LA BRUYÈRE.

Dilicatissimo e difficoltoso argomento è questo che imprendo a

trattare, e tanto più oggidì in cui, questioni vitali si agitano

nel paese in cui io scrivo, questioni di vita e di morte per tutta

una casta, che il proprio parziale carattere ne ritrae, questione

interessantissima ad ogni regione del globo, ad ogni popolo, ad ogni

intelletto che si travagli nelle filosofiche disquisizioni, ad ogni

cuore che palpiti nella incertezza degli umani destini oltre la tomba.

Come procedere senza sollevare obiezioni, senza sconcertare credenze,

senza urtare suscettibilità, senza sconcertare interessi? Come non

cozzare qui colla sistematica negazione, là colla gratuita asserzione,

a diritta colle astrazioni di Fourier, di Leroux, a manca con De

l'Orgue e De Maître, davanti con Reynaud, dietro con tutta la miriade

degli ascetici? E davvero assai peritosa e timida stommi del come

mi condurrò, del punto da cui partirò nel vastissimo terreno che mi

si apre a discorrere, della scelta che far convienmi fra le idee che

copiose invadono la mente, dell'arte con cui eviterò l'urto dei triboli

e la puntura delle spine in una strada che, tutta l'umanità percorre,

eppure, più fu battuta, e meno si fa praticabile a chi non voglia

sollevarsi di fronte una guerra di scandali e di pregiudizi che più

lacera il cuore, che non guerra di spade.

Pure già lo dissi nelle prime pagine, e giovami qui ripeterlo. Io

preparo la donna dell'avvenire, di quell'avvenire che ogni intelletto,

sazio di gratuito, ogni spirito esasperato dalla lotta che, dalle

cieche passioni e dagli inverecondi interessi è combattuta alla verità

ed alla morale, deve necessariamente affrettare coll'opera e col

desiderio.

E ferma in questo proposito, smessa ogni peritanza, m'innoltro alla

libera sposizione delle idee.

È assai possibile che il debole intelletto non abbia saputo, neppur

dallo assiduo e pertinace studio di grandi autori, estrarre il vero,

ed è ancor più possibile che la insufficienza della dialettica, e

la poca facondia del dire, mi facciano irremissibilmente impotente a

persuadere; ma mi resterà pur sempre chiaro e confortante testimonio la

coscienza di avere, con ogni calma dello spirito e lealtà d'intelletto

cercato il vero, e la mia fatica rivolta a presentarlo altrui, senza

spirito di fazione, senza sistema preconcetto, senza fine secondo.

E la donna, alla quale io parlo, accolga i miei sforzi con quella

benevolenza che, se poco è meritata dallo intrinseco della mia fatica,

non sarà certo sciupata invano dal buon volere, che mi ho, di porgere

al mio sesso la sempre utile comunione delle idee.

Essendo più pratico che teorico lo assunto mio, ed essendo io in ben

altra situazione che quella d'un sacro oratore, il quale, od in un

tempio di cattolici parli, o sermoneggi in una adunanza di _fratelli_,

od il Corano commenti in una Moschea, sempre sa di parlare a chi come

lui crede e sente, ed è già con esso lui d'accordo prima che parli,

non mi è permesso saltare a piè pari nell'argomento, ma dobbiamo prima

fondare di comune accordo le premesse.

Non si tratta per me di persuadere ad altrui le convinzioni mie: non

intendendo fare nè polemiche nè controversie. Io parlo alla donna

d'ogni paese, ma specialmente italiana, e parlo alla sua indipendente

ragione, al suo libero intelletto, per cui, a partire da basi concordi

ed a meglio comprenderci, dal fatto partiremo e dallo assioma.

La religione, metafisicamente considerata, è il _sentimento innato

della divinità_. Essa fu siccome tale sentita da tutti i popoli e

da tutti i tempi; e che ciò sia stato, lo provano gli innumerevoli

monumenti e le tradizioni che la primigenia umanità legava alle

posteriori generazioni; le quali poi a loro volta, anzichè sperdere

quelle tradizioni e quei monumenti della fede dei padri loro, come

fatto avrebbero quando non ne avessero ampiamente accolto il legato,

altri ne aggiunsero, ed ogni generazione accrebbe così alle vegnenti il

patrimonio delle credenze.

Questo fatto che, siccome basato sulla semplice autorità, poco

proverebbe se chiamato fosse a stabilire la verità d'una scientifica

sposizione, od a convalidare la solidità d'un raziocinio che a sè

stesso non basti (avvegnachè e storia e filosofia cospirino a non

ammettere l'umanità degradata sibbene primitivamente ignorante) questo

fatto, dico, diviene categorico e perentorio quando a provare la

generalità e costanza di tal sentimento lo indiriziamo.

Ora, siccome è vero che, l'effetto non nasce che dalla causa, la

conseguenza tradisce la premessa, lo edificio rivela l'architetto,

così l'universo predica una ragion prima. Il caso, che l'ateo volle

a ragione di questo fatto, se è per lui ragione sufficiente, per

lui _il caso è Dio_, e non v'è fra lui e il general sentimento che

una questione di vocaboli; ma s'egli la considera siccome ragione

accidentale egli da sè bene inesperto si proclama, avvegnacchè, sopra

qualunque cosa egli esperimenti le combinazioni del caso, sempre le

avrà avvertite, vaghe, disordinate e sopratutto incostanti; cosicchè

il comun senso definisce col vocabolo _caso_ ogni combinazione, che

manca affatto d'ordine, di durata e di leggi; il chè senza impugnare

il testimonio della scienza (che va ogni dì scoprendo la ragion

delle forze nel meccanismo universo, e potentemente le applica) senza

rifiutare in ogni filosofia il supremo emanato della ragione fatto

eminentemente ordinato, senza accagionare di allucinazione i nostri

sensi tuttodì colpiti dall'armonia inalterabile della natura, sarebbe

deplorabile follia diniegare.

Meno evidente è all'intelletto l'immortalità e la vita futura, sebbene

anch'essa non vada sprovvista di possenti ragioni, e ricca e forte

della coscienza dei popoli.

Come l'artefice elaborando l'arnese considera l'uso a cui lo destina,

e le parti ne informa, e le forze e le misure ne proporziona, in vista

di quello; altrettanto veggiamo aver natura praticato in tutte le sue

produzioni, e questa saggia economia dell'universo è dalla scienza,

ognor progressiva, ogni dì constatata su più late dimensioni; non

altrimenti, tutte le facoltà ed attribuzioni dell'anima, siccome le

parti tutte e tendenze del corpo, debbono necessariamente rispondere

ad una data destinazione. Ora le facoltà dell'anima nostra eccedono

sotto ogni aspetto la destinazione qualunque che aver potressimo

circoscritta alla presente vita. Eccede l'insaziabile curiosità di

tutto investigare, il tempo, i mezzi, le forze che all'investigazione

abbisognano. Il senso morale, che l'uomo spinse fino agli estremi

dello scrupolo delicato, non sarebbe che un'ironia in faccia ai pochi

giorni di gioia e di vita che ci sono accordati. Nè si dica, che questo

senso non sarebbe che una provvidenza di natura posta a tutela dei

reciproci interessi; questo confine sarebbe d'assai soverchiato da un

senso morale che limita gli atti anche intimi, anche indipendenti della

vita umana. Il vivo desiderio dell'infinito, il cui soddisfacimento

constatiamo impossibile nella esistenza che conosciamo, l'orrore del

nulla così profondo, così sentito che non può esser domato dal terror

dell'ignoto; tutti problemi sono questi, ai quali non è possibile che

una soluzione, l'immortalità.

Altro senso innato nell'uomo e profondamente sentito è il senso

d'equità e di giustizia. Ora non potendo egli appagarlo, avversato

qual'è dall'ignoranza, vinto dalle passioni, soggiogato dalla forza,

immolato agli interessi, e sentendone tuttavia la somma ragione, trovò

il dogma del premio e della pena, o meglio, lo sentì, ed in questo

fondò la ragione della virtù e l'odio del vizio. Laonde l'esistenza

della divinità creatrice, ordinatrice e provvidenziale, l'immortalità,

il premio del bene e la punizione del male; ecco i tre dogmi che furono

base alle teogonie tutte, e che ogni ragionevole intelletto può e deve

ammettere.

Ammessa l'esistenza della divinità, l'uomo le deve omaggio e

riconoscenza, ed ecco sorgere la religione donde i culti ed i riti;

ammessa l'immortalità ecco sorgere con essa l'infinito, e l'aspirazione

all'infinito, donde l'indefinito progresso; ammesso il premio e la

pena, ecco sorgere la ragione della morale, donde la sociale felicità.

Premesse queste poche parole a prevenire le nostre lettrici del punto

da cui partiamo, nè potendo noi più inoltrarci nelle religiose teorie

senza specializzare, epperò renderci a molte impossibile (e non

trovando pur necessario il farlo dacchè abbiam già trovato la ragione

religiosa), passiamo a disquisirne i caratteri, segnalarne le viziose

applicazioni e le vere.

Essenzial carattere dell'ossequio, che l'uomo prestar deve alla

divinità, è l'essere questo ragionevole, essendo ragionevole chi lo

presta, e verità assoluta, e ragion d'ogni cosa, l'essere supremo a

cui è rivolto; perciò l'assurdo è insulto a Dio, nè può essere scusato

che dall'invincibile ignoranza. Assurdo perciò non potea ch'essere,

a mo' d'esempio, il sacrificio, il quale intendeva onorar Dio col

distruggere la sua fattura: ciò non potea scusarsi che dall'ignoranza,

ma il Sacerdote il quale godeva le parti comestibili delle vittime

sacrificate, epperò eccitava continuamente i popoli ai sacrificii, non

era più ignorante, era furbo; e l'iterato fumo de' suoi incensi non era

che un insulto a Dio, ch'egli faceva servire a suoi interessi.

Più d'una vedrà forse altra cosa, che l'infanzia dello spirito umano,

in questi riti dell'umanità primitiva, ma noi risponderemo con una sola

osservazione. I sacrificii cruenti, criminosi, se di vittime umane,

assurdi se di ostie brutali, cessarono sotto l'impero di due autorità.

La prima fu il Vangelo, che promulgò la più razionale delle religioni;

la seconda fu il progresso della civilizzazione, che chiarì allo

spirito umano la vanità di cotali ossequi e la loro assurdità. Ora se

i progressi della ragione resero incompatibile il sacrificio, ciò basta

per dare il nome alla cosa.

Dovendo l'umano ossequio alla Divinità essere razionale, ne emerge di

natural conseguenza, che non debbano le esterne sue manifestazioni

superchiare agli occhi nostri in importanza l'intimo sentimento che

li produce. Che se al riconoscente affetto, che verso Dio ci porta e

delle leggi imperscrittibili della morale ci fa teneri osservatori,

come sendo dallo stesso suo dito scritte ne' cuori nostri, anteponiamo

gli atti esterni e convenzionali del culto che, orbi per sè stessi

d'ogni morale valore, altro non sono che l'espressione di quello,

noi adopreressimo come chi il vetro anteponesse al diamante, il bacio

all'affetto.

Eppure, se poniamo a disamina lo zelo, con cui tutti gli ascetici

scrittori moltiplicarono in ogni confessione, e classificarono in

infinite categorie mille pie pratiche, e di quale importanza vollero

circondarle e con quale entusiastico fervore le vollero raccomandate

e praticate; davvero, non intendo calunniare le intenzioni loro, ma

credo altro non s'avessero in vista che di soffocare il religioso

sentimento ed imporgli silenzio onde lasciar luogo alla moltitudine

delle parole, non dissimili dai sacerdoti di Baal (de' quali tanto si

rideva il profeta Elia) che gridando con quanta forza era possibile ai

loro polmoni, e continuando in tal baccano tutto l'intero giorno, se

ne tornavano convinti che la loro sonnacchiosa Divinità li avesse alla

perfine intesi e compresi.

Il Cristo, che primo diede all'umanità l'idea del culto perfetto,

stringeva e riassumeva, in una formola, quanto affettiva altrettanto

razionale, l'espressione del religioso sentimento. Egli, che aveva l'un

dopo l'altro attaccati e combattuti tutti i pregiudizii, si dichiara

anche contro questo là dove dice: «Non vogliate essere come i gentili,

che impiegano ad onorar Dio molte parole, e credono per la moltitudine

di quelle esser meglio esauditi. In quanto a voi, quando volete pregare

a Dio, chiudete l'uscio della vostra camera, e nel segreto pregate al

padre vostro ch'è ne' Cieli».

V'hanno però di molte le quali tutte assorbite dalli esterni atti

del culto, moltiplicandoli ogni giorno senza ragione e senza misura,

facenti assidua lettura di libri che insegnano colla Divinità un cotal

linguaggio floscio ed affettivo, tutt'affatto profano ed indegno dei

rapporti che intende di esprimere, portano l'intelletto nei campi

vaporosi d'una dottrina; la quale assorbe le lunghe ore nel render

l'anima timorosa di tutto, nel toglierle ogni generoso slancio, nel

freddare ogni generosa passione, nell'atrofizzare più che sia possibile

il cuore, nel rompere ogni suo più sacro e soave legame, nell'avezzarla

ad una tensione morale di tanta forza da non sapersi più scernere

fra il bene ed il male assoluto, il bene ed il male relativo e li

atti tutti, che orbi sono di morale valore epperò all'uomo di libera

scelta. Essi insegnano una dottrina tutta di distacco, d'isolamento,

di meditazione e d'espiazione: essi nulla ammettono di spontaneo nello

svolgimento della vita morale; tutti i menomi moti del cuore e della

mente vengono vigilati, sorpresi, classificati più o men logicamente, e

non persi di vista mai, dovendo essi tutti esser fedelmente riportati

ad un cotale che l'incarico s'è assunto di avviar quest'anima alla

perfezione; e, mediante le cure sue, ed i suoi lucidissimi precetti,

si è ridotta a tale d'aversi di lui per ogni cosa stretto bisogno, di

nulla veder senza li altrui occhi, di nulla giudicare senza l'altrui

cervello, e di non potersi ristare dal mettere altrui in terzo fra sè

ed i più intimi, e nè più gelosi segreti,

«_Come se far non possa i fatti sui_

_Se in opera non pon gli organi altrui_».

E questa assoluta insufficienza dell'individuo, questa perpetua

minorità, dura fino alla morte; anzi va, questa forza astringente

ed assorbente, sempre più incalzando fino a che, di quest'anima, che

cammina alla perfezione, più non resta che un cadavere ed un automa

che, di vita propria, non si ha che la parte fisica e vegetativa.

Non volendo io per nulla affatto scendere nei penetrali dell'uman cuore

per cercarvi le cause di questo ritrovato, che non mancò per avventura

di appoggiare numerosi e forti interessi (non essendo nè la satira nè

la storia l'assunto mio) io proseguirò nelle ragionate teorie prendendo

dovunque il buono, e sceverando il falso ed il gratuito, guidata quale

sono dallo schietto amore della verità e della luce.

Accennavo, che quelle dottrine, che si propongono d'avviar l'anima

alla perfezione, predicano il distacco, l'isolamento, la meditazione,

e l'espiazione; e taluna avrà portato avviso, che troppo leggermente

io condannassi teorie, che fini sì altamente spirituali si recano a

programma. Spero di giustificare il mio verdetto, rifacendo un po' la

storia morale dell'umanità; e come questa svolge la sua progressiva

vita in diverse fasi tutte logiche ed inevitabili, così lo individuo,

ch'è una frazione di questo gran corpo, deve seguirla e recare l'opera

sua al collettivo lavoro; che se non fosse, e non dovesse essere,

il progresso delle idee e dei costumi non potrebbe aver luogo; e

l'umana storia in luogo di presentare all'occhio del filosofo un

complesso armonico, logico, ordinato, ed a gran fine diretto, non

mostrerebbe che un agglomeramento, senza forma e senza nome, di

forze eterogenee, discordanti, ed elidentisi, un caos insomma senza

ragionevole principio, che non altro verosimile fine presenterebbe che

un universale sterminio ed esaurimento.

Ora puossi egli ammettere, dietro l'ordine che vediamo nella creazione

tutta, che tale esser possa il morale concetto di Provvidenza? Certo

che no. Laonde camminando, noi individui, siccome le generazioni, in

una via di progressivo sviluppo, c'incombe di studiare il tempo e la

fase ch'esse percorrono a non inceppare ed anzi assecondare il comune

lavoro.

L'umanità bambina che, simile all'uomo di poco tempo, era incapace

d'un lavoro affatto speculativo, ma trovavasi tuttavia sotto il dominio

delle sensazioni, avendo col senso morale l'idea della virtù, ammirava

però maggiormente quelle doti di natura e di fortuna, per le quali

un uomo sugli altri aquista materiale e sensibile superiorità. Laonde

meglio che la mitezza era stimato il corraggio, meglio che il generoso

perdono la valorosa vendetta, più che la sublime lealtà dell'anima,

l'astuzia feconda di mezzi e ricca di successi, più che riverenza dei

diritti, il feroce sterminio e la prepotente conquista; più che la

castigata verecondia, la dissoluta e facile bellezza. Di tal maniera

di giudizio dell'antica umanità hassi pena più presto a sceverarne

le troppe prove che ad adunarle. Tutto ce lo insegna, dall'_Iliade_

d'Omero fino ai sontuosi monumenti alle ceneri di Pitionice, fino agli

incensi bruciati ad Alessandro, fino al divinizzamento dei Cesari.

Queste dottrine vellicanti le passioni, e così ben maritate agli

interessi, non potevano che condurre di ragione il mondo ad una general

corruzione di cuore e depravazione di mente, di cui la storia non ci

ripete il racconto dalla caduta della Romana Repubblica in poi.

Era ben logico e voluto dalla natura delle cose che là come dovunque,

il riparo ormeggiasse dappresso il male; e sorsero in allora le

dottrine a cui accennavamo; dottrine che lottavano colle passioni

corpo a corpo, e disputavano palmo a palmo il terreno agli interessi,

isolando l'uomo dal contagioso contatto dei suoi simili, livellando le

caste, staccando dalle perniciose ricchezze mezzi di feroce dispotismo,

e sforzandosi di spiritualizzare l'uomo degradato per corruzione fino

ai bruti tutta la sua vita concentrando nell'espiazione di un male

divenuto ormai sì radicale ed universo, che impotente affatto era

contro di lui l'opera dello individuo. Nulla di meglio infatti resta

a farsi al sano, frammezzo alli appestati, che trarsi in disparte fin

quando la scienza non ha ancor provvisto ai malati.

Quelle dottrine ci vennero dall'Oriente e più precisamente dalle Indie,

e dal loro istitutore si chiamarono Buddismo.

Nell'epoca in cui le leggi e le istituzioni dei bramini erano in

maggior forza, e s'erano diffuse in tutto il paese senza eccezione,

sorse dalla casta dei guerrieri, e dalla famiglia dei Sackija,

Gautarna, detto poi Budda, (lo suscitato) figlio di Re. Nacque egli

nel 628 avanti Cristo. Si unì, secondo il costume del paese, a tre

mogli; ma a 29 anni abbandonò padre, mogli ed un figlio, non che ogni

diritto di successione al trono, e si ritirò nel deserto per darsi

tutto a penitenza alla guisa dei Bramini. Rimase colà 6 anni e superò

nella rigidezza della vita tutti coloro. A 36 anni sorse a predicare, e

scorse fino agli 85 tutta l'India.

Educato nella solitudine dei deserti, alla meditazione ed alla

penitenza, dotato di sommi talenti, concepì l'ardito pensiero che il

Braminismo, d'assurdi ripieno, se forse bastava fino allora all'India,

non certo al resto del mondo. Primo nell'antichità superò i pregiudizi

della nazionalità, e concepì l'idea dell'universale rigenerazione del

mondo corrotto, e parlò di partecipare altrui il proprio bene.

Il Buddismo sorse circa nel tempo in cui la Giudea diveniva provincia

romana e con essa si eclissava la Mosaica religione.

«In quel tempo (dice Costantino Hofler nella _Storia universale_), si

nota nell'Oriente un sentimento di dolore e direi quasi di disperazione

come se la sua vita fosse finita».

Nell'India la predicazione di Budda addita al mondo la cagione di tal

disperazione nella nullità delle cose, e riduce lo scopo della vita

alla _distruzione di noi stessi_. — (A chè altro si riduce l'ascetica

cattolica dei nostri giorni?)

In massima le sue dottrine non differivano punto da quelle dei

Bramini; ma differivano in questo, doversi da tutti, senza distinzione,

raggiungere lo scopo della vita, come avendo egli pel primo superato i

pregiudizi di caste e di nazionalità.

Non occorrevano per Budda le divisioni di quelle (prima politica

braminiana), nè le opprimenti leggi ch'erano di quella politica i

naturali corollarii; tutti, senza eccezione, erano chiamati alla

cognizione della verità, a tutti libero quindi di togliersi al giogo

bramitico.

Egli poi, Budda, era stato dal Cielo mandato a segnarne la via.

«La vita è un sogno, dicea Budda. Quanto più l'uomo lavora colla

propria distruzione alla propria santificazione, e tanto più scioglie

il legame che tiene avvinto il mondo alla colpa.» — Notisi il desolante

ed antifilosofico concetto che il mondo sia fatalmente portato alla

colpa, quasi l'umano arbitrio, donde l'umana responsabilità, non

esistesse. — Senza questo concetto dominante sarebbe stato impossibile

chiamare l'uomo all'isolamento ed alla propria distruzione. Solo

l'universale corruzione dei tempi, la ferocia dei costumi, il

degradamento cui era scesa l'umana progenie, poteva ispirare una simile

filosofia. «Il matrimonio, dicea Budda, si tollera come un male ch'è

forza permettere; ma non dovrebbero esservi carnali relazioni, dovendo

il mondo al più presto finire. Tutto è inganno quaggiù; e se pur

qualche cosa v'ha che non sia mendace, quest'è ciò appunto di ritenere

tutto inganno, di liberarsi e staccarsi da tutto».

Budda si volse anzi tutto a quella parte del popolo indiano, che

la legislazione Bramitica lasciata aveva in completa miseria,

persuadendola a disertare la dottrina ed i costumi di quella per

abbracciare la sua, in cui solo era la via di salute. La condizione

di quel popolo era sì misera sotto i Bramini, che una dottrina sì

sconfortante fu riguardata siccome dottrina di libertà. I seguaci di

Budda non temevano la morte, da loro risguardata siccome liberatrice

dei mali. Esso li educava alla pazienza, alla mitezza, all'assoluta

abnegazione, a riguardar siccome ingiusta ogni distinzione sociale, ad

invitare tutti, senza eccezione di persona, alla redenzione per opera

di lui, ossia allo scioglimento finale della materia primitiva nel

nulla.

Le sue dottrine produssero gran sensazione in Oriente, e furono

nell'India argomento di gravi dissensioni; e malgrado le persecuzioni,

alle quali furono bersaglio allorché i Greci vi penetrarono col Magno

Alessandro, vi si tenevano salde, specialmente nel nord-ovest del

paese.

Certo le dottrine Buddistiche erano un gran passo in quei tempi

oltre misura materializzati e corrotti, ed ebbero appunto in quelle

condizioni la loro ragion d'essere; ma venne il Cristo ad aprire

all'umanità una nuova fase, ed allora principiarono ad essere spostate

e retrive.

Chiamati gli uomini ad amarsi ed a soccorrersi, iniziata la dottrina

della giustizia e del perdono, costituita l'umanità in una repubblica

di fratelli che altro _dottore_, altro _maestro_, altro _signore_

non riconosce che la verità predicata dal Cristo colla luce della

ragione, colla mite ma vittoriosa forza della persuasione; eguagliati i

doveri ed i diritti, chiamati tutti al lavoro ed alla cooperazione al

comun bene, proclamato ogni uomo al suo simile solidale col precetto

dell'amore e della diffusione; chiamato l'amico a dar per l'amico la

vita, ed a beneficare al nemico; udita, ammirata ed accolta questa

dottrina dal mondo, tenuta salda contro le lotte, uscita vittoriosa

da secolari battaglie, la vecchia dottrina dell'isolamento, e della

distruzione dell'uomo, non aveva più ragion d'essere ed era condannata

a perire. Dopo aver demolito era ben d'uopo riedificare.

Il risorgimento, la vita, la libertà, lo sviluppo di tutte le forze

morali, i collettivi conati delle masse verso il bene comune, ecco il

programma del Cristo, ed ecco la fase che ora percorre l'umanità.

L'amore universale, precetto _unico_ e _nuovo_, nel quale quella

dottrina si compendia, importa a natural conseguenza il compatimento,

la tolleranza, la vicendevole riverenza, e pone al bando dell'umanità

ogni dispotismo di fatto e di sistema, ogni autorità che si erge al

dissopra della forza delle cose, dell'unanime consenso, del generale

interesse.

Ora la cattolica ascetica, che tante forze isola e paralizza, che tante

intelligenze riduce a schiavitù, che tanti fervori raffredda, che tanti

nobili slanci raffrena, che tanti generosi entusiasmi riveste delle

grette forme del partito, che tante esistenze si tiene eternamente

oscillanti e dubitative sul grave problema d'un moto primo, d'un

estemporaneo escogitato, orbo di conseguenza perchè intimo, di un motto

oziosamente ed innavvertemente sfuggito, d'uno svagamento intempestivo

anche, ma tutto proprio della mobilità dell'organo pensante, tutto

questo sistema non vi par egli, ditelo voi, roba da bambini e

compassionevole miseria?

L'analisi sistemata è studio pericoloso se da grandi e leali

intelligenze non venga esercitato. La massa delle mediocrità,

impotente già per sè stessa ad accogliere in uno sguardo tutti i lati

d'un concetto, se per sovrappiù venga sistematicamente applicata ad

un dettaglio, non ne diverrà che sempre più gretta e microscopica.

Gl'interessi poi studiano il sofisma, le passioni cercano il cavillo,

il dispotismo s'allieta dello scisma, e lo spirito debole, tratto in

tortuoso e smarrito sentiero, sente più che mai il bisogno d'una guida,

alla quale è costretto affidarsi ad occhi bendati, sia che al bene

lo conduca ed al meglio, o sia che al peggio lo trascini, e nel suo

proprio male lo immerga.

Noi perciò vorressimo che la donna specialmente, che tanto è a

religione inchinevole, e che al sentimento di essa sinceramente e

sublimemente sposata può tanto bene produrre, la mente informata

ai lucidi precetti di quella, meno gretta ed analitica fosse nella

manifestazione di quel sentimento, meno oscillante, meno dubitativa nel

giudizio del bene e del male, del convenevole e dello sconvenevole;

vorremmo che dai chiari precetti della verità derivasse dei criterii

sicuri a giudicare più sanamente di sè, d'altrui e delle cose tutte;

vorremmo abborrisse da certi facili scandali, figli d'ignoranza e di

pregiudizio, da certe intolleranze che, violenti e feroci, vertono

sopra opinioni e riti, dottrine e cerimonie che finalmente non sono che

svariati modi di esprimere un unico ed universal sentimento.

Deplorevole cosa egli è questa, che cioè l'intolleranza più feroce, più

esclusiva si mostri presso chi di molta pietà fa special professione;

e non s'avveggono, codesti, che per essa più danneggiano la causa che

intendono servire. E ben se lo sapeva il Cristo quando, reduci i suoi

discepoli da Samaria e pregandolo dessi che implorasse fuoco dal cielo

su quelle genti, che la predicazione loro aveano spregiato, rispose

loro: _davvero; io non so da quale spirito siate condotti_.

Le religiose intolleranze in ogni tempo, in ogni popolo generarono i

danni più atroci, le guerre più sterminatrici, le passioni più violenti

che abbiano mai inferocito l'anima umana. Testimonii le babiloniche

barbarie contro gli Ebrei, gli sterminii di questi sopra i vicini

popoli incirconcisi, le secolari persecuzioni del gentilesimo sul

cristianesimo nell'Europa e nell'Asia, i sanguinosi scismi d'Oriente,

la cattolica inquisizione dell'Evo Medio, le guerre di Maometto,

le lotte dei Mori e della Spagna, le crudeltà che accompagnarono e

compirono lo scisma Anglicano, le stragi degli Ugonotti e di Zuinglio,

l'ostracismo dalla civil società degli Ebrei tuttora vigente in molti

Stati della civilissima Europa.

Che se l'intolleranza e l'esclusivismo, in sè stessi viziosi e maligni,

fanno deplorevole mostra di sè in uno Stato, in una casta, nel viril

sesso, come sendo la negazione d'ogni ragione, d'ogni filosofia,

d'ogni umanità; nella donna poi, per natura mite, misericordiosa e

diffusiva, son più che altrove mai spostati ed inopportuni. Tanto più

se trattasi di religiose credenze, le quali naturalmente suppongonsi

norma di costumi; come dovendo l'uomo per natura e per ragione essere

conseguente. Laonde se voi l'altrui religiosa convinzione spregiate,

voi stupirete altresì che gente di altra credenza, che non la vostra,

possa essere onesta e rispettabile; e questo giudizio è puerile, è

ingiusto, è falso, è superbo.

Lo esclusivismo di tre cagioni è lo effetto; o di suprema ignoranza,

o di massimo orgoglio, o d'interessi personali o di casta. La prima

ragione vi farebbe torto, le altre vi farebbero immorali; nell'un caso

e nell'altro il sentimento religioso sarebbe erroneo ed ippocrita,

sendo non già l'Ente Supremo l'oggetto del vostro culto, ma il

pregiudizio; non già la Divinità oggetto di vostra fede, ma pretesto di

passioni, strumento d'interessi.

Laonde, tutto il fin qui detto in poche parole riassumendo; il

culto che alla Divinità si debbe, vuol essere razionale, come sendo

il rapporto d'un ente ragionevole colla ragion suprema di tutto:

dignitoso, come lo esige riverenza dell'essere infinitamente superiore;

intimo, siccome trovando nello spirito la sua ragione, nel cuore

l'innato suo sentimento.

Sendo la religiosa credenza norma di costume, non può questa condurci

che alla carità dei nostri simili, che figli tutti d'un medesimo padre,

effetti d'una stessa causa, camminando tutti ad un unico fine, d'un

solo lavoro tutti incaricati, ad una stessa perfezione tutti vocati,

nell'onorar Dio tutti concordi, non havvi differenza fra noi che

d'espressione, come v'ha moltiplicità di linguaggi, varietà di costumi,

individualismo di caratteri, diversi gradi d'intelligenza, molte fasi

di civiltà, mille e mille combinazioni di luogo, di tempo, di persona,

di circostanze, che mutano, alterano, modificano o determinano in

mille sensi diversi, l'espressione di quest'unico, universale, innato

sentimento dell'umana natura.

Ma io vi parlava fin ora siccome a gente profondamente e sentitamente

religiosa, nulla supposizione fin qui facendo che taluna possa non

esserlo; e certo, troppo porto alta opinione dell'intelligenza vostra,

e della gentil conformazione del cuore, che in seno vi batte, per

supporre altrimenti. Ma in forza di quelle combinazioni, alle quali

accennavamo poco dianzi, non sarebbe impossibile che taluna fra voi

atea si credesse. E dicevo credesse, perchè fuori del natural corso

delle cose ella sarebbe, se lo fosse sostanzialmente. E come supremo

degli oltraggi si è il negare a taluno alcuno degli istinti o delle

potenze che il corpo umano esige ad esser perfetto e ben organizzato

nell'interne e nell'esterne sue parti, ed a tutte esercitare le sue

naturali funzioni; altrettanto e non minore insulto sarebbe il supporre

che a taluna di voi difetti questo nobilissimo fra i sentimenti; tanto

più che nella femminile natura ogni sentimento siede come in suo trono,

sendo la donna, in ogni fasi della sua vita, accompagnata, guidata,

sostenuta da quelli, per quelli capace d'ogni sacrificio, forte per

quelli nelle abnegazioni, vittoriosa nelle lotte, indomita nelle

difficoltà, d'ogni ardua impresa capace, perseverante nell'azione,

tanto che, ciò considerando, un filosofo ebbe a dirsi, che la donna

pensa, ragiona e decide col cuore, sentenza che, se per avventura un

cotal poco speciosa e non certo matematicamente esatta, non arriva

certo ad offenderci, per quanto poco caso sembra farsi della nostra

potenza intellettiva.

Ma posta per un istante questa ipotesi, che vi fosse un'atea fra voi

che mi leggete, io non farò che riportarvi ai semplici ed elementari

raziocinii che vi facevo negli esordii di questo capitolo, sendo la

verità religiosa di tal natura a non esigere lunghe disquisizioni, nè

raffinate teorie.

Aprite gli occhi e vedete succedersi da tanti secoli il giorno e la

notte, alternarsi con ordine eterno le stagioni, ripetersi senza fine

dalla stessa causa gli effetti stessi; studiate i diversi climi co'

loro diversi generi di vegetazione, colle diverse specie d'animali,

investigatene l'ordine e le ragioni; studiate le scienze esatte

coi loro infallibili assiomi: misurate nelle scienze speculative la

potenza d'astrazione dell'umana intelligenza procedente con ordine

invariabile di premessa in conseguenza e giunta con assiduo lavoro

all'attual civiltà; vedete nella storia la logica dei fatti, sempre

generati ed a lor volta generatori con ordine sì indeclinabile da

non essere impossibile la profezia; nelle arti estetiche cercate le

ragioni del bello, che tanto ci affascina lo spirito ed i sensi vellica

sì piacevolmente, e voi le troverete e le riprodurrete subordinando

l'azione vostra a regole ed a linee.

Se quest'opera permanente, logica, ordinata, ch'è la creazione colle

sue forze agenti sotto leggi invariabili, vi sembra lealmente l'opera

delle combinazioni, allora vi chiederò con La Bruyère che cos'è

l'ordine? che cos'è la regola? Qualunque ipotesi si faccia l'uomo per

giungere a spiegarsi questo fatto che è l'universo, tutte sono mille

volte più difficili a concepirsi dallo spirito, che quella assai più

semplice dell'esistenza d'una causa prima, intelligente e volente.

Egli è perciò che i progressi della ragione e delle scienze naturali

hanno screditato la scuola _atea_ e sulle rovine di quella nacque la

_razionalista_, la quale giunge per diversa via ad un egual meta.

Quella negava ridendo, e negava per sistema e per progetto; ed a

quella scuola viziosa per la sua maniera, immorale pel suo sistema

preconcetto, il mondo deve però la demolizione del Medio Evo. Ma

quell'abile demolitrice non valeva a nulla edificare, ed ella lasciava

l'umana ragione come una carta sulla quale nulla v'era di scritto;

ella dunque dovea finir di regnare, e moriva, lasciando a succeditrice

nell'opera della emancipazione della intelligenza umana, la scuola

razionalista, la quale cangiò il _Caso_ in Etere Cosmico, nella

necessità di dare alla vita universale una ragione sufficiente. Ma

essa pure ci conduce davanti a quel dilemma che ne accusa la debolezza.

L'Etere Cosmico, il fluido vitale dell'universo è desso intelligente e

volitivo? in questo caso siamo ancora una volta d'accordo; ma se non lo

è, e non lo può essere, allora questo fatto dell'intelligenza e della

volontà resta un'altra volta effetto senza causa, e la ragione si trova

in bocca un osso più duro da rosicchiare che non l'esistenza divina.

La scienza di tutti i tempi ha ammesso le ipotesi, e di quelle si serve

con una frequenza ed una fiducia ch'è talora eccessiva. In questo

problema solo, ch'è pure fra tutti vitale ed importantissimo, non

sarà lecito e logico fra le molte ipotesi delle diverse scuole quella

accettare, e ritenere, che soddisfa maggiormente alle esigenze della

ragione?

Conservando però profonda riconoscenza per tutti i sistemi che per

iscopo finale delle loro fatiche si proposero la libertà della mente,

noi propugniamo il principio religioso risultante dall'universale

coscienza, voluto dalla ragione, aiuto poderoso alla sociale

moralizzazione, donde il benessere universale.

È duopo dunque questo scopo si raggiunga, epperò, ciò che maggiormente

importa, ch'è di massima gravità e di vitale interesse, si è, che il

sentimento religioso si manifesti in voi in maniera che non degeneri

a vestir le forme dello spirito debole, della ragione inferma,

dell'esclusivismo orgoglioso, dell'inumana intolleranza.

Parlando Cristo colla donna di Samaria, questa gli diceva: «Tu sei

giudeo e come tale crederai che Dio debba adorarsi in Gerusalemme,

e non su quel monte ove l'adorarono i padri nostri» — (Notate che

l'intolleranza ed il pregiudizio erano tali, ch'ella non sapeva

figurarsi che un giudeo potesse transigere dall'esclusivo orgoglio del

tempio di Gerusalemme) — Ed egli rispose: «In verità ti dico, che verrà

un giorno che nè in Gerusalemme, nè in Garizim si adorerà Iddio, ma il

Padre avrà adoratori in ispirito e verità».

Due cose meravigliano in questa risposta e ne fanno, secondo noi, uno

dei punti più salienti di quella meravigliosa dottrina, per la quale

professiamo una sconfinata ammirazione.

Alla specie di sfida che gli getta la donna, attribuendogli come giudeo

tutti i pregiudizii della sua nazione, egli non risponde affatto e non

se ne chiama offeso, dando in ciò somma prova di tolleranza; abbraccia

quindi la forma della questione, e pone in un posto accessorio il

grave problema di località sollevato dalla donna come non essendo

vero culto, ma pura forma di culto, tutto chè con esterni atti si

esprime; formola finalmente, con una frase sublime, il culto vero,

dando ad ogni cosa il suo proprio carattere; chiama padre l'oggetto del

culto, ch'è quanto dire _Causa_ e _Provvidenza_, e richiama con ciò il

sentimento al quale la donna non pensava; chiama adorazione in ispirito

e verità quel culto razionale e sentito che dal cuore e dall'intelletto

partito non Garizim, o Gerusalemme, ma l'universo considera siccome

il tempio di Dio; e dalla sublime vôlta del Cielo fino al brulichìo

dell'esile verme, dai fecondi e scienti conati della ragione fino

all'umile fiorellino ignaro di sè (inconscio delle meraviglie che in sè

raccoglie); ovunque ode cantare le sue lodi, narrare i portenti della

sua benefica e paterna munificenza; ed i riti diversi delle genti, e

le più o men logiche cerimonie, con che l'uomo esprime il bisogno del

culto, considera siccome sfoghi di natura vuoti affatto di senso se

difettosi di sentimento, sempre forme e vesti, corpi e sostanza non

mai.

E veramente quel giorno preconizzato dal Cristo è giunto, e quelle sue

parole, allora incomprese, sono nel nostro secolo un aperto programma.

Lo ridestarsi dei popoli oppressi, la caduta imminente d'ogni

tirannide, l'affermazione di tutti i diritti, lo sollevarsi delle

caste, la coscienza dei doveri, il progresso dell'umanitarismo, la

emancipazione delle intelligenze, l'amplesso fraterno che lega gli

uomini d'ogni regione, la nausea del gratuito, il culto profondo

del vero, questi dogmi del nostro secolo hanno staccato l'uomo dalle

illusorie e speciose dottrine, dal culto della forza e dell'autorità,

dai vieti pregiudizii di caste, di nazionalità, di confessioni e lo

portano potentemente e fatalmente al vero, all'equo, al morale, alla

sintesi del divino concetto creativo, al culto in ispirito e verità.

Ed ecco il programma che deve la donna capire ed abbracciare e a

non inceppare il comune lavoro, a non disconoscere il concetto della

Provvidenza, a discostare egualmente e l'ipocrisia ed il pregiudizio,

che, emanati da diverse fonti, si accordano in questo; nel preferire la

forma all'ente, la corteccia al midollo.

«Non è egli il cibo men che la vita, ed il corpo da più che il

vestimento?» (S. MATTEO)

Nè chiamando la donna ad associarsi nell'adesione a cotali concetti,

intesi chiamarvela per solo entusiasmo dei tempi e perchè a lei si

compete eziandio l'assidersi con tutta l'umanità al desco fraterno che

la religione del Cristo apparecchiava a dirigere i voti inconsci, e

le aspirazioni indefinite e tormentose della umana filosofia. Mai no.

Mi rivolsi alla donna perchè, più dell'uomo inchinevole a religione,

più data a pietà, recandosi seco pregiudizio di pessima educazione la

forzata cecità della mente, fu e sarà sempre lo elemento nel quale

l'errore religioso sposato agli interessi di casta troverà il suo

naturale veicolo.

Mentre la donna ogni studio rivolge a dominare ogni più onesto

impulso di natura riguardando le passioni siccome nemici, anziché

siccome costituenti la potenza dell'essere morale; mentre s'affanna

a comprimere la innata sensibilità per sostituirvi quel glaciale

indifferentismo gesuitico che vince in ispudore le ciniche utopie;

mentre gl'interessi della patria, i reclami della civiltà, l'amore

del consorte, e la tenerezza dei figli pospone con eroica abnegazione

che il cuore le insanguina e l'anima le strazia e tutto sacrifica ed

immola sull'ara di quella spietata divinità, che s'imbriaca di sangue

e delle carni abbrustolite degli uomini fa al sozzo ventre delizioso

orrendo pasto; la donna al certo, nella cecità della sua mente,

nello entusiasmo della sua fede, crede che Dio esiga da lei tuttociò;

pensando forse aver egli tutte cose create e ab eterno assoggettate

con leggi fatali ad un ordine prestabilito per poi darsi il crudo e

scipito piacere di obbligarle tutte a camminare a ritroso di quello

impulso ch'egli stesso loro imprimeva. Ed ecco perciò miserevole e

frequente spettacolo vedere la donna vittima di quell'infernale sistema

ed insieme suo appoggio ed istrumento, consigliare e procurare nella

prole la stessa sua cecità, distogliere il consorte, e il fratello,

e l'amante dalla lotta generosa contro un principio, che il solo

trasnaturamento della ragione e del sentimento le fanno riguardar

siccome santo, e che tanto più deve incitare alla vendetta ogni

spirito generoso, in quanto che vile lavora nelle tenebre d'un morale

segreto, forte del sonno dello intelletto, che sopraffà, e del morale

sentimento che narcotizza, simile a Dalila, che sorrider dovea seco

stessa satanicamente ad ogni ciocca di capelli, che le vili forbici

sottraevano alla testa di Sansone dormente.

La donna così evirata di mente, dimentica tutta l'umanità per non

vedere che sè e Dio; il Dio del dispotismo, il Dio, che canna labile

dal capriccio d'ogni zeffiro agitata, appoggiando per sistema e

per natura ogni autorità costituita, china il supremo suo scettro

a salutare ogni sole che nasce, postergandosi continuamente il dì

che tramonta; il Dio che impotente davanti allo avvicendarsi delle

sconfitte e dei trionfi dei popoli e dei sistemi, viene ad arcano

parlamento con tutte le sovranità che si contrastano il bel paese,

oggi Franca, ieri Teutona, ed Ispana domani, e poi successivamente

Greca, Turca e Cosacca, e dei suoi lumi divini li irradia, siccome le

serve faci sfilano sui profanati lari le vinte popolazioni; il Dio che

spolvera i fulmini del Vaticano e controfirma le sentenze di morte ai

sovrani per la grazia di Dio; il Dio che scerne i Paria dalle nobili

caste; sdegna gli Iloti e predilige i forti e li avventurati; il Dio

che dei mali dell'uomo s'allieta, e suprema virtù ne esige di una

inerte rassegnazione, nè la lotta generosa gli permette contro un male

che può vincersi.

Questi è il Dio formidabile e capriccioso che gli uomini hanno

escogitato tutto simile a loro: troppo simile, perchè una ragione

vergine da errori preconcetti possa accettarlo seriamente.

Meno l'uomo è civilizzato e più il terrore agisce sulle sue fibre,

e più presta egli spontaneo e profondo il suo culto alla forza, si

manifesti pur essa colle forme dell'arbitrio, dell'ingiustizia e della

crudeltà. Forzato egli dalla ragione ad attribuire a Dio una potenza

assoluta, giudicandolo da sè non credette potesse Egli non abusarne,

donde filtrò nell'anima sua lo indicibile terrore di trovarsi inerme

nelle mani di un Onnipotente, giuoco de' suoi capricci da niuna legge

determinati.

Servi d'un Dio crudele e terribile, gli uomini si fanno a loro volta

feroci e sanguinarii. A placare la sdegnata deità Omerica, ecco sotto

la scure la vergine Polissena; le torve divinità di Cartagine trovano

voluttuoso orrendo pasto nelle morbide carni degli arsi bambini;

l'ebreo popolo a niuno perdona per onorar Dio, che punisce fin la

pietà; il religioso terrorismo dell'Evo Medio accende i roghi in tutta

la cristianità, il moderno consacra l'oppressione e vieta agli uomini

di togliersi ai mali che li premono.

Questo funesto errore contaminò tutti i popoli e tutte le religioni,

talché non puossi meglio questo culto che quello accagionarne; tutti

ne furono infetti, perchè nel tristo animo umano si giace ingenito il

selvatico istinto della tirannia.

Gli è perciò che, coll'animo perfettamente sgombro da passioni e

da ire contro caste, o sette, o sistemi, ferma sempre ai principii,

parlando alla donna d'ogni culto le dico; alza, se ti è possibile, la

tua ragione verso Dio, e non voler chinare Iddio fino a te; sforzati di

ormeggiare la sua bontà, e non trascinare lui ad appoggiar le tue ire

od i tuoi amori; ricordati ch'Egli, padre di tutti i viventi, se può

scegliere fra il giusto e lo ingiusto, non ha che una misura ed un peso

pel grande e pel piccolo — Tutto quaggiù è mutabile per lo impulso, che

Dio stesso imprimeva alla umana ragione. Chiamandola a progredire, egli

le comandava il moto e le rivoluzioni; cammini l'uomo al meglio, e non

tema; Dio è con lui, e le leggi scritte dal suo dito sono fatali.

Cadono e sorgono popoli ed imperi, fra loro contrastano i principi e le

genti, leggi e sistemi veggono la luce a tempo loro, regnano e muoiono;

grandi unità, unità colossali attraversano qua e colà l'orizzonte

della storia, segnandovi come luminose meteore una striscia di luce,

e frattanto Iddio vede dall'alto svolgersi il dramma umano, conta i

dolori e le gioie, compatisce agli errori, ed il suo sole sui buoni

fa risplendere e sui malvagi, la terra tutta del suo fervido raggio

rallegra, e tutti i viventi paternamente riscalda.

Imitiamolo, anziché imporre leggi alla sua giustizia, segnar confini

alla sua bontà e farci appo i nostri simili feroci zelatori di

interessi che gli supponiamo, od interpreti di passioni che son tutte

nostre.

L'amore unisce ed armonizza, il terrore divide ed uccide; la bontà

compra, seduce, trascina; lo esclusivismo discosta, irrita, reagisce;

la religione può far gli uomini nemici e può farli fratelli; tocca

alla nostra ragione ed al nostro cuore giudicare quale Iddio voglia di

questi due risultati, e quale dei due l'umanità conduca al benessere ed

alla perfettibilità.

La donna e i suoi rapporti sociali · 第 8 / 26 题