Ma poichè l'ora ci sforza a conchiudere, torniamo alla politica,
soltanto per accennare ad alcuni degli avvenimenti più memorabili,
occorsi fra il 1815 e il 1831.
Il 30 settembre 1817 sotto le maestose vòlte di Santa Maria del
Fiore, monsignor Morali celebrava le nozze di Carlo Alberto di
Savoia-Carignano con Maria Teresa di Toscana, giovinetta sedicenne, pia
ed ornata delle doti più squisite che convengano ad una principessa.
Le solite salve di gioia, i soliti colpi di cannone, le vie affollate,
due file di soldati per lo stradale dal Duomo a Pitti; e poi pranzo di
gala a Corte, passeggiata alle Cascine in gran treno e la sera fuochi
d'artifizio dalla torre di Palazzo Vecchio. Il 6 ottobre gli sposi
partiron per Torino, accompagnati sino al Covigliaio, sull'Appennino,
dal Granduca, dall'arciduca Leopoldo e dalla sorella. — Il 16 novembre
altri sponsali nella chiesa dell'Annunziata. Leopoldo, Gran Principe
Ereditario di Toscana, sposava la principessa Maria Anna Carolina
di Sassonia. Nuove feste, nuove cannonate, e fuochi d'artifizio, e
pranzi di Corte e balli ne' teatri; ma il matrimonio auspicato rimase
infecondo, e per evitare che la Toscana passasse nel dominio di Casa
d'Austria, secondo i patti di famiglia e i trattati, Ferdinando III che
aveva superato la cinquantina s'indusse il 6 di maggio 1821, a sposare
in seconde nozze Maria Ferdinanda di Sassonia sorella della sua nuora.
Il 2 aprile 1821, alle ore 3 dopo mezzanotte, sotto il nome di Conte di
Barge, scendeva alla Locanda dello Shneiderff, Lungarno Guicciardini,
S. A. Serenissima il Principe di Carignano. Alle 8 inviava a Palazzo
Pitti l'aiutante a partecipare il suo arrivo al Granduca, e alle 9
recavasi personalmente a visitarlo, restando più d'un'ora a colloquio
col suocero, e tornando dipoi a pranzo con i Sovrani senza nessuna
formalità d'etichetta. Ospite forzato del Granduca, presso il quale
pochi giorni dopo lo raggiungeva la principessa Maria Teresa che da
Nizza a Livorno corse pericolo di naufragare col figlio, Carlo Alberto
portava attorno per la città la sua faccia seria e triste che la gente
avvezza a veder sempre volti gioviali guardava con meraviglia. Gli
toccava andar qua e là con la Corte, a Siena per assistere a noiose e
interminabili processioni, a Prato per un'orribile corsa di cavalli;
e seguiva il Granduca, ringiovanito e ringarzullito dal secondo
matrimonio che in cappello di paglia e con le ghette visitava le sue
tenute, a piedi, dando una tastatina ai foraggi e un'occhiata alle
biade, come un buon proprietario. Una parte dell'estate si passava al
Poggio Imperiale, donde il Granduca scendeva a piedi in città: la sera
passeggiata alle Cascine, frequentatissime dai forestieri, e al teatro
quando non c'erano ricevimenti a Corte. Il Principe di Carignano,
avvilito, malvisto, chiudendo in cuore come un rimorso il segreto della
sua condotta, passava dalle cupe tristezze alle distrazioni mondane,
delle quali al suo buono e leale scudiere, al suo _Sancho Panza_,
Silvano Costa, toccavano alle volte le più difficili soluzioni. Il 16
settembre 1822, accadde alla Villa del Poggio un fatto che per poco
non tolse all'Italia il suo futuro liberatore. La nutrice del piccolo
Principe di Carignano, volendo con un cerino ammazzare le zanzare,
dette fuoco allo zanzariere del letto di Vittorio Emanuele; e vedendo
il letto in fiamme, per salvare il fanciullo che ebbe soltanto alcune
ustioni in tre parti del corpo, rimase talmente offesa da correr
pericolo della vita. Alla principessa Maria Teresa, che due mesi dopo
dava in luce il principe Ferdinando, futuro Duca di Genova, dovettero
levar sangue per lo spavento avuto.
Il 18 giugno 1824, dopo cinque giorni di malattia, mentre tutta Firenze
e la Toscana trepidava per la sorte del Principe, Ferdinando III
moriva. Quella morte parve una pubblica sventura: la gente piangeva
per le strade, ed eran lacrime vere, spontanee, sincere, e piangevano
gli esuli che del principe buono riconoscevano le virtù, e i liberali
che ne sapevano a prova la tolleranza. Il Landor, fa del Granduca
un degnissimo ritratto, in un de' suoi _Dialoghi immaginari_, e ne
riferisce gli ultimi detti al figliuolo Leopoldo: «Abbi cura di mia
moglie, di tua sorella e del mio popolo.» E poi dopo una pausa: «In
queste circostanze si chiudono i teatri per un tempo assai lungo: ma
molti, che ci campano, ne soffrirebbero; abbrevia il lutto di Corte!»
Poche ore dopo che il cadavere del buon principe era stato chiuso ne'
freddi sepolcri di San Lorenzo, mentre il Principe ereditario e la
Granduchessa eransi ritirati a sfogare il cordoglio nella villa di
Castello, il conte di Bombelles, ministro d'Austria, si presentò a
Corte per parlare all'_arciduca_ Leopoldo, dicendo avere istruzioni
da Vienna per lui. Il Fossombroni, subodorato l'inganno, si affrettò
a riceverlo in qualità di Ministro _segretario di Stato del nuovo
sovrano_, la cui successione al trono avrebbe voluto il Bombelles
impedire, e all'alba del 19 giugno pubblicava un editto per annunziare
la morte di Ferdinando e l'assunzione del novello Granduca, col nome di
Leopoldo II.
Questi diminuì subito d'un terzo la tassa prediale, revocò l'altra sui
macelli che vigeva fin dal tempo della repubblica, compilò il nuovo
catasto, continuò le bonifiche maremmane, dette esempi quasi ostentati
di economia. La bottiglia di Borgogna che centellinava a desinare,
ritornava in tavola scema parecchi giorni: modesto il vestire delle
principesse, modesta la vita di Corte. Durava ancora nel Governo
la politica paterna di Ferdinando: gli esuli tollerati; minacciati
di sfratto, se allegavano alcuna scusa rimanevano senza molestie.
Ricorderete il famoso duello del Pepe col Lamartine, che la polizia non
soltanto non riuscì ad impedire, ma di cui ebbe notizia a cose fatte; e
il Pepe restò a Firenze quasi benviso agli stessi governanti. Al duello
aveva pòrta occasione la nota disputa sul verso di Dante: _Poscia più
che il dolor potè il digiuno_, sostenendo l'avvocato Carmignani che il
conte Ugolino avesse divorati i figliuoli. E corse allora, nel 1826,
per Firenze il seguente epigramma:
_Che un uom per fame mangi i figli morti_
_Non può sembrare strano a un avvocato,_
_Che divora per genio disperato_
_Vivi coi figli i padri e i lor consorti._
La Censura e il Buongoverno non riparavano: un'aura epigrammatica
alitava per Firenze, come più tardi quando a Giuseppe Giusti dette
forse, coi versi del Giraud, le prime ispirazioni alla satira. Nelle
carte del Censore, padre Mauro Bernardini, esiste una raccolta di
epigrammi, di cui sembra autore un certo Gherardo Ruggieri; e se ne
leggon di quelli che assai dopo il 1826 trovarono chi li mise fuori per
propri.
Un buon pievano a Serafin pittore
Ministrando l'estrema eucaristia
Diceva: «Serafino, ecco il Signore
«Che verso voi s'invia
«Qual di Gerusalemme entro le mura.»
Ed ei con voce fioca: — «Sì signore,
«Ben lo ravviso alla cavalcatura.»
Anche in Toscana l'opposizione liberale, non avendo altri mezzi, si
sfogava coi versi, se non riusciva a compromettere il Sovrano con
qualche bene architettato espediente. Nel 1830, quando Leopoldo II
doveva tornare da Vienna, dove si temeva avesse ceduto alle suggestioni
dell'Austria, parve opportuno a Cosimo Ridolfi, al Capponi e al
Rinuccini, fargli affettuose accoglienze, celebrandone il ricordo
con una iscrizione da incidersi in una marmorea colonna che doveva
sorgere tre miglia fuori della Porta a San Gallo, sulla via Bolognese.
L'epigrafe dettata da Pietro Giordani era stata approvata, conceduto
il permesso di raccogliere pubbliche sottoscrizioni per le feste....
Quando ad un tratto fu revocato il permesso, e ogni manifestazione
proibita. Il Ridolfi, il Capponi e il Rinuccini rinunziarono, quegli
l'ufficio di Direttore della Zecca, questi il grado di ciambellani. Il
giorno dopo che le rinunzie furono accettate, Giuseppe Poerio e Pietro
Giordani, che da molti anni avean dimora in Firenze, ebbero ordine
perentorio di sfratto, e ordine di partire ebbe altresì il generale
Colletta, che potè ottenere una dilazione a causa della sua rovinata
salute.
La polizia diretta allora dal Ciantelli e sobbillata dai sanfedisti,
sospettosa dei moti rivoluzionari scoppiati qua e là dopo le mutazioni
di Francia, cominciava a incrudelire, e guardava con occhio bieco
anche il monumento a Dante Alighieri che nel 1830 fu inaugurato in
Santa Croce. Il Principe non aveva chi gli desse consigli sinceri, chi
bilanciasse il prepotere del Ciantelli. I moti di Bologna e di Modena
del febbraio 1831 e quelli dello Stato Romano, la insurrezione che
circondava da ogni parte la Toscana, richiedevano preveggenze e ripari.
I più ardenti fra i liberali fremevano: sembrava giunto il momento
di costringere il Principe a dare una costituzione. Guglielmo Libri,
tornato da Parigi dov'era stato assai implicato nei moti di luglio,
si recò, nel gennaio 1831, da Gino Capponi per averlo favorevole alla
preparata cospirazione.
La sera di Berlingaccio, mentre il Granduca secondo il solito,
passeggiava nella platea del Teatro della Pergola, dovevano i
congiurati accerchiarlo, rapirlo e condurlo in luogo sicuro per
costringerlo a firmare non so che fogli. Ma il Capponi saviamente si
oppose, perchè gli parve cotesta opera rischiosa, d'esito ruinoso, tale
da consigliare poi il Principe a secondare i disegni dell'Austria. E la
congiura, benchè tentata, fallì.
Il Granduca, la sera del 10 febbraio 1831, andò secondo il solito alla
Pergola e dopo le dieci e mezzo scese in platea e ci rimase fin dopo
mezzanotte. La Polizia vigilava: il Libri ed i suoi non comparvero. Ma
presso al Granduca, con un'arme corta nascosta nella manica, stava un
certo Marco Ciatti, custode della Riccardiana, uomo robusto e risoluto,
deliberato a manomettere chi primo alzasse una voce.
Il solo congiurato era lui!
_Signore e signori,_
Giacomo Leopardi, in un di que' suoi _Pensieri_ tersi e taglienti come
il cristallo, lamentando che il recitare i componimenti propri sia
uno dei bisogni della natura umana, augurava s'istituissero accademie
o atenei di ascoltazione dove persone stipendiate ascolterebbero, a
prezzi determinati, chi volesse leggere.
Il voto beffardo del Poeta recanatese può dirsi oggi — ma a rovescio —
effettuato, grazie alla vostra indulgenza.
La donna, la fragile creatura cantata dai poeti, che fresca e
sorridente sa resistere ad una nottata di _cotillon_, e vegliare
infaticata a studio della culla, questo essere delicato e gentile, ha
ora saputo darci un'altra prova della sua tempra d'acciaio, resistendo
a un corso di quindici letture.
Diciamolo all'inglese, signore: — A voi il _record_ della pazienza![4].
Pasqua del 1897, 18 aprile.