CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI.

I moti di Napoli del 1820 non presentano, a chi li studii con serenità,

alcuno dei lati che, pur nei suoi errori, pur nelle sue esagerazioni

resero sì bella e sì interessante e, sotto alcuni aspetti, sì grande la

rivoluzione avvenuta ventun anno prima, nel 1799. Questa ebbe i suoi

rètori, ma ebbe pure i suoi martiri: la rivoluzione del 1820 quasi

non ebbe che rètori. Nata per paura di una Corte, che non volle e non

seppe resistere, morì per ignavia di una setta, anzi di una classe,

che resistere non volle e non seppe. Sorta per tradimento di pochi

ufficiali settari, fu soffocata per tradimento di un re, cui furon

meriti supremi la menzogna e la viltà.

Sicchè parlarne è assai difficile e assai penoso cómpito: tanto più

penoso quando chi discorre di un periodo storico del suo paese che

altri esaltò, non riesce a trovare in esso cosa che sia bella o grande.

La rivoluzione del 1799 di cui ebbi l'anno scorso l'onore di parlarvi,

studiata nelle sue intime cause ci apparve come un movimento quasi di

reazione alle tendenze riformatrici dei principi. Tutta l'opera di

Carlo III e gran parte di quella di Ferdinando I di Borbone, almeno

fino al 1799, sembrano dirette a niente altro che a diminuire la

enorme potenza della feudalità e del clero. Sorgeva allora ed era

già venuta in potenza una classe intermedia, destinata a sostituirsi

all'aristocrazia e sorgeva non come altrove dalle manifatture o dai

traffici, ma dall'intermediarismo agrario, dalle professioni liberali,

la curia soprattutto, e dal commercio del danaro. La rivoluzione del

1799 riunì quindi tutti i malcontenti che la politica dello Stato avea

offesi: principi e nobili, che vedevano sminuita la loro classe, preti

e sacerdoti, che si credevano privati dei loro diritti, curiali che

il rinsaldamento e la sicurezza della proprietà temevano come esiziale

al loro ceto. E fra questi vi erano idealisti sinceri, imbevuti delle

dottrine degli enciclopedisti; giovinetti desiderosi di novità; uomini

insofferenti di servitù. I 97 giustiziati del 1799 furono quanto di

meglio Napoli avea: vi erano fra essi uomini d'arme nobilissimi come

Manthonè, Federici, Caracciolo; studiosi e pensatori come Pagano e

Cirillo; e giovani ardenti come Vincenzo Russo, Filippo Marini, Ettore

Carafa, Riario, Pignatelli.

Che cosa fu la rivoluzione del 1820?

Caduta la repubblica napoletana del 1799 e ritornato Ferdinando I era

succeduto un periodo di repressione e di violenza. Ma quando, travolto

anch'egli dal turbine napoleonico, Ferdinando era dovuto riparare in

Sicilia e il regno era rimasto ai francesi, Giuseppe Buonaparte da

prima e Gioacchino Murat dipoi, aveano introdotte gran parte delle

leggi di Francia. Per legge del re Giuseppe nel 1806 la feudalità

abolita, abolite le istituzioni fidecommissarie, sciolti i legami

alla proprietà, modificato il regime dotale, sfasciata la proprietà

ecclesiastica, introdotti col codice Napoleone tutti i provvedimenti

che più alla classe intermedia giovavano, questa era divenuta potente

a tal punto da soverchiare tutte le altre.

E anche quando i Borboni rientrarono a Napoli e riconquistarono,

non per virtù d'arme, ma per violenza legittimista il reame, non

osarono quasi nulla mutare. Le leggi abolitive della feudalità

furono mantenute; mantenute tutte le disposizioni che i re Giuseppe e

Gioacchino aveano introdotte.

Senonchè mentre la classe intermedia quasi dovunque era nata col

traffico, a Napoli e nel reame si era formata, come ho detto innanzi,

in modo diverso. Una massa enorme di curiali in città, e nelle province

affittuari della terra e negoziatori di danaro, eran cresciuti in

potenza. Tutte le leggi adottate in cinquant'anni e più ancora non

avean fatto che favorirne lo sviluppo e la potenza.

Ma ad essi non bastava. Nei regimi assoluti l'esistenza di

un'aristocrazia che circondi il trono o che abbia, sia pure

nominalmente, il potere nelle mani, è invincibile necessità. Così

avveniva nel reame di Napoli, ove le maggiori cariche dello Stato

erano dal re concesse a coloro appunto che più egli e suo padre avean

depressi.

I trionfi di Napoleone e a Napoli la dominazione francese avean

determinata una modificazione profonda nello stato degli animi. Ancora

pochi anni prima nessuno avrebbe osato attaccare istituzioni che

parevano eterne; monarchie ritenute incrollabili. Più ancora: nessuno

nella scala sociale pensava elevarsi al di sopra della sua classe. Ma

i trionfi di Napoleone e dei suoi generali avean sconvolte tutte le

menti e pur dopo la catastrofe napoleonica era in tutti gli animi una

febbre di cose nuove; nulla si credeva dovesse essere durevole, nulla

si ammetteva che uomini volenterosi potessero non avere.

Nel reame di Napoli, ancora turbato da tante e sì varie vicende, la

monarchia di Ferdinando I era debole e sospettosa. Avea osato — facile

audacia — di far fucilare Gioacchino Murat sulla desolata spiaggia di

Pizzo: ma avea conservato i generali e gli alti ufiziali dello Stato,

che Murat avea spesso levati in alto da umile condizione. E mentre li

avea conservati era sospettosa di essi: timorosa di espellerli tutti,

paurosa di tradimenti.

I commerci eran depressi da tante lotte, impoverite le banche; le

guerre numerose aveano trascinato a Napoli stuoli di persone desiderose

di occupazioni civili.

L'indole meridionale, la quale attribuisce la fortuna più al caso che

alla persistenza, la naturale vivacità delle genti del Sud, l'amore

e la tradizione dell'_otium cum dignitate_, il posto o l'ufizio poco

penoso, facean sperare rivolgimenti che tanti bisogni appagassero,

tante ambizioni accontentassero.

La setta dei carbonari, introdotta nel regno pochi anni innanzi, si

era venuta allargando. Che cosa era essa? Colletta la chiama _società

vasta di possidenti, vaga di meglio e di quiete_, e questa definizione

ne dice tutto il carattere. Appartenevano ad essa gran numero di

benestanti delle classi medie; ma il fondo era composto di militari

desiderosi di avanzamenti, di provinciali e di curiali bisognosi di

impieghi, di persone le cui aderenze, la cui posizione al tempo dei

francesi rendevano avverse o dubbiose del regime borbonico. Setta

piena di misteri massonici, anzi diramazione massonica, che allettava

le calde fantasie dei giovani appunto per il suo mistero. I soci e gli

aderenti si chiamavan fra loro _cugini_ e anche _buoni cugini_, e fra

le altre cose giuravano — il generale Guglielmo Pepe dice per rettorica

— l'esterminio di tutti i re. La setta si era estesa e vi appartenevano

anche persone messe ai sommi gradi dell'esercito. V'erano i risoluti

che volevano una costituzione o sognavano il rovescio della monarchia

borbonica; erano idealisti sinceri o nature avventurose; v'erano coloro

che nelle _vendite_ — così si chiamavano le singole società carbonare —

cercavano come una tutela in tempi difficili, un appoggio in possibili

mutamenti politici; nel maggior numero erano infine coloro che

desideravano pubblici ufizi, o aspiravano a promozioni e a carriere. Si

trovavano spesso insieme generali e ufiziali inferiori; — e questi eran

qualche volta nella setta di grado superiore ai primi. Le vendite più

attive erano a Napoli, ad Avellino e a Salerno; in quest'ultime città

soprattutto.

Ritornando a Napoli, Ferdinando I in un goffo e magniloquente proclama

datato da Salerno, il 1º maggio del 1815 avea detto ai Napoletani con

assai poca precisione storica che i loro antenati avean conquistato

fino al Nilo e che le loro trombe guerresche avean fatto piegare le

fronti orgogliose ai Tolomei, a Filippo il Macedone, a Mitridate, a

Massinissa e ad altri ancora. Dimenticando poi tanti pregi guerreschi e

chiamandoli, con una metafora ardita, _docili figli del Sebeto_, avea

promesso loro amore e perdono e, quasi queste cose non bastassero,

pace, calma e abbondanza. Non avea dato costituzioni; non avea però

voluto persecuzioni numerose. In cinque anni, dal maggio 1815 al giugno

del 1820 la monarchia borbonica era o pareva assodata. Non avea contro

di sè che una setta; avea per sè i sovrani e le corti legittimiste

di tutta Europa. L'esercito regolare era forte di 34 mila uomini;

inoltre le milizie civili contavano 51 mila uomini in terraferma e 29

mila in Sicilia. E poichè la pace in Europa non era da nulla turbata

e i ministri, sì come accade in regime assoluto, esageravano dinanzi

al vecchio re il disprezzo della massoneria carbonara ritenuta debole

o inattiva, la solidità del trono pareva al sovrano e ai suoi fedeli

granitica. I carbonari eran perseguitati come setta dannosa di gente

ribalda; ma pericolo da essi non v'era, o si credea non vi fosse.

Fu così che scoppiò la rivoluzione del 1820; la più strana, la

più incruenta, la più inverosimile di tutte le rivoluzioni che

abbia avuto Napoli e forse l'Italia; rivoluzione che rimarrebbe a

dirittura inesplicabile a chi si limitasse a considerarla nelle sue

manifestazioni esteriori.

All'alba del 2 luglio due sottotenenti, Morelli e Silvati, e 127 tra

sergenti e soldati del reggimento Borbone cavalleria disertarono

dai quartieri di Nola, secondati da un prete Menichini e da venti

settari. Si diressero verso Avellino, ove dovean ricongiungersi ad

altri carbonari di Salerno. Da Nola ad Avellino sono non più che

quindici o sedici chilometri. Il drappello disertore li percorse

al grido di viva Dio! viva il Re! viva la costituzione! E poichè

quel grido di costituzione non era bene inteso e ognuno, dice il

Colletta, vi scorgeva il suo meglio, chi la libertà, chi il potere,

chi la minorazione dei tributi, il popolo seguiva con simpatia e con

entusiasmo. Così il drappello giunse a Mercogliano, ove Morelli pose il

campo e mandò messaggio a un altro carbonaro, il colonnello De Concili,

che stava in Avellino, invitandolo ad unirsi a coloro che chiedevano

governo più libero.

In fondo non si trattava che di piccolo _pronunciamento_ settario e

soldatesco, al quale partecipavano meno di 150 persone, fra cui una

ventina di borghesi e un prete. A soffocarlo bastava assai poco: anzi

nella vita di un regno era episodio insignificante.

Quando la notizia giunse a Napoli, il re sopra ricca nave andava

incontro al figliuolo ed erede Francesco, duca di Calabria, che allora

entrava nel golfo, venendo di Sicilia. La notizia lo costernò, e la

diserzione di pochi uomini cui potea contrapporre diecine di migliaia

di soldati lo scorò: volea fuggire in Sicilia, volea trattenersi sul

mare e non fu poca difficoltà farlo scendere a terra.

A Napoli la setta carbonara, all'annunzio dei fatti di Nola cominciava

ad agitarsi. I ministri erano incerti; il re cercava invano di esser

sereno; non si volea affidare il comando delle truppe che dovean

combattere gli insorti a generali di cui si sospettava la fede.

E mentre a Napoli si era in tante dubbiezze e si perdeva ciò che nel

periglio è più prezioso, il tempo, la piccola schiera di Nola mandava

dovunque messaggi, entrava trionfante in Avellino, si univa alle truppe

di quella città, accampava poderosa sulle alture di Monteforte. E

intanto al 3 luglio, ovunque erano settari si tentavano sollevamenti.

Dopo molto esitare, tre generali mossero per diverse vie per espugnar

Monteforte e snidarne i ribelli; uno scontrò il nemico il giorno 4;

potea vincere e si ritirò. Un altro non giunse il giorno 5 nemmeno a

vederlo, poichè i soldati fuggirono. Il terzo non si mosse e preferì

trattar di lontano. I soldati non combattevano, poichè non avean

fiducia nei capi, i capi non l'avean nei soldati; il re diffidava di

tutti.

Il generale carbonaro Guglielmo Pepe, che il giorno 3 accettava per

speranza di grande premio di andare a combattere i ribelli, sapendosi

sospettato e temendo di essere arrestato fuggì da Napoli insieme al

generale Napoletani, provocò diserzioni, andò a mettersi a capo degli

insorti. Così un regno tranquillissimo il giorno 1º luglio, il giorno

5 era tutto in fiamme.

Il re, riuniti a consiglio i suoi timidi ministri non trovò appoggio:

non si pensò ad altro che a cedere, e il movimento non parve possibile

frenare se non seguendolo.

Fuggito il general Pepe da Napoli, disertate molte delle milizie, le

altre incerte, l'audacia di qualche settario non ebbe limite.

La notte del 5, sul tardi, cinque carbonari si presentarono alla reggia

e chiesero audacemente di parlare col Re, come ambasciatori di causa

pubblica. Uscì sollecito il duca d'Ascoli. L'uno dei cinque disse lo

scopo dell'ambascerìa; il popolo era in arme, la setta carbonara e i

cittadini tutti volevano la costituzione. Si attendevano le decisioni

del sovrano. Il duca d'Ascoli entrò dal Re, riferì tutto e, quando

uscì, annunziò che il sovrano aveva concessa la costituzione.

E il capo dei settari: — Quando? — Subito. — Ossia?.... — Fra due ore.

Con aria risoluta uno dei cinque cavò l'orologio dalla tasca del duca

d'Ascoli, mostrò il quadrante ai compagni e disse: — È un'ora dopo

mezzanotte: alle tre la costituzione sarà pubblicata. — E andarono via

tutti.

All'alba del giorno 6 uscì un editto del Re che annunziava la nuova

costituzione. Così in quattro giorni furono mutate dalle fondamenta le

basi politiche di tutto un reame.

Altro editto nominò il principe ereditario Francesco duca di Calabria,

vicario generale del regno: il Re aveva o disse di avere bisogno di

riposo. La costituzione, provvisoriamente concessa, fu quella di Spagna

del 1812.

A ottenere una così profonda trasformazione non si era versata stilla

di sangue: che anzi era bastato a pochi minacciare, a molti fuggire.

La costituzione fu causa di gioia quasi generale. Molti vedevano la

fine di ogni abuso, la riduzione dei tributi e tutti erano lieti che un

così notevole mutamento fosse avvenuto quasi senza contrasto.

Così Napoli divenne paese costituzionale.

E di un tratto, mutato il regime, mutarono anche le opinioni. La

carboneria, temuta fino allora e odiata, divenne oggetto d'ogni lode;

i pochi rivoltosi di Nola, trattati fino a qualche giorno prima come

banditi, considerati eroi e degni di somma lode.

Il regime costituzionale, introdotto il 6 luglio del 1820, durò fino

al 23 di marzo del 1821; nacque perchè l'esercito del Re assoluto si

sbandò, mandato a combattere contro i ribelli; morì, perchè i soldati

del governo costituzionale, mandati a combattere contro lo straniero si

sbandarono prima di combattere.

Tutto quanto fu fatto in quei nove mesi rivestì sempre carattere di

spettacolosa teatralità: tutto era teatrale: l'esercito, i generali, la

carboneria, il Parlamento.

Non si amano molto se non le cose le quali si conquistano con

difficoltà: e un partito è tanto più forte quanto maggiori sono

le difficoltà e le sofferenze che ha dovuto incontrare prima della

vittoria.

La costituzione di Napoli, ottenuta quasi senza lotta, dovea perire

senza resistenza.

A capo dell'esercito costituzionale si era messo in Avellino il

generale Guglielmo Pepe, la più complessa natura meridionale che io

possa immaginare: uomo che avea dell'eroe e del ciarlatano, vero

generale spagnuolo, che a una vanità morbosa e a una leggerezza

ancor più grande, univa uno straordinario ardimento. Fra tante cose

buone e cattive, una cosa era sopra tutto: ardentissimo di libertà e

insofferente di vincoli. L'eroica difesa di Venezia, nel 1848, coronò

in lui nobilmente una vita, in cui vi erano troppi _pronunciamientos_

e troppe leggerezze.

Ora il generale Pepe, seguendo la sua natura, amante dei grandi

spettacoli e della teatralità, volle, bandita la costituzione, entrare

a Napoli con pompa solenne a capo dell'esercito costituzionale, un

esercito che, diventato settario, si era anche più abbassato nella

disciplina e ove i gradi della setta, si confondevano con quelli delle

armi.

Il 9 di luglio, a una sola settimana di distanza dalla rivolta di Nola,

fu decisa la solenne entrata.

Il re era in letto, malato di reumatismi e forse più ancora di paura.

Il vicario, in abito da cerimonia, nella stanza del trono, circondato

dai principi, dai generali e dai gentiluomini di Corte, attendeva i

rappresentanti delle schiere.

L'esercito entrò in Napoli con gran pompa.

Precedeva tutti il drappello dei disertori di Nola, chiamato, dopo

il successo, _squadrone sacro_. Seguivano poi le bande nazionali e

quindi il generale Pepe, che aveva a fianco il generale Napoletani

e il colonnello De Concili. Pietro Colletta, fine osservatore, nota

che il generale Pepe «sconciamente imitava le fogge e i gesti di re

Gioacchino.» Venivano poi tutte le altre milizie soldate e civili. E

chiudeva il corteo uno spettacolo dei più strani. L'abate Menichini,

vestito da prete, armato da guerriero, guarnito di tutti i colori della

setta carbonara, precedeva a cavallo settemila settari, fra cui v'erano

uomini d'ogni condizione: molti preti, straordinario il numero degli

avvocati. Il vicario si affacciò a un balcone della reggia e comandò

che ognuno si attaccasse al petto i colori della setta carbonara, il

rosso, il nero e il turchino e le coccarde, fatte dalle stesse mani

delle principesse, vennero distribuite largamente.

Tanto poteva il timore sopra anime deboli.

Vi fu solenne ricevimento a Corte, pomposi discorsi del re, del vicario

e del generale Pepe e questi non trascurò di baciare la mano a tutti,

al re, al vicario, ai principi, alle principesse, e assunse l'alto

ufficio di capitano generale dell'esercito, che era o parea dovuto a

chi ritenevasi la vera anima del carbonarismo.

Il resto non va raccontato.

La storia di Napoli dalla metà di luglio del 1820 al marzo dell'anno

seguente è nota: a che ripeterla? Pure le cause di sì facile trionfo

della idea liberale, le cause per cui il regime costituzionale sì

facilmente introdotto non trovò quasi difensori nell'ora del periglio,

son cose che io vorrei approfondire se la breve ora che mi avete

accordata concedesse.

La rivoluzione del '20 fu opera essenzialmente dei carbonari, e i

carbonari noi abbiamo visto chi fossero. Carbonari divennero, dopo il

luglio, tutte o quasi le classi medie, principalmente le curiali.

Una effemeride, che allora avea molta autorità, la _Minerva_, diceva:

«Esiste nel regno di Napoli la libertà? Si può francamente rispondere

che essa esiste di nome, ma non di fatto. Esiste una setta dei

carbonari? Ella esisteva prima del 6 luglio; da quell'epoca memorabile

in poi la setta è divenuta la nazione.»

Nell'Italia continentale del Mezzogiorno, ove l'aristocrazia era

fiaccata anche prima del 1806, l'opposizione al movimento carbonaro non

fu viva.

Ma la Sicilia avea ben diverse condizioni. La feudalità in quel

paese, non distrutta, era anzi potente; vive forse sotto mutate

forme in alcune province tutt'ora. La classe intermedia, formatasi

con difficoltà, non era ancora sì forte da aspirare al governo. Gli

avvenimenti di Napoli non potevano dunque essere seguìti in Sicilia.

L'isola volle una costituzione anch'essa, ma una costituzione autonoma

e di carattere feudale: l'aristocrazia si agitò, pensò perfino di

restaurare il Parlamento del 1812, in cui sedevano 61 pari spirituali,

rappresentanti la grande proprietà ecclesiastica e 124 pari temporali,

rappresentanti la grande proprietà feudale. La rivolta di Sicilia

sciupò parecchi generali napoletani, ma fu soffocata. Il Parlamento

napoletano e la setta carbonara sentivano che non era possibile

affermare la costituzione di luglio senza vincere le resistenze della

Sicilia. Le resistenze furono infatti vinte; ma la vittoria, facile del

resto e non contrastata a lungo, sciupò molta parte delle non grandi

energie di cui disponeva il nuovo governo costituzionale.

Se v'è cosa che caratterizzi la carboneria e i fautori del regime

costituzionale nel 1820 è l'avversione che dimostrarono in tutti i loro

atti per l'aristocrazia fondiaria. Quando si dovettero fare le elezioni

per i membri del Parlamento, nei comizi ogni forma di violenza fu usata

contro i nobili, cui fu spesso impedito per forza e con male arti di

votare.

Dei 72 rappresentanti delle province meridionali 2 soli eran nobili;

gli altri quasi tutti avvocati, preti, magistrati e proprietari,

inscritti alla carboneria. La Sicilia mandò invece più tardi, in gran

maggioranza, nobili e preti.

I giornali e le effemeridi annunziavano l'apertura del Parlamento

con frasi solenni. Uno di essi diceva: «I giorni del primo entusiasmo

sono ora al loro termine: la stagione dell'intelletto si avvicina con

l'apertura del Parlamento; la crisalide, è già per rompere l'involucro,

che nasconde l'angelica farfalla....»

L'angelica farfalla venne fuori, e la stagione dell'intelletto si aprì

con una cerimonia solenne. Il Re, il Duca di Calabria, i principi

intervennero con gran pompa, pronunziarono discorsi e giurarono

sugli evangeli, fra le grida di popolo festante, il rispetto della

costituzione.

Profferì lungo discorso il presidente Matteo Galdi, avvocato, e quindi

amante della parola e della iperbole.

L'arte rettorica non possiede tanti traslati e tante figure quanti ne

usò il presidente Galdi.

Dei Borboni di Napoli si può dare qualunque giudizio; una cosa però non

può essere messa in dubbio: la loro incapacità alle armi e la mancanza

di ogni attitudine guerresca. In fondo a tutte le loro colpe e a tutti

i loro torti, non è che un sentimento solo: la paura. Fu essa che li

rese spesso crudeli, sempre sospettosi.

Ora il presidente Galdi, nel suo iperbolico discorso, dopo essersi

rivolto al Re, al Duca di Calabria e aver citato tutti i tropi che

furono inventati, volle elogiare anche i figli del figlio del Re,

futuri guerrieri della patria: «Uno ne crescerà certamente fra essi

che, di unita alle arti di pace, saprà coltivare quelle della guerra.

Egli accoppierà al brillante coraggio e all'alma intrepida di Francesco

I e di Enrico IV il sapere militare del gran Condè; e se, tolga il

cielo l'augurio, sarà chiamato a combattere, lo vedremo circondato

dai bellicosi Marsi, dai Dauni, dai Sanniti, da tutti i popoli della

Magna Grecia e della Trinacria alle frontiere del regno, come l'Angelo

del Signore, con l'adamantina spada nel pugno, stare alla difesa del

paradiso terrestre.» Quel fulmine di guerra si chiamò Ferdinando II!

La semplice esistenza del Parlamento, secondo il presidente Galdi,

avrebbe fatto pullulare i grandi. Proseguiva infatti: «Le pagine del

Codice di Astrea rimarranno immuni da qualunque macchia, e custodite da

incorruttibili sacerdoti e il potente braccio e la volontà della Maestà

Vostra e le vigili cure del Parlamento Nazionale, assicureranno sì bel

retaggio fino alla nostra più remota posterità. Risorgeranno i Zeleuci

e gli Architi, gli Archimedi e i Tullii, onore delle nostre regioni e

del genere umano.»

Strano Parlamento, ove tutto era iperbolico. Le sedute si tenevano in

una chiesa, e i deputati parlavano per farsi applaudire dalle tribune,

che quasi partecipavano alla discussione e applaudivano sempre i più

enfatici e i più violenti. Mentre la costituzione e la patria erano

in pericolo, si discutevano gli argomenti più inutili: se il nome di

Napoli mutar si dovesse in Partenope, se mutar si dovessero i nomi dei

popoli delle province e chiamarli come nell'antichità classica, lucani,

irpini, marsi, sanniti. Si facean citazioni classiche, e gli animi si

accendevano per cose futili.

L'opera legislativa, quando fu efficace, non ebbe per scopo che

di deprimere l'aristocrazia: i beni soggetti a maiorascato furono

dichiarati liberi, molti provvedimenti furon proposti contro la

feudalità in Sicilia.

Ma il Parlamento era schiavo della carboneria; e la carboneria, a sua

volta, era agitata da una turba di spostati, desiderosi d'impieghi.

Chi poteva si trasformava volentieri in impiegato. Perfino l'abate

Menichini, che avea secondato gl'insorti di Nola, che era entrato a

Napoli a capo dei ribelli carbonari, chiedeva e otteneva impiego non

nella Chiesa, non in filantropiche istituzioni, ma nella pubblica

sicurezza.

La carboneria avea spezzata, se pur ve n'era, ogni disciplina

nell'esercito, trasformando i capi in settari e sottoponendoli spesso

ai loro subalterni. Altri abusi compieva con ostentata prepotenza.

Una notte alcuni carbonari si recarono in casa di un ex direttore di

polizia, uomo onesto e sinceramente amico dei Borboni e, sotto gli

occhi della moglie e dei figliuoli, lo trafissero con 42 pugnalate.

Un carbonaro, arrestato per atroce crimine, passando per la via di

Toledo, chiamò in aiuto i _cugini_ della carboneria e fu sciolto. Altri

abusi la carboneria commetteva impunemente, quasi sfacciatamente, per

mostrare la propria potenza. Allora non vi fu più sicurezza per alcuno.

I timidi fuggirono da Napoli, coloro che erano più in alto temettero,

chi si salvò ricoverandosi all'estero, chi in campagna.

La situazione divenne gravissima. Il popolo, ignorantissimo e depresso,

seguiva tutti i mutamenti senza coscienza, sperando sempre in qualunque

mutazione per il re o contro il re; l'aristocrazia avversa; l'esercito

demoralizzato; la carboneria, che rappresentava gl'interessi della

classe media, preda delle concupiscenze di persone desiderose di

lucrosi impieghi. E intanto il Re chiudeva nel cuore sensi di timore

e di odio: avea per timidità, anzi per viltà, giurata la costituzione,

sperava per tradimento abolirla.

Fu così che scrisse segretamente ai re congregati a Troppau, e nel

novembre giunsero lettere dei tre sovrani che lo invitavano a Laybach,

per discutere in un Congresso le questioni politiche dello Stato di

Napoli.

Il Parlamento non volea farlo partire. Fu grande agitazione in tutta

la città. Si protestava che il Re volesse adottare nuova costituzione.

Si gridava d'ogni parte: _La costituzione di Spagna o la morte_.

Nessuno più tardi volle morire per la costituzione di Spagna: ma quando

il pericolo si crede lontano, i più timidi sono sempre per i mezzi

estremi.

Il Re si rassegnò a fare ciò che gli si chiedeva e partì, fingendo

sempre fedeltà a una costituzione che gli era stata imposta dalla

paura, e che era destinata a non trovare chi la difendesse.

A Troppau parlò infatti contro la costituzione, a gente che quanto e

più di lui temeva l'espandersi del movimento liberale: e fu deciso che

un esercito austriaco fosse mandato a Napoli a rimettere l'ordine.

Il Parlamento napoletano non esitò a dichiarare la guerra. La voleva

sopra tutto il generale Pepe, che riteneva le truppe napoletane

invincibili; la voleano i migliori che, con pietoso infingimento,

dicevano il Re prigioniero e forzato lo scritto; la chiedevano a gran

voce i carbonari. Accondiscese il vicario perchè debole e incerto. E la

guerra fu proclamata non per valore di popolo, nemmeno per vaghezza di

somma lode come dice Colletta, ma per leggerezza.

La carboneria volle fare opera utile e riunire a banchetto anche i

generali che sapeva a sè avversi, per cementare l'unione nel momento

del pericolo. A quel banchetto Gabriele Rossetti improvvisò versi

pieni di entusiasmo. A un tratto rivolgendosi a tutti i generali che

gli erano intorno, chiese chi fra essi dovesse essere Milziade. Fu un

momento di silenzio e di angoscia: poichè ognuno temeva che Milziade

dovesse essere un collega, e ognuno credeva di poter essere. Allora

il Rossetti, nell'angosciosa aspettativa di tutti, con straordinaria

iperbole replicò: _Tutti saran Milziadi!_ Fu un delirio di applausi: ma

di Milziadi poco tempo dopo non ve ne fu un solo.

L'esercito napoletano contava allora quarantamila uomini, dei quali

dodicimila in Sicilia. Fu deciso di mandare contro gli Austriaci

trentaduemila soldati e quarantaduemila uomini di nuova leva. Gli

Austriaci erano in tutto quarantatremila. La vittoria delle truppe

costituzionali sembrava dunque probabile. Vi erano forse molte milizie

nuove: ma altre avean già pratica di guerre. Le nuove, d'altronde,

parea volesser gareggiar con le antiche.

Il generale Pepe credea le milizie napoletane saldissime.

Ma come l'esercito austriaco si avvicinava a Napoli, un mutamento

strano avveniva. Il popolo che avea creduto che il mutato regime

avesse dovuto portargli maggiore prosperità e che, per colpa degli

avvenimenti, non avea avuto niente altro che nuove gravezze, si

mostrava indifferente; tramavano i partigiani del regime assoluto; i

capi della setta carbonara, che si sentivano in pericolo, avean perduta

l'audacia.

Il generale Pepe fece annunziare solennemente nelle gazzette di

Napoli che avrebbe il giorno 7 di marzo dato battaglia e vinto.

Strano generale e strani uomini, che annunziavano le battaglie anzi le

vittorie a giorno fisso!

E la battaglia fu data infatti il 6 marzo. Ma le milizie, o poco

fiduciose, o nuove, o incerte, al primo urto non resistettero. I

soldati, anche prima di aver contatto col nemico fuggirono, e la voce

dei capi non potè rattenerli.

Il generale Pepe giunse a Napoli prima che le fuggenti schiere

giungessero. Parlò, esortò, chiese nuovi soldati, propose nuovi piani.

Ma, poi che vide tutto perduto, fuggì all'estero.

Allora non vi fu ritegno. Uscirono subito nuove coccarde, in onore del

governo assoluto. Il Parlamento, congrega poco tempo prima altiera,

desiderosa anzi di battaglia e di vittoria, fece indirizzo al Re umile,

sottomesso.

Per una crudele ironia della sorte le truppe che prima eran fuggite

dinanzi al nemico eran quelle di Avellino e di Foggia: paesi che primi

nel luglio dell'anno precedente avean voluta la costituzione.

Di tanti che parean destinati a compiere grandi gesta, che volean

morire per tante cose, al momento del periglio non si trovò quasi

alcuno. La setta immensa taceva. I deputati, eloquenti in pace, dinanzi

al pericolo muti, disertavano il Parlamento. All'ultima ora, quattro

giorni prima che il nemico fosse entrato, solo un piccolo numero

osò votare una protesta del deputato Poerio, protesta ove ancora si

ricorreva alla solita pietosa finzione, e del Re e del vicario si

parlava come di uomini la cui volontà fosse stata coartata. Ma almeno

qualcuno osò protestare, sia pure timidamente, nell'ora solenne del

pericolo.

Il 23 di marzo entrarono a Napoli le truppe austriache, e il regime

costituzionale finì da quel giorno di fatto.

E fu iniziato un periodo di violenze, di persecuzioni e di crudeltà.

Moriron tanti per esse, che se avessero voluto incontrar morte più

bella di fronte al nemico, il regime costituzionale non sarebbe così

malamente finito.

Oltre alle cause esteriori, che si soglion di solito allegare, vi

furono altre cause e maggiori, che una trasformazione nata subitamente,

subitamente dovean soffocare. E queste cause van trovate non come

si fa d'ordinario nella pochezza dei capi, nelle colpe dei generali,

nelle incertezze del Parlamento, nei tradimenti della famiglia regale.

Perchè il popolo non lottò? perchè l'esercito si sbandò? Non mai forze

prodigiose nell'arte della guerra, genti dell'istessa razza e delle

istesse contrade avean pochi anni prima, anche fuori della patria, dato

prova di grande coraggio.

I moti del '20 furon promossi da due giovani idealisti: seguìti da

genti che non avevan gli stessi intenti, nè gli stessi scopi. Il

sostrato della carboneria, come noi abbiam visto, era di spostati,

desiderosi di occupazioni civili, di militari desiderosi di

avanzamento, di forensi desiderosi di fortuna. Non era possibile

contentar tutti: anzi il numero enorme non permise che di contentar

pochi. Le promozioni militari, fatte in base alla volontà della setta,

demoralizzarono un esercito già inglorioso e privo di tradizioni; gli

scontenti di tutte le classi erano il lievito della putrefazione in

un regime non stabile. L'aristocrazia fondiaria, potente in Sicilia,

si oppose come potè: a Napoli e nelle province, ove se non la forza

economica, possedeva almeno il prestigio, screditò con l'astensione e

l'avversione. Rimasero sul teatro dell'azione sopra tutto gli avvocati,

audacissimi in tempo di pace. La massa dei lavoratori delle campagne

non avea coscienza del suo stato: ma per istinto era più dalla parte

del Re, che da quella dei suoi avversari, da cui sentiva o credeva

di non dover nulla sperare. Chi sapeva la costituzione di Spagna? e

che valeva per essa lottare, per essa morire? I carbonari non erano

più morali dei loro avversari: ricorrevano anzi, potendo, agli stessi

mezzi.

La rivoluzione di Napoli dovea cadere: le fu colpa cader vilmente.

Ferdinando introdusse la frusta, riempì le carceri, esiliò moltissimi;

ma nella persecuzione, già vecchio e stanco, non ebbe la crudeltà che

avea avuta nel 1799. I suoi ministri Medici, Canosa eran peggiori

di lui; avventurieri e ribaldi, che governavano con male arti, che

mentivano con il loro sovrano e non avean fede se non nell'arte dello

inganno.

E in tante cattive passioni le due figure che rimasero al di sopra e

che anche adesso rimangono, furon quelle dei due sottotenenti Morelli

e Silvati, che disertori da Nola, aveano più per viltà altrui, che per

virtù propria, mutato le basi del reame. Il Re che fu indulgente con

altri, temendo forse la riprovazione dei paesi civili, non fu nè volle

essere con essi.

Nè l'uno, nè l'altro, durante l'imperversare della carboneria, benchè

carbonari essi medesimi e rivestiti di alto grado vollero far cosa che

suonasse violenza o abuso. All'avvicinarsi delle truppe austriache

a Napoli, fugato l'esercito, fuggirono anch'essi, cercando scampo,

dopo aver tentato invano sollevare di nuovo la provincia di Avellino.

Imbarcati su piccola nave volean raggiungere la Grecia, ma una tempesta

li spinse sulle coste di Abbruzzo, ove riconosciuti furon, dopo molte

vicende, mandati a Napoli e processati.

E furon processati come molti altri in forma crudele e trista. Nel

giorno del dibattimento quattro degli accusati erano infermi con

febbre, uno soffriva di emottisi, un altro, per riaperte ferite di

guerra, dava sangue dal collo e dalla gola. Furon messi tutti insieme:

e mentre due eran quasi morenti e altri balbutivano dalla febbre,

furono interrogati e condannati, non ostante le proteste dei difensori

e del pubblico. A quasi tutti fu fatta grazia della vita: due soli,

Morelli e Silvati, come i promotori e i responsabili dei fatti di

luglio dell'anno precedente furono giustiziati. E, nel momento supremo,

non smentirono sè stessi.

Morelli avea tentato di avvelenarsi per morire liberamente: Silvati,

cristiano e cattolico convintissimo, non avea voluto. Salendo le scale

della forca il 12 di settembre del 1822, Morelli vide silenziosa e

avversa la stessa folla, che due anni prima lo avea acclamato insieme

al suo compagno, mentre entravano a Napoli a capo delle ribelli truppe

di Monteforte. Non però un solo grido in suo favore. Nel tragico

momento egli non volle smentirsi. E a folla ostile parlò dei martiri

del 99 e disse di esser lieto di morire per la libertà.

E accanto a Morelli e Silvati, che furon la poesia di una rivoluzione

che poesia quasi non ebbe, mirabile fu la condotta di altri accusati,

che imputavan sè per discolpare altri: nobile contrasto al maggior

numero, che sè discolpava, altri accusando.

Lord Giorgio Byron, dopo la caduta della causa liberale a Napoli,

imprecava spietatamente contro i Napoletani: «Vivere liberi o morire,

essi gridavano: morire ripetea l'eco delle montagne. Vani trasporti!

entusiasmo effimero e fallace! quale derisione sanguinosa cade ora

sulle loro teste. Infelici! Eccoli inevitabilmente in preda ai fiotti

amari del ridicolo e della infamia. Morire! No, voi non morrete più; la

severa e terribile libertà, di cui avete compromessa l'augusta causa,

il tradimento dei popoli di cui la vostra risolutezza avea usurpata la

stima e di cui il vostro delitto ha tradito la speranza, vi rifiutano

egualmente l'asilo della morte e dell'oblio.»

Parole crudeli e non eque: le quali trovan forse la loro

giustificazione nel fatto che prorompean da un'anima assetata di

libertà, che non sapea perdonare di vederne compromessa la causa.

Entrati gli Austriaci a Napoli assai furon quelli però che non

seppero rassegnarsi alla servitù. Migliaia fuggirono in lontane

terre e andarono per il mondo, a lottare, a cospirare, a preparare le

rivoluzioni future. E tra essi erano Rossaroll, che avea tentato, anche

dopo la catastrofe, di ribellarsi in Messina; Pietro Colletta che nella

sua grande storia forse molto s'illuse sul suo popolo, ma fece il più

terribile atto di accusa della monarchia borbonica, sì che fu detto a

ragione che nessun libro ebbe tanta efficacia sulle sorti del popolo

napoletano; e Guglielmo Pepe, che dopo aver molto errato seppe almeno

molto amare e molto lottare.

La rivoluzione del '20 non fu bella, sopra tutto perchè non ebbe il

sacro battesimo del sangue; e perchè seguendo le rivolte di Spagna,

n'ebbe tutto il carattere: non fu opera di popolo, ma di cospiratori e

di forensi, battaglieri in pace, pacifici in guerra.

Ma ad onore delle genti meridionali bisogna dire che per settant'anni

la causa della libertà trovò in esse i principali sostenitori.

Mentre altre genti d'Italia, più tenaci forse nel pericolo, ma meno

insofferenti, chinavano il capo alla servitù, dal lembo estremo della

penisola venivan le voci e i tentativi della riscossa. E fu l'esercito

napoletano che, nel 1813, tentò, per la prima volta forse l'unità

d'Italia, che popolo più fortunato dovea compiere: unità che anche con

i suoi svantaggi, è la nostra fortuna e la nostra salvezza, e che noi

dobbiamo mantenere oggi sopra tutto che le vecchie e perfide tradizioni

separatiste, causa di ogni nostra sventura, risorgono malefiche negli

animi italici. E furono i Napoletani che diedero maggior numero di

morti e di esuli per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia.

E se l'opera dei meridionali fu un po', come la loro natura, vivace,

tumultuosa, disordinata, fu anche negli anni della servitù, la

scintilla che mai non si spense e che determinò altrove più grande e

più poderoso incendio.

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 1 Conferenze fiorentine - Storia · 第 18 / 29 题