II.

Il sole è già alto e noi saliamo verso il santuario della Trinità, ove

stanotte dormiremo alla meglio in una capanna, e domani assisteremo

alla sacra cerimonia del _Pianto_ e vedremo le _zitelle_. Quando la

salita incomincia a farsi sentire ci fermiamo dinanzi a certe rocce

dalle quali sgorga un filo di acqua, e sappiamo da un giovinetto di

Vallepietra che il luogo ove siamo si chiama l'Acqua delle Donne.

— Perchè? — gli chieggo.

— _Perchè le donne quanno che loro ritorneno dalla Ternità se ce laveno

sotto pe' devozione._ — mi risponde il giovinetto, ridendo; e appena

ci rimettiamo in cammino mi mostra un'altra sorgente chiamata l'Acqua

Cornetta: e poichè vede l'interesse col quale io l'ascolto, dopo di

avermi additata una cappelletta bianca che porta il nome non molto

poetico di Porco Grasso, si ferma sotto a una quercia sul cui vecchio

tronco nereggia una croce, e mi dice che la _cerqua_ si chiama li

Quarti de Baragà.

Sorpreso della stranezza del nome dell'albero rivolgo all'adolescente

qualche dimanda, e dalle sue risposte riesco a sapere una storia

orribile.

Molti anni addietro un francese, un tal Baragas, sotto _alla cerqua_

vi uccise un pastore per derubarlo. Il francese fu arrestato e portato

a Napoli e colà fu impiccato: poi il suo corpo venne chiuso in una

bigoncia e _spedito_ a Vallepietra, ove il maestro di giustizia, dopo

di averlo squartato ne mise _li quattro quarti_ su la schiena di un

asino, li portò _sulla faccia del logo del delitto_ e li appese ai rami

della _cerqua_ sotto alla quale era stato assassinato il pastore.

Mentre raccoglievo dalle labbra del giovinetto il racconto macabro

alcuni pellegrini che passavano si fermarono dinanzi all'albero; si

inginocchiarono, biascicarono qualche avemaria, buttarono qualche sasso

sulla croce e si allontanarono. Dimandai per qual ragione i pellegrini,

dopo di aver pregato avessero gittato i sassi sulla croce; ma nessuno

me lo seppe dire. Mi risposero tutti: — _Hanno fatto accusì, perchè

fanno sempre accusì_. Immaginai che forse la preghiera fosse per

l'anima della vittima e il sasso per quella dell'assassino, e ripresi

a camminare pensando come ad ogni modo la costumanza dovesse essere

certamente un detrito dell'antichissima _litholatria_. E non mi parve

per nulla affatto strano il veder conservato un tal culto in un paese

ove di sassi ce ne sono anche troppi!

L'arciprete di Vallepietra che ci precede cavalcando un muletto

interrompe le mie meditazioni pietrose, fermandosi per indicarmi una

sua proprietà che ha nome Belvedere. Un burlone gli suggerisce subito

di piantarvi molti cavoli per rivenderne i torsi ai musei. Oltrepassato

il podere dell'arciprete il sentiero ove siamo, girando e rigirando

in un labirinto di rocce, ci porta sul sommo di una altura e di lassù

vediamo in tutta la sua imponenza la rupe gigantesca ai cui piedi

il santuario sembra un giocattolo. La rupe di calcare azzurrino,

macchiato qua e là dal giallo ranciato dell'ossido di ferro, sorge

sul ripido pendio della montagna come una parete enorme, e si inalza

a perpendicolo per circa duecento cinquanta metri. Mentre siam fermi

ad ammirarla ci viene agli orecchi un romore di canti e di grida,

interrotto di quando in quando da qualche fucilata.

— S'ammazzano? — chieggo, ridendo, all'arciprete.

— No — mi risponde serio serio dall'alto del suo muletto il buon

prete — festeggiano la Trinità; — e scotendo il capo mi dice come

cotesto modo di festeggiarla sia spesso cagione di gravi disgrazie,

poichè al rintronare delle schioppettate dalla rupe solcata da enormi

screpolature i sassi cadono sulla folla, sì che ogni anno qualcuno

torna a casa, se pur ci ritorna, con la testa rotta.

Seguitiamo a salire, e a poco a poco sotto alla rupe incominciamo a

distinguere qualche cosa somigliante a un brulicare nero di formiche

intorno a piccoli cespugli: saliamo ancora, e via via i piccoli

cespugli si trasformano in querce, in aceri ed in faggi colossali,

le formiche diventano persone, e ci troviamo in mezzo a migliaia e

migliaia di uomini e di donne di tutte le età, che pregando, cantando,

urlando, e di tanto in tanto distribuendosi a vicenda solennissimi

cazzotti, cercano di avvicinarsi al santuario. Il santuario, non molto

grande, è tutto scavato nella roccia, e per entrarvi bisogna salire

due scalette e passare su un terrazzino; ed è appunto sotto alle due

scalette che la folla s'agita più fitta e più romorosa. Alcuni uomini

armati di fucili provano a mettere un po' d'ordine nella moltitudine

invasata dal furore religioso e dal desiderio di penetrare nel luogo

sacro, ma non arrivano ad altro che ad accrescere il disordine. Quando

dopo una lotta degna di miglior causa io riesco ad avvicinarmi ad una

delle scalette, mi trovo accanto a uno stendardo su cui leggo scritto

a grandi lettere: Compagnia di Anagni. Lo stendardo è sorretto da due

donne e tutti quelli che vi sono intorno strillando: — _Largo! Largo!

Largo!_ — si chinano verso il terreno come se cercassero qualche

cosa. Guardo anch'io ove tutti guardano, e veggo con ribrezzo due

uomini e una donna che andando carponi con la faccia nel fango si

muovono lentamente fra i piedi dei loro vicini. I tre sciagurati hanno

incominciato a camminare con le ginocchia appena han visto da lontano

per la prima volta il santuario, e per mantenere una promessa fatta

alla Trinità, dovrebbero arrivare camminando sempre così fino dinanzi

alla sua immagine miracolosa; ma al primo gradino della scaletta si

fermano e non possono andare più oltre. La folla tenta di animarli coi

gesti e con le parole, li esorta a proseguire e li stimola ad adempiere

il voto; ma i tre disgraziati nello stato di esaurimento in cui sono

non veggono e non sentono più nulla e rimangono immobili. Qualcuno

spruzza sui loro volti un poco di aceto. Tutto è inutile. Allora si

fanno avanti alcuni contadini; li legano con lunghe corde, e uno alla

volta li traggono su in cima alla scaletta come se fossero fagotti di

cenci, e mentre tutti alzando le braccia urlano: — _Grazia! Grazia!

Grazia!_ — li spingono nel santuario, ove li segue tutta la Compagnia.

Poco dopo, vincendo il turbamento cagionatomi da tanta abiezione, li

seguo anch'io e li riveggo inginocchiati dinanzi a un altare chiuso

dentro a una cancellata dalle cui sbarre di ferro pendono fucili,

pistole, stampelle, vesti, grembiuli ed altri oggetti coperti di

polvere messi lì a testimonianza delle «grazie ricevute». I due uomini

coi volti insozzati di fango, col naso insanguinato e con gli occhi

fuori delle orbite agitavano le braccia verso una pittura antica; e la

donna, anche lei col viso imbrattato di mota e con gli occhi sbarrati,

brancicava con le mani luride la tovaglia bianca dell'altare e tossiva;

e ad ogni scoppio di tosse il sangue le usciva dalle labbra escoriate,

le scendeva giù pel collo e le macchiava la camicia. Il resto della

Compagnia era fuori della cancellata. Uomini e donne di ogni età,

tutti ammucchiati in terra uno addosso all'altro pregavano, e di tanto

in tanto, alzando le mani tremule, prorompevano in grida e lamenti

che rintronavano sotto la volta bassa del santuario. Qualche lampada

spandeva un po' di luce giallognola nell'aria densa impregnata di

esalazioni stomachevoli.

Accanto all'altare due preti, seduti comodamente su due seggioloni,

appoggiavano i gomiti sopra a un tavolino su cui erano un gran libro

aperto e un piatto di metallo: il libro per notarvi tutte le messe,

piane o cantate che, a richiesta dei fedeli, dovevano poi celebrarsi

in suffragio dei morti, e il piatto per raccoglierne subito il prezzo

a vantaggio dei vivi.

Difatti non appena qualcuno sorgendo dalla folla prostrata a terra e

genuflessa si approssimava al tavolino, vedevansi i due preti curvarsi

sul libro aperto e udivasi il rumore squillante dei soldi cadenti nel

piatto metallico.

Nel breve tempo che rimasi con la Compagnia d'Anagni io vidi molte

donne appressarsi al tavolino per lasciarvi i loro risparmi nelle mani

dei preti; una fra le altre che oltre ai quattrini vi lasciò anche un

involto. Uno dei preti lo prese con un gesto d'impazienza, l'aprì,

e, scotendo il capo, ne cavò fuori due bellissime trecce di capelli

biondi; le guardò un momento e le porse al suo vicino, e questi a

sua volta le dette a un sagrestano che le appese a una sbarra della

cancellata fra un mazzo di coltelli arrugginiti e una pistola rotta.

— _È robba d'un'ossessa._ — mi disse subito un contadino; e seguitò:

— _Ah, signoria! Si tu l'avessi vista un anno de là! Era la più

bella de lo paese! Era bianca e rossa come 'na rosa! Ibbè? Quanno che

gliu diavolo, Dio ne libbera me, gli entrava in cuorpo e la scoteva,

addoventava 'na pazza! Mo la Ternità gli ha fatto la grazia e lei se ha

tagliato le trecce e ce l'ha donate._

Il contadino aveva appena finito di parlare quando i due preti, alzando

e agitando le braccia, incominciarono a gridare: — _Su, che basta! Jate

fòra!_

Nessuno si mosse.

— _Su, che basta! Jate fòra!_ — ripeterono i preti, e fatti rizzare

per forza i tre inginocchiati dinanzi all'altare li mandarono fuori

della cancellata. Allora si udì squillare un campanello: alcuni uomini

armati di fucili, gridando anche loro: _Fòra! Fòra! Fòra!_ entrarono

nel santuario, e un po' con le buone e un po' con le cattive riuscirono

a fare alzare i pellegrini e a spingerli verso la porta.

Mentre tutti se ne andavano, volgendosi di tanto in tanto a guardare

l'altare, una donna rimasta indietro si trasse dal petto una moneta e

la diede sottomano a un prete.

— _Lassate chesta._ — borbottò una voce: e la contadina fissando

con gli occhi sfavillanti di gioia l'immagine della Trinità andò a

rimpiattarsi nell'ombra.

Uscendo dal santuario m'incontrai in un giovinetto col volto rigato

di sangue. Due contadini lo portavano a spalla e lo seguiva una donna

piangente. Altre donne intorno a lei urlavano: _Grazia!_ _Grazia!_

_Grazia!_ Che cosa era successo? Un sasso, uno di quei sassi dei

quali mi aveva parlato poco prima l'arciprete di Vallepietra, s'era

staccato dalla rupe ed era caduto sul capo del giovinetto facendolo

stramazzare a terra privo di sentimento: l'avevano rialzato ed ora lo

portavano dinanzi alla Trinità. E la Trinità per guarirlo non si fece

pregar molto. Affaccendata in tante faccende sbrigò le cose alla lesta!

Difatti poco dopo, ripassando davanti al santuario, l'adolescente

moribondo lo rividi in ottima salute: stava genuflesso devotamente e

pregava con le mani giunte; e un vecchio gli tagliava i capelli intorno

alla ferita bagnandogli di tanto in tanto la testa con un cencio

intriso d'acqua santa.

*

* *

La folla aumenta sempre. I pellegrini arrivano a torme da tutti i

sentieri che dal fondo delle valli salgono al santuario, e le Compagnie

si seguono una all'altra continuamente. Ogni Compagnia appena è giunta

alla meta sospirata del suo viaggio si sceglie sotto gli alberi o

fra le rocce al riparo dal vento il luogo dove passare la notte, e vi

innalza subito una catasta di legna, il cui fuoco dovrà difenderla dal

freddo. Sulla costa del monte, che pende sotto ed intorno al santuario,

di coteste cataste formate per lo più di bellissimi e robusti rami di

querce, di faggi e di carpini, tutte coronate da una croce, ve ne sono

a centinaia, e accanto ad esse s'aggruppano migliaia di pellegrini.

Alcuni vinti dalla fatica del lungo cammino col capo posato sui loro

fagotti di cenci dormono; altri mangiano avidamente _pane ruscio_ e

formaggio o masticano guainelle e lupini; qualcuno rallegra i compagni

col suono della cornamusa; qualche donna cava da una cesta di vimini

piena di stracci un bimbo, lo bacia, se lo porta al seno e lo allatta;

i più, eccitati dal fervore religioso e felici di trovarsi finalmente

accanto alla _casa addove abbita la Santissima Ternitane_, cantano con

le voci rauche e gutturali preghiere monotone senza mai fine.

Dopo di aver girato qua e là fra la folla dei pellegrini, mi rifugio

in una capanna, costruita dalla sezione romana del Club Alpino

addosso alla rupe, poco lungi dal santuario, per cercarvi un po' di

riposo, e ci trovo invece diversi preti che stanno prendendo le ultime

disposizioni per la festa di domani.

La capanna è, si può dire, il quartier generale della preterìa:

ovunque, sulle panche e alle pareti vi sono fiori di carta e di talco,

fasci di candele, arredi sacri, stendardi, croci e alcuni fucili, senza

dei quali in questi paesi pare che non sia possibile di celebrare

nessuna festa nè religiosa nè profana. Di tempo in tempo qualche

_festarolo_, cioè qualcuno di quei contadini _grassi_ i quali si

assumono la direzione e l'impegno pecuniario della festa, entra nella

capanna e va a confabulare coi preti. A uno di cotesti contadini uno

dei preti dimanda: — Come va la cera?

— _Nun c'è male._

— E le messe?

— _Ringraziamo Iddio; se potemo cuntentà'._

— E per il Pianto è pronto tutto?

— _Tutto! Ogni cosa è al suo ordine._

Un altro _festarolo_ si affaccia alla porta, guarda dentro e alzando un

dito si avvicina a un prete dicendogli: — _Don Luviggi! Una parola!_

— Che vuoi? — chiede _don Luviggi_; e il contadino gli si avvicina

ancora e gli dice abbassando la voce:

— _C'è 'nu peccatore che vo' la confessione._

— Ma questo non è il momento! — esclama il prete alzando le spalle.

— _Don Luviggi!_ — ripiglia subito il contadino aprendo le braccia —

_Don Luviggi! Quello tiene 'nu mazzo de cera accusì!_

— Be', allora digli che aspetti: intanto piglia la cera — ordina il

prete; e il _festarolo_ esce, e poco dopo rientra con un fascio di

candele.

Appresso a lui viene nella capanna un omicciattolo barbuto, una

specie di gnomo con un cappellaccio da prete sul capo ricciuto e con

un vecchio mantello color tabacco sulle spalle. È il romito che vive

quassù ed ha in custodia il santuario. Egli appena mi vede mi presenta

una scatola di latta facendovi ballare i soldi che vi sono dentro, e

guardandomi con gli occhietti furbi mi dice: — _Signò', stamo tutto

l'anno qua per aspettà' 'ste giornate!_

Uno dei preti lo guarda sorridendo e gli domanda:

— Come va?

— _Oggi va 'nu poco moscio: speramo a domani._

Il romito finisce per interessarmi e gli rivolgo qualche parola; ma

appena egli incomincia a rispondermi son costretto a lasciarlo, poichè

i miei compagni mi mandano a dire che mi aspettano per andare sulla

cima del monte. I miei amici, che son tutti intorno alla guida, un

omino piccolino, ma con tanto di fucile in spalla, quando mi veggono

da lontano prendono subito a camminare, ed io li raggiungo e li seguo.

Dopo non molto in un luogo chiamato il Campo della Pietra ove troviamo

la neve, sentiamo suonare la marcia dell'_Aida_, e vediamo da lontano

uno stendardo sotto cui si muovono molte persone le quali sulla bella

distesa bianca sembrano tanti bacherozzoli. Lo stendardo si avvicina, e

vi leggiamo scritto disopra: Compagnia di Riofreddo. I pellegrini han

lasciato ieri l'ameno paesetto che piglia il nome dal gelido ruscello

il quale separa la provincia romana dalla Marsica; han camminato tutta

la notte ed ora scendono al santuario. Una vecchia è innanzi a tutti

seduta su un somaro e canta; quattro musicanti in uniforme militare la

seguono e suonano; gli altri affondando i piedi nella neve, camminano

e pregano. Li lasciamo passare; poi, quando i canti, i suoni e le

preghiere si spengono nella lontananza ripigliamo la salita; arriviamo

al Fosso dei Volatri, e ci fermiamo. Quivi l'omino che ci accompagna

mi viene accanto e indicandomi con un largo gesto il luogo in cui

siamo mi dice: — _Qua mo ce sta la neve, e lei, signoria, nun potete

vedere gnente; ma, si lei vieni qua nel tempo che la neve è finita, lei

vederessi una cosa che te piacerebbe assai!_

— Cioè? — gli domando ridendo, ed egli per tutta risposta scava un po'

di neve, discopre un tronco di faggio pieno di acqua congelata, e me

lo mostra dicendomi: — _De chesti scifi sai quanti ce ne stanno qua

sotto? Centinara!_ — Poi spezza il ghiaccio che vela la superficie

dello scifo e soggiunge: — _Nell'està' a chesti scifi ce vengheno a

béve' le bestie, e si lei puro vòi beve', sentirai che quest'acqua è

più fredda de la neve._ — Bevo un sorso dell'acqua gelata e mi affretto

a raggiungere i miei compagni in un bosco di faggi altissimi sotto i

quali si deve camminare con molta attenzione per non mettere i piedi

fra i ramponi aguzzati di qualche tagliuola preparata per prendere i

lupi, ma disposta, se mai le capitano, ad agguantare anche gli uomini,

e poco dopo arriviamo sulla cima del monte dove godiamo una vista

maravigliosa. Già, l'Autore per se stesso è bellissimo: densi e verdi

boschi di faggi secolari lo rivestono quasi tutto; vasti e pingui

altipiani, alcuni dei quali come quelli di Camposecco di Livata e

dell'Ossa, sono sui mille e cinquecento metri di altezza, lo allietano

con la loro verdura; ed è ricchissimo di acqua. Tutti i rivi cadenti

nell'Aniene spumante e veloce sono dell'Autore e si può dire che a Roma

è lui che dà da bere: l'acqua Marcia è roba sua.

Ma la vista che si gode dalla sua cima è maravigliosa! Tutte le

montagne più alte dell'Appennino centrale: il Vettore, il Gran Sasso,

il Velino, la Majella, il Cotento, il Viglio, il Sirente, il Fanfilli e

la Semprevisa; gli sorgono intorno e par che si affaccino su gli altri

monti per ammirarlo. E l'ammiriamo anche noi, mentre gli stiamo seduti

sopra con la schiena appoggiata a una torretta di sassi; ma poi quando,

come tutte le cose umane, la nostra ammirazione finisce, ci alziamo; ci

grattiamo la schiena indolenzita e incominciamo la discesa. Scendendo

io rimango colpito dall'allegrezza dei miei compagni; e allorchè

osservo la gioia che provano nel levare i loro piedi dalle rocce aride

e dure e nel posarli su l'erbetta verde tenera e fresca di un umido e

dolce declivo vagamente fiorito di trifogli, di genziane, di verbene,

di primule e di orchidee, e tutto odoroso di mentastri e di salvie,

di maggiorane e di timi, comincio a pensare che l'uomo non è stato

creato per salire, ma per discendere, e finisco col credere che se egli

qualche volta si sobbarca alla dura fatica di arrampicarsi su un monte

lo faccia per procurarsi oltre a tanti altri piaceri anche il piacere

grandissimo di ritornarsene subito al piano.

*

* *

Prima di arrivare al santuario c'incontriamo in un bel vecchio vestito

di una larga palandrana e col capo canuto ricoperto da una berretta di

panno verde, il quale, segando le corde di un violoncello più antico di

lui, canta con un filo di voce lamentosa una lunga canzone. Egli sta

sotto a un alto faggio i cui rami fronzuti e dorati dal sole cadente

si stendono su alcuni scogli enormi coperti da un morbido tappeto

di musco. Gruppi numerosi di pellegrini lo circondano e lo stanno a

sentire. Quando l'aedo ha finito di cantare appoggia lo strumento

al tronco annoso del grande albero, cava da una borsa di pelle un

pacco di canzoni stampate, si leva la vecchia berretta, e le offre _a

lor signori dietro il modesto compenso di un solo e semplice soldo,

cadauna_. Due ne vende e due ne compero.

La prima che ha per titolo: «Canzone in lode della S. S. Trinità che si

venera sulle montagne di Vallepietra», incomincia così:

Ti confesso in tre persone

Tutte e tre in un'essenza

Tutte e tre d'una potenza

Tutte e tre d'una maestà.

E prosegue narrando «un gran prodigio operato di recente» dalle

sullodate tre persone. Ma sarà meglio di lasciar parlare il Poeta.

Si trovava sopra un poggio

Con i bovi un buon pastore

Quando un forte e gran rumore

Tutto quanto il rivestì.

E li bovi furon presi

Da sì forte e gran paura

Che cadendo da l'altura

Nell'abisso cadder giù.

A tal vista il meschinello

Si rimase afflitto e muto

Che credea d'aver perduto

Il suo paio d'animal.

Chi narrar la meraviglia

Può che s'ebbe quel villano

Quando vidde giù nel piano

I suoi bovi pascolar?

Egli allora ambe le palme

Verso il ciel levò la mente...

e ringraziò la SS. Trinità; ma, non aveva finito di ringraziarla, che

Vide, il dico? Tre persone

Tutte e tre d'una statura

Tutte e tre d'una figura

Tutte e tre d'una beltà.

Egli attonito a tal vista

Cade a terra come morto

E parea che il beccamorto

Lo dovesse sotterrar.

Prose (1880-1890) · 第 20 / 38 题