Io non ho mai conosciuta una classe di persone più tragicamente comica,
e più dolorosamente umoristica dei copisti di galleria.
Bisogna vederli quando al mattino di buon'ora se ne vanno taciturni
e serii al loro lavoro; bisogna osservarli quando seduti innanzi
alle loro tele con le larghe e morbide pennellesse di martora velano
di lacca rosea le carni delle veneri e delle ninfe nel cospetto dei
capolavori dell'arte antica ed ascoltarli quando nei momenti di riposo,
adunati in crocchio, parlano dei loro maestri favoriti: già, perchè
ogni copista ha il suo autore prediletto. Anzi ce n'è di quelli che
riproducono soltanto un quadro di un dato autore, e a lungo andare
finiscono col persuadersi che il quadro copiato sia opera loro.
Uno di tali copisti lo incontrai nella galleria Borghese. Era sui
cinquant'anni, e a vederlo, di primo acchito, si sarebbe scambiato per
un alto impiegato delle pompe funebri. Soprabito nero, cravatta nera,
cilindro nero, camicia... stavo per dire nera.
Lo conobbi quando era in voga l'autore che copiava, anzi il quadro
dell'autore da lui riprodotto; perchè egli non faceva che riprodurre
sempre il medesimo quadro: la Speranza di Guido Reni. Ne aveva fatte
tante e tante di riproduzioni, tante e tante che nel suo mondo era
chiamato: lo speranzoso. E sugli ultimi le sue copie le faceva a
memoria. Ne dipingeva due al mese, e campava col frutto di quel suo
lavoro. Ma un bel giorno, non so per qual ragione, ci fu ristagno nello
smercio delle Speranze di Guido Reni, e al povero copista finirono i
guadagni.
Lo rividi qualche tempo dopo, quando venne a chiedere in fitto una
stanza nello _stabilimento di studii_. L'ebbe; e vi trasportò un cumulo
di Speranze deluse. Poichè al povero copista che aveva continuato per
tanti e tanti anni di seguito a dipinger due copie al mese del quadro
di Guido, la forza dell'abitudine non gli permetteva di smettere.
Per lui dipingere due Speranze di Guido Reni al mese era divenuta una
necessità alla quale provava inutilmente di ribellarsi.
Verso i quindici di ogni mese egli diveniva malinconico, taciturno,
intrattabile; la nostalgia del quadro del nobile e dolce pittore
bolognese lo conquistava, e non ritrovava la pace se non di dopo
essersi chiuso nello studio e d'aver dipinto le due copie mensili della
ineluttabile Speranza, le quali, manco a dirlo, andavano ad accrescere
il cumulo delle altre sue speranze purtroppo irrealizzabili.
Ne conobbi un altro che copiava sempre un affresco attribuito
a Leonardo da Vinci. I quadri del Vinci li chiamava «i nostri
capolavori». Sapeva a memoria la vita del grande pittore e la narrava
così, come se raccontasse la propria. Le giornate le passava quasi
tutte in S. Onofrio, e la sera, appena tornava in casa, andava a un
tavolino, vi posava sù le mani aperte, chiamava Leonardo e ci si
metteva a discorrere, chiedendogli pareri, giudizi e consigli. Un
giorno ci narrò con le lagrime agli occhi come avesse litigato con
Leonardo per una certa velatura di lacca che il grande pittore voleva
si desse a una ultima opera del copista, e finì esclamando con voce
desolata: — Non capisce che se gli diamo la velatura roviniamo il
quadro.
La lite durò parecchio tempo e prese anche una brutta piega. Difatti
qualche giorno dopo lo incontrammo con un braccio al collo.
— Guardate! come m'ha conciato Leonardo — ci disse mostrandoci il
braccio appeso al fazzoletto. — L'altra sera sempre per quella tal
velatura abbiamo questionato di nuovo e mi ha dato un pugno che ancora
ne sono indolenzito. — E come noi ci provavamo a consolarlo egli
incalzò: — Ma che forza ha quel grande! Eh! già, altre tempre! Altri
uomini i nostri vecchi! — E guardandoci come se volesse rimproverarci
la nostra fiacchezza si allontanò. Lo rivedemmo poi felice e contento.
Ci venne incontro con un'aria di letizia ineffabile e ci disse: —
Abbiamo rifatta la pace! Abbiamo rifatta la pace! Guardate un po'
— e in così dire ci mostrava una palla da bigliardo che poi ripose
immediatamente in tasca — ora non mi scappa più; l'ho fatto entrare qui
dentro. Siamo ridiventati amici. Ieri sera l'ho condotto a teatro. Come
s'è divertito! Era così contento che me lo sentivo ballar qui, qui! —
e si toccava il cocuzzolo con la mano scarna. La manìa dello spiritismo
lo aveva fatto impazzire.
Una delle sue fissazioni negli ultimi tempi era quella di comperare
qualche uccellino e di lasciarlo libero. Così faceva Leonardo.
L'ultima volta che lo vidi fu una domenica di maggio a piazza del
Popolo nell'ora del passeggio. Aveva comperato un mazzo di palloncini
da due soldi gonfi di gas e sciogliendoli lentamente uno ad uno li
mandava in aria, fra gli schiamazzi dei monelli, gridando che così
faceva Leonardo.
Due guardie lo condussero, fra le risa della folla, prima in guardiola
e poi al manicomio.
*
* *
Ma fra i vecchi artisti che capitavano qualche volta fra noi i più
ridicoli eran quelli i quali, benchè induriti nei vieti precetti
dell'Accademia, avendo visto i giovani muovere a combattere in difesa
dell'arte nuova che in quei giorni si chiamava «il vero», tentavano
invano di sciogliersi dai tenaci legami che li avvincevano all'arte del
Camuccini e dell'Agricola.
Non scorderò mai vino di costoro, che dovendo effigiare in un quadro
d'altare il battesimo di Gesù, e non potendo andare a dipingere il
suo quadro sulle rive del Giordano e non volendo d'altra parte perder
l'effetto della verità, costrinse i suoi modelli, uno vestito da Gesù
e l'altro da San Giovanni Battista, a restare in posa coi loro piedi
immersi in una catinella, piena d'acqua marcia.
Però, ripeto, i vecchi che capitavano fra noi erano sempre pochi. Per
lo più ci venivano molti giovinotti; sostavano qualche mese e se ne
andavano lietamente.
*
* *
Ma uno che ci venne pieno di letizia e raggiante di speranza, ci rimase.
Era un buon figliuolo, piccolo e bruno venuto di Spagna. Il giorno
lavorava sempre cantando e la notte dormiva nello studio fra i suoi
bozzetti e la sua miseria. Quando sull'imbrunire noi uscivamo dallo
_stabilimento_, passando innanzi alla sua stanza, gli davamo la buona
notte, ed egli di dentro ci rispondeva cantando a squarciagola una
canzone dei suoi paesi: una canzone dove c'entravano un re moro e
una gitana di Siviglia; e mentre ci allontanavamo tenendogli bordone,
sentivamo la sua voce a poco a poco affievolirsi, e volgendoci, sul
cielo d'un azzurro scuro vedevamo rosseggiare per la luce della lampada
il finestrone dello studio, dove egli passava le sue notti, lieto e
spensierato, fra i suoi bozzetti di creta, e la sua miseria. Una sera
come al solito gli urlammo la buona notte, ma la canzone del re moro
non risuonò nella quiete della campagna. Bussammo alla porta. Una
ciociara venne a dirci che lo spagnuolo aveva la febbre. Entrammo.
Lo scultore si levò a sedere sul lettuccio e facendosi schermo con le
mani agli occhi per non vedere la luce che lo infastidiva ci ringraziò,
sorridendo e soggiunse: — Non è niente. È un po' di febbre. Grazie! —
E si raggomitolò fra le coltri.
Uscimmo rattristati e la ciociara rimase a vegliarlo.
L'indomani sapemmo che il poveretto era stato colto da una perniciosa.
Venne un medico e l'ubriacò di chinino. Volevamo condurlo via dallo
studio; ma il medico ci disse alzando le spalle:
— Oggi non è possibile. Sarebbe peggio. Vedremo domani, se il male
scema. — E mentre parlava guardava curiosamente i bozzetti ch'erano
disseminati nello studio. — Vedremo domani — disse ancora, e, dopo
un'altra guardata ai bozzetti, se ne andò.
L'indomani lo scultore peggiorò, e, perduta la ragione, prese a
discorrere del suo paese e della sua casa paterna. Delirava, e non
appena il delirio cessava, ricadeva stordito sul lettuccio e il sudore
gli gocciolava dalla fronte giù per le gote infiammate.
Agli ultimi momenti ebbe una allucinazione, che forse fu il suo estremo
conforto.
A chi lo assisteva, dava nomi spagnuoli, forse quelli dei suoi cari;
e quando l'agonia cominciò a straziarlo abbracciò teneramente la
ciociara, che singhiozzava, e chiamandola con un filo di voce col dolce
nome di mamma, baciandola e ribaciandola, le morì fra le braccia.
*
* *
Ero innanzi allo studio del povero scultore, quando un signore
vestito di nero, che Nicoletta, inchinandosi di quando in quando
rispettosamente, onorava col titolo di signor commissario, venne a
suggellarne la porta.
Nicoletta reggeva una candela, e il signore vestito di nero con qualche
fettuccia bianca nella sinistra e un suggello in bocca, bruciava la
ceralacca rossa sulla fiamma. Alcuni monelli, nè tristi nè lieti,
interrotti i loro giuochi, stavano a guardarli. Il sole illuminava
giocondamente il prato verde davanti allo _stabilimento_ e i mandorli
in fiore biancheggiavano sul cielo sereno. Un quadro!
Sopraggiunse una modella che andava in cerca di lavoro e vedendo i due
che ponevano i suggelli alla porta, mi venne vicino e mi domandò che
cosa stessero facendo.
— È morto! — le risposi.
— Chi?
— Lo spagnuolo.
— Poveretto! — esclamò la modella; e rimase a capo chino, per un
poco immobile; poi rialzò la testa, guardò il signor commissario che
accendeva il sigaro alla candela, e soggiunse, sospirando: — _Proprio
adesso che m'aveva promesso un par de stivaletti de brunella!_