CONFERENZA DI GEROLAMO ROVETTA.

Signore e Signori,

Il secolo non è finito ancora, e già se noi ci volgiamo indietro a

considerare gli avvenimenti che ne agitarono il principio, essi ci

appaiono lontani lontani, estranei affatto alla vita nostra, quasi che

tra essi e noi intercedesse l'ombra di un intero evo storico, non lo

spazio di una vita d'uomo.

A mano a mano che la ricerca erudita, fatta oramai positiva e serena,

studia quei casi snebbiandoli dalle leggende che già vi si formarono

intorno, e corregge gli errori, ripara alle ingiustizie, assolve i

calunniati e condanna gli usurpatori di gloria; mentre la critica

si affatica sui documenti e la verità torna in luce; in noi, strano

a dirsi, nell'impressione comune di chi oggi ripensa a quegli anni

fortunosi, nella coscienza della gente anche istruita, la distanza tra

la fine e il principio del secolo cresce di continuo; e gli uomini e

i fatti del tempo che segnò la giovinezza dei nostri nonni par che si

ritraggano sempre più rapidamente nel buio del passato, vi si avvolgano

di una nebbia sempre più densa, impiccioliscano, scompaiano dalla

memoria delle moltitudini.

Napoleone, la sua sanguinosa e trista epopea, le catastrofi di Russia

e di Germania, quell'avvicendarsi di avvenimenti che soltanto sette od

otto decine d'anni fa mettevano a soqquadro l'Europa.... e le nostre

famiglie, che insidiavano gli averi di cui ora noi stessi godiamo e

turbavano e scompigliavano gli amori dai quali i nostri padri sono

nati, tutto non sembra — se ci pensiamo — appartenere ad un'altra epoca

ben più remota?

La critica moderna «vergine di codardi oltraggi» ma implacabile nelle

sue deduzioni positive, ha relegato «l'uomo fatale» tra i malinconici

nefasti della storia, fra gli antichi maniaci per la guerra, violenti

ed infelici: ed il feticismo che per lui nutrivano i suoi soldati, a

noi almeno, appare come un caso diffuso di allucinazione morbosa delle

moltitudini.

— Come mai? Donde tanta disparità del vivere e del sentire? — Io credo

che tale enorme _allontanamento_ dalla coscienza nostra di uomini e

di cose storicamente vicine, non provenga tanto dai molti e varî casi

intervenuti tra loro e noi, quanto dal velocissimo, anzi precipitoso

cammino compiuto dalle idee in questo intervallo di tempo, che, se per

sè medesimo è breve, relativamente alla importanza storica contiene la

materia non di uno, ma di più secoli!

Ciò che non è d'oggi o di ieri è già per noi antico: tanto s'è

slargato innanzi a noi il mondo, tanto volo abbiamo spiccato incontro

all'avvenire! Le idee han soverchiato i fatti, han dato una nuova

anima battagliera, feconda, a questo vecchio secolo pieno di esuberanze

giovanili, hanno oramai tolto di mezzo quanto del passato poteva esser

loro d'impaccio, e abbandonato negli avelli della storia tutto ciò che

non era vivo e germogliante.... come la calce sparsa sulle rovine di un

disastro cela agli sguardi le macerie e i cadaveri insieme.

Ed è per ciò che debbono avere la acuta e perspicace pazienza degli

archeologi, coloro che vanno frugando in un mondo pur così vicino a

noi, e come gli archeologi debbono saper dar vita alle pietre e parole

alle tombe e leggere tra le righe dei non ancora ingialliti documenti,

e scrutare il senso riposto delle satire, delle caricature, delle

canzoni, delle arguzie, delle tradizioni popolari: debbono svestirsi

d'ogni propria passione politica, debbono cercare la luce _vera_ che

illuminava quei tempi e giudicare gli odii, e gli amori d'allora come

gli odii e gli amori d'adesso, cioè come passioni umane, fallaci quindi

ed ingiuste il più delle volte, torbide dispensatrici di fama.... e

d'infamia, non sempre meritata.

Questo non è cómpito per le mie forze, nè per i miei gusti. Io penso,

invece, con intimo compiacimento d'artista che, mentre tutte quelle

cose e quella gente ci appaiono così come se le guardassimo col

canocchiale a rovescio, l'arte e gli artisti sono rimasti così vicini a

noi, così _nostri_ e del _nostro_ tempo da indurre noi pure — imbevuti

di tanto scetticismo! — in quella fede classica che vate chiamava il

poeta, cioè veggente nell'avvenire, ed _eterna_ proclamava l'arte, cioè

immortale nei secoli.

Non è forse così? Mentre la logistica delle battaglie napoleoniche non

interessa più che gli studiosi delle Accademie militari, al pari di

quella delle campagne di Alessandro o di Giulio Cesare, e le bricconate

di certi ministri del vicerè Eugenio, gli spionaggi ed il gabinetto

nero, si confondono colle altre iniquità di palazzo del cardinale di

Richelieu e il dominio dell'Austria rinnova le gesta di tutte le più

antiche e sinistre tirannidi: ecco qui vive e parlanti, colle nostre

idee, colle nostre ribellioni, le nostre speranze, gli stessi nostri

sarcasmi, ecco qui le figure del Foscolo e di Carlo Porta, e col

nostro stesso culto del vero, le tele dell'Appiani e del Canonica:

ecco ripetersi, con esempi nuovi, l'amabile storia della giovinezza

di Gioacchino Rossini, a cui la fortuna e le belle donne aprono

le braccia e spianano la via; ecco rinnovarsi oggi tra idealisti e

veristi, tra naturalisti e spiritualisti, quella vivace e multiforme

polemica d'allora tra classici e romantici che, in fondo, preparava

i germi a tutte le battaglie intellettuali dell'avvenire. I critici

dicevano ottant'anni sono molta parte di quel che dicono adesso; e i

gazzettieri — anche allora — insegnavano l'armonia al «signor Rossini»,

la chiarezza al capitano Foscolo, e al giovane autore del Carmagnola

un po' di lingua italiana; e di questi, i più accaniti — erano forse i

francesi! —

Ancora gl'impeti del Foscolo, noi li abbiamo nel cuore; e quante,

quante volte la musa lepida, ed anche salace del Porta, non ci soccorre

per irridere alle ipocrisie che oggigiorno tocchiamo con mano!

Il Foscolo ed il Porta — meno di tutti gli artisti di quell'epoca —

sono invecchiati, perchè, in modo diverso, la loro poesia rispecchia

ciò che in apparenza soltanto è mutevole, e rimane invece tal quale:

«_l'anima del popolo_»; — l'uno ruggendo nelle prose concitate le sue

imprecazioni contro gli autori d'ogni servaggio, o cantando nei versi

grecamente armoniosi le illusioni e le delusioni dello spirito moderno;

l'altro sintetizzando nella rima epigrammatica e tagliente l'umorismo

formidabile che del popolo è un'arma, un conforto, ed uno sfogo ad un

tempo.

Così l'arte del Foscolo e quella del Porta, come i tipi umani dei due

poeti, ci appaiono unite con vincoli di fratellanza alla grande arte

e ai grandi tipi delle epoche più remote; ed è perciò ch'essi sono

tuttora modernissimi. Un soldato poeta, prode, ardito, cavalleresco,

con qualche spacconata, pieno di debiti, di duelli, di amori, di

gelosie turbolenti; ed un altro — un poeta cassiere — tutto arguzia,

tutto malizia nella rima gioconda e così bonario nella vita semplice

e prudente d'impiegato, sempre amico della giustizia, ma benanche del

quieto vivere; — un ribelle, che dà al popolo la satira demolitrice

di poteri e di tirannidi, ma che si tapperebbe in casa — gottoso e

pieno d'acciacchi — ove nelle vie scoppiasse la sommossa.... sono due

tipi umani — sono due _estri_, per così dire, che in tutti i tempi le

vicende hanno destato ed ispirato.

Ma il Foscolo, nella gravezza che incombeva sulla vita milanese in quel

procelloso finire del Regno Italico, rappresenta anche l'irrequietudine

dei presagî.

Dalle nebbie di Milano, fra le bieche congiure degli austriacanti, le

paure dei napoleonici e i tentennamenti degli italici, egli anelava al

bel sole di Toscana, alla luminosa villa di Bellosguardo ove gli erano

fioriti sotto la penna i versi delle Grazie, nitidi e flessuosi come le

forme divine scolpite dal Canova; anelava a questa Firenze dell'anima

sua, sacra a lui per le memorie dei Grandi cantate nei _Sepolcri_, da

Dante all'Alfieri, e insieme per indimenticabili dolcezze d'amore:

Per me cara, felice, inclita riva!...

Ove sovente i piè leggiadri mosse

Colei che, vera al portamento Diva,

In me volgeva sue luci beate,

Mentr'io sentìa dai crin d'oro commosse

Spirar ambrosia l'aure innamorate....

*

* *

Era una specie di nostalgia pei tepori e i profumi che gli assaliva

l'anima, una sete di parole italiane pronunciate dalle labbra delle

donne fiorentine che tanta grazia aggiungono all'efficacia del perfetto

dire.... e non Voi, che di azzurro e di fragranze avete in ogni

tempo dovizia, ma noi, di lassù, poveri inglesi d'Italia, possiamo

comprendere le smanie del Foscolo per la vostra bella città. — Marmi e

fiori, le memorie e l'eloquio, il serto delle colline, l'aria stessa

che qui si respira, tutto ci attrae sino al dolore, e noi ricordiamo

sino al rimpianto.

Qui da voi sorrideva, come sempre, amica fida, l'arte; da noi, in

Lombardia, non si respirava che l'intrigo. Dico l'_intrigo_, non la

politica. La politica vera era maneggiata dai sovrani, dai ministri,

dagli ambasciatori; il resto, i sudditi, anche quelli delle classi

sociali più elevate, non conoscevano altro che il pettegolezzo di

società, le trame personali, ordite per interesse privato, per vizio

senile, per passatempo.

Nell'esercito, e più nell'aristocrazia, si congiurava come si intavola

un giuoco: erano ancora i cicisbei dell'arcadia belante che divenivano

a un tratto cospiratori tra le gonne della _dama servita_.

Rancori, invidie, gelosie di corte o d'alcova; e ognuno aveva pronto il

suo re, per diventarne il vicerè.

Trista politica di corridoio e d'anticamera, sospettosa, cupida,

procacciante, che pur preparava la ruina della patria prima ancora

che nei fatti, negli animi, dove la grande idealità dell'Italia unita,

libera, indipendente non s'era accesa ancora a illuminare, come avvenne

più tardi, anche i giorni squallidi della schiavitù, a confortare i

migliori, a compensarli d'ogni sacrificio, a irradiare per essi anche

le segrete delle prigioni e le forche drizzate ad attenderli.

Che poteva mai l'arte in tanta miseria spirituale? Non l'arte del

pensiero, ma quella dei sensi e della furberia era in onore presso il

volgo patrizio e plebeo! Gli scherni, si dispensavano in egual misura

al Foscolo «matto infido» e al Monti «cortigiano pagato».

Giorni egualmente tristi s'annunziavano ai due grandi poeti, che

erano da amici divenuti irreconciliabili; e veramente quanto diversi

nell'arte e nella vita! E per ciò, come già tra il Foscolo e il Porta,

così tra il Foscolo e il Monti dovrebbe riuscire il raffronto attraente

e curioso allo spirito indagatore.

Il Foscolo, non sempre buono e probo nella vita privata, aveva pur

sempre espresso ne' suoi scritti la grande anima italiana, sdegnosa di

padroni vecchi e nuovi, assorta in una virile idea di libertà classica

insieme e moderna; ed ora, al cadere della fortuna napoleonica, passava

non curato in mezzo agli armeggioni e agli opportunisti, dai quali al

ritorno dell'Austria doveva separarsi per sempre, esulando lontano con

l'anima ferita, ma altera e sicura. — Il Monti buono, troppo buono,

e nella sua mutabilità intimamente onesto, aveva cantato prima il

trono e l'altare, poi il fanatismo giacobino, poi la libertà italica,

poi l'onnipotenza di Napoleone — il Giove Massimo — il Dio Terreno;

e con la gloria di Napoleone vedeva cadere la sua, sentiva fors'anco

l'amarezza di essere considerato dagli intriganti e dai faccendieri

come un adulatore venale che, per opportunità o per interesse, avrebbe

seguitato a cantare per i vincitori d'oggi.... i dominatori del domani.

*

* *

A Milano, nella capitale del Regno agonizzante, non si congiurava che

per mutar di padrone. Pareva ad alcuni — ai migliori forse — che una

parte di ciò che allora si diceva «la gloria di Napoleone» toccasse

di riverbero ai Lombardi: e ci tenevano, e non si ribellavano ancora

all'orgoglio e all'egoismo feroce di lui: invece, tentavano ridestare

intorno al suo nome gli entusiasmi svaniti. E tra questi il duca

Melzi — l'ex presidente della Repubblica Italiana, e allora, del Regno

Italico, presidente del Consiglio dei Ministri — e col duca Melzi, il

conte Giuseppe Prina.

E il Melzi e il Prina erano fautori di Napoleone e dei Napoleonidi....

chi sa?... anche per un primo barlume di quell'Italia, ch'era

forse ancora più nella mente che nel cuore dei due uomini di

Stato; che, ancora, era forse.... un concetto politico, un regno,

più che una nazione; quell'Italia, a cui già mirava, cupidamente,

l'orgoglio sfrenato del Murat, e alla quale occhieggiava, come con

una ballerina della Scala, la bramosia senile, la vanità eroicomica

del _divisionario_ Pino. Ma se qualche magnanimo illuso, o qualche

insoddisfatto avventuriero poteva unirsi al Murat, disertore di

Napoleone; se nelle chiassose e allegre adunanze dell'Albergo del

Gallo, le vecchie mercantesse e gli strozzini inneggiavano col barbèra

e col barolo «al generale Pino re d'Italia», chi mai poteva seguire

il Melzi e il Prina, i due bigotti dell'Impero, i due _compari_ del

Vicerè?

Chi poteva seguirli?... Chi del popolo, specialmente?

Non vi era quasi famiglia nella quale le ecatombe di Russia e di

Germania non avessero lasciato un lutto o rimandato un infermo;

le donne più ancora, madri, spose, sorelle, non si rassegnavano a

tanta.... seminagione di dolori, di cui non vedevano lo scopo, mentre

fra gli uomini, essa poteva trovar pretesto nello spirito militare

ritemprato e fatto consuetudine e nella smania politicante.

Nei ceti più umili delle città e fra le plebi delle campagne, sbollita

l'ubbriacatura dei grandi avvenimenti, dell'imprevisto, delle teatrali

partenze delle truppe e l'ansia dell'attendere e del commentare le

notizie della guerra, era subentrato lo sconforto amaro, profondo,

del danno patito, delle braccia mancanti, dei cari morti e perduti nei

gorghi dei fiumi gelati e sotto le nevi delle steppe.... La fantasia

popolare rievocava quei quadri di battaglie sfrondandoli d'ogni epica

attrattiva, ne aumentava, se pure era possibile, l'orrore, e un grande

sentimento d'odio dilagava nelle anime contro coloro che si erano

gravata la coscienza di tanto lutto, di tanta desolazione, di tanta

miseria.

Oh, la miseria!... Si faceva di giorno in giorno più cruda, più feroce.

I _signori_, i ricchi, ammaestrati dai casi, non pensavano che a

difendere i redditi; a nessuno veniva in mente di arrischiare un

po' di danaro per dar lavoro ai poveri, in qualunque industria, che

un disperato tentativo di Napoleone e delle potenze avrebbe buttato

all'aria.

Mancava il lavoro, mancava il pane; turbe di poveri, di pezzenti, di

oziosi, mendicavano alle porte dei presbiterî, delle scarse locande,

dei palazzi, degli uffici pubblici; e in quegli stomachi vuoti si

preparava l'urlo della rivolta.

E tanta e così grande miseria era poi esacerbata, invelenita, giorno

per giorno, dalle rapacità del fisco. I balzelli e le tasse più odiose

crescevano di numero e di gravezza.

Anche il poco che non rappresentava il diritto di non languire per

l'inedia, destava le ingordigie del fisco, veniva insidiato, carpito,

portato via con atti esecutivi, che costituivano un succedersi di

ignobili rapine, larvate di legalità e compiute colla forza del

governo.

Naturalmente, dalle furfanterie dei soldati e dei finanzieri,

prendevano audacia i birbanti, per così dire, spiccioli: il

malandrinaggio era ancora.... una professione! In mancanza del guadagno

offriva almeno la promessa, in quella scarsità di pane, di un pane in

galera; e mai come allora, gli stradali di Lombardia furono infestati

da tanta e così feroce canaglia.

Eugenio Beauharnais, il figlio dell'imperatrice Giuseppina, era il

Vicerè di questo povero paese. Strana e melanconica figura!

Un altro cittadino, creato sovrano da Napoleone e che da principe non

ha saputo fare nè il bene nè il male, per cui i principi, talvolta,

affrettano le soluzioni della storia.

Il Romagnosi parla del vicerè Eugenio come di un uomo mal conosciuto,

di retti sentimenti, ma non così saldo, da non lasciarsi sviare fra gli

intrighi del tempo, ed abbagliare da quell'altra peste, pure del tempo,

la vanità militare.

Dopo la campagna del 1813, i principi confederati gli avevano promesso

il Regno d'Italia, purchè avesse vôlte le armi contro l'Imperatore; ma

egli fedele e riconoscente, aveva respinto le blandizie: e di ciò chi

mai vorrebbe biasimarlo?

Poi, Napoleone gli aveva ingiunto di abbandonare l'Italia e di ridursi

in Francia, colle sue truppe. Eugenio gli dimostrò che queste lo

avrebbero abbandonato, ma — come sottilmente nota il De Castro — non

seppe nè riaffermarsi virilmente per lui, nè separarsene per unirsi

alle potenze alleate, nè prendere il partito più giudizioso e più

generoso ad un tempo, quello, cioè, di sposare francamente, lui del

popolo, la causa dei popoli e farsi ad un tempo loro capo e difensore.

Il 22 novembre 1813, al principe La Tour e Taxis che nel villaggio di

San Michele, fra Vicenza e Verona, gli rinnuovava l'offerta del trono

purchè si unisse alla Santa Alleanza, Eugenio rispondeva collo stesso

rifiuto dato pochi dì innanzi ad una deputazione del Senato che gli

proponeva di organizzare un moto in Milano per proclamarlo re.

«Non si può negare — esclamava colle lacrime nella voce, per il ricordo

dei propri figli — non si può negare che la stella dell'Imperatore non

cominci a impallidire.... Ma per coloro che furono da lui beneficati,

è una ragione di più per serbarsi fedeli».

Questa è storia, una pagina di storia umana più che politica. Apprezzò

Napoleone la devozione di quella resistenza, devozione tanto più

grande, dopo che egli aveva ferito nel Beauharnais il cuore del figlio

e gli interessi del principe, ripudiandone la madre?... Chi lo sa?

Certo il Beauharnais fu compreso da una donna, dalla moglie: la

viceregina Amalia Augusta di Baviera, che merita un posto a parte nella

storia di quell'epoca, e fra la gente di quel tempo un posto d'onore.

Nella storia, perchè certo essa ha molto contribuito col suo consiglio,

colla modesta prudenza e colla semplicità affettuosa, alla condotta

leale del Beauharnais, risparmiando guerre, non di popoli, ma di

interessi dinastici.

Il posto d'onore fra le genti di quel tempo le spetta, perchè si

conservò virtuosa moglie e buona madre, in mezzo al dilagare di una

corruzione e di una licenza, più ipocrita forse, ma più profonda di

quella del Direttorio.

Qual era, in fatti, questa società?...

La moda era impudica nelle sue fogge scollate, aderenti, accarezzanti

le forme: curioso il battesimo ai colori del momento: o nomi feroci

come: il color «dei cosacchi spaventati», oppure erotici, come:

il color «sospiro di vergine», il color «grido di sposa», il color

«baciami in bocca» ed altri ed altri che non è decente ricordare,

ma che si possono leggere sfogliando la raccolta del _Corriere delle

Dame_.

Taceremo i nomi e le gesta: solo ricorderemo che le gentildonne più

eccelse.... e più belle, si travestivano da ussaro o da dragone nelle

scappate coi loro amanti, ufficiali, tenori.... ed anche mimi, e al

teatro della Scala, durante lo spettacolo, molte volte, a metà della

conversazione fra dama e cavaliere, venivano calate le tendine del

palchetto.

Nei varî partiti politici, erano pur implicate anche le donne e

congiuravano insieme contro tutti i poteri.... e tradivano insieme

tutte le fedeltà.... politiche e coniugali.

E le vecchie dame, bigotte del partito austriaco? Esse, immemori delle

sregolatezze di Leopoldo II, si scandalizzavano per il libertinaggio

del principe Eugenio e di tutti gli esecrati _Franciosi_, com'esse

li chiamavano a denti stretti; ma ricordavano forse col confessore,

l'abatino profumato e galante del settecento.

Oh voi leggiadra e virtuosa Viceregina, dal cuore nobile e

dall'intelligenza onesta, come risplendete di luce soave, di una

giovinezza intatta in mezzo a questa vecchia società intrigante e

venale, corrotta e corruttrice, che pareva dissolversi nel vizio.

Il principe Eugenio non ebbe certo immeritata la taccia di donnaiuolo;

certo non mancavano per colpa sua i mariti offesi.... e non abbastanza

ricompensati con adeguate cariche a corte — nei varî _partiti_ che più

lo combattevano; pure si direbbe che.... modernamente conciliasse i

teneri e facili errori, con un affetto vero e sentito per la sua dolce

compagna.

Le scriveva dal Tirolo, rimandando a Milano uno de' suoi scudieri che

stava per prender moglie: «.... pensa, mia buona Augusta, che il tuo

fedele sposo non potrebbe amarti di più. Rinvio il Battaglia, che

morrebbe se qui lo tenessi; è così smanioso d'ammogliarsi, che non

dorme più. Gli auguro la felicità anelata: ma il matrimonio è una

lotteria, nella quale non tutti, al pari di me, estraggono un numero

alto.»

Come però egli fosse amato, profondamente, santamente amato da lei, che

il Foscolo disse:

. . . . . . . . . bella fra tutte

Figlie di regi e agli immortali amica:

lo prova, fra le molte, una lettera scritta dalla Viceregina al

principe Eugenio, in un giorno fra i più infelici della loro vita.

«...... La notizia del divorzio mi addolora — sempre il divorzio di

Napoleone da Giuseppina — e tanto più soffro prevedendo la triste

tua posizione e la gioia di coloro che ci fanno tanto male. Ma

non arriveranno mai a ciò che agognano, non potendo toglierti una

riputazione senza macchia, ed una coscienza senza rimorsi. Tu non

hai meritata cotesta sventura, e lo dico nel supposto che altre ne

sovrastino. Io vi sono preparata, e nulla rimpiangerò purchè mi resti

l'amor tuo, felice di provarti che t'amo per te solo. Cancellati dalla

lista dei grandi, c'inscriveranno su quella dei felici: non val meglio?

Non scrivo alla tua povera madre; che potrei dirle? Assicurala del mio

rispetto e della mia tenerezza. L'avviso del tuo sollecito ritorno mi

allevia e impaziente l'aspetto. Eugenio! il mio coraggio eguaglia il

tuo, e voglio provarti che sono degna d'esserti moglie. Addio, caro

amico; credi alla tenerezza che ti serberò fino all'ultima ora della

mia vita.»

Ma certo l'uomo del momento non era il Beauharnais, non era il

principe, il marito.... che nel consenso della dolce compagna trovava

il premio migliore alla rinuncia del trono.

Ben altrimenti del Beauharnais, pensava e operava di lontano Gioachino

Murat, che si sottraeva al duro giogo del cognato, pur di giungere alle

audaci sue mire: fare un'Italia per farla sua.

L'aura popolare, il favore dei poeti, le speranze dei Carbonari erano

per lui che parlava del «riscatto d'Italia,» ed aderenti ne aveva anche

in Milano; fra gli altri il capo della Polizia conte Luini, il generale

Giuseppe Lechi, e quell'altro generale di Napoleone, il Pino, che per

sè solo vorrebbe, nonchè un discorso, una monografia, un volume, tanto

appare stoffa bizzarra di soldato, di avventuriero.... e di affarista.

Il Vicerè, gramo conoscitore d'uomini, se n'era fatto un nemico

implacato e subdolo, relegando il suo orgoglio in un meschino presidio

della Romagna.

Riuscito il Pino a tornare a Milano, si diede, per vendicarsi, anima

e corpo al re di Napoli; e benchè provvisto, in mezzo alla generale

miseria, di uno stipendio di 145 mila franchi all'anno, si attaccava

come un polipo alle casse dello Stato, e pur brigando e congiurando

contro il Vicerè, lo tempestava di richieste di fondi, di sussidi,

di anticipazioni, di gratificazioni, e prostituiva la sua bella fama

di soldato valoroso alla più ignobile avidità di danaro, ch'egli poi

malamente profondeva al giuoco e colle donne.

Tuttavia, e forse, anche per ciò, era popolare: la moltitudine non

vedeva in lui che l'eroe vincitore della Pomerania, della Spagna, della

Russia; pareva alla gente che quel bell'uomo che sfoggiava teatralmente

la divisa e le decorazioni, potesse essere anche un buon sovrano e

«Viva Pino re d'Italia!» si ripeteva nelle conventicole dei mestatori,

nelle osterie, per le piazze.

E il Pino, ringalluzzito, cominciava a ingannare anche il Murat dopo il

Beauharnais, e lasciava gridare, e lasciava fare.... Perchè no? «Viva

Pino re d'Italia» ripeteva in cuor suo. — Perchè no? — e così, prima

blandito e adescato, poi, spiato e raggirato, cascava nelle trappole di

quella parte dell'aristocrazia che aspettava coi desiderî, coi brogli e

cogli imbrogli, l'avvento dell'Austria, e vedeva nel generale Pino, non

già un re, neppure da palcoscenico, ma uno strumento per le sue stesse

debolezze prezioso.

Solo il popolo, il popolino malaccorto, poteva credere ancora a quella

pazza fortuna dei generali napoleonici, che dalle più umili origini

erano saliti, per la via dell'armi, ai troni. A quei generali, a quei

marescialli, venuti su dal nulla, tutto era stato possibile. Ma questo

appunto non voleva la vecchia nobiltà, piena di sprezzo e di astio

contro tutti quegli avventurieri, che le avevano tolto la sua vecchia

supremazia — non solo non voleva ch'essi fossero gli eredi del loro

autore, ma con la caduta di lui voleva sparissero anche gli strumenti

della sua potenza, quei chiassosi affascinatori del popolo, che già

troppo lungamente avevano sconvolte le cose d'Italia.

Frattanto, Austriaci e Inglesi s'inoltravano nel Veneto, nella Romagna,

in Toscana; si avanzavano i Napoletani con non ben definite intenzioni.

Il Vicerè dirigeva ai sudditi vibrati proclami, scongiurandoli a

stringersi intorno alla sua insegna: «Onore e fedeltà» e il dì 8

febbraio 1814, avanzando da Mantova e da Peschiera, batteva gli

Austriaci.

Il piccolo esercito italiano, mentre tutto rovinava intorno al colosso

napoleonico, impavido ed incorruttibile, gli dava l'illusione di saper

vincere ancora d'oltralpe.

*

* *

Firmato l'armistizio del 16 aprile 1814, rimpatriate le truppe

francesi, il Beauharnais si trovò in Milano, in mezzo ai politicanti

che lo odiavano, come sopra un terreno minato.

I varî partiti, quello degli italici, degli austriacanti, dei

murattiani, si univano non solo nelle congiure per rovesciare il

Vicerè, ma nelle calunnie per diffamarlo, per renderlo inviso, odiato.

Dice un cronista che «le genti pie o di austere massime non entravano

nel palazzo del Vicerè senza provare un segreto raccapriccio; chè di

bocca in bocca correvano novelle di donne sedotte, di mariti di padri

maltrattati ed anche uccisi.» E si narrava che, per ordine del Vicerè,

fosse stata fucilata una guardia d'onore per aver _pensato_ alla

diserzione; che fossero stati torturati con cinquanta colpi di bastone

al giorno, per un mese di seguito, i condannati ai lavori forzati nelle

prigioni di Mantova.

I nobili soffiavano nel fuoco, e aizzavano l'odio del popolo anche

contro i ministri, tre dei quali specialmente invisi, perchè non

milanesi: il Prina di Novara, il Paradisi di Modena e il Vaccari di

Bologna.

Altro uomo odiatissimo era il segretario del Vicerè, conte Méjean,

naturalizzato italiano, un napoleonista cieco e oggetto del livore

universale: più ancora di lui quel Darnay, che dal gabinetto

del Principe era passato alla direzione generale delle Poste, e,

ignobilmente, aveva ridotto il pubblico servizio ad un'insidia

quotidiana di polizia, violando, sopprimendo, disperdendo le lettere.

Le gesta di questo osceno — è proprio la parola — di questo osceno

_gabinetto nero_, oltrechè d'orrore a tutti i cittadini onesti e

pacifici, tornavano di grave danno ai commercianti, già esasperati per

le difficoltà create dal blocco continentale e stremati di forze dai

balzelli; sicchè, tutt'insieme, non si respirava che fiele e vendetta.

I fallimenti erano incessanti e disastrosi e.... scandalosi, _quasi_

come adesso; e ciò, mentre le campagne, come ho già detto, erano

infestate dai malandrini e dai mendicanti, e le città divise fra chi

osava imprecare apertamente all'Imperatore e i più furbi che, pensando

potesse egli tornare alla strapotenza di prima, si rammaricavano che

gli alleati avessero passato il Reno.

Le caricature e i giuochi di parole esprimevano gli umori del tempo.

Il citato De Castro ricorda una stampa che rappresentava il padrone del

mondo con quattro enormi gozzi, sopra ognuno dei quali erano le lettere

componenti la parola _Sire_; le iniziali delle quattro nazioni: Spagna,

Italia, Russia, Egitto, ch'egli aveva voluto ingoiare, e che gli erano

rimaste in gola.

Così la parola di moda era quella che doveva tornare in voga, colla

tragica desinenza in _ismo_, presso i rivoluzionari della Russia

contemporanea: la parola _Nihil_, e questo solo perchè le sue cinque

lettere erano le iniziali dei nomi latini di cinque re detronizzati o

che stavano per esserlo, cioè: Napoleone, Joseph, Hieronimus, Joachim,

Ludovicus.

Le colpe della Francia, gli eccessi del liberticida, dello

sterminatore, favorivano la riscossa della vecchia Europa, preparavano

la ristorazione del vecchio regime, davano un colore di novità

preziosa e desiderabile a tutto ciò che, sotto le parvenze di un ordine

riparatore, pur celava le cupidigie grette e crudeli della reazione

secolare.

In quei giorni, cogli alleati alle porte e mentre il Senato convocavasi

pel 17 aprile, per offrire la corona al Beauharnais, aumentavano le

irrequietudini di un partito che si era dato un bel nome: quello degli

_Italici puri_, ma che mancava di un vero e buon programma.... forse

perchè _italici_, a quei tempi, non voleva ancor dire _italiani_.

Di questa fazione facevano parte uomini di non comune levatura, che si

radunavano presso un noto avvocato, oriundo valtellinese, il Traversi,

la cui moglie avida, intrigante, stizzosa contro la corte, a lei

preclusa, aiutava il marito, vecchio ed astuto mestatore d'affari,

volgare d'animo come d'ingegno.

In quelle sale, ove si voleva ad ogni costo un re italiano, ma dove,

in attesa di inventarne uno, inconsciamente forse, si faceva il giuoco

dell'Austria, bazzicavano i Bossi, i Cicogna, i Durini, i Fagnani,

i Balabio, i Silva, Carlo Castiglioni, Luigi Porro e più raramente,

perchè si teneva in disparte, Carlo Verri. E capo e despota di questo

partito, voleva farsi anche l'aristocratico, l'altiero e il liberale

— liberale d'idee, non di abitudini — Federigo Confalonieri, del

quale conte Confalonieri, si diceva altresì che odiasse il Vicerè,

perchè questi aveva osato ammirare oltre il segno la sua bellissima e

castissima sposa.

Ed altre e ben meschine gelosiucce, altri ancor più bassi risentimenti,

come per gradi e cariche non ottenute a corte e concesse invece ad

ufficiali, erano forse le più gravi cagioni d'inimicizia contro il

Beauharnais, specie nei giovani patrizi, fautori di una nuova dinastia,

colla quale, più proficuamente, venire a patti. Volevano un altro

padrone: o il re del Piemonte, o il re di Napoli, o il general Pino, o

un patrizio lombardo d'alto nome, o alla peggio anche un re straniero.

Non mancavano i candidati di fuori: si parlava, ad esempio — tanto

è grottesca la politica, veduta da lontano — del duca di Chiarenza,

uno dei dodici figli del re Giorgio III d'Inghilterra; con che gli

Italiani si sarebbero assicurata la protezione di lord Castlereagh,

che a quei giorni faceva la pioggia e il sereno nell'orizzonte

diplomatico d'Europa. — Tale era il funesto effetto della dominazione

napoleonica, sorta con la fortuna e con la violenza di un uomo, che,

al suo declinare, tutte le ambizioni pazzamente si sfrenavano in un

campo rimasto vuoto a un tratto, e quasi in balìa di un nuovo fortunato

occupante.

È facile immaginare come in un ambiente simile, fra tante correnti

diverse, con tanti interessi in giuoco, trovassero la loro cuccagna

gli agenti segreti, i provocatori, gli imbroglioni politici, le spie,

specialmente austriache e inglesi!

L'Austria, però, aveva per sè, in Milano, fautori assai più abili ed

efficaci dei soliti arnesi di polizia. Un tristo miscuglio di odii e

di vendette contro il Beauharnais, e in genere contro la Francia, di

ambizioni e di cupidigie personali, di servile ed ostinata devozione

all'Austria, moveva a congiurare in favor suo gente formidabile per

astuzia e malvagità.

Il posto d'onore tocca al marchese Filippo Ghislieri di Bologna, già

consigliere aulico di Francesco I, poi relegato a Mantova, come spia

austriaca, poi liberato dal Beauharnais: uomo turbolento, il quale

da anni covava nell'animo, e sapeva celarla a tempo, la smania di

riafferrare colla restaurazione dell'Austria, le ricchezze e gli onori

perduti; abile parlatore, elegante, sarcastico, capace di tutto pur di

riuscire.

Dopo la parte trista avuta negli eventi a cui siamo arrivati, un'altra

ancor più trista egli doveva avere di poi, nel processo politico per

cui furono condannati il celebre medico Rasori, il generale De Maister,

i colonnelli Gasparinetti, Moretti ed altri, prime vittime dell'Austria

rifatta padrona; e in fine dai padroni stessi disprezzato e gittato in

un canto, doveva vestire l'abito fratesco, per morire in pochi mesi,

dilaniato dai rimorsi.

Il Ghislieri era di nascosto a Milano, a riannodare — vestito ora

da frate, or da contadino, or da giocoliere.... persino da donna!

— i vecchi intrighi col conte Gambarana, col Mellerio, con Alfonso

Castiglioni, intrinseco suo, e cogli altri sfegatati austriacanti, o,

come erano detti, _materialoni_; e in quegli stessi giorni giungevano

da Mantova il Vaccari e il Méjean per indurre il Senato a proclamare

re il Beauharnais. Ma il conte Dandolo, al Senato appunto, presentava

un decreto, il quale, anzichè l'offerta della Corona, conteneva per

Eugenio una specie di benservito, e invano tentavano di opporvisi il

Vaccari e gli altri _Eugenisti_ e lo stesso ministro Prina.

Durante il 17 e il 18 aprile tutti a Milano si chiedevano: Che farà il

Vicerè? Che cosa farà l'esercito? E l'Austria? E gli alleati?

Agli angoli delle vie si leggeva: «Non re chi, vicerè d'Italia, sprezza

e spoglia.»

Al Municipio, uomini di tutti i partiti, firmavano in odio ai francesi,

una richiesta di convocazione dei collegi elettorali. V'erano i

nomi del Pino e dei più noti fra gli italici puri, quelli di molti

austriacanti, dell'anglomane Trecchi, dello stesso podestà Durini e

altri già insigni nelle arti e nelle lettere: il Cagnola, il Monteggia,

il Rosmini — Carlo Porta e Alessandro Manzoni.

Il Melzi — povero duca di Lodi! — era inchiodato in casa dalla gotta,

e anche di ciò gli austriacanti gongolavano.

Grave e controversa è una circostanza di quei giorni, che verrebbe a

cumulare sovra persone irradiate più tardi dalla luce del patriottismo,

la grave, la dolorosa responsabilità della vergogna incombente.

Voglio dire gli accordi che sarebbero intervenuti prima in casa della

letterata Bianca Mileti, poi in quella del consigliere Freganeschi,

tra il Gambarana da una parte e il Confalonieri, il Porro, il Botti, il

Ciani ed altri _italici_, dall'altra.

Se si pensa che cosa meditassero e affrettassero il Gambarana e

il Ghislieri e il Traversi, la loro comunanza coi patrizi riesce

profondamente amara, rattristante.

Due dei loro emissari, un tal Fontana e un sinistro figuro, il Tencino,

stavano raccogliendo nel contado, specialmente nel Novarese e nella

Lomellina, la feccia dei malfattori: l'assoldavano regolarmente, con

mercede fissa — sei lire italiane al giorno per ogni collo da forca, e

assicurazione di cibo e di vino. I patti?

Trovarsi tutti in Milano la notte del 19 aprile e la giornata seguente:

— Ci sarebbe stato da fare! —

Gli italici avevano apparecchiato una delle solite «_dimostrazioni_»

contro il Senato: or bene, quella feccia di malfattori, quella

marmaglia, avida di stragi, d'anarchia e di rapine, doveva a mano a

mano ingrossare il gruppo dei _Signori_; doveva a mano a mano mutare

la chiassata in tumulto, il tumulto in rivoluzione.... rivoluzione

che avrebbe costretto il generale Neipperg, comandante l'avanguardia

dell'esercito austriaco, ad entrare in Milano, per ristabilirvi

l'ordine.... e una volta entrato poi.... anche a rimanervi, per

mantenerlo!

Che orribile giornata quella del 20 aprile 1814! II cielo buio,

caliginoso, la pioggia diaccia e fitta.

Prima ancora del mezzogiorno, intorno al Palazzo del Senato,

si formavano capannelli di persone, per lo più ben vestite, che

discutevano in tono iracondo, sfidando il maltempo che infuriava, sotto

la tettoia mobile e sgocciolante degli ombrelli aperti, sbattuti dal

vento.

Si aggiravano tra i gruppi parecchi nobili: — il conte Federigo

Confalonieri, il Serbelloni, il Durini, il Silva, il ciambellano e

consigliere di Stato Fagnani, e non pochi ufficiali della guardia

civica.

«A misura che giungono le carrozze dei Senatori» narra il Verri,

«qualcuno del gruppo salendo su di una scala tenuta in mano da un

uomo d'alta statura, s'affacciava allo sportello gridando il nome del

Senatore, e scoppiavano urli plebei e fischi contro quelli che nella

seduta del 17 avevano sostenuto il Vicerè.» Si seppe poi esser colui il

domestico d'un patrizio di parte austriaca.

E il Verri continua a narrare di essere stato egli stesso assai

«plaudito» mentre infilava il portone del palazzo e d'aver udito,

insistente, la domanda di convocazione dei collegi elettorali.

Non v'era a custodia del Senato che un picchetto di dragoni: della

truppa, comandata dal generale Pino, nè allora presso il Senato, nè

dipoi, durante l'imperversare del tumulto, nessuna notizia!

La soggezione del Pino a quei medesimi cospiratori che avevano

assoldato i sinistri eroi della giornata, non avrebbe potuto apparire,

nè più patente, nè più vergognosa.

Mentre il capitano Benigno Bossi, ammesso nell'aula, si offriva colla

propria guardia civica a custodia del Senato, e i Senatori, per quanto

non tutti compresi della gravità del momento, acconsentivano, la folla,

col pretesto di volersi riparare dalla pioggia sotto i portici del

cortile, vi irrompe, disarmando i dragoni che invano tentano opporvisi;

spezza loro le spade, strappa loro la lettera _N_ dalle divise e dagli

elmi e prorompe in grida minacciose: «Non più francesi! Non più Vicerè!

Costituzione! Indipendenza!»

I Senatori, intimoriti, sospendono la seduta, e il Verri si affaccia

alla soglia per arringare la folla. «Ma quale non fu la mia sorpresa»

— lasciamogli la parola — «nello scorgere totalmente mutata la qualità

delle persone ivi affollate: al mio arrivo erano tutti cittadini nobili

o almeno civili, colle loro ombrelle; invece vi trovai una sessantina

d'individui del basso popolo, tutti a me sconosciuti. Chiesi più volte

chi mi conoscesse, e pregai che qualcuno si avanzasse esponendo cosa

volevasi. Ma fu inutile: la folla rimase immobile e muta: vidi figure

che nulla presagivano di bene, bensì saccheggio e rapina.»

Saccheggio, rapina e strage! E la vittima era già designata nel

ministro Prina.

II conte Giuseppe Prina, nato a Novara il 19 luglio 1766, da nobile

famiglia, aveva studiato a Monza, nel collegio dei Barnabiti, poi

all'università di Pavia, ove s'era laureato. A 25 anni era ministro

delle dissestate finanze di Carlo Emanuele II e nel 1798 rinunciava

nobilmente al potere per non emanare un decreto fraudolento col quale

si voleva far perdere alla carta monetata due terzi del suo valore

nominale.

Quintino Sella, Giovanni Lanza, Marco Minghetti e Silvio Spaventa

sembrano usciti dallo stesso ceppo dell'onesto ministro del primo regno

italico.

Nominato podestà da' suoi concittadini, nei Comizi di Lione parla con

molto senno e si offre con molta abilità: Napoleone col suo occhio

d'aquila, vede in lui il ministro delle finanze che gli occorre, e lo

addita, senz'altro, al duca Melzi.

Sebbene affranto dal faticosissimo riordinamento delle finanze della

Repubblica italiana, il Prina accetta, e co' suoi metodi di esazione

e di contabilità, colle imposte indirette e con altri spedienti

della sua mente fiscale operosissima, dà al Regno Italico una forza

finanziaria non prima conosciuta: triplica l'esportazione dei grani,

diffonde l'insegnamento dell'agricoltura, crea a Milano la Manifattura

dei tabacchi, fa della Zecca una delle migliori d'Europa, vi annette

un museo numismatico ancora invidiato e riesce a gittare per anni

e anni milioni e milioni nelle insaziabili fauci napoleoniche,

senza arricchire d'un soldo sè stesso, ma stremando, taglieggiando

spietatamente il popolo, accumulando un'infinità di dolori, di lacrime,

di odii.

Se codest'uomo non si fosse dato anima e corpo, colla sua piena, cieca,

cocciuta devozione di piemontese e di impiegato, a Napoleone; se avesse

saputo por freno alla libidine di danaro del despota, non avrebbe avuto

d'uopo d'incrudelire contro i poveri con una specie d'incoscienza

che si può spiegare, ma non scusare; e l'opera sua di rinnovamento

economico, gli avrebbe assicurata in Lombardia la celebrità che sfida

il tempo: quella della gratitudine.

Semplice in mezzo agli onori, incorruttibile nella sua amministrazione,

probo sino allo scrupolo, vivace e cortese a Corte, dolce e virtuoso

nella vita privata, appariva gelido, spietato, quale ministro.

Non seppe far altro che spremere danaro per l'Imperatore; e l'Austria,

inconsapevole, lo scelse a farne il primo martire — cronologicamente —

del risorgimento italiano.

Ch'egli fosse vittima designata a prezzolati sicarî, lo prova anche la

prima circostanza che ci si riaffaccia, riprendendo la lugubre cronaca

del 20 di aprile.

La turba ingrossata, anzichè occuparsi dei Senatori, che votata in

fretta e in furia la riunione dei collegi elettorali, fuggivano lividi

e tremanti, cominciò a gridare, con voce minacciosa, il nome del Prina.

Carlo Verri invano rispondeva a quelle torve figure, che il Prina

non era al Senato. Il popolaccio, e alcuni signori — dicono anche

qualche ufficiale austriaco travestito — invadono le aule, circondano,

minacciando, il presidente Veneri, rimasto imperterrito: uno dei

nobili — il Verri, lo indica con le sole iniziali — «fu il primo a

scagliarsi contro il ritratto di Napoleone dipinto dall'Appiani, lo

forò coll'ombrello e gittollo dalla finestra.» Il Confalonieri cui

l'atto venne specialmente imputato, smentì poi di averlo commesso, in

una lettera a stampa. Intanto il maggior numero dei tumultuanti davasi

a saccheggiare, a distruggere: strappava e disperdeva carte, documenti,

registri, scagliava i mobili, i tappeti, le librerie nella strada, e

ripeteva come un ruggito sempre più spaventoso il grido, imposto da

alcuni, e che molti altri avevano certo nel cuore: Morte al Prina!

Vogliamo il Prina! Morte al boia della carta bollata!

Le grida, le imprecazioni feroci, gli urli di morte si fanno tremendi,

fra il rintronare di colpi incessanti per abbattere la porta del

palazzo dell'odiato ministro, che un cocchiere era stato in tempo

a chiudere. Già da mesi, cartelli satirici si trovavano affissi di

nottetempo ai muri di quella casa: «Da affittarsi: recapito dal dottor

Scappa.» E altrove: «Prina, Prina, il giorno s'avvicina!»

E il Prina sapeva che si era detto di voler far la festa ai tre _P_

delle finanze; cioè a lui, e a' suoi due segretari Pavesi e Pioltini.

Durante le sue passeggiate a cavallo per le vie della città — narra

il Cusani — era stato insultato, minacciato, ed anche gli era stato

consegnato un biglietto anonimo, nel quale si avvertiva di lasciar

tosto Milano, se voleva aver salva la vita.

Convinto dell'opera sua, testardo, tempra in fondo di buon granatiere,

Giuseppe Prina di tutto ciò non si era curato: ed anche la mattina del

20, a chi lo scongiurava di sottrarsi al furore popolare, rispondeva

ostinatamente: «_I saria nen piemonteis!_»

La porta non resse a lungo: già coloro che capitanavano la masnada

salivano le scale,... e il Prina, cui l'imminenza del pericolo

aveva ridato l'istinto della conservazione, febbrilmente cominciò a

travestirsi, poi si celò nel caminetto di una stanza appartata....

La turba irrompe: pone tutto a soqquadro: sfonda cassettoni e armadi,

agguanta gli arredi e il poco danaro. No, no!... non ci sono i tesori

che il volgo diceva da lui rubati e accumulati!

Anche molte carte e documenti sono sottratti, e questi — credesi con

ragione — non dalla plebaglia acciecata, ma da chi fra essa aveva

ordini e istruzioni speciali.

Fu notato un tale, che corse senz'altro allo scrittoio del ministro; ne

forzò il cassetto, ghermì un plico di carte e disparve.

E mentre il turpe saccheggio infuriava nell'appartamento, altra gente

sui terrazzi e sui tetti cominciava a demolire letteralmente la casa;

e la demolizione «fu compiuta poi nella notte e il dì dopo, da persone

che parevano del mestiere e che rivelarono più tardi di essere state

pagate.»

Il conte Giovio, tra i pochi accorsi per salvare l'infelice ministro,

fu minacciato e insultato da uomini «cui era sul volto l'indizio

dell'ordinato delitto» e frattanto nè Giacomo Luini, capo della

polizia, nè il generale Pino, comandante del presidio, si fecero vivi.

Anzi, l'aiutante del generale, Luigi Cima, al capitano della guardia

civica, Bosisio, che con pochi soldati moveva verso il luogo del

saccheggio, intimava di ritirarsi in Castello.

La giornata doveva essere tutta dei sicarî chiamati a Milano

per affrettare all'Austria il cómpito di ristabilire l'ordine

sanguinosamente turbato.

Soltanto verso le 4 del pomeriggio, il Pino fece una delle sue teatrali

comparse in grande uniforme.

Ad un invito perentorio del podestà, finiti appena di intascare altri

50,000 franchi di gratificazione estorti nella mattinata al Vicerè, il

vecchio sciagurato si recò alla casa del Prina, si aprì il passo tra la

folla furibonda, ne raccolse scherni e minacce, quantunque sfoggiasse

la Corona ferrea e la coccarda italiana; e siccome un servo tremando e

baciandogli le mani, gli ripetè che il Prina non era nella casa, se ne

ritornò come era venuto, lasciando che la masnada sitibonda di sangue

continuasse a frugare in ogni camera, fin nelle soffitte.

Corrono versioni disparate, intorno al modo preciso col quale il Prina

cadde nelle mani de' suoi carnefici. Dicesi che un falegname lo scorse

nel nascondiglio ov'era rannicchiato, ebbe la promessa d'un milione

purchè tacesse, ma con un grido involontario tradì la vittima e sè

stesso. Narrano altri che il ministro fu colto in camicia, fra il

soppalco e i tetti. Altri ancora, che avendolo il dottor Bazzoni celato

in una vasca nel solaio, fu colà rinvenuto da un garzone muratore che

si diè a gridare: «È qui; è qui, il Prina!» attirando tosto contro di

lui la turba inferocita.

Certo è che l'infelice, semivestito, livido, tremante, a mani giunte,

ripetendo convulsamente: «Confessione! Confessione!...» fu tratto

giù dai piani superiori nelle sue stanze, percosso coi pugni e cogli

ombrelli. Ad ogni colpo gli si gridava: «Questo per il registro! Questo

per il focatico! Questo per la carta bollata!» Ridotto quasi nudo, fu

prima mostrato dal balcone della scuderia, alla folla imprecante, poi

sospinto, legato e tramortito, calato giù, fra le braccia allungate,

tese dai più furenti che con grandi urla lo volevano _vivo_, fra le

mani!

Alcuni pietosi, fingendosi i più accaniti nell'ingiuriarlo, lo

circondano, lo spingono traverso la piazza San Fedele poi nella casa

Blondel, ove sorge ora il _teatro Manzoni_; ma il generoso tentativo

fallisce: strappato loro di mano, riescono ancora a difendere

l'infelice dalle ombrellate, a sottrarlo alla folla, a nasconderlo nel

cortile di una vicina osteria.

Ma intanto si faceva notte: «Vogliamo il Prina! Vogliamo il Prina!» La

turba furente vieppiù imbestialiva, assediava la casa, ammucchiava una

catasta di fascine per incendiarla: «Fuoco e morte! Vogliamo il Prina!»

E il Prina, che nella tregua si era alquanto riavuto, pensando

certo che attirava l'estrema rovina su chi lo voleva salvare, uscì

da sè stesso dal nascondiglio, e si offrì agli assassini ripetendo:

«Confessione! Confessione! Un prete!»

Quattro ribaldi — continua a narrare il Cusani — gli si precipitano

addosso, ed uno, con un colpo di martello sulla testa, lo stende al

suolo, e per le gambe lo getta nella via.

Il pensiero ne rifugge, raccapricciando! Al fioco chiarore delle

lampade, sotto la pioggia fitta, scrosciante, sanguinolento, livido per

le percosse, legato pei piedi sur un asse, il conte Prina, semivivo, fu

trascinato per mezza la città da un'orda d'indemoniati.

«Le loro grida di patria, di libertà», scrive il Foscolo, «e le loro

fiaccole che mi mostravano facce pallide, atroci, e labbra tremanti

di rabbia e occhi pieni di stupidità e di delirio, e i loro corpi

barcollanti d'ubbriachezza e di furore baccante, e alcuni con mani

armate di coltella mezzo rotte o di corde da strozzare e di sacchi

vuoti a rubare, m'insegnarono più teorie di libertà che non tutti i

libri della filosofia e quanto lessi mai nelle storie!»

All'orrenda scena indietreggiavano i popolani atterriti, si chiudevano

case e finestre, svenivano le donne....

Finchè ebbe voce, la povera vittima ripetè le parole «Confessione!

Confessione! Un prete!» Morì, non per alcuna delle tante ferite —

come provò poscia la perizia medica — ma di angoscia, di terrore,

di dolore.... Il cadavere pesto, sformato, venne buttato da' suoi

carnefici stanchi, affranti, nel cortile del Broletto e là giacque

per parecchie ore sotto la pioggia gelida, nel sangue e nel fango,

finchè la notte stessa, quasi di soppiatto, fu trafugato e sepolto nel

camposanto di porta Comasina.

*

* *

Un pezzo di gronda — creduto nel buio un cannone — valse a mettere in

fuga la masnada che si accaniva a demolire la casa del Prina. Compiuto

il delitto, uscirono le truppe e per tutta la giornata del 21, il

Pino fu nelle vie, sempre a cavallo, a prodigarsi, a farsi acclamare

ed anche a farsi minacciare, giacchè la piazza gli aveva preso la

mano; e alle intimidazioni proterve, il vecchio soldato non trovò il

coraggio di rispondere se non abbottonandosi il pastrano per celare le

decorazioni invise, e facendo togliere il cannone posto dinanzi alla

porta del palazzo reale, come una mano di facinorosi, con grida sconce,

gli imponeva.

La cittadinanza, frattanto, sentiva orrore dell'accaduto, e nondimeno

pareva consolarsi che una sola fosse stata la vittima.

Si riunì tosto il Consiglio comunale, ed elesse una reggenza

provvisoria presieduta da Carlo Verri, l'uomo in quei dì più popolare,

perchè l'unico veramente puro, tenutosi lontano da tutta la baraonda

di bramosie venali e vanitose, dalle sètte, dalle congiure, dai

tradimenti.

Il Verri, sin dal mattino, cominciò ad abolire le tasse che più

gravavano sul popolo, e lo annunziò con manifesti «che scongiuravano i

buoni milanesi di tornare in calma.»

E i buoni milanesi non domandavano di meglio; ma per le porte,

disertate persino dalle guardie del dazio, continuava a piovere in

Milano — chiamatavi ancora dall'odor del bottino — la feccia più turpe

del contado. — E questa si univa agli eroi del giorno innanzi e stava

per muovere verso il palazzo del duca Melzi e contro quello del Vicerè,

allorchè — più efficace dei violenti manifesti del Pino — provvide a

spazzarne le vie con qualche carica a baionetta in canna, il capitano

della guardia civica, Bernardo Ottolini, arrestando molti dei più

sinistri figuri, finchè alla sera del 21 una lugubre calma si stese

sovra la città, contristata da tanta vergogna.... vergogna non tutta

sua.

Nondimeno, nè tosto, nè poi, si vollero seriamente, di questa infamia

conoscere gli autori, punire i veri colpevoli. Parve che un accordo

pauroso si formasse nella cittadinanza, anche fra gli uomini più eletti

di mente, il Pellico ed il Manzoni, ad esempio, perchè sulla tragedia

del 20 aprile, si stendesse un pronto oblio. E così, gran parte degli

arrestati furono messi in libertà, senza inizio di processo, altri,

inquisiti fiaccamente, _pro forma_, pochi processati.... ed assolti.

Anche la musa popolare non si destò, da principio, se non per

inferocire grossolanamente contro il ministro assassinato.

Solo due anni più tardi, un poeta, un tranquillo poeta, manzonianamente

fluido nella forma e misurato nell'impeto, ma nondimeno vero poeta

civile, Tommaso Grossi, rivendicava la probità e la buona fede del

conte Prina, in quel piccolo capolavoro di poesia vernacola intitolata

la _Prineide_, nel quale il verismo descrittivo e la fine arguzia

politica fecero supporre, senz'altro, l'estro possente del Porta.

Ma il Porta si affrettò a respingere la gloria di quella coraggiosa

opera d'arte che troppe noie.... gli avrebbe attirato dagli Austriaci,

i nuovi e sospettosi padroni. E così, anche il verso dialettale ch'era

sgorgato finalmente a deplorare l'eccidio del 20 aprile, parve pentito

di sè, fu sconfessato quasi, non in nome dell'arte, ma della paura.

Quanta nostra _fine di secolo_, in quel _principio di secolo_! Come

tra il fluttuare degli ordini sconvolti, degli elementi storici già

disgregati, ma non ancora atti a comporsi in una novella armonia,

gli uomini appaiono allora ed ora agitati da passioni che li traggono

alla ruina o inspirati da idealità a cui solo i tempi futuri potranno

spianare la via!

Partiti estremi che non s'intendono fra loro: uomini, che sopra

l'ondeggiare di questi partiti rumorosi e vani s'intendono per dominare

fin che possono; plebi travagliate e ignare che nei loro impeti insani

fanno il giuoco dei loro oppressori medesimi; intelletti confusi e

coscienze turbate dall'aspettazione di un avvenire incertissimo, che

la volontà più poderosa non può nè allontanare nè affrettare; come

tutto ciò che forma il quadro della vita pubblica nella prima grande

rivoluzione, si rinnova nell'ultimo scorcio di questo secolo che fu

ed è tutto una rivoluzione! Per tal rispetto, a leggere i giornali

d'allora, si è colti, talvolta, da uno stupore profondo: se non fosse

la carta ingiallita, la vecchia stampa, l'odor d'antico che esalano

i volumi di quelle vecchie collezioni, si potrebbe credere di aver

sott'occhio i giornali d'oggi, tanto è qua e là, la somiglianza del

linguaggio, tanto si pareggiano gl'inni e le contumelie, le adulazioni

e le calunnie gettate a piene mani contro questo o quell'uomo politico,

destinato a trionfare, destinato a perire, destinato in ogni caso ad

essere travolto nell'oblio, fino a che i nipoti curiosi non pensino un

giorno a rievocarne la memoria. Possiamo — ahimè! — specchiarci tutti

nelle immagini del passato, e impararvi che il mondo rinnova sempre

i suoi errori, perchè dalla storia, che Cicerone chiamò maestra della

vita, la vita non va mai a scuola....

Tornando a quelle giornate dell'aprile, la figura che novamente ci

si riaffaccia, in una luce comicamente fosca, mentre gli austriacanti

rimangono nella loro sinistra penombra, è ancora quella del Pino.

Quest'uomo, di cui al mondo non andrà mai estinta la razza, per la sua

stessa sfacciata vanità, appariva in mezzo al gregge genuflesso, come

un salvatore della patria.

Quanta analogia tipica in codesto _parvenu_ del potere, con altri

violenti, ed avidi e spudorati, saliti in alto molti anni dopo di

lui! Si accusava, si vituperava, si calunniava forse e non di meno

si temeva: anche allora si ripeteva, supinamente, che quel vecchio

era necessario, che quel vecchio assicurava l'ordine, il benessere

pubblico, sociale, l'avvenire dello Stato.

Uomini probi, disinteressati, che sarebbero morti di vergogna ove

di loro si fosse detto ciò che la voce pubblica diceva del Pino;

che sapevano de' suoi imbrogli, delle sue cambiali, delle sue

malversazioni, delle somme enormi estorte al Vicerè ed allo stesso

Napoleone, dell'assassinio del Lahoz sugli spaldi d'Ancona, delle

brutture della sua vita intima, giudicavano, nondimeno, che al Pino

fosse dovuta in quei frangenti la tutela degli istituti pubblici e

delle casse dell'erario.

È sorte delle moltitudini questa, di subire periodici accecamenti; di

credere che a volte occorra un briccone violento per governare migliaia

e migliaia di galantuomini.

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Il Beauharnais, caduto Napoleone, si trovava davanti un fiero dilemma:

o dar guerra o ritrarsi; imporsi per forza, in Milano, ai molti che

più non lo volevano, o cedere alle insistenze dei congiunti che lo

chiamavano a Monaco.

«La condotta del Vicerè — giudica uno scrittore sereno, acuto e

coscienzioso — la condotta del Vicerè fu in quel punto morale per ogni

verso, semplice, schietta, recisa, ma — aggiunge — terribile per gli

Italiani. Non voglio, disse Eugenio a' suoi generali, a' suoi soldati,

ai congiunti, alla consorte, ai nemici, non voglio pormi per forza a

capo d'un paese che non mi desidera.»

E infatti, il 23 aprile, Eugenio stipulava una seconda convenzione

militare che sanciva l'abolizione del Regno Italico, e la consegna

ormai fatale del suo territorio all'Austria.

Nell'esercito costernato, invano tentarono gli ufficiali superiori di

opporsi a questa dedizione. Eugenio si accomiatò dal popolo e dalla

milizia con proclami nei quali vibrava una nota gentile, cavalleresca,

civilmente umana. Se per noi ricominciava l'antica servitù, non ne

era già egli l'autore: egli pure cadeva vittima del tristo destino

d'Italia.

Oh! come ripensando alla calma fierezza di quell'uomo in quei giorni, e

rileggendo le sue parole spicca a lui vicina dinanzi alla nostra mente

la figura nobile e buona della principessa Amalia!

Lei, che aveva voluto che il figlio suo nascesse a Mantova, tra le

ansie e i pericoli della guerra, perchè dalla memoria stessa del

luogo nativo, fosse indotto ad amare l'Italia, lei, non esitava ora a

consigliare al marito la via del disinteresse e delle nobili rinuncie.

È anche questa una provvida ricorrenza della storia: quando in basso

come in alto rugge la tempesta, e si addensano miasmi di disonestà e di

depravazione, chi deve rispondere dei gravi doveri di una corona, trova

spesso in una donna la buona consigliera, la purificatrice, la degna

alleanza e la salvezza.

Ma questa donna non è, non può essere, una che abbia carpito i favori

del principe, che ne abbia distratto anzichè temprato il pensiero, che

ne abbia spento i begli entusiasmi tra i dolci peccati....

No! No! Il regno di Aspasia è tramontato con Pericle! La salvezza

non può venire dalla «favorita», dalla «bella» pel cui capriccio

sovrani e popoli, correvano in altri tempi i rischi della rovina e del

ludibrio.... Chi tutto salva è ben altra donna, una sola: la moglie, la

madre, la compagna del presente e dell'avvenire.

Indulgenti e pietose, nella purissima intimità, negli ignorati

sacrifici, nella santità degli affetti, donne auguste come Amalia di

Baviera, al pari della donna più umile, esercitano un benefico impero

d'amore sopra l'uomo amato. La moglie del principe, salva talora

un'epica fama e decide di un periodo storico, delle sorti di un popolo,

per quella stessa virtù del cuore, che alla oscura moglie dell'uomo di

lavoro, suggerisce spesso, nel silenzio e senza che alcun lo sospetti,

il franco e generoso consiglio che salva dalla sciagura lui, i suoi

figli, la sua casa!

La vita Italiana nel Risorgimento (1815-1831), parte 1 Conferenze fiorentine - Storia · 第 14 / 29 题