Una ferrovia in Lapponia.
Un canto dei Lapponi, e cioè degli uomini che abitano le ultime terre
verso il silenzio polare, dice ad un dipresso così:
Solo le navi degli Dei raggiungono la stella del nord,
ma tu non ti affidare, fratello,
non ti affidare alla tua forza.
Nessuno ritorna dalle montagne della bianca stella,
dalle montagne di ghiaccio
che vegliano i palazzi infernali!
E in queste parole è espresso il sentimento che coglie ciascuno di noi
allorchè il pensiero rievochi la titanica sfinge eretta alle soglie del
polo a conservarne intatto il tragico mistero.
Ma noi, gente dei paesi felici che il sole non abbandona mai, abbiamo
del lontano orrore iperboreo una visione incerta, vaga come le immagini
del sogno, indefinita come i paesaggi crepuscolari, diffusi fra un
fluttuare di nebbie; non ne sentiamo l’immediatezza, non ne avvertiamo
la minaccia se non a grandi intervalli, allorquando l’ardimento di
qualche eroe nostro si spinga ad avventurarsi verso l’ultimo mistero
del mondo. All’opposto i Lapponi, come gli Esquimesi, i Ciukci, gli
indigeni delle coste americane polari, vivono la loro povera vita
randagia ai piedi della grande sfinge e ne sentono il contatto e ne
sopportano l’assidua violenza, sì nelle tenebre senza aurora, come nel
pallido giorno privo di tramonti. Essi stanno alle soglie delle terre
ignote, nei paesi tristi e sterminati, in una solitudine che non ha
confine.
E i loro rarissimi canti significano, la maggior parte delle volte, o
una timida speranza o la paura che sovrasta in un impero incontrastato.
Tale la sensazione ch’io ne ebbi accostandoli, vivendo con loro
qualche settimana nella più interna parte delle loro terre verso il mar
Glaciale.
Era mio proposito, partendo da Stoccolma, di inoltrarmi quanto più mi
fosse possibile nel cuore della Lapponia, e ciò unicamente per la gioia
della mia conoscenza e per quel sentimento nostalgico che sospinge
eternamente colui che ha l’anima del viandante ad un punto più remoto
sempre più remoto su le vie della terra e dei mari.
Un tempo non si poteva intraprendere tale viaggio se non seguendo le
coste della Norvegia; ora il _Lappland Express_, che giunge fino a
Narvik, nel fjord di Ofoten, e cioè verso il 70º parallelo, facilita di
gran lunga il cammino al viaggiatore.
Tale linea ferroviaria, costrutta dallo Stato svedese, è l’unica
al mondo che sorpassi il circolo polare. Essa si lancia attraverso
le steppe deserte del nord ed è protetta per tratti lunghissimi da
gallerie artificiali affinchè le terribili tempeste dell’inverno non
abbiano a seppellirla sotto uno strato di quattro e a volte di cinque
metri di neve. Con tutto ciò dall’ottobre al maggio, lungo il tratto
che va da Boden a Narvik, cioè dal circolo polare fin quasi al 70º
parallelo, nonostante una squadra di oltre un migliaio di operai,
impiegata a mantenere libera la linea, non è raro che i treni vengano
arrestati dalle tempeste, che in quelle latitudini piombano improvvise
e violentissime, e siano quasi sepolti sotto la neve.
Le grandi miniere di Kiruna, il paese delle montagne di ferro, rendono
possibile il mantenimento di tale ferrovia, chè altrimenti non potrebbe
sussistere perchè l’umanità, per quanto la si voglia sedurre con la
visione di una bellezza tragica ed inattesa, preferirà sempre il Cairo
e magari l’Equatore alle singolari dolcezze di un paese nel quale la
notte si prolunga per tre e quattro mesi, confortata da una temperatura
di 40 e 50 gradi sotto zero.
Comunque sia, l’industria che non ha troppe sottili preferenze, visto
il proprio tornaconto, ha sfidato le difficoltà maggiori e con la
sua tenace gagliardia, con l’ardimento che non cede, le ha superate
trionfandone.
Per opera sua ai piedi del Kirunavaara, dove fino a pochi anni or
sono non era che il silenzio dell’immensa steppa, è sorta una città di
9000 abitanti (cifra enorme per quelle latitudini) e per opera sua la
ferrovia che attraversa la Lapponia meridionale può prosperare.
Tristezze nordiche.
Fra i miei appunti di viaggio trovo la nota seguente: — _5 agosto —
Vännäs. — Il cielo è sempre grigio. La vegetazione impoverisce. Fra
poco entreremo in Lapponia._ —
Forse fu la mala ventura che si fece mia assidua compagna, ma il
fatto si è che dal giorno in cui sbarcai a Trelleborg, nel punto più
meridionale della Svezia, fino al giorno in cui giunsi ad Enontekis
e a Kautokeino, nel cuore della Lapponia, la pioggia, il vento e il
freddo furono miei assidui compagni. Conobbi l’estate più nella volontà
degli uomini che non in quella della stagione. Vidi le signore nelle
più ardite vesti estive, nude le braccia e il principio del seno, ma il
termometro segnava modestamente 12, 15 gradi e qualcosa più ed anche
molto meno. A Stoccolma, ad esempio, alla sera, tempo permettendolo,
si andava a frescheggiare su le terrazze aperte dei grandi caffè.
Frescheggiare è la giusta parola, perchè non appena seduti, il
cameriere si affrettava ad offrirci, oltre alla bibita, una coperta
rossa, nella quale era necessario avvolgersi per difenderci un poco
dalle intemperanze estive.
Tale non è il clima consueto della Svezia, che gode fama di dolcissimo
durante l’estate. Per mia disgrazia io assaporai un frutto di eccezione
e lo assaporai tanto più compiutamente quanto meno avevo preveduto un
simile cataclisma.
Man mano che procedevo verso il nord i miei poveri vestiti,
troppo nostalgicamente italiani, mi dimostravano la loro completa
insufficienza finchè, prima un ampio scialle da viaggio, poi un
pastrano imbottito, non li corressero in modo definitivo. Data la quale
correzione mi fu concesso osservare i luoghi ed i costumi con occhio
più tranquillo. Così il 5 agosto 1907, essendosi fermato il _Lappland
Express_ alla stazione di Vännäs, scrivevo la malinconica nota.
Avevamo percorso fino allora il Norrland, fra le dense nebbie delle
valli ed il pallido sole delle cime. La natura aveva assunto un aspetto
di grandiosità severa, ma troppo continua, troppo eguale per l’anima
nostra mutevole, che mai non s’appaga perchè educata ad una varietà
incomparabile.
Gli occhi nostri facilmente si saziano di un aspetto sì per la rapida
facilità di coglierlo sotto tutte le sue linee, come per l’indubbia
certezza di trovarne innumerevoli altri dissimili; ora tale facilità
e tale certezza nuocciono alla compiuta penetrazione di un paesaggio
nordico. Là dove la vita si attarda, dove le cose si fanno oscure e
solenni, dove gli uomini hanno un’anima diversa, più tranquilla, più
dolce, più profonda, è necessaria a noi una continua moderazione, una
vigilanza assidua su ogni giudizio, su ogni moto d’impulso, su ogni
repentina impressione; conviene temperare il nostro ardore per bene
intendere le cose che pur passandoci da presso non ci sono vicine e
l’intimo senso delle quali ci sfugge. A primo aspetto gran parte della
Svezia farebbe a noi un’impressione desolatamente monotona, sicchè
saremmo tratti, con tutto il garbo possibile, a parlarne come di un
paese che si ripete e si ripete senza varietà, quasicchè la natura,
esausta dal troppo creare, fosse giunta laggiù con poche idee e le
avesse svolte in una continuità che opprime. E questo sarebbe un
errore causato da una impressionabilità mal contenuta e dalla luce e
dai colori e dai rapporti interamente diversi e disposti in armonie
insuete.
Noi proveniamo dalla terra dei contrasti, dalla terra in cui ogni
arditezza è possibile, in cui i giuochi delle mezze tinte, delle più
tenui gamme di colore, son pur sempre vivi, distinti, apertamente
chiari e rilevati. La nostra natura, che ha breve il sonno invernale,
si desta nell’ebbrezza primaverile prorompendo come in un magnifico
tumulto, impaziente di vivere, di donarsi alla carezza del sole, di
espandersi in una festosità piena di ardore. Il dolce miracolo si
compie in poche notti quando l’aria raddolca, così come fioriscon le
stelle nel sereno, quasi inavvertitamente. V’è giorno in cui gli alberi
aprono i loro bocci bianchi e vermigli, in cui le selve, i campi, si
coprono della soave veste di giade della primavera, in cui un infinito
tremito di vita dilaga in un impeto improvviso quasi per forza di
prodigio. A troppa gioia son usi gli occhi nostri perchè possano a
tutta prima intendere il lento languore, la profonda malinconia di un
paese nordico, colto nella pienezza di una triste estate che non ha
autunno e non ha primavera. E tale languore e tale profonda malinconia
provengono appunto da quelle indefinibili sfumature, da quei rapporti
degli alberi coi pallidi cieli, con le acque dei laghi deserti, con
la luce diffusa che li fonde e li tramuta lievemente e li vela e li
inargenta, ma appena, in tocchi di una leggerezza a noi ignota. E per
questo giuoco sottilissimo, ecco: ciò che pareva uniforme svaria, si
moltiplica in mille aspetti, in un seguito di apparenze multiformi
estremamente instabili, ma di una triste soavità che rivela tutta
l’anima di quella terra dolente.
Ricordo quella corsa ininterrotta attraverso il Norrland con una
particolare sensazione di tristezza. Il giorno non finiva mai. Il
riposo della notte non c’era concesso.
Verso le dieci di sera il cielo si rasserenò, apparve tutto azzurro.
Il sole volgeva allora al suo breve tramonto, tanto breve da essere
vinto da una subita aurora che gli si accendeva a lato. Quell’eterna
luce mi eccitava talmente da togliermi il sonno. Gli altri viaggiatori
si erano già ritirati nelle loro cabine, ero rimasto solo. Ci fermammo
ad Asträsk: una piccola stazione in legno in una landa. Nessuna
casa io vidi, solo la luce di un lago lontanissimamente. Una linea
fulgida; un bagliore in un deserto. Le abetaie eran finite coi monti.
Guardai tutt’intorno per quanto era vasto l’orizzonte, ma non scorsi
traccia del paese. Asträsk non esisteva, era un nome ed una casa in
una infinita solitudine. Le grandi, le forti selve erano scomparse.
Incontrammo ancora gruppi d’alberi, ma sempre più miseri e contorti: il
circolo polare si avvicinava. A Bassuträsk una bimba scalza, e il vento
freddo le faceva tutti rossi quei suoi piccoli piedi, si avvicinò al
treno per offrirmi alcuni fiori raccolti lungo gli stagni in quel paese
sinistro. Non disse parola, tese la mano verso di me e mi guardò senza
sorridere offrendomi quel suo dono con una luce talmente dolorosa,
in fondo a que’ suoi grand’occhi di bimba, ch’io non potrò mai più
dimenticare.
Discesi, l’interrogai. Aveva un fratello e la mamma; il padre le era
morto a Kiruna dove lavorava su le montagne del ferro. Un giorno
l’abisso l’attrasse, gli occhi gli si annebbiarono, precipitò nel
vuoto, colto dalla vertigine. Da quel tempo esse vivevano nelle terre
di Bassuträsk in una casa sola, al limite di una selva, lontana miglia
e miglia da ogni altro luogo abitato. Ogni mattina ella, ch’era la
maggiore, vestiva il suo piccolo fratello e partivano per la scuola.
Percorrevano dieci chilometri, su la neve, durante l’inverno, fra gli
stagni nell’estate. Nonostante una notte di tre mesi, l’inverno era
preferibile. Allora scivolavano via su gli _skidor_ e dieci chilometri
erano un niente.
Scompariva appena il lume della loro capanna che già si intravvedeva
fra gli alberi e la neve il lume della scuola. Avevano avuto tre
maestre. Una era morta, l’altra era impazzita dalla paura, la terza era
sempre triste e parlava della Scania, di un paese lontano dove il sole
ritornava ogni giorno.
La scuola era una piccola casa rossa sperduta tra i boschi, le
abitazioni più vicine essendo ad otto o dieci miglia di distanza. Del
resto in tutta la regione di Bassuträsk sorgevano forse una ventina di
case, sparse sopra un raggio di venti miglia.
Le maestre erano giovani e quasi sempre sole. Giungevano dalla Svezia
meridionale, dai paesi felici, e poche potevano resistere a tanta
solitudine, a quell’isolamento pauroso. Dal novembre alla fine di
febbraio scendeva la notte, la terribile notte polare, squarciata solo
a quando a quando dalla tremula luce rossiccia dell’aurora boreale.
Allora la lucerna non si spegneva mai, non c’era più limite di ore,
limite di luci, ma un unico stanco bagliore: quello della neve; ma
un’eguale profondità tremendamente muta: quella del cielo oscurato.
Gli scolari restavano poche ore con la loro giovane, grande sorella,
poi si levavano, poi ripartivano. C’erano uomini armati di fucili che
li attendevano nel buio per riaccompagnarli e difenderli dai possibili
assalti dei lupi, e in un attimo scivolavan via, ombre nell’ombra. Si
udiva appena il fruscìo degli _ski_ che già eran lontani.
E intorno alla casa rossa, alla piccola scuola fra i boschi, restava la
tenebra tragicamente taciturna.
Così delle tre maestre, di cui la bimba mi parlava, una era morta
e l’altra impazzita dal terrore in quell’isolamento inumano. Sapevo
che la piccola diceva la verità. I giornali di Stoccolma avevan fatto
una campagna in favore di queste eroine sconosciute, le quali per uno
stipendio, a volte derisorio, accettano un còmpito tanto superiore
alle loro forze e ne ritornano quasi sempre condannate alla morte;
conoscevo la tragedia oscura e me ne ero appassionato per quella legge
di giustizia umana, che dovrebbe sempre vincere la parte meno nobile
che è in noi e che ci fa troppe volte meschini; ogni particolare era a
mia conoscenza, eppure la storia che mi raccontò con la sua voce fioca
la piccola bimba scalza, tanto mi commosse che ne ebbi umidi gli occhi.
Si avvicinava la mezzanotte ed il crepuscolo rossigno era tuttavia nei
cieli. Una luce radente illuminava gli stagni innumerevoli: macchie di
sangue sulle terre oscure.
Quando il treno si allontanò mi sporsi a salutare un’ultima volta la
creatura triste e gentile; triste come i suoi paesi, gentile come i
fiori che mi aveva offerti e che serbo ancora. Era ritta sul margine
della banchina e mi guardava senza sorridere, agitando le mani in
segno di saluto. Sentiva forse nella sua anima bambina, che il vecchio
amico di mezz’ora partiva per non tornare mai più, sentiva tutta la
malinconica dolcezza dell’ultimo addio! Le anime nordiche hanno una
sensibilità affettiva molto maggiore, molto più tenace della nostra; la
natura avversa le fa più buone, le spinge ad amare.
Il treno fuggiva rapidamente, ma fin che potei, fin che gli occhi
miei ressero alla distanza, rimasi al finestrino a vedere l’ombra
della piccola creatura che agitava le mani lentamente, continuamente
nell’estremo saluto all’ignoto che non avrebbe incontrato mai più su le
vie di questa terra. Poi la penombra crepuscolare l’avvolse, la tenne,
la disperse.
Il paese si faceva di ora in ora più fantastico. Ora montagne nude e
nere si specchiavano in laghi color di ferro, poi anche le montagne
scomparvero. Correvamo per una sterminata landa cinerea, senza l’ombra
di un albero. Ad un tratto, siccome ero assorto, udii dietro di me una
rapida corsa ed una voce che diceva:
— _Herr! Herr! Det är Policirklen!_[10]
La voce si ripetè ad ogni cabina. Il treno fu corso da un improvviso
vocìo. Mi sporsi dal finestrino. La landa continuava cinerea, solo
ad un punto vidi sopra una grande targa di ferro la parola magica: —
_Policirklen._ — Era un’ora dopo mezzanotte e il sole rosseggiava su
l’orizzonte.
Kiruna.
Kiruna, l’unica vera città della Lapponia, appare fra un giro di grandi
montagne. Sorge sopra un rialzo del terreno avendo ai piedi il lago
di Luossajärvi e numerose paludi. Tre grandi cime sovrastano intorno,
segnano il limite del triangolo nel quale la città è racchiusa: il
Luossavaara, l’Hauvikaara e il Kirunavaara, quest’ultima significa la
vita e la ricchezza della città, perchè è la montagna dalla quale si
estraggono ogni anno 1 500 000 tonnellate di ferro.
Kiruna conta 9000 abitanti, in maggior parte operai delle miniere,
numero che varia di anno in anno perchè la sua popolazione non è
stabile. In generale, dopo una permanenza di due anni, gli immigrati
ripartono non potendo resistere alle crudezze degli interminabili
inverni polari. Nonostante tutto il _comfort_ immaginabile e le
infinite cure stabilite per iscongiurare il male, la percentuale dei
tubercolotici è laggiù addirittura spaventosa. Nè ciò può meravigliare
quando si pensi che gli operai sono costretti a lavorare all’aperto con
una temperatura che varia dai 40 ai 50 gradi sotto zero.
A Kiruna hanno una notte continua di tre mesi, e cioè: dicembre,
gennaio e febbraio, alla qual notte corrisponde un giorno di uguale
durata nell’estate.
La vegetazione intorno alla città si riduce alle rade boscaglie
della betulla nana; un arbusto contorto e risecchito che rinverdisce
stentatamente ai primi di giugno per perdere le foglie alla fine di
agosto. È l’ultimo simulacro arboreo, l’ultimo tentativo della natura
che cede il campo alla morte. Ancora qualche centinaio di chilometri e
il suolo non sarà coperto che dal tappeto dei licheni bianchi e gialli,
i tardigradi dell’estrema vegetazione, perchè, a crescere, impiegano
dieci anni.
Kiruna è tuttavia in via di formazione. Il piano della città è
vastissimo, ma solo per metà compiuto. Le scuole vi sono numerose e
singolarmente eleganti. Costrutte in legno, secondo i disegni del
grande architetto svedese Ferdinando Boberg, traggono dalle tinte
vivacissime di cui sono adorne una gaiezza inattesa. L’interno pare
voglia far dimenticare l’esterno. Laggiù l’uomo cerca correggere la
natura e si circonda a volte di una vera orgia di colori per sognare,
per dimenticare.
I villini degli operai sono forniti di tutto il _comfort_ moderno.
Non di rado ho veduto le belle stanze di quei rudi minatori adorne
di oggetti d’arte. In quella latitudine la casa è l’unico rifugio; è
un tempio ed un cuore, onde si cerca rinchiudervi la maggior gaiezza
possibile. Vi abbondano i fiori che le donne coltivano con soavissima
cura e che crescono esili e pallidi per un vero miracolo d’amore. È il
desiderio che li trae dal loro germe, la volontà umana che li costringe
a sbocciare; ma le loro corolle non ardono e ricordano come in sogno
l’ampia gioia di vivere per la quale si moltiplicano sotto al sole
nelle terre felici.
Le vie della città sono tuttavia disselciate; in alcuni punti il
terreno serba il suo carattere primitivo: scabro, inuguale, corroso
dal gelo. La fretta ha presieduto alla edificazione di Kiruna, città
transitoria di lotta e di affanno, nella quale nessuno pensa di restare
giungendovi, ma che s’ebbe già una vera ecatombe umana nei nove anni
della sua vita oscura.
La ricordo nella notte del 10 agosto, notte crepuscolare immersa in
un silenzio altissimo. Partivamo per Kautokeino, si era formata una
comitiva di svedesi e di americani, alla quale mi ero aggregato. Non
era possibile intraprendere da solo un tale viaggio, venendo a mancare
quasi compiutamente ogni mezzo di comunicazione. Era passata da poco
la mezzanotte e la sollecita guida ci aveva chiamato a raccolta.
Partimmo attraverso le vie della città addormentata. Il sole era
dietro ai monti, la luce cresceva di minuto in minuto, ma tutte le
case, erano mute, immerse nel sonno più profondo. Si udiva qualche
pispiglio a volte, dalle finestre più basse, una voce incerta di bimbo
che chiamava i fantasmi del suo sognare e nulla più. Ebbi la profonda
sensazione di attraversare una città abbandonata. Quella luce non
si associava ancora nella mia mente a l’idea del sonno, del riposo
comune. Il piccolo nido umano fra lo squallore pareva convertito in una
fantastica città di fiaba, in una delle inobbliabili città dei nostri
sogni bambini, prese per incantesimo nei cerchi del silenzio. Un lago
grigio, il Luossajärvi, si stendeva immobile sotto le montagne, pieno
d’ombra a somiglianza d’una voragine. Non una voce intorno, non un
canto, nè un grido. Eravamo assorti allorchè d’improvviso risuonò per
l’immensa volta taciturna un rombo ed un muggito. Levando gli occhi al
Kirunavaara vedemmo una grande nube di fumo salire pei cieli chiari.
Era la montagna che si squarciava urlando per le sue immani ferite.
Non tutti dormivano adunque, qualcuno vegliava lassù nelle aspre
miniere, qualcuno che non sapeva nè il riposo, nè la sosta, qualcuno
che trionfando sull’inimicizia della natura, aveva portato per primo,
nell’ombra del deserto polare, il grido, l’affanno, il tumulto della
vita moderna: il lavoro.
In quel suo ultimo posto avanzato su la terra, rodendo il cuore della
montagna, esso lanciava una sfida al mistero dei cieli profondi. E
non mai come allora io vidi l’uomo erigersi di fronte allo spettro del
proprio destino e fissarlo negli occhi obliqui e contendergli il suo
bene su questa terra, libero alfine, dopo una prigionia secolare, dai
vincoli che lo facevano imbelle per l’eterno enigma.
Verso l’interno.
Viaggiando verso l’interno della Lapponia conviene fare due supreme
rinunzie: la prima è quella dell’usual cura della propria persona;
la seconda è quella del palato. Ciò che si mangia laggiù, toltone
rarissime eccezioni, è semplicemente spaventoso. Eppure, quando la fame
lo vuole, conviene fare buon viso anche ai famosi manicaretti lapponi,
a ciò che quei popoli considerano come una leccornia.
Non dimenticherò mai due cose: il primo caffè che mi fu offerto da
una bella _pige_,[11] ed un budino semplicemente infernale. Il caffè,
che fui costretto ad ingoiare, era un miscuglio di caffè, di latte di
renna, di burro di renna e di un formaggio in corso di putrefazione,
il quale raccoglieva in sè, concentrati in uno, gli odori più
innominabili. E il budino infernale era composto dagli elementi che
seguono: cervello di renna triturato, sangue di renna, acqua, sego e
farina. Una delizia gastronomica da avvelenare lo stomaco di Gargantua.
Accettate queste due rinunzie, vi sono poi le delizie del viaggio che
si deve compire parte a piedi e parte in barca, essendo questi gli
unici mezzi di comunicazione vigenti in Lapponia durante l’estate.
Tali delizie sono numerose; mi accontenterò di nominarne qualcuna. In
primo luogo la pioggia che, almeno durante la nostra permanenza, ci
visitò quasi giornalmente; in secondo luogo, nei rari intervalli di
sole, le zanzare, vere nuvole di piccole zanzare, molto più piccole
delle nostre, che vi attorniano ronzando, avide del vostro sangue,
insaziabili, indicibilmente tormentose; in terzo luogo, gli squilibri
di temperatura fra il giorno e la notte, o meglio fra il crepuscolo e
il giorno, squilibri di 10 e a volte di 15 gradi, tantochè, quando ci
si raccoglieva sotto alla tenda, si batteva i denti dal freddo. Dalla
prima e dalla terza delizia era difficile ripararci; dalla seconda, e
cioè dalle zanzare cercammo difenderci adottando il sistema lappone.
Una bella mattina l’uno fece all’altro una _toilette_ singolare, ci si
dipinse il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce. Una miscela
che ci convertì nella più ridevole comitiva che io mi abbia mai veduto.
Nonostante il nostro aspetto orrendo le zanzare non si spaventarono;
solo si raggiunse uno scopo: quello di tenerci in olocausto le
importune nemiche le quali, dopo averci punto, non potevano riprendere
il volo, impacciate com’erano nella miscela della quale ci eravamo
cosparsi.
Si proseguì lentamente per una landa deserta ed uniforme, coperta
dai licheni bianchi e gialli, fra i quali crescevano rari ciuffi di
_betula nana_. La prima tappa era stata fissata a Sevuvuoma, dove era
un accampamento di lapponi. Si doveva percorrere una distanza di 75
chilometri.
Traversammo il lago Jakkasjarvi, livido e nero fra le sue rive piatte,
poi riprendemmo il cammino l’un dietro l’altro, seguendo la guida. A
lungo andare l’uniformità silenziosa del paese ci accasciava. Ognuno di
noi si era taciuto, vinto più da una stanchezza d’anima, da un’intima
tristezza, anzichè dal cammino.
L’uniformità ininterrotta mette ad una ben dura prova ogni nostra
facoltà di attenzione e di osservazione, finisce per fiaccare, per
annebbiare la mente e ci lascia in uno stato torbido dal quale emergono
poche idee, che sono sempre le stesse e segnano come gli ultimi guizzi
di un’attività che si addormenta.
Ho parlato più volte del silenzio di quelle terre. Noi non possiamo
averne che un’idea molto relativa, perchè non conosciamo l’assoluto
silenzio. Viaggiando in Lapponia ne conobbi il tragico impero. Tutta
quanta la natura era immersa in un silenzio infinito. A volte non si
udiva neppure il rumore dei nostri passi. Nè un grido, nè un suono
remoto, nè uno squillo, nè una eco, nè un fremito, nulla, assolutamente
nulla se non l’immobilità taciturna. Ne eravamo disorientati, sperduti.
Ci si guardava, a volte, come in uno stato di sonnambulismo.
Il sole segnava la mezzanotte, e cioè rasentava l’orizzonte, quando
udimmo da una piccola altura un forte abbaiar di cani. Aguzzammo gli
occhi e una leggera nube di fumo ci rivelò la presenza dei lapponi.
Eravamo giunti a Sevuvuoma.
Dopo un breve consiglio tenuto circa l’ora inadatta ad una visita di
curiosità e le convincenti ragioni della guida, la quale ci dimostrò
che, durante l’estate, i lapponi dormono e non dormono, che non hanno
ora fissa di sonno e lo interrompono e lo riprendono a loro piacere,
decidemmo di proseguire il cammino e chiedere un’udienza alla piccola
tribù.
Salita l’altura, vedemmo su l’altro versante otto o dieci capanne
di miserrimo aspetto. Erano capanne coniche, formate da un impasto
di torba e di zolle, sorrette da alcuni pali. Un’apertura praticata
in alto dava la via al fumo; in basso un’altra apertura triangolare,
chiusa da una tela, fungeva da porta. Quest’ultima era talmente stretta
da doversi passare a stento e con una duplice operazione di curvatura.
Conveniva chinare il capo e doppiare il dorso e poi mettersi di
traverso; in altro modo non s’entrava. Qualche lappone era all’aperto,
richiamato dall’abbaiare dei cani. Distinsi a tutta prima un vecchio
ed un fanciullo. Indossavano il loro costume tradizionale. Una casacca
di pelliccia di renna stretta alla cintola, un paio di brache di pelle
di renna, una specie di cioce dell’identica sostanza ed un berretto
simile ad una tiara, tutto azzurro e terminato da un gran fiocco
rosso. Stavano vicini, senza movimento, il capo inclinato sopra una
spalla e il viso contratto in una smorfia indefinibile. Ci lasciarono
avvicinare fino a pochi passi senza muoversi, senza batter le ciglia,
senza modificare quella loro smorfia. Solo ad una parola della guida
si scossero e sorrisero. Poco dopo varcai la soglia di una capanna.
Appena entrato fui costretto a sedermi in causa al fumo che empiva
quella specie di imbuto rovesciato; ma quando potei aprire gli occhi,
vidi intorno a me non so quante persone distese promiscuamente su pelli
di renna in un arruffio tale di braccia, di gambe, di teste da non
poter distinguere ogni singolo individuo. Solo in alto, da una singolar
cuna appesa al fusto della capanna, un viso rotondo di poppante mi
guardava fra il fumo come una paffuta luna fra le nebbie autunnali.
Aspettavo che gli ospiti miei si togliessero dal sonno, nè molto rimasi
nell’attesa che, dall’incomposto cumulo umano, vidi sorgere prima una
testa, poi un torso, poi una figura completa di donna, la quale mi
guardò sorridendo e cominciò a parlare.
Poco dopo la guida mi disse:
— Questa è la madre. Si chiama Anda e ti dà il buon giorno.
Un dopo l’altro sorsero dal comune giaciglio vecchi, giovinette e
fanciulli. I giovani erano lontani, avevano condotto le renne a _bere
il mare_, come dicono i lapponi, e cioè ai pascoli estivi. Furono
pronti in un battibaleno. La toletta dei lapponi si riduce a poco:
quando vanno a letto sfibbiano la cintura della casacca, quando si
alzano l’affibbiano, e tutto è fatto. Non si spogliano mai, non si
lavano mai, tutt’al più si ungono col grasso di renna, e ciò dà al
loro viso rotondo, dai grandi zigomi e dagli occhi obliqui, quella
tinta olivastra che non è naturale, ma è semplicemente un risultato
del sudiciume. Il loro abbigliamento non varia. D’estate portano la
casacca col pelo verso l’interno, nella stagione invernale non fanno
che rovesciarla. Sotto la casacca non c’è altro; c’è la creatura come
la fece Iddio; solo le scarpe sono imbottite da una specie di fieno
che supplisce le calze. Altra particolarità notevole è la pipa. Tutti
fumano, vecchi e fanciulli, il bel sesso compreso.
Offrii una sigaretta alla signora Anda, la quale l’offrì a sua volta al
poppante, che la masticò senza disgusto.
I lapponi sono fra gli uomini più piccoli del mondo e sono anche fra
i più fetidi in causa dell’olio del quale si imbevono. Quella loro
tremenda vita nei deserti polari li rende forti e resistentissimi. Pare
soffrano rarissime volte di tisi. Curano molti mali interni bevendo
sangue caldo di renna e curano il mal di denti fregandoli con un legno
tolto da un albero colpito dal fulmine.
Tutta la loro fortuna consiste nelle mandre di renne che posseggono.
Dalle renne traggono le vesti e l’unico alimento. Qualche volta
mangiano pesce. Il pane è quasi sconosciuto. Tutta la loro vita si
riassume in tre parole: la capanna, la slitta e la renna. La slitta
principalmente su la quale viaggiano di continuo in cerca di nuovi
pascoli.
Tanto a Sevuvuoma come ad Enontekis e a Kautokeino ho avuto occasione
di vivere in continuo contatto con tale popolo povero e randagio, e
l’ho trovato d’indole mite ed eccezionalmente ospitale. Certo non ebbi
a gloriarmi della sua vicinanza dal lato, dirò così, della mia immunità
personale. Durante il breve soggiorno a Sevuvuoma, all’ora del riposo,
quando mamma Anda mi offriva il posto accanto al fuoco, per riposare
(la nostra tenda non era sufficiente a ripararci dal freddo) era con
vero terrore che abbassavo il capo su le pelli di renna.
Il rifugio era adattatissimo per dormire, ma il mio terrore era
causato dalle bestie che non dormivano. Mi spiegherò meglio citando due
indovinelli lapponi. Ecco il primo: — _Qual’è il morto che tira fuori
i vivi dal bosco? — Il pettine._ — Ed il secondo: — _Qual’è la creatura
che sta più vicina all’uomo? — Il pidocchio._ —
Comunque sia, questi scarsi popoli delle lande polari, questi ultimi
rappresentanti dell’umanità in una terra estremamente nemica, non
vanno considerati solo dal lato umoristico; essi combattono la lotta
più aspra e conducono la vita più misera che si possa immaginare su la
faccia del globo. Giunti in quelle lande estreme, forse per un destino
di miseria, non certo per elezione; scacciati di regione in regione da
popoli più forti, cercarono e si ebbero nella profonda notte del polo,
l’ultimo rifugio. Secondo le più recenti ricerche etnologiche sembra
probabile ch’essi provengano da un grande centro altaico. Emigrarono
dall’Asia verso il nord-ovest seguendo il fiume Irtisch o l’Obi e
varcando gli Urali. Dire a quale epoca siano giunti in Europa è cosa
impossibile. Certo essi hanno perduto, nel corso dei secoli, anche
il ricordo di regioni più miti. Nella loro lingua vi sono 20 parole
per esprimere il ghiaccio, 11 per il freddo. 41 per la neve e le sue
varietà, ma non un vocabolo che significhi cose o fenomeni dei climi
temperati.
Anche l’ultimo ricordo, l’ultima tradizione è scomparsa. La loro mente
si è oscurata; altro non sanno se non la miseria che li combatte.
Io affaticato lappone ed uomo errante
su le faticose vie di questa terra,
devo pellegrinare per tutto il mondo
e così passare il mio tempo.
Tale è il lamentoso canto del cammino allorchè seguono le renne
attraverso alle gelate steppe o lungo le rive del mar Glaciale
per centinaia e centinaia di chilometri. Il loro sonno non è mai
tranquillo, la loro pace non è mai compiuta, essi non possono riposare
nell’assoluto abbandono fidente, dovendo salvare l’unica ricchezza che
si abbiano dagli agguati dei lupi. E quanto più infuriano le bufere
durante l’inverno, tanto maggiore deve essere la vigilanza loro. Il
grido: — _Gumpe lae botsuìn!_ — Il lupo ha aggredito il gregge! — li
trova pronti all’inseguimento, fra la turbinosa furia che si scaglia
nelle tenebre. Armati di bastone balzano in un attimo dalla loro
capanna e si disperdono urlando fra la tormenta. Il freddo, la fatica,
il pericolo al quale si espongono non li abbatte; la tragica lotta
secolare li ha fatti ferrigni come le ultime montagne della loro terra.
Ciò che fiaccherebbe un gigante della Svezia, non turba quella loro
piccola persona gagliarda. Essi portano fra gli orrori delle terre
iperboree l’ultima voce dell’umanità di fronte al mistero polare.