravamo fermi a contemplare il paesaggio maraviglioso rallegrato dal
crosciare dell'Aniene fuggente di balza in balza fra quei greppi
ove su le rovine della villa di Nerone nacque, diffondendosi poi
prodigiosamente nel mondo, l'ordine monastico occidentale, e, risalendo
col pensiero il corso lungo dei secoli, cercavamo su le sponde verdi
del fiume famoso le ombre gigantesche degli imperatori e dei santi,
dei papi e degli abati, dei cardinali e dei guerrieri; quando una
vecchia cenciosa con un fascio di strame sopra le spalle ossute,
sbucando all'improvviso da un viottolo incorniciato da due siepi
spinose, ci venne incontro, e appena si accorse che noi, seguendo il
costume di coloro che ritornano dal santuario della Trinità, avevamo
i cappelli ornati da mazzetti di fiori di carta e da qualche immagine
sacra, ci chiese se potevamo darle notizie di un grandissimo miracolo
operato dalla _Santissima Ternitane_ su una giovane posseduta dal
demonio. Sorpresi dalla dimanda della vecchia noi non sapemmo che cosa
rispondere; e allora essa, mentre la guardavamo sorridendo, prese a
narrarcelo lei il grandissimo miracolo, e, poi che ce ne ebbe descritte
tutte le fasi con una ricchezza di particolari veramente sorprendente,
chiuse il racconto con queste precise parole: — _Vòi v'avete da pensà'
che quanno gliu prete l'ha benedetta, alla povera figlia c'è ascito
dagliu cuorpo 'nu pesce longo tanto co' la testa d'animale!_
— Ma, dimmi un po', tu ci sei stata al santuario della Trinità? — le
chiesi.
— _Nonsignora_.
— E allora tutte queste cose come le sai?
— _Le so perchè me l'ha ditte un'amica mia ch'è revenuta mo._ — mi
rispose subito la vecchia con la voce ferma, guardandomi negli occhi;
e, agitate in fretta le mani scarne in segno di saluto, traversò la
strada ed entrò in un sentiero, ove dopo qualche passo si fermò, si
volse e con quanto fiato aveva in corpo gridò: — _Evviva la Santissima
Ternitane!_
— Evviva! — le rispondemmo tutti noi ad una voce; e quando curva sotto
il peso dello strame la vedemmo alfine scomparire fra le rocce sulle
quali s'allungavano le ombre azzurre degli ulivi dorati dal sole
cadente, riprendemmo il cammino, e accompagnati dal suono continuo
di una campana che veniva dal monastero di San Benedetto, poco dopo
eravamo a Subiaco.