_Signore e Signori,_
Vi sono nella storia fatti e personaggi, a dir corna dei quali non
si sbaglia mai, perchè si è certi d'avere dalla parte vostra il
consenso di quella maggioranza di gente, per cui accettare un giudizio
bell'e fatto e ripeterlo e adagiarvisi sopra è, se non altro, un gran
risparmio di tempo, di fatica e di seccatura; e a tale categoria di
fatti e di personaggi appartengono il Congresso di Vienna tra l'anno
1814 e 1815 ed i regnanti e gli uomini di Stato, che vi primeggiarono.
Sbagliare in pochi è un gran rischio: essere in molti a sbagliare
è quasi come non avere sbagliato. Il parlamentarismo, per esempio,
si regge tutto su questo principio, e ritiene anzi d'avervi trovata
la massima delle sue forze, qualunque sia poi il modo, con cui la
maggioranza fu messa insieme.
Gli effetti di questo principio, applicato alla politica, son.... quel
che sono.
Ma la politica non è spesse volte se non la risultanza, molto
volgarmente pratica, degli interessi dei partiti e, peggio ancora,
delle persone, che li compongono, e applicare lo stesso principio
alla storia sarebbe come rinunciare di proposito alla critica, che è
invece la ricerca assidua, obbiettiva e disinteressata della verità.
D'altro lato però, se in questi casi l'andar contro corrente è per
certi animi, non dirò più eletti, ma più solitari, una tentazione
seducentissima e quasi irresistibile, non bisogna neppure esaltarsi ed
ostinarsi di troppo in tale tentazione. Un'opinione larga, persistente,
tradizionale, nella storia non si forma, se non ha radici, che si
diramino profondamente nella realtà, e scartarla, come taluni fanno,
solo perchè s'imbattono, frugando per gli archivi, in un gruzzolo di
documenti, che sembrano testimoniare in contrario, è un altro grande
pericolo di trovarsi dilungati dalla verità, quando appunto si è più
persuasi d'averla potuta afferrare per i capelli.
Così è del Congresso di Vienna, il quale, per la grandezza delle
cagioni che lo promossero, per l'ampiezza e la complessità del fine
che si proponeva, e per la varietà e l'importanza dei suoi componenti,
fu, senza dubbio, la maggiore assemblea diplomatica adunatasi in Europa
dal Congresso di Westfalia, con cui si chiuse la guerra dei Trent'anni,
dal Congresso di Westfalia fino al 1814, e la maggiore altresì, che dal
1814 in poi si riescisse ad adunare mai più.
Orbene, quale sia l'opinione più diffusa intorno al Congresso di
Vienna, non ho bisogno di dirvelo, perchè tutti voi lo sapete. Fu, si
dice universalmente, sotto le apparenze della giustizia, il più turpe
mercato, che si potesse immaginare. Non si ebbe riguardo a nulla,
nè a nazionalità, nè a confini geografici, stabiliti dalla natura,
nè a tradizioni, nè a diritti, nè a storia. I popoli furono spartiti
come armenti, comprati e barattati come ad una fiera; si voleva fare
un'opera di pace, e si posero i germi di nuove rivoluzioni e di nuove
guerre; si voleva disfare l'opera della violenza Napoleonica nel suo
delirio di monarchia universale, e si imitò: l'ambizione e la cupidigia
delle quattro maggiori potenze vincitrici di Napoleone, Russia,
Austria, Prussia, Inghilterra, non ebbero altro limite che l'ambizione
e la cupidigia di ciascuna di esse.
E tale giudizio sul Congresso di Vienna non è quello soltanto delle
vittime o degli oppositori liberali, ma è il giudizio dei conservatori
e dei legittimisti; è il giudizio di Giuseppe De Maistre, ch'era allora
ambasciatore di Sardegna a Pietroburgo; è il giudizio degli stessi,
che parteciparono all'opera del Congresso, del signor di Talleyrand,
pontefice massimo del dogma della _legittimità_, di Federico Gentz, la
penna d'oro che ne vergò i protocolli in qualità di segretario, l'anima
dannata del Metternich, il tipo della suprema eleganza e disinvoltura
diplomatica del 1815, il quale, in un accesso di sincerità, scrive
all'Ospodaro di Valacchia, amico suo, il Congresso di Vienna, con
tutte le sue lustre di rigenerazione del sistema politico d'Europa,
di rifacimento dell'ordine sociale e di pace durevole fondata su una
giusta ripartizione di forze, non essere stato altro in sostanza che
uno sbranarsi coi denti fra i vincitori le spoglie del vinto. Che
più? Se leggete gli storici posteriori, Russi, Tedeschi, Francesi,
Italiani, vedrete che ognuno ha il sentimento d'essere la propria
nazione in particolare stata la vittima designata, il capro espiatorio
di quell'immenso traffico di popoli e di regni, ed i Russi l'accusano
d'avere, impedendo la ricostruzione d'un'intiera Polonia Russa, rapita
ad Alessandro I, ch'era il vincitor vero di Napoleone, la più pura
gloria del suo regno; i Tedeschi si dolgono che, vietata l'annessione
della Sassonia alla Prussia e data all'Austria la presidenza della
sconnessa Confederazione Germanica, non siasi voluto altro in sostanza
che impedire l'egemonia Prussiana, come se Federigo il Grande non
fosse mai esistito, pagare d'ingratitudine gli eroi della sollevazione
nazionale del 1813 e ritardare la rigenerazione della gran patria
tedesca, la quale dovrà aspettare la fatale apparizione contemporanea
di Re Guglielmo, d'un Bismark e d'un Moltke: i Francesi s'arrabbiano
che tutto sia stato concertato in odio e per diffidenza verso la
Francia, riducendola ai confini del 1790, privandola d'ogni solida
difesa sul Reno, stringendola fra la Sardegna ingrossata e un regno dei
Paesi Bassi di nuova invenzione; gli Italiani finalmente si disperano
di essere stati dati, piedi e mani legate, in preda all'Austria, la
quale, ripreso dalla Baviera il Tirolo tedesco, ha fatto suo tutto il
territorio fra l'Alpi, il Ticino, il Po e l'Adriatico, sue le vallate
della Valtellina, di Bormio e di Chiavenna, sua la riva orientale
dell'Adriatico fin oltre Ragusa, e come se tuttociò non bastasse, ha
piantato luogotenenti suoi a Parma, a Modena, in Toscana, s'è ritenuta
quella parte di provincia ferrarese, che è sulla sinistra del Po, ed ha
acquistato persino diritto di guarnigione entro le fortezze di Ferrara
e Comacchio negli Stati del Papa.
Si direbbe che non v'ha di soddisfatti se non gli Inglesi, che dopo
essersi, durante venticinque anni di guerre, beccate a una a una tutte
le colonie, ne restituiscono alcune per gran tratto di magnanimità,
ma intanto si ritengono il Capo di Buona Speranza, la miglior parte
delle Guiane, l'isola di Francia, altre isole delle Indie Occidentali,
poi Malta e finalmente, a titolo di protettorato, le isole Jonie,
tutti insomma i migliori punti d'appoggio, che assicuravano la loro
indisputabile signoria sui mari Atlantico, Indiano e Mediterraneo.
Tant'è che il loro rappresentante, l'imperturbabile Castlereagh,
era forse il solo, che, a braccetto coll'Austria, poteva andarsene
soddisfatto dal Congresso, e se, sette anni dopo, credette bene di
tagliarsi la gola, fu per tutt'altro, fu, vale a dire, perchè la
signoria del cuore d'una donna è spesse volte più difficile assai della
signoria dei mari, e l'amore, quando dice davvero, non comporta gli
accomodamenti e i compensi, dei quali la politica può contentarsi.
Voi vedete, Signore, sotto quanti e diversi aspetti l'opera del
Congresso di Vienna appare ed è, per larghissimo consenso d'opinioni,
giudicata trista e biasimevole. In tale giudizio non si può a meno
di convenire, nè bastano ad attenuarlo le poche deliberazioni che
nel cosiddetto _Atto finale_ di Vienna del 9 giugno 1815 riverberano
principii umanitari e non soltanto calcoli egoistici d'interessi e
d'ambizioni particolari, l'abolizione cioè della tratta dei negri, la
libera navigazione dei fiumi e quella specie di galateo diplomatico,
che credo sia vigente tuttora, per la gerarchia delle rappresentanze
internazionali. Ci voleva altro a riscattar tutto il resto!!
E ciò che imprime un marchio anche più ripugnante sul Congresso di
Vienna, e sullo strazio fatto da esso d'ogni ragionevole aspirazione
nazionale di popoli, nel preteso assetto, che impose a tutt'Europa,
salvo che alla Turchia (materia predestinata a brighe ulteriori e a cui
lasciavano intanto martoriare la Grecia) ciò che imprime, per ragione
di contrasto, un marchio anche più ripugnante sul Congresso di Vienna,
è tutta quell'aria di perpetuo carnevale, che lo circonda, tutta
quell'orgia continua di balli, di pranzi, di cene luculliane, in cui si
profondono tesori; è quell'incetta universale di cantanti, di comici,
di ballerine, di acrobati, di cavallerizzi, di ciurmadori, chiamati da
ogni parte a rallegrare gli ospiti della capitale austriaca; è tutta
quella giocondità spensierata d'amori e d'intrighi romanzeschi, tutto
quello sfoggio d'eleganze, tutto quello scintillìo d'oro e di gioielli,
tutta quella prodigalità di lusso, onde una folla d'imperatori, di
re, di principi, di diplomatici, di militari, e insieme d'intriganti,
d'avventurieri, di scrocconi e di giuocatori di vantaggio circonda
un'altra folla (ben più geniale, se vogliamo), quella delle più
belle donne d'Europa, fra imperatrici, regine, principesse, dame
autentiche, dame di princisbecco, peccatrici di fantasia e peccatrici
di professione, _con ali aperte e ferme_ convolate dai quattro punti
cardinali ad intrecciare i mirti di Venere agli allori di Marte, a
mescolare le grazie, le dolcezze, le seduzioni, i piaceri, i liberi
moti del sangue, della gioventù e della vita a tutta quella accigliata,
pensierosa, compassata e inamidata solennità diplomatica, che avea il
mondo sulle braccia e se lo voleva spartire, facendosi ognuno la parte
del leone.
Trentamila franchi al giorno costava la sola mensa imperiale;
quarantanove milioni di franchi l'Austria sola spese di suo in pompe,
spettacoli e cerimonie, e questo è niente a petto allo sperpero di
danaro dei più ricchi signori d'Europa, che o gareggiavano di lusso,
o liquidavano patrimoni in una notte ai tavolieri da giuoco, o gli
arrischiavano sui fondi pubblici, speculando anche allora al rialzo e
al ribasso sulle sventure della patria, o li gettavano (meno male!) ai
piedi delle deità femminili più in voga.
Se io potessi a parole far rivivere dinanzi a voi quel grande quadro,
quel caleidoscopio così vario di feste e di spassi non mai interrotti,
che rallegrò la società cosmopolita, raccoltasi a Vienna tra il
settembre del 1814 ed il giugno del 1815, e rimasto poi un ricordo
incancellabile, di cui son piene le _Memorie_ e le _Lettere_ posteriori
di molti fra gli eroi e le eroine di quella lieta gazzarra, un ricordo
che, a guisa di strascico luminoso, rischiara ancora le ombre e consola
ancora le inevitabili mestizie della loro memore vecchiaia, potrei
sperare, pur con un simile argomento alle mani, d'intrattenervi molto
piacevolmente in quest'ora, che m'è assegnata, certo più piacevolmente
di quello che riferendo le discussioni precedenti al trattato e
analizzando il contenuto dei 121 articoli dell'Atto finale del
Congresso.
Due grossi volumi ne ha riempito il De La Garde, uno dei tanti
giramondo, che vi assistevano da dilettanti, e framezzo a molti errori
grossolani di fatti e di nomi e a molte inutili chiacchiere, che oggi
non possono aver più alcun valore, l'opera sua ha una certa importanza,
perchè il De La Garde riferisce, con riverenza di discepolo, i giudizi,
i racconti e le impressioni del suo Mentore in quell'occasione, che era
il famoso Principe di Ligne, un vero sopravvissuto del secolo XVIII,
un vero rappresentante, già quasi ottuagenario, dei costumi e della
sensualità frivola, gaudente, ma schietta e sincera d'una società già
finita, perchè v'era passato sopra nient'altro che il turbine della
Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche.
Bene o male, il Principe di Ligne s'era acconciato anche a queste; ed
ora, compiuta ormai la sua lunga carriera di guerriero, di diplomatico
e di avventuriere di gran lignaggio, e cinghiate alla meglio le vecchie
membra nel suo uniforme onorario di feld-maresciallo austriaco, senza
più fede nè illusioni negli uomini, ma conservando sempre una gran
tenerezza, purtroppo alla sua età disinteressatissima, per le belle
donne, ed ora, dico, amava (forse per gratitudine) che esse almeno si
divertissero più che era possibile, avessero pure ad andarne a rifascio
tutte le politiche di questo mondo.
S'era quindi fatto esso pure promotore e ordinatore instancabile
di quella successione di feste, che non soffriva mai nè respiro,
nè ripetizioni, ed a chi si lagnava che, oltre alle discordie dei
potentati e dei diplomatici, anche questo continuo svago impedisse ai
lavori del Congresso di camminare, il Principe di Ligne rispondeva:
«_non cammina, ma balla!_» Consolazione da filosofo del secolo
XVIII! Il giocondo vecchio nel dicembre del 14 morì, da pari suo,
d'un'infreddatura presa all'uscita d'un ballo, e ne' suoi ultimi
momenti, dopo d'avere raccomandato che gli scrivessero sulla tomba:
Ci gît le prince de Ligne:
Il est tout de son long couché.
Jadis il a beaucoup péché,
Mais ce n'était pas à la ligne,
il giocondo vecchio si compiaceva che a Vienna, dove, tra balli,
corse sulle slitte, giostre medievali, caccie col falcone, commedie di
salotto, quadri plastici, concerti, teatri, non si sapea più oramai
come variare spettacolo, le sue dolci amiche potessero, mercè sua,
godersi anche quello del funerale di un feld-maresciallo.
Se non che il Principe di Ligne era uno spettro del passato. Questa
precisa disposizione di spirito, questa gaiezza inesauribile erano
già tramontate, ed il romanticismo, con tutti i suoi fervori di
restaurazione monarchica, di mesta sentimentalità, di ritorno agli
ideali religiosi, di reazione agli eccessi della Rivoluzione e a quelli
del Cesarismo soldatesco di Napoleone, il romanticismo aleggiava
già dappertutto e sotto tutte le forme, modificava e rinnovava già
dappertutto le disposizioni morali d'una società, stanca di tante
lotte, di tanti travagli, di tanti sacrifici, di tante ecatombi di vite
umane, di tante rovine di fortune, di tanti strazi d'affetti domestici,
di tanto rimescolio di classi, di governi e di popoli, d'una società
insomma, che sentiva il bisogno di riafferrarsi nuovamente alle vecchie
tradizioni scompaginate, il bisogno di tornare a credere per poter
tornare a sperare, e intanto cominciava dal godere, l'unica filosofia,
in cui gli uomini si sono sempre trovati e si troveranno sempre tutti
d'accordo.
Napoleone stesso avea avuto sentore di questo mutamento profondo, che
s'andava compiendo, e che dovea esser tutto a suo danno, quando avea
detto: «il giorno ch'io sparirò dalla scena, il genere umano tirerà un
gran: _oh!!_ di sollievo e di riposo», e consentaneo a tale condizione
universale degli animi era in fondo il pensiero che moralmente avea
inspirato il Congresso di Vienna, oltre alla necessità politica, dopo
l'abdicazione di Napoleone e la sua relegazione all'isola d'Elba, di
compiere nei suoi particolari quello che il trattato di Parigi del 30
maggio 1814 fra gli alleati vincitori ed i Borboni restaurati aveva
appena abbozzato. Far la pace, assicurarla per lungo tempo, mutare
quindi uno stato di cose, che non avea avuto altra legge se non la
violenza e l'arbitrio più sconfinato, erano concetti veri, giusti e
rispondenti alla piena realtà del momento storico, che s'attraversava.
Ed eccoci così, o Signore, al punto di non secondare del tutto
quell'immensa corrente d'avversione contro il Congresso di Vienna,
a cui accennavo in principio; eccoci alla tentazione, che chiamai
seducente, di dir bene di quello, di cui una gran maggioranza dice
male. Ma eccoci altresì di fronte a due pregiudizi storici: l'uno,
che sciupò l'opera del Congresso di Vienna, l'altro che non consente
di riconoscere neppure quel tanto di buono, che era nel concetto
fondamentale, da cui fu mosso, e che solo può spiegare perchè esso sia
il fatto più importante della storia contemporanea dopo la Rivoluzione
francese, e perchè, nonostante il come fu attuato, esso creasse uno
stato di cose, che bene o male durò circa cinquant'anni e assicurò
colla pace all'Europa (una pace travagliata, se si vuole) il periodo
più fecondo di progressi materiali e civili, di cui ella avesse goduto
mai.
Il pregiudizio storico, che sciupò l'opera del Congresso di Vienna,
fu che fermarsi, rifar la strada, retrocedere a tutta forza era il
solo mezzo di riparare alle malefatte della Rivoluzione, quasichè essa
non avesse avuto alcuna giusta ragion d'essere, e prima di essa fosse
esistita in Europa una vera _età dell'oro_, un modello, un ideale
di gran «repubblica Cristiana», come taluno osava dire, in cui tutto
fosse stato regolarissimo, e il più scrupoloso rispetto dei diritti
costituiti avesse governato sempre le transazioni internazionali e la
più fraterna solidarietà delle monarchie avesse garantito, sempre, col
mantenimento dell'ordine pubblico, la durata degli obblighi contratti,
ed i diritti dei singoli fossero sempre e unicamente risultati dai
doveri di tutti. Ma tuttociò era falso e la realtà era precisamente il
contrario.
Il secondo pregiudizio, il pregiudizio dei rivoluzionari, che divenne
poi quello dei liberali, e impedisce anche oggi di riconoscere il
buono del pensiero iniziatore del Congresso di Vienna e quel tanto di
bene, nonostante le tristi passioni, dalle quali si lasciò vincere,
gli riescì di compire, è che la Rivoluzione avesse, decomponendo del
tutto la società preesistente, rimpastato il mondo secondo un ideale,
perfetto esso pure, di fraternità umana e di assoluta giustizia, il
quale, in conformità ai dogmi nuovi della filosofia, avesse attuato
al di dentro d'ogni nazione il modello dei governi e al di fuori il
modello delle relazioni internazionali. Ma tuttociò era falso del
pari, e la realtà era precisamente il contrario, perocchè la vecchia
Europa, trattando colla Rivoluzione, come avea fatto a Campoformio e
in tant'altre occasioni, avea bensì riconosciuta la propria impotenza
e liquidato quasi sè stessa con una specie, direbbe il Sorel, di
bancarotta fraudolenta, ma anche la Rivoluzione, che a tutti i popoli
avea promessa una patria, la pace e la libertà, avea contraddetto a sè
stessa, di filosofica e pacifica divenendo militare e conquistatrice,
facendo consistere in sostanza tutta la forza della Repubblica nella
forza de' suoi eserciti, partorendo, novella Roma, un nuovo Cesare,
e in cambio di patria, di pace e di libertà manomettendo le patrie di
tutti e a tutti recando la guerra ed una nuova foggia di servitù. La
Rivoluzione avea vissuto di conquiste; la conquista è violenza, e per
questo i popoli la odiarono. Ma le conquiste della Rivoluzione aveano
in pari tempo rovesciate molte delle barriere, frapposte già fra popolo
e popolo dalle particolari cupidigie delle vecchie monarchie europee,
e una volta rovesciate quelle barriere, molti popoli (l'Italiano e il
Tedesco in ispecie) si riconobbero e s'affratellarono. La Rivoluzione
avea così, suo malgrado, insegnato ai popoli l'indipendenza; la
Rivoluzione, che avea trionfato dei Re, era caduta a Lipsia sotto la
vendetta dei popoli, e la fine della Rivoluzione francese avea segnato
il principio delle Rivoluzioni nazionali, che si compirono nel 1870.
È questo, Signore, il concetto critico moderno della storia
contemporanea, mercè il quale non si hanno più nè soluzioni di
continuità, nè illazioni senza premesse, nè architetture sistematiche e
rettoriche, le quali sforzino i fatti ad espressione diversa dalla loro
realtà, e al lume di tale concetto esaminando anche il Congresso di
Vienna, se ne vede il bene ed il male con quella maggiore obiettività
che è possibile, e che sola per lo meno impedisce le innocenti
falsificazioni della storia.
Mi parrebbe ora, del resto, di considerarlo così. Ottantadue anni
sono passati, grande spazio di tempo in un'età, come quella dal 1789
in poi, in cui i periodi storici si vanno via via restringendo quasi
metodicamente, la vita dei popoli si affretta come quella degli
individui, il decennio surroga il secolo, e un breve volger d'anni
sembra contenere in sè tutt'un'epoca storica.
Anche le passioni, che il Congresso di Vienna suscitò, si sono
calmate; l'opera sua, di cui tante volte si annunciò la fine, senza
che in realtà fosse vera, è oggi finalmente e veramente distrutta.
Ricorderete che in Italia non ci fu governuccio provvisorio, sorto
dai moti popolari fino al 1859 e durato magari ventiquattr'ore, il
quale per prima cosa non bandisse ai quattro venti: i_ trattati del
1815 hanno cessato di esistere_, e questo medesimo luogo comune della
rettorica rivoluzionaria italiana si ripetè in Francia con singolare
perseveranza, dal Guizot sotto il regno di Luigi Filippo, dal Lamartine
nel 1848, da Napoleone III nel 1863. Ma l'opera del Congresso di
Vienna, che pur s'era venuta sgretolando via via, non finì tutta in
realtà che nel 1870.
C'erano però voluti più di cinquant'anni, e qual è l'imbroglio
diplomatico, che possa esser sicuro di durare altrettanto?
Finita dunque l'opera del Congresso di Vienna, anche gli uomini, che
v'ebbero parte principale, il Metternich, il Talleyrand, Alessandro I
di Russia, sono cadaveri quatriduani, che non destano più nè odii, nè
amori. Il successore dello Czar ascolta oggi in piedi e col cappello in
mano la _Marsigliese_, una graziosa macchietta, di cui ha tanto riso il
Tolstoï; se per le strade d'Italia noi ricantassimo oggi:
Io vorrei che a Metternicche
Gli tagliassero la testa
E per farne una minestra
Alla moglie del suo re,
nessuno ci darebbe retta o probabilmente l'eco ci risponderebbe
coll'_Inno dei lavoratori_; se rievocassimo infine il _Girella_ di
Giuseppe Giusti col suo:
Tenni per àncora
D'ogni burrasca
Da dieci o dodici
Coccarde in tasca,
per farne onta nuovamente al Principe di Talleyrand la libertà e
la democrazia ci potrebbero offrire da parte loro tali esemplari di
canaglie politiche, da far apparire quell'utilitario camaleonte del
dispotismo una candidissima colomba, o tutt'al più un tristaccio, che
riscattava almeno colla grandezza dell'ingegno e la mirabile eleganza
dello spirito le sue marachelle.
Possiamo dunque giudicare spassionatamente uomini e cose, e avendo
detto del Congresso di Vienna il male che merita, possiamo soggiungere
che il tentativo, dopo un così grande rovinìo e sconvolgimento
d'istituzioni, di confini e di popoli, di dare all'Europa
un'organizzazione elementare, se attuato con vera elevatezza di
concetti politici, sarebbe stato un grande progresso e non un
inconsulto ritorno al passato. Tant'è vero, che verso la fine del
secolo scorso tale tentativo non era ancora che un'utopia di filosofi,
la quale avrebbe fatto passare per mentecatti gli uomini di Stato,
che le si fossero mostrati favorevoli, ed era ad arte confusa, per
toglierle appunto ogni credito, colle chimere della pace perpetua del
Saint-Pierre e del Rousseau, e in buona fede fu poi confusa con tali
chimere, dopo il Congresso del 15, dal Saint-Simon, uno dei santi padri
del socialismo moderno.
Se nel fatto il Congresso di Vienna riuscì un'applicazione del
principio d'_intervento_, un attentato continuo all'indipendenza degli
Stati minori, un sistema d'alta polizia nelle mani dell'Austria; se
come tale è giudicato dalla maggioranza degli storici e dei trattatisti
di diritto internazionale, non è men vero che determinare lo stato di
possesso dell'Europa, porre questo stato di possesso sotto la garanzia
di tutte le Potenze maggiori, far del Congresso europeo, siccome
fu stabilito dall'articolo 6 del secondo trattato di Parigi, una
instituzione permanente e normale, destinata a prevenire e a regolare,
sotto l'arbitrato e l'egemonia delle grandi Potenze, le controversie
fra le nazioni e gli Stati, e impedire la guerra, era un abbozzar
quasi un disegno di _Stati Uniti d'Europa_, un precorrere di lontano
le idealità, sto per dire (e non vorrei vi paresse una bestemmia), le
idealità di Garibaldi e di Giuseppe Mazzini. Abbozzare, precorrere di
lontano, dico, perchè il disegno resta incompiuto, perchè, come scrive
il prof. Scipione Gemma nel suo eccellente libro sulla _Storia dei
Trattati nel secolo XIX_, non rappresenta se non «una oligarchia di
grandi potenze, che tratta, in circolo chiuso, gli affari delle altre»;
perchè, per di più, furono empiriche, abusive, arbitrarie pressochè
tutte le sue applicazioni. Ma il concetto fondamentale era buono e
progressivo, rispetto almeno ai Congressi ed ai Trattati anteriori, e
ciò spiega non solo la sua durata, ma altresì come e perchè, in onta
alle sue ingiustizie, il Congresso di Vienna assicurò per lungo tempo
la pace generale e con essa un moto largo e fecondo di civiltà.
Vorreste ora saper qualche cosa in particolare degli uomini,
che vi presero parte? Ma senza contare i regnanti, i principi,
i cortigiani d'alto grado, che gli accompagnavano, e gli uomini
politici più in vista, ch'erano accorsi al Congresso, ben novanta
erano i plenipotenziari di Stati, che aveano cooperato alla guerra,
e cinquantatrè quelli di piccoli sovrani, repubblichette, comuni,
corporazioni, che tutti avevano rivendicazioni, pretensioni o esigenze
da far valere.
Per questo anzi vera assemblea generale del Congresso non fu tenuta
mai, nè mai si procedette ad una vera e compiuta verifica di poteri
fra gli intervenuti, non potendosi equiparare l'importanza di ciascun
rappresentante o dare ugual peso al voto, poniamo, degli ambasciatori
di Russia, Francia e Inghilterra e a quello degli inviati dei Cavalieri
di Malta, della repubblica di Lucca o del principato di Piombino. Non è
quindi possibile del pari profilare fra tal folla le singole figure, ma
varrebbe la pena, chi ne avesse il tempo, di fermarsi alquanto alle più
prominenti, alle tre, se non altro, che ho testè ricordate, Alessandro
I, il Metternich ed il Talleyrand.
Alessandro I era uno stranissimo impasto di qualità le più opposte:
ascetico come San Luigi Gonzaga, e dissoluto come Don Giovanni Tenorio;
ingenuo e spensierato come un artista, e subdolo e avido come un
greco del Basso Impero; tirannico come un sultano, e umanitario come
un filantropo; umile come un anacoreta, e vano d'applausi come una
ballerina; infatuato di sè stesso come un Lucifero, e pieghevole a
tutti i venti come una canna; un insieme di despota, di mistico e
di liberale, che per un pezzo gli imbroglia la testa, poi finisce a
dargli l'illusione d'essere il braccio dritto della provvidenza di Dio,
destinato a rimetter l'ordine sulla terra e ravviare tutto il gregge
umano per la via maestra del bene.
A cullarlo in tale illusione, a fissarla anzi sempre più nel suo
cervello, contribuì soprattutto, verso appunto il 1815, l'amicizia
da lui stretta con Giuliana di Krüdner, una vedovella vagabonda,
originaria della Livonia, che in gioventù avea scritto in francese un
romanzo eccessivamente sentimentale, intitolato: _Valerie_, e avea
ballato nei salotti parigini con grande flessuosità di movimenti
e grandi trasparenze di vestiario la cosiddetta _danza dello
scialle_. Dall'ideale della sensibilità galante del secolo XVIII
era trapassata, invecchiando, all'ideale medievale e cavalleresco
della controrivoluzione. Nicomede Bianchi la dice una settaria
dell'_illuminismo_ tedesco del Weishaupt e dei Rosa Croce, ma non mi
pare sia provato. Il Sainte-Beuve la dice visionaria come il Tasso,
anzi una Clorinda battezzata, e mi par troppo. Certo è che durante
la campagna del 13 contro Napoleone, e in mezzo a tutto quel bollore
di patriottismo tedesco, _Valerie_, o Giuliana di Krüdner, che è lo
stesso, diviene la _Velleda_ evangelica, la molto vedova profetessa
delle non più vergini foreste del Nord, e nel 15 (_en tout bien, tout
honneur_, suppongo, perchè dovea aver più di 50 anni) la più intima e
più ascoltata consigliera e inspiratrice di Alessandro I.
Dopo Waterloo è dessa in realtà la vera autrice della _Santa Alleanza_,
un atto, in cui la mano d'un'isterica devota mi par che si senta. Ma
chi riconoscerebbe ora la vezzosa _urì_ della _danza dello scialle_
in quella megèra lunga e allampanata, che coi capelli giallo-grigi
sparsi per la fronte e giù per le spalle, e una lunga veste scura,
cinta alla vita da un cordone, assiste, a fianco dello Czar, alla
rivista delle truppe russe sulle pianure di Sciampagna? Questo però è
il colmo della sua fortuna. Quando nel 1824 morì solitaria in Crimea,
era già da un pezzo caduta in disgrazia, perchè la povera donna, a
tempo dell'insurrezione greca, era divenuta filellena ed il volubile
Alessandro I, già ripiombato sotto la pantofola conservatrice del
Metternich, non perdonò alla troppo sensibile _Valerie_ quest'ultima
trasfigurazione.
Di che tenui fila, a guardar bene, s'intreccia in ogni tempo questa
grande commedia della politica e della storia!!
Ed eccoci, per mutare, dinanzi ad altri due gran commedianti di
cartello, il Metternich ed il Talleyrand, i quali, come se abbiano
voluto continuar la recita anche da morti, si sono nelle loro
autobiografie (per dirla in gergo di palcoscenico) _truccati_ entrambi
per la posterità. Li riconosceremo noi per quel che sono a traverso
tale travestimento? Molto agevola, ripeto, che siansi ormai dissipati
per l'aria gli odii e gli amori suscitati in vita da quei due, e stati
già tante volte surrogati da tanti altri odii ed amori.
Il Metternich aveva una persuasione fondamentale, d'essere cioè stato
creato da Dio (ammettiamo, che credesse in Dio) per arrestare la
Rivoluzione francese nel suo corso e rifare il mondo, come prima. Di
tale persuasione che a poco a poco gli sale al cervello e gli si muta
in una specie di predestinazione provvidenziale, egli si giova per
ravvolgere in una gran nuvola di edificante idealità tutta la sua vita
privata e la sua vita d'uomo di Stato. L'una e l'altra divengono così,
sotto l'unzione e la gravità del suo stile, una tal vita di santo, che
meriterebbe (ha detto bene in proposito Augusto Franchetti) d'essere
collocata nella _Leggenda Aurea_ di un Jacopo da Voragine e tradotta
nella lingua del Cavalca. Ma chi gli può credere? Nessun altro, sto per
dire, se non la sua seconda moglie, la principessa Melania, talmente
persuasa (e ciò le fa onore del resto) della grandezza del marito,
che a scrivere nel suo _Diario_ dover esso _salvare il mondo_ e poi
che tutti e due erano stati la sera al teatro per veder ballare Fanny
Elssler, le pare di dire la stessa cosa.
Certo quest'uomo, che governò l'Austria da padrone per 39 anni, e
per 33 anni da padrone l'Europa, non era nè un puro sbirro, nè uno
statista volgare, come, per odio, l'abbiamo considerato noi per tanto
tempo. Certo Napoleone non ebbe mai più terribile avversario di lui; un
avversario, che, mentre lo ammirava, avea così profondamente studiata
la sua indole, che fino ad un certo segno potea presagirne gli scatti
futuri; un avversario, che non si scaldava mai e sapeva aspettare.
Certo, quand'egli nel 1809 diventò Ministro, l'Austria era un paese
morto e sei anni dopo (mettiamo pure che la frenesia di Napoleone
l'abbia aiutato) sei anni dopo l'Austria era l'arbitra dell'Europa,
gloria grande verso la sua patria ed il suo sovrano, che nessuno gli
può contestare.
Ma da tuttociò a far di sè uno statista, che non ha una colpa da
rimproverarsi, perchè è quasi una nuova incarnazione umana dell'eterna
giustizia e dell'assoluta verità, che non ha mai sbagliata una mossa,
perchè nell'interezza della sua coscienza ha sempre previsti gli errori
dei nemici e le infedeltà degli amici, ci corre assai; e, per troppo
volere innalzarsi, mi pare che non solo il Metternich abbia troppo
sfidata la credula docilità dei posteri, ma che abbia altresì tolto
merito a sè stesso, come uomo di Stato, perchè la politica, salvo certe
direzioni fondamentali, è più di tutto l'arte degli adattamenti e delle
contingenze variabili, e l'immobile fissità di spirito, ch'egli si
attribuisce, è la caratteristica dell'utopista e del fanatico, anzichè
quella del vero uomo di Stato.
Quante volte, del resto, non è egli stato sul punto d'intendersi con
Napoleone? Fra le molte, che se ne potrebbero ricordare, prendiamo la
maggiore di tutte, il matrimonio di Maria Luigia, la divina figlia dei
Cesari, con Napoleone, il gran tipo del _condottiere_ italiano, dice
il Taine, che ha usurpato il trono di Francia. Era tutto un tranello
questo matrimonio? No, era un'arma a due tagli, che potea salvar
l'Austria e Napoleone, se Napoleone era savio, o salvar l'Austria sola
e abbatter lui al momento opportuno, s'egli continuava a farneticare.
In ciò sta la profondità del calcolo del Metternich, che l'ambizione
di Napoleone s'incocciò di far riescire anche al di là d'ogni sua
previsione: ma ciò dimostra che a transigere colla Rivoluzione non avea
poi il Metternich le invincibili ripugnanze, delle quali si vanta.
Nella stessa guisa, s'egli rappresentava unicamente il diritto storico
contro la Rivoluzione, perchè mai, caduto Napoleone, non ha egli
nel Congresso di Vienna riprese le tradizioni di Maria Teresa, del
Kaunitz e del Thugut, cercando di germanizzare l'Austria di nuovo
ed ha preferito invece indennizzarsi al sud delle Alpi di tutto
quanto perdeva o abbandonava al nord delle medesime, ostinandosi a
dominare l'Italia? Egli è che appunto imitare in questo le violenze
della Rivoluzione francese sembrò al purissimo eroe del diritto
storico un giuoco più facile e più vantaggioso, e questa volta invece
l'infallibile aveva sbagliato. In questo medesimo anno 1815, l'impresa
di Gioacchino Murat, per quanto arrischiata, il proclama di Rimini,
scritto da Pellegrino Rossi, che bandisce la guerra dell'indipendenza
italiana, per quanto vagheggi una idealità prematura, avrebbero dovuto
farlo avvertire del suo errore e che l'Italia per lo meno non era
più l'_espressione geografica_ di prima. Preferì invece ostinarsi
ed iniziare un sistema di repressione perpetua, che fece di lui
l'incarnazione vivente del dispotismo più odioso e più cieco, e lo
abbassò talvolta, come nel colloquio famoso con Federigo Confalonieri,
carico di catene e già avviato allo Spielberg, lo abbassò, dico, fino
agli scaltrimenti del poliziotto più abbietto per strappar di bocca ad
un misero prigioniero il nome de' suoi complici, quello principalmente
di Carlo Alberto, principe di Carignano, della cui correità coi
congiurati Lombardi del 1821 il Metternich volea ad ogni costo aver
nelle mani la prova.
Il santo, il semideo delle _Memorie_ metternicchiane scende così
alquanto, come vedete, dal suo piedistallo. Se a ciò aggiungete
che concordemente i contemporanei lo dicono scettico, frivolo,
superficiale, donnaiuolo, non incorruttibile per denaro, voi vedete che
razza di premeditata falsificazione egli ha perpetrato di sè stesso per
canzonare i posteri, nè vi spiegherete la potenza esercitata da lui
per tutta intiera una generazione, se, oltre a molte qualità d'animo
e d'ingegno, ch'egli indubbiamente possedeva, non mettete in conto la
profonda disposizione alla quiete, all'inerzia politica e al riposo
gaudente, che il suo tempo provava e ch'egli rispecchiava, persin nella
persona e nei modi, alla perfezione. Quando questa disposizione finì,
anche il Metternich era finito.
Diversa affatto è la _truccatura_, sotto la quale ha voluto presentarsi
ai posteri il Principe di Talleyrand. Pare in sostanza ch'egli
dica: «son quel che sono, ed i miei contemporanei, alti e bassi, non
valevano meglio di me; ma si prenda la storia com'è, poi si vegga se
in conclusione, e senza troppa cura del mio buon nome (ognuno poi
sacrifica alla patria quello che crede!) io ho bene o male servita
la Francia.» E naturalmente dimostra che l'ha servita bene. Esso,
in persona, ha cominciato abate, poi vescovo, ha celebrato ridendo
la sua ultima messa nella festa della Federazione Repubblicana, s'è
sconsacrato, ha preso moglie, nei tempi peggiori della Repubblica s'è
ecclissato, è rientrato a tempo per esser Ministro: Giacobino sotto
il Direttorio, repubblicano sotto il Consolato, Bonapartista sotto
l'Impero, legittimista sotto i Borboni, e come si spiegano tutte queste
metamorfosi? In una maniera sola, dice lui, cioè che agli occhi d'un
filosofo le forme politiche son forme vuote; che con tale libertà di
spirito egli ha visto sempre, prima, meglio e più lontano d'ogni altro,
e che mentre gli altri s'attaccavano ad un partito, egli non ha servito
mai che la Francia. È una disinvoltura stupefacente, la quintessenza
di quell'arcana dottrina del _savoir vivre_, sotto la quale i Francesi
compendiano tante cose, e che il Talleyrand possedeva in grado
superlativo.
Corazzato di questa, egli prende posto attorno al tappeto verde
del Congresso di Vienna, colla serenità medesima con cui si sarebbe
seduto alla sua eterna tavola di _whist_, e quando, ambasciatore d'una
nazione vinta, egli, con grand'arie di superiorità e per sgominare di
primo acchito i segreti accordi degli alleati, osa affermare lui solo
rappresentare, intorno a quel tappeto, non interessi, ma principii,
e cioè il dogma della _legittimità_, che deve esser la base della
Restaurazione, e tutti lo guardano esterrefatti, il Talleyrand non si
scompone e persiste e niuno s'accorge, non un principio sostener esso
in quel momento, bensì l'unico spediente, a cui poteva appigliarsi.
Che diavol mai poteva egli invocare, difatto, dinanzi alle ambizioni
della vecchia Europa coalizzata e vittoriosa? Gli immortali principii
dell'89, come in un _meeting_? i diritti dell'uomo e del cittadino,
come in una scuola? la sovranità popolare, come in una piazza? Non
avendo forza materiale per tenere in rispetto i nemici vittoriosi,
tutto quanto poteva tentare era di preservare in nome del diritto
l'unità della Francia e salvar questa almeno alle conquiste economiche,
civili e politiche della Rivoluzione. In parte vi riescì, poichè
preservò in sostanza la Francia dal dover sopportare la pena del
taglione, l'applicazione pura e semplice di quel diritto del più
forte, ch'essa avea durante l'Impero applicato alle altre nazioni.
L'imperturbabilità, il coraggio, la fecondità d'espedienti, il calore
di patriottismo francese, che il Talleyrand spiega al Congresso di
Vienna, sono una meraviglia, ed ha un bel dire il Thiers, che si dovea
andare al Congresso colle mani libere, quasichè gli alleati non fossero
entrati a Parigi colle cannonate: che il Talleyrand dovea atteggiarsi
come un Napoleone, quasichè Lipsia fosse stata Austerlitz: che ebbe
fretta, e che invece di far la pace dovea scomporre le alleanze
e riprovocare la guerra. Queste critiche, dinanzi alla realtà dei
fatti, non mi pare che abbiano alcun valore, e nella mente del Thiers,
scrittore e storico grande, ma politico mediocrissimo, scaturiscono
evidentemente da quel suo sempiterno pregiudizio tutto francese, per
cui un'Europa ridotta in pillole è la sola maniera d'assicurare la
grandezza della Francia. Essa non può considerarsi in piedi, se tutti
non sono in ginocchio! Del resto il Talleyrand non indietreggiò neppure
dinanzi al pericolo d'una nuova guerra, e quando parve che non si
potesse più resistere in altro modo alle prepotenze della Russia, egli
aderì alla nuova coalizione formatasi nel Congresso contro di essa
il 3 gennaio 1815, ed il Thiers lo biasima anche di questo, tanto è
contraddittoria ed inconsistente tutta la sua critica.
In conclusione, all'opposto del Metternich con tutte le sue pose da
santo, da veggente e da messia, il Talleyrand s'è voluto nelle sue
_Memorie_ mostrare non per quello che è, ma per quello che vale. È
un travestimento anche questo, ma se i contemporanei non l'hanno nè
ghigliottinato, nè messo in galera, non mi pare che i posteri abbiano
da essere più severi di loro.
Oltre a queste tre figure principalissime, tante altre ve ne sarebbero
da ritrarre, interessanti e singolari, fuori e dentro il Congresso:
Maria Luigia che, con a fianco già il suo _patito_, il Neipperg, non
ha neppure la dignità di non esser curiosa, e poichè a lei, moglie di
Napoleone e pur ieri Imperatrice dei Francesi, è interdetto prender
parte alle feste, vuole almeno goderne pel buco della chiave o sta
nascosta fra due tende a veder gli altri ballare; Federico Gentz,
grande ingegno di dilettante, cominciato scettico e romantico, finito
reazionario e segretario del Congresso, gaudente di professione,
che negli ultimi anni tenea il suo gabinetto di studio in casa della
ballerina Fanny Elssler, il suo ultimo amore (un romitaggio preferibile
di certo a quello concesso alle teste calde italiane nei sotterranei
dello Spielberg), e che, tipo dell'_homme blasé_, annunzierà le sua
prossima fine ad un amico dicendo: «mi leverò da tavola, come chi ha
mangiato a sazietà»; il Pozzo di Borgo, un Côrso al servizio della
Russia, incarnazione vivente contro Napoleone degli odii di famiglia
e delle implacabili vendette insulari; il cardinale Consalvi, profilo
di prelato romano, aguzzo, sottile, insinuante ed anche audace, che,
per salvare dagli artigli dell'Austria le quattro Legazioni, finge di
ridomandare sul serio Avignone ed il Contado Venosino; il marchese
Brignole, l'appassionato oligarca genovese, che vorrebbe trovare
un'equazione tra la legittimità dei Borboni e quella della sua vecchia
Repubblica, una specie di quadratura del circolo pei diplomatici del
Congresso di Vienna; i ministri napoletani del Murat, che s'incontrano
a faccia a faccia con quelli di Ferdinando IV; Eugenio di Beauharnais,
già vicerè d'Italia e generale napoleonico, eppure ospite festeggiato e
graditissimo a Vienna; il Conte di San Marzano, diplomatico piemontese,
schermidore politico, valente assai, che avendo servito i forti
contro i deboli, sa come si difendono i deboli contro i forti; Don
Neri Corsini, ambasciatore del granduca Ferdinando III, che, quando
meno se l'aspetta, si trova a fronte l'ambasciatore d'un'Etruria
bonapartesca, reclamante nient'altro che tutta la Toscana pei Borboni,
e d'altra parte, rappresentando esso un principe austriaco, sentesi,
ciò nonostante, così pressato dalla prepotenza degli augusti parenti,
che in cambio, come vorrebbe, d'arrotondare lo Stato, rischia talvolta
tornarsene a mani vuote, eppure coll'arguta e tenace bonarietà del gran
signore fiorentino di vecchia stampa si trae dal mal passo abbastanza
bene; e tante, e tante altre, dico, figure importanti, singolari, e
caratteristiche in sommo grado, delle quali tutte metterebbe conto
parlare.
Se non che neppur noi possiamo indugiarci, perchè mentre, dopo tante
lentezze e lotte e discordie, il Congresso bene o male s'approssimava
alla fine, ecco scoppiare, in mezzo a tutta quella gente, come uno
schianto di fulmine, la notizia che l'_Orco di Corsica_ era scappato
dall'isola d'Elba.
— Dove credete voi, che si sia avviato? — chiese il Metternich al
Talleyrand, per scoprire se il furbaccio ne sapeva qualcosa.
— Forse in Italia! — rispose il Talleyrand, per mettere una pulce
nell'orecchio all'amico.
— No, va dritto a Parigi! — riprese il Metternich, guardando fisso
il Talleyrand. Ma questi, che già aveva avuto tempo a riflettere,
concluse: — può darsi! — come avrebbe detto: — buon pro gli faccia!
Val la pena seguir le mosse di questa vecchia volpe in tale frangente.
In apparenza è tranquillo. Nelle sue _Memorie_ non fiata; ma veder
chiaro, risolver pronto, colpire a segno è la superiorità vera del
Talleyrand sugli statisti del suo tempo (e su quelli anche d'altri
tempi!); e sia pure che Napoleone sia fuggito dall'Elba, lo accolga
pure l'esercito francese a braccia aperte, rivoli pure l'aquila
imperiale di campanile in campanile sino alle torri di Nostra Donna
di Parigi, sia pur costretto Luigi XVIII di rifugiarsi a Gand; il
Talleyrand intuisce subito che un 18 brumaio non si rifà due volte,
che questa ripresa d'armi non può essere nè il Consolato, nè l'Impero,
bensì un romanzo d'avventuriere; che Napoleone può ben prometter pace
e libertà alla Francia e Beniamino Constant ammannirgli un disegno di
costituzione, che è un capolavoro, ma Napoleone è irremissibilmente
condannato alla guerra immediata; e nella guerra non si troverà più a
fronte generali da sbalordire di nuovo coi prodigii della sua tattica,
bensì popoli e condottieri di popoli, il Wellington, il Blucher, lo
Schwarzenberg, i quali, al pari del Kutusoff, il _Fabio Massimo_
della resistenza russa del 12, e del Rostopkine, l'incendiario di
Mosca, sono divenuti gli eroi delle vendette nazionali contro le sue
prepotenze. Il Talleyrand quindi approfitta del primo sgomento degli
alleati per strappar loro la dichiarazione del 13 marzo 1815, la quale
pone Napoleone fuori della legge al pari d'un bandito, poi sta inerte
aspettando l'esito della guerra, e si traccheggia anzi fino al giugno
in Vienna, nè raggiunge il Re, se non quando Waterloo ha già messo fine
al tempestoso romanzo dei _Cento Giorni_. Perchè così lento? Forse ha
in fondo all'animo un residuo di dubbio? Chi lo sa? Fatto è che appena
giunto a Parigi, il Talleyrand vede nettamente che gli alleati non
vogliono più stare ai patti di prima, e che la reazione più dissennata
prevale nei Consigli del Re. Si oppose finchè potè; non vinse che a
mezzo, e si dimise. È il momento più nobile della sua vita, e lo sente
tanto egli stesso nelle sue _Memorie_, che, quasi creda finita la sua
carriera politica, vi si drappeggia dentro, come un grande attore al
quint'atto d'una tragedia classica, e cala il sipario.
In realtà anche l'opera del Congresso di Vienna era finita fino
dal giugno. Ma colla seconda pace di Parigi del 20 novembre 1815 la
Francia pagò il fio dell'avventura napoleonica dei _Cento Giorni_ e
peggio ancora le sarebbe toccato, se non erano le rivalità di lord
Wellington coi generali austriaci e prussiani e le fantasie mistico
umanitarie di Alessandro I, delle quali anche questa volta la Francia
s'approfittò. Queste fantasie toccano il colmo nella _Dichiarazione_
della _Santa Alleanza_, un _quid simile_ di _Credo_ internazionale,
che non ha da far nulla col trattato di Vienna, ma sta da sè, a guisa
della _Dichiarazione dei Diritti dell'uomo_, messa in testa alle
costituzioni repubblicane francesi del 1791 e 1793 e ricalcata alla
sua volta, peggiorandola, su quella delle libere colonie inglesi
d'America del 1776. Strani riscontri in verità! Ora il nuovo assetto
europeo, deliberato a Vienna e reso definitivo colla seconda pace di
Parigi, era, mercè della _Santa Alleanza_, posto sotto l'immediata
ed alta sovranità di Gesù Cristo, una specie insomma di repubblica
savonaroliana, slargata qui ad uno schema universale di Stati
cristiani. La dichiarazione della _Santa Alleanza_ reca originariamente
le firme sole dei tre sovrani di Russia, Austria e Prussia, non
quella d'alcun ministro, nè d'alcun plenipotenziario. Altri sovrani
accedettero più tardi, quando cioè si furono persuasi che quello
sproloquio non impegnava a nulla, come la Francia e la Sardegna; altri
si ricusarono con un pretesto, come l'Inghilterra; il Papa vi subodorò
dentro (e forse non a torto) qualcosa d'ereticale; il Gran Turco
infine non s'acquetò, se non quando l'ebbero assicurato che la _Santa
Alleanza_ non era il principio d'una nuova crociata per la liberazione
del _Santo Sepolcro_. «Ma che le pare, signor Turco?» (gli dissero i
diplomatici veri), «non ci mancherebbe altro!!».
Quanto all'Italia in particolare, il Congresso di Vienna vi stabilì,
come già dissi, il dominio dell'Austria; dominio diretto in gran parte,
indiretto, ma non meno effettivo, su tutto il rimanente, salvo in
Piemonte; e, restituito ai Borboni, schiavi dell'Austria, il regno di
Napoli, cominciò a mostrarsi, a guisa di piccolo chiarore d'un'alba,
la necessità storica, che se un giorno l'idea nazionale, uscendo fuori
dagli eremi dei letterati e dai nascondigli dei cospiratori, potesse
mai spiegare al sole la sua bandiera o troncare colla spada la fitta
rete in cui il Metternich avea ravvolta l'Italia, questa bandiera si
leverebbe in Piemonte e questa spada sarebbe in pugno ai Savoia.
Nel 15 siamo però ancora ben lontani da che l'idea nazionale inspiri
la politica estera del Piemonte, e questa cerchi imperniarsi su
una politica interna appena appena ragionevole. Ma già per parte
del Piemonte i sospetti, le diffidenze, le resistenze alle mille
insidie dell'Austria sono incessanti e sempre vigili, e, per parte
dell'Austria, essa tradisce sempre più il suo segreto, che è di ridurre
indifeso, impotente, se non addirittura soggetto, quest'unico Stato
italiano, di cui non solo ha dovuto tollerar l'esistenza, ma lasciare
che s'ingrossasse colla Liguria, ed ora, nella seconda pace di Parigi,
anche con quella parte di Savoia, che nella prima era stata data alla
Francia.
È bello vedere la concordia, la cooperazione, l'intesa di tutti
i diplomatici piemontesi in questa lotta, ed è ancora più bello,
pigliandoli per quel che sono in realtà, uomini chiaroveggenti, fedeli
alla loro vecchia Monarchia, zelanti dell'onor suo, orgogliosi delle
sue tradizionali ambizioni dinastiche, e non trasfigurandoli, per uno
zelo malinteso, in avanguardie e, al solito, in apostoli e precursori
d'indipendenza e d'unità italiana. Sono sparsi per tutto e sembrano
una voce sola, il San Marzano ed il Rossi al Congresso di Vienna, il
De Maistre e poi il Cotti di Brusasco a Pietroburgo, il San Martino
d'Agliè a Londra, il Revel e poi l'Alfieri di Sostegno a Parigi, il
D'Azeglio a Roma, il Pralormo a Vienna dopo il 20, il Valesia, il
Balbo, il Saluzzo, ministri in Torino e tanti altri.
Tutti questi uomini, non sospettabili di certo di tendenze sovversive
nè tampoco di velleità liberali, sentono profondamente le continue
provocazioni austriache dal 15 in poi, e vigilano, dappertutto e
sempre, le mene del Metternich. Lo stesso Pralormo, che Luigi Carlo
Farini ha detto il meno avverso all'Austria, riassumeva con gran forza
in un suo splendido dispaccio del 1821 tutti i torti dell'Austria verso
il Piemonte, e caratterizzava con profonda sagacia il movimento del
21 per quello che era: non un pronunciamento alla spagnuola, nè una
ribellione di nobili alla polacca, come ha preteso in uno dei suoi
frequenti accessi di _spleen_ Massimo d'Azeglio, bensì la conseguenza
necessaria del contegno dell'Austria, che in Piemonte avea per di più
mortalmente offesi nel loro onor militare una dinastia ed un popolo di
soldati. Senza di questo, dice il Pralormo, non un soldato si sarebbe
ribellato in Piemonte, e se Vittorio Emanuele I fosse corso su Milano,
i Carbonari del 21 non avrebbero potuto nulla contro di lui.
Tutto militare e aristocratico fu dunque il movimento rivoluzionario
del 1821 in Piemonte, ed è uno dei più importanti nella storia dei
moti rivoluzionari italiani, appunto perchè crea nell'aristocrazia
militare e diplomatica piemontese quella parte nuova, che poi prevarrà
sempre più, la quale, senza ripudiar nulla del suo vecchio patrimonio
morale e religioso, accetta quanto v'ha di giusto e di umano nelle
idee sopravvissute alla Rivoluzione Francese e sente sempre più al vivo
l'ufficio storico, che contro la intollerabile preponderanza austriaca
spetta alla sola regione Italiana, che abbia armi proprie ed una
dinastia nazionale.
Beneficio grande, di cui (poichè per sommo studio d'imparzialità
si sogliono oggi vantare le candide intenzioni dell'Austria e del
Metternich in particolare) io non ho, se si vuole, alcuna difficoltà di
esserle riconoscente.
E per concludere circa il Congresso di Vienna, che è il mio tema,
dirò che le successive riunioni di Aix nel 1818, di Troppau nel 20, di
Lubiana nel 1821, di Verona nel 1822, le quali avrebbero dovuto essere
l'applicazione del permanente e pacifico arbitrato internazionale,
stabilito nel 1815, ebbero avviamento ed effetto contrario, vale a
dire che trasmutandosi sempre più in un sistema d'intervento armato, di
repressioni bestiali e di alta polizia politica nelle mani dell'Austria
e scostandosi così sempre più dal concetto fondamentale del Congresso
di Vienna, esse, in cambio di frenare i moti italiani, argomento
prediletto di tutti i loro discorsi, li resero sempre più intensi,
sempre più larghi e spianarono a questi moti la via del trionfo finale.
Ma così va il mondo, Signore! Guastare in pratica quello che in teorica
era buono, proporsi un fine e riescire ad un altro sono i fatti,
che più comunemente appariscono nella storia, e l'insegnamento di
essa, se ne ha uno, si può quasi sempre compendiare così: «_daccapo e
ricominciamo!_».