III.

Albeggia. Dal fondo oscuro della valle, ove s'ode crosciare il

Simbrivio, leggieri strati di nebbia salgono a poco a poco a velare

la rupe colossale, che, poggiato il capo enorme sul cielo, pare che

dorma. Il piccolo santuario veglia e prega. Tutte le grandi cataste

di legna le cui belle fiamme durante la notte allietarono il monte

di luce e di calore sono diventate mucchi di cenere bigia sui quali

cigola qualche tizzone moribondo. Qua e là fra le rocce e i sassi,

fra l'erba e gli alberi, fin dove lo sguardo può andare, non si vede

che gente distesa, immobile e immersa nel sonno. Di quando in quando

però qualche dormiente offeso dal freddo si sveglia, rabbrividisce, si

accosta alla cenere, vi allunga il piede e ne fa scaturire un nastro

di fumo azzurro, che sale a perdersi nel cielo ove tremano ancora le

stelle. Due carabinieri seduti su un fascio di paglia, davanti a una

fragile baracca di tela, dalla quale si spargono intorno nauseabondi

effluvii di cose fritte nell'olio, bevono, fumano, sputano e parlano

un dialetto dell'Alta Italia. Appena mi mettono gli occhi addosso mi

salutano e sorridono, come se volessero dirmi: — Anche lei, quassù?

— Dietro alla baracca, da un luogo chiuso con frasche di dove viene

odor di letame, esce di tanto in tanto e risona allegramente qualche

nitrito. All'improvviso sotto i rami folti di un bosco di faggi scoppia

una fucilata, e subito dopo una voce rauca grida: _Evviva la Santissima

Ternitane!_ Altre grida ed altre schioppettate le rispondono, e uno

stormo di uccelli neri lascia, schiamazzando, la sommità della rupe,

gira due o tre volte su gli alberi, che incominciano a muovere le

foglie, e s'allontana verso l'oriente ove principia già ad apparire il

roseo color dell'aurora.

Mentre, badando a non pestare quelli che dormono ancora, cerco di

avvicinarmi al santuario, dalla cui porta spalancata e illuminata

viene un canto lento e monotono, da una porticina fra le scalette veggo

uscir fuori due contadini. L'uno e l'altro camminano come se fossero

ubriachi, girano intorno gli occhi afflitti dalla luce del giorno, e

con le mani tremanti tentano di nettarsi gli abiti fradici d'acqua e

insudiciati dal fango.

— Che cosa c'è là dentro? — dimando a uno di loro, indicandogli

il luogo da dove sono usciti; ed egli alzando la faccia pallida e

lagrimosa e battendo i denti per il freddo balbetta: — _Signò', là

dinto ce stavo li sotterranei benedetti._

Mi approssimo alla porticina dalla quale emana un fetore insopportabile

di cose putrefatte, e facendo forza a me stesso vi entro e mi trovo

in una cantina, dove un filo di luce bianca, attraversando le sbarre

nere di una inferriata e strisciando sulle pareti ricoperte di muffa

verdognola, illumina fiocamente alcune ombre giacenti nel fango sotto

l'acqua che sgocciola dal soffitto.

— Che diamine state a fare qua dentro? — chieggo a una di coteste

ombre, e l'ombra aprendo lentamente le braccia mi risponde: — _Signò',

tengo li dolori pe' l'osse; nun pozzo chiù lavora': tengo moglie e

figli piccerilli; so' poverello e voglio la grazia dalla Santissima

Ternitane!_

*

* *

Appena il primo raggio del sole nascente orla di un filo d'oro le

cime azzurre dei monti lontani, i pellegrini si adunano a poco a poco

intorno a uno scoglio, sul quale, fra il formicolare della folla,

davanti a una immagine sacra si veggono brillare sei candelieri di

argento.

— Che cosa succede? — dimando.

— _J'esce la messa._ — mi rispondono più voci ad un tempo. Difatti,

annunciato dallo squillare di un campanello, un sacerdote vestito

di una pianeta d'oro appare su la porta del santuario, e preceduto

da un uomo col fucile in spalla, che gli fa largo, e seguito da un

chierico col messale, si avvicina all'immagine sotto cui è una pietra

consacrata, e incomincia a celebrare. Il momento della elevazione,

quando egli rimane immobile col simbolo del sagrifizio alzato sulla

moltitudine tutta prostrata ai suoi piedi e tutta raccolta in un

silenzio profondo, è proprio di una solennità incomparabile. Ma

è un momento; poichè non appena il prete si apparecchia a dare la

comunione, intorno a lui scoppia un tumulto indescrivibile. Uomini e

donne, impazienti di avvicinarglisi, cercano di sopraffarsi in tutti i

modi, e, pur di arrivare ad ottenere la sacra particola, si ricambiano

non solo molte cattive parole, ma anche molti buonissimi fatti, cioè

scapaccioni, urtoni, calci, spinte, pugni ed altre simili tenere

carezze, e se le ricambiano con tanto calore profano e con così vivo

fervore religioso che alcuni contadini coi fucili in pugno, schierati

innanzi all'immagine per regolare la distribuzione del pane eucaristico

non riescono a tenere indietro gli affamati. Quando Dio vuole, la

messa finisce e il prete s'allontana. Nessuno si cura più di lui e

tutti si danno alla ricerca di un buon posto per vedere il Pianto e le

_zitelle_.

I posti migliori sarebbero certamente quelli nel breve spazio davanti

al santuario; poichè sulla sua terrazzina avrà luogo la funzione;

difatti tutti vorrebbero occuparli; ma i più non potendo riuscirci,

si rassegnano ad adattarsi dove e come possono, e si arrampicano

sulle sporgenze e nelle fenditure della rupe; salgono sugli alberi;

si appollaiano fra gli scogli e le rocce; s'accoccolano fra le

balze e i greppi; montano sopra le sedie, le panche e le tavole;

s'aggrappano alle armature delle baracche; insomma, si accomodano dove

e come possono farlo meglio, e aspettano con una pazienza esemplare.

E l'attesa non è corta! Alfine s'ode uno scoppiettio, e tutti si

volgono dalla parte donde viene il rumore, e gridando: — _Èssele_!...

_Èssele_!... _Vèneno_!... _Vèneno_!... — si additano a vicenda un

punto della valle in cui si vede una nuvoletta di fumo. Poco dopo la

nuvoletta si dilegua, e sul verde smeraldino di un prato lontano appare

qualche cosa che si muove e biancheggia. È il _Pianto_. La processione

viene da Vallepietra, e, ora nascondendosi sotto al verdeggiare degli

alberi, ora camminando fra le rocce ignude, sale a poco a poco il dorso

della montagna e s'avvicina al santuario.

Innanzi a tutti s'avanzano parecchi contadini vestiti di festa e armati

di fucili. Di quando in quando essi si fermano e caricano gli schioppi;

poi, gridando e agitando i cappelli ornati di fettucce multicolori, di

fiori e di pezzetti di talco scintillanti, sparano e scompaiono sotto

un velo di fumo. Dietro ai contadini ondeggia uno stendardo: lo precede

un vecchio suonando il tamburo e lo seguono alcuni fanciulletti coperti

di risplendenti tuniche argentee e con le ali di cartone indorato su le

spalle, i quali di tanto in tanto affondano le manine in una canestra

sostenuta dal più grandicello fra loro, ne traggono rose, violette e

manciate di fiori di ginestra e le spargono, sorridendo, su la folla

inginocchiata. Una ventina di giovinette viene appresso ai fanciulli.

Sono le _zitelle_ che piangeranno il _Pianto_. Abbigliate di abiti

bianchi ricamati a fiori d'oro e d'argento e addobbate di lunghi veli

candidi esse incedono a due a due, lentamente, in silenzio, a capo

chino, tutte con la mano sinistra posata sul cuore, e reggendo con la

destra un simbolo della Passione. Dopo di loro sorretta da una diecina

di adolescenti, passa una bara adornata di fiori su cui sta disteso

il simulacro di un Cristo morto, scolpito e dipinto così bene che,

come dicono tutti, pare vivo. Due chierici con gl'incensieri, qualche

prete, cinque o sei musicanti, i quali, quando il sentiero non è troppo

erto, danno un po' di fiato alle trombe, e un gruppo di _festaroli_,

sorreggendo i doni da offrirsi alla Trinità, seguono la bara; e un

drappello di contadini, simile in tutto a quello che l'apre, chiude la

_pricissione_, mescolando di tanto in tanto il fumo puzzolente dei suoi

fucili a quello odoroso dei turiboli ondeggianti e rilucenti al sole

nelle mani dei chierici.

La _pricissione_ s'apre il cammino fra la calca, giunge al santuario,

e vi entra. Le grida, i canti, i suoni e le schioppettate cessano, e

quando due chierici vengono ad ornare il davanzale della terrazzina con

un tappeto giallo, il silenzio è tale che s'odono soltanto i piccoli

gridi delle rondini volanti intorno ai nidi innumerevoli, attaccati

alla rupe, ormai tutta quanta illuminata dal sole: non altro. Appena

i chierici se ne vanno, un prete con la persona magra ricoperta di

una bella cotta candida e pieghettata e con un libro sotto al braccio

esce dalla porta della chiesuola. È il suggeritore. Egli si ferma un

momento a guardare dall'alto la moltitudine, che giù da basso, immobile

e silenziosa guarda lui; si appoggia con le spalle al muro; apre il

libro; fa un cenno con la testa; e la rappresentazione incomincia.

Tre _zitelle_ si fanno avanti adagio adagio; s'inchinano e si mettono

a cantare una specie di prologo che s'inizia con questa invocazione:

Sant'Amore in noi venite

E del vostro dolce affetto

Riempite il nostro petto

Nè da noi giammai partite.

Tutti le ascoltano con piacere e salutano la loro partenza con un lungo

mormorio di approvazione. Poco dopo vien fuori un'altra _zitella_

avvolta in un manto turchino, tenendo in mano un calice di legno

dorato; descrive con parole strazianti gli spasimi di Nostro Signore

nell'orto, e finisce col dire che il Nazareno

In terra cade per dolore interno.

Due giovinette la seguono. La prima ci fa vedere due gomitoli di

cordicella, e ci dice che quei gomitoli sono le corde con le quali

fu legato il Salvatore; e la seconda, presentandoci un guanto bianco

imbottito di bambagia ci fa sapere che quel guanto, niente di meno, è

la mano che ha schiaffeggiato Gesù; e prima di andarsene, alzando il

guanto perchè tutti lo veggano, canta:

Destr'empia che rendesti sì dolente

Quella faccia divina e più che umana

Maledetta sarai eternamente.

Appresso alle due giovinette ne viene una terza, sostenendo una corona

di spine, e principia subito a recitar la sua parte; parla bene, ma

nel meglio s'impappina, ammutolisce e scoppia in un pianto dirotto. Il

prete stacca le spalle dal muro, le si accosta e cerca di rimetterla

sulla buona via; ma la poverina non ci va. La folla s'agita e mormora,

e un contadino che mi sta accanto, tentennando il capo, osserva con

voce severa che _quanno uno nun tene fritto non si àve da espone'_!

Tre belle ragazze nel pieno vigore della loro sana e gagliarda

giovinezza fan dimenticare subito a tutti il pietoso incidente. Le

ragazze, appena incominciano a muovere le labbra rosee, ci dicono con

nostra grande maraviglia che esse sono Erode, Pilato e il Cireneo; e

come se fossero proprio il buon Simone di Cirene, il noto prefetto

romano e il ferocissimo sire della Giudea, rimangono tutte e tre a

ragionare seriamente fra loro, e poi se ne vanno, cedendo il luogo

ad alcune fanciullette, che ci portano a far vedere tre cimelii

preziosissimi: una canna, tre chiodi e una lancia. Dopo l'esposizione

dei cimelii entra in scena la Veronica, e appresso a lei si fa innanzi

un'altra femina che alzando le braccia e sporgendosi col seno fuori del

terrazzino grida con la voce squillante:

È morto Gesù Cristo e non v'inganno.

All'orribile annuncio s'ode qualche singulto, e la messaggiera, dopo di

avere eseguita una controscena che le ottiene l'approvazione unanime,

lascia il posto a una strana e misteriosa figura muliebre col volto

nascosto sotto un fitto velo nero, coperta da un manto rosso ed armata

di una lunga spada brunita, lampeggiante al sole. È Giuda! Appena essa

senza dire una parola si allontana, seguìta da qualche commento ostile,

una zitella di grandi forme si avanza maestosamente reggendo una croce

di legno: rimane per qualche istante con la testa bassa come se tosse

trafitta dal più profondo dolore; poi, alzando un braccio in atto di

comando e volgendosi verso il santuario, esclama:

O angeli correte assai veloce

Di Gesù Cristo a sostener la croce.

Quattro bambini, con le ali di carta indorata tremolanti sulle loro

tenere spalle, escono subito saltellando dalla chiesuola, si appressano

alla donna, le si aggruppano intorno e rimanendo immobili in varii

atteggiamenti studiati, formano insieme con lei un quadro vivente che

tutti quanti ammirano e lodano. Quando il quadro se ne va, la folla

passa rapidamente dall'ammirazione all'impazienza e comincia a dar

segni visibili di una commozione vivissima: ondeggia come un campo

di biade mosso dal ponente, s'increspa come la superficie di un lago

sotto la brezza mattutina, e ritorna immobile; ma nella sua immobilità

ci si sente l'annuncio di qualche cosa di grosso che sta per accadere:

difatti mentre tutti son fermi e ritti sulle punte dei piedi, quelli

intorno a me io li sento esclamare: — _Èsselo veh_!... _Èsselo veh_!...

_È isso_!... _Mo vène_!... _Mo arriva_!...

— Chi arriva? — dimando a una contadina.

— _Gliu Cristo de la bara_! — mi risponde subito la donna con voce

tremante; e, stringendosi al seno un bambino, si volge con gli

occhi lustri per la tenerezza verso il santuario dalla cui porta

escono quattro giovinette, reggendo i lembi di un lenzuolo bianco

che rappresenta anch'esso la sua parte, quella di sacra sindone. Le

adolescenti vengono avanti pianino pianino, in silenzio; e la folla le

accoglie silenziosamente; ma quando si accorge che nel loro lenzuolo

c'è dentro _gliu Cristo de la bara_ non sa trattenersi dal salutarlo

con le stesse parole e con gli stessi gesti coi quali il pubblico di

una arena saluterebbe l'entrata in scena del suo attore favorito.

Le quattro giovinette incominciano a cantare, e la folla, dopo di aver

manifestata con un lungo mormorio la propria soddisfazione, si accheta

per ascoltarle; ma appena esse cavan fuori dalla sacra sindone il

simulacro del Cristo morto e piagato, scoppia in un urlo formidabile

che rintrona sotto la rupe colossale. Allora tutti i fucili sparano

insieme; le detonazioni interminabili di centinaia e centinaia di

mortaletti rimbombano nelle forre della montagna, e il cielo, le rupi

e gli alberi si velano di un fumo acre e soffocante entro cui migliaia

e migliaia di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli presi

tutti da una follia spaventosa gridano, battono le mani, gittano i

cappelli in aria, sventolano i fazzoletti, le sciarpe e le giacchette,

s'inginocchiano, baciano la terra, si contorcono, ed eccitandosi a

vicenda si abbraccian fra di loro, piangono, ridono, tendono le mani

verso l'immagine miracolosa dicendole parole insensate, ed anche

ingiurie; e seguitano così per un pezzo, fino a quando, mezzo stroncati

dalla tensione eccessiva dei nervi e stremati di forze, non cadono a

poco a poco inerti, insensibili e istupiditi in una calma bestiale.

Il fumo delle schioppettate e dei mortaletti si dilegua e una donna,

l'ultima delle _zitelle_, s'affaccia al parapetto del terrazzino,

recita in fretta pochi versi di commiato e rientra subito nella

chiesuola. Il prete chiude il libro e la segue. Allora alla

rappresentazione sacra tien dietro un'altra profana; poichè tutta la

gente volta immediatamente le spalle al santuario e si allontana con

tanta rapidità che, in brevissimo tempo, i luoghi ove si accalcavano

tante migliaia e migliaia di persone rimangono deserti: e tutto il

dorso del monte si vede istantaneamente gremito da torme interminabili

e variopinte di pellegrini, che simili a fiumane vorticose, invadendo

i sentieri e le scorciatoie, scendono al piano cantando e portandosi

via lunghi rami frondosi di faggio, ottimi per bacchiare le noci e

le mandorle; orciuoli rilucenti pieni d'acqua benedetta, eccellente

per estinguere la sete e le tentazioni del demonio; e fasci di erbe

aromatiche verdi e fiorite, raccolte intorno alla _casa addove abbita

la Santissima Ternitane_, e da servire all'occasione come rimedio

infallibile contro le insidie di quei mali «che fan guerra al miser

uom».

Finchè lo potei, io seguii con lo sguardo commosso le turbe che

divenivano via via sempre più piccole e sempre più lontane; e quando

le vidi sparire nell'ombra della valle pensai che come le nubi salgono

sui monti per ivi disciogliersi in pioggia e ritornare al mare, così

quei pellegrini dopo di esser saliti sulla montagna ora ricalcando la

via per cui eran venuti se ne scendevano ai loro paesi per ritornare

nel gran mare delle fatiche penose e delle tribolazioni infinite; nel

gran mare del dolore, ove la più gran parte di loro non avrebbe mai e

poi mai avuto la speranza di un porto!

*

* *

Prima che il santuario venisse chiuso vi rientrai; e mentre un chierico

si affaccendava a riporre in un cassone alcuni arredi sacri, potei

osservare con agio l'affresco sopra all'altare. Esso rappresenta la

Trinità, e mi pare curiosissimo, perchè il mistero fondamentale e

impenetrabile della nostra santa religione non è raffigurato come

al solito da un vecchio, da un giovane e da una colomba; ma da tre

persone, le quali, come dice benissimo la lauda che comperai dal

vecchio aedo, sono:

Tutte e tre d'una statura,

Tutte e tre d'una figura,

Tutte e tre d'una beltà.

Cotesta immagine della Santissima Trinità non odora un po' d'eresia?

Forse. Ma, ad ogni modo se la Chiesa la tollera, non veggo per qual

ragione non dovrei tollerarla anch'io. Alcune pitture raffiguranti

varii episodi della nostra Redenzione adornano le pareti del santuario,

e secondo il parere di chi se ne intende o finge d'intendersene,

dovrebbero risalire fino al settimo secolo, ma non glie la fanno, tanto

son deturpate dai restauri; tuttavia fra quelle pochissime riuscite a

salvarsi, non so come, dalla scopa del restauratore, potei osservare

l'immagine di un fraticello pieno di grazia, di sentimento e di

iscrizioni lasciategli addosso dai suoi ammiratori. Altre iscrizioni

scarabocchiate col carbone o incise con una punta nell'intonaco vidi

anche sparse qua e là sulle mura: talune in greco, molte in latino e

la maggior parte in italiano, più o meno italiano. Mentre il chierico,

fischiando, seguitava a riporre gli arredi sacri nel cassone, ne lessi

parecchie e ne ricopiai queste tre:

Hic fuit Antono Batista de

Talacozzo 12 de Austo

1536

Hic fuit sacerdos

Joannes de Cellis

sub Alino 1491

dic. XV.

Hic fuit Antonius Malosius

1402 die ... Januarij.

Sazio alfine di iscrizioni e di pitture, di pellegrini e di preti,

di Trinità e di Redenzioni lasciai il santuario e me ne andai a far

quattro passi lungo il sentiero che costeggia la rupe. Camminavo già da

qualche tempo in mezzo a un incanto di odori e di colori, respirando un

puro e fresco venticello di ponente, quando una qualche cosa che vidi

biancheggiare sotto un groviglio di rovi e di sterpi mi fermò. Ruppi

col bastone le spinose piante salvatiche e scopersi un femore umano.

Mossi ancora un po' di terra e uscirono fuori altre ossa. Mentre io

le stavo radunando sopraggiunse un contadino: le guardò ridendo e mi

disse:

— Signò' chesso è asino.

— Ma che asino! — gli risposi — Chesso è uomo.

— Nonsignora, è asino. — ribadì il contadino.

— È un uomo. — ripetei io, e, dopo di aver disposto le ossa in modo

che apparisse lo scheletro, — lo vedi? — gli dissi. Egli allora

divenne serio, si fece il segno della croce, e se ne andò lentamente,

borbottando: — _È robba de briganti._

*

* *

Nel pomeriggio torniamo a Vallepietra, per dormire; e al primo

schiarire del giorno, seguendo il corso del Simbrivio scendiamo

a Cominacchio, ove il fiumicello irrequieto confonde le sue acque

sonore con quelle dell'Aniene. Ivi all'ombra amica di una selvetta

di arboscelli accanto a un vecchio ponte medioevale divoriamo la

colazione; quindi riprendiamo il cammino e, costeggiando sempre il

fiume veloce, dopo di esserci arrampicati sui fianchi dirupati di un

monte, sul cui vertice illuminato dal sole ridevano nel cielo sereno le

casette di Jenne, per visitarvi una caverna paurosa che porta il nome

di Grotta dell'Inferniglio, e dopo di aver percorso una lunga valle

formata dalle pendici del Livata e da quelle del monte Carpineto, così

chiamato, credo, perchè le sue balze scoscese son tutte rivestite da

grandiosi boschi di carpini, perveniamo dinanzi a una parete di rocce,

in cima alla quale, dietro ai rami contorti di annose piante di ulivi

e presso a un bosco di lecci secolari, vediamo risplendere da lontano

i vetri delle finestre innumerevoli del superbo monastero di Santa

Scolastica.

Eravamo fermi a contemplare il paesaggio maraviglioso rallegrato dal

crosciare dell'Aniene fuggente di balza in balza fra quei greppi

ove su le rovine della villa di Nerone nacque, diffondendosi poi

prodigiosamente nel mondo, l'ordine monastico occidentale, e, risalendo

col pensiero il corso lungo dei secoli, cercavamo su le sponde verdi

del fiume famoso le ombre gigantesche degli imperatori e dei santi,

dei papi e degli abati, dei cardinali e dei guerrieri; quando una

vecchia cenciosa con un fascio di strame sopra le spalle ossute,

sbucando all'improvviso da un viottolo incorniciato da due siepi

spinose, ci venne incontro, e appena si accorse che noi, seguendo il

costume di coloro che ritornano dal santuario della Trinità, avevamo

i cappelli ornati da mazzetti di fiori di carta e da qualche immagine

sacra, ci chiese se potevamo darle notizie di un grandissimo miracolo

operato dalla _Santissima Ternitane_ su una giovane posseduta dal

demonio. Sorpresi dalla dimanda della vecchia noi non sapemmo che cosa

rispondere; e allora essa, mentre la guardavamo sorridendo, prese a

narrarcelo lei il grandissimo miracolo, e, poi che ce ne ebbe descritte

tutte le fasi con una ricchezza di particolari veramente sorprendente,

chiuse il racconto con queste precise parole: — _Vòi v'avete da pensà'

che quanno gliu prete l'ha benedetta, alla povera figlia c'è ascito

dagliu cuorpo 'nu pesce longo tanto co' la testa d'animale!_

— Ma, dimmi un po', tu ci sei stata al santuario della Trinità? — le

chiesi.

— _Nonsignora_.

— E allora tutte queste cose come le sai?

— _Le so perchè me l'ha ditte un'amica mia ch'è revenuta mo._ — mi

rispose subito la vecchia con la voce ferma, guardandomi negli occhi;

e, agitate in fretta le mani scarne in segno di saluto, traversò la

strada ed entrò in un sentiero, ove dopo qualche passo si fermò, si

volse e con quanto fiato aveva in corpo gridò: — _Evviva la Santissima

Ternitane!_

— Evviva! — le rispondemmo tutti noi ad una voce; e quando curva sotto

il peso dello strame la vedemmo alfine scomparire fra le rocce sulle

quali s'allungavano le ombre azzurre degli ulivi dorati dal sole

cadente, riprendemmo il cammino, e accompagnati dal suono continuo

di una campana che veniva dal monastero di San Benedetto, poco dopo

eravamo a Subiaco.

Prose (1880-1890) · 第 24 / 38 题