I compagni lo raccolsero cadavere informe.

Già, dal piroscafo, hanno segnalata Derna. Nulla si vede su la bassa

costa, se non tre lunghe antenne; le antenne del telegrafo senza fili,

impiantato da vari mesi da una Società Tedesca, la quale non potè poi

servirsene stante i soliti procedimenti del governo turco, procedimenti

che consistono nel tutto concedere sul principio per tutto ostacolare

in seguito.

Ora sembra che le controversie siano superate e il telegrafo possa

funzionare. Si tratta della Germania!

Se in suo luogo si fosse trovata l’Italia, a quest’ora, di fronte alla

cortese passività dei giovani turchi, la partita non sarebbe risolta

tuttavia.

Ma noi facciamo la politica della penetrazione pacifica, la quale

politica, se dovesse essere definita garbatamente lo sarebbe ad un di

presso così:

— Quella cosa per cui uno spende molti soldi per buscarsi qualche

calcio a tramontana e dire: Grazie, e tante scuse!... —

Derna.

È un nido fra i palmizi, non più di un nido, chè tutto intorno l’alta

costa è arida e deserta.

Il nostro arrivo è segnalato, ma non si può scendere a terra prima

che il _kaimakan_, e cioè il prefetto di Derna, sia salito tra noi ad

assumere informazioni circa un incidente avvenuto a bordo.

Contemporaneamente al _kaimakan_ una turba lacera e urlante invade

la nave; sembrano pirati e sono probabilmente gli stessi che

saccheggiarono il piroscafo della Navigazione Generale che si arenò in

questi paraggi.

Pare entrino in casa loro; passano correndo, vi urtano, non vi curano,

vi guardano loschi, bestemmiano nel loro dialetto cose incomprensibili.

La disciplina di bordo? E come mantenerla? Di quale forza si dispone

e di quale autorità, sopratutto? Poi non facciamo noi la penetrazione

pacifica?

Noi umili e buoni, ed essi signori. E di ciò si è avveduta questa

razza ignorante e bruta, che vuol essere trattata, a scudisciate per

convincerla che una nazione ha una forza e una volontà.

Sì, ho sentito dire molte volte, troppe volte, lungo questo mio

viaggio, fra qualche marinaio nostro e qualche lurido mascalzone il

quale non conosceva altro dovere a bordo se non quello di fare il

proprio comodo, ho sentito dire:

— _Bono taliano, bono!_

E il marinaio:

— _Bono turco, bono!_...

Quale squisito duetto sentimentale! Poi alla prima occasione, come è

accaduto proprio a me di vedere, alla prima occasione in cui il _bono

taliano_ non facesse i comodi del _bono turco_, giù un tal pugno su la

faccia da doverlo curare con tre punti di sutura, e il _bono taliano_,

mosca!... chè altrimenti si compromette la penetrazione pacifica e

gli alti, segreti, incomprensibili interessi nostri patrocinati dallo

Stato.

E la nostra influenza morale diventa di giorno in giorno sempre più

quella graziosa e ridevole cosa che tutti conosciamo.

Se qualcuno protesta, se qualche comandante di nave si sente salir la

nausea e avrebbe volontà di darla una buona volta una lezione esemplare

alla schifosa ciurmaglia che gli innonda e gli appesta il piroscafo

e glielo riempie di pidocchi e di tutti i parassiti umani ed ha mille

pretese ed è insolente e prepotente; se un comandante di nave, il quale

deve pur trasportare codesto carico di delizie, volesse far rispettare

la disciplina di bordo e desse una santa lezione, correrebbe il rischio

di perdere il posto.

I consoli raccomandano la pazienza, la rassegnazione, la bontà, sante

virtù cristiane che nel campo politico hanno un logico valor negativo;

biasimano gli atti energici, e se qualcuno fra di loro, come, ad

esempio, il nostro console a Canea, ha un’opinione diversa, non può

mantenerla che a suo rischio e danno.

E appunto perchè in Italia la politica estera è quella cosa talmente

oscura e sibillina, che troppe volte vano sarebbe tentare decifrarla,

appunto per questo noi che ci troviamo di fronte ad uno stato di fatto

umiliante, indecoroso e dannoso, dobbiamo accontentarci di chinare il

capo, di non tentare l’indovinello e di sussurrare:

Vuolsi così colà, dove si puote....

E torniamo a Derna fino a che non si ricominci, e ho in animo di

ricominciare, perchè certe cose che _non si possono dire_ convien

dirle ad alta voce, sì che tutti sentano e ne siano convinti, e siano

convinti altresì che questa è la verità e nessun’altra la quale potesse

apparire più o meno mascherata da blandizie.

Quando il _kaimakan_ di Derna, che è una cortesissima persona (è

giovane turco, avrà cinquant’anni forse; è stato esiliato lungo tempo

a Parigi e a Londra sotto il regno di Abdul Hamid; ora occupa qui una

carica _delicatissima_ e si vedrà perchè), quando il _kaimakan_ ha

sbrigato i suoi affari inquisitori ed ha ascoltato imparzialmente anche

una donna di circa sessantacinque anni, la quale sostiene di essere

stata urtata malamente da un soldato italiano che le ha strappato dal

capo le sacre bende ed ha voluto perquisirla (vedi sacrilegio nefando!

E pensare che in tutto ciò non c’è una sola parola di vero); quando le

querimonie e le lamentele e le imprecazioni contro l’Italia hanno avuto

l’esito loro, il permesso è dato e si può discutere su le imbarcazioni

che ci condurranno alla non lontana spiaggia.

Si discende sopra un monte di detriti di alghe marine; sono intorno:

da un lato le basse montagne che cadono a picco sul mare, dall’altro

alcune casupole dall’aspetto miserevole e un bosco di palmizi.

Passiamo la zona sabbiosa, ci inoltriamo per la stradicciuola che

conduce a Derna.

Si cammina fra basse mura di orti e di giardini; ovunque si guardi si

elevano i ciuffi eleganti dei palmizi.

Ogni tanto qualche porta moresca si apre su una magnifica visione di

verde.

Vedo strani e indimenticabili intrecci di palme e gruppi di banani e di

fichi e di cacti. All’ombra delle piante pascolano cammelli e pecore.

Qualche figura di donna ammantata nella sua veste giallo-oro e rossa,

si perde fra le ombre.

Traversiamo il letto sassoso di un torrente asciutto ed eccoci, alla

piccola Derna. Un bianco nido fra giardini e campi ubertosissimi, un

sèguito di casupole dalla terrazza ricca di fiori.

Ma tutto questo ben di Dio, tutta questa ricchezza in realtà si limita

a ben poca cosa: intorno intorno, su l’altipiano, è terra incolta e

dispoglia. Non un albero, non un’ombra: una distesa desertica.

Derna non è che un’oasi sul mare.

La città, o meglio il villaggio, non ha alcun carattere particolare.

Sono le solite casupole arabe, tutte bianche, terminate da una

terrazza.

In una piazzetta irregolare sorge il palazzo del _kaimakan_.

Ciò che mi resta a dire su questo angolo d’Africa non riguarda nè il

clima, nè gli abitanti, nè le mie particolari impressioni. Benchè non

possa qui trattare esaurientemente la questione, voglio accennare ad

alcune cose le quali dimostrano approssimativamente quale sia, almeno

in queste regioni, l’atteggiamento assunto dai giovani turchi verso

l’Italia.

La loro massima è la seguente: Fare buon viso e favorire in apparenza

ogni iniziativa italiana; ostacolarla in sostanza in tutti i modi

possibili, tanto che non se ne venga mai a fine.

La politica del doppio giuoco, insomma; un astuto andirivieni pieno

di affabilità, tanto affabile da distruggere l’avversario a furia di

cortesie e da lasciarlo con un pugno di mosche.

E questo è appunto ciò che accade ai nostri connazionali residenti in

Cirenaica.

[Illustrazione: Il direttore della miniera di Kiruna e un

Lappone.]

[Illustrazione: Una capanna finnica abbandonata.]

[Illustrazione: Piccoli Lapponi.]

Eccone una prova che mi pare abbastanza significativa.

Un nostro connazionale che ha attraversato in lungo e in largo

l’altipiano della Cirenaica e ne ha studiato il clima e i terreni e

le possibilità di irrigazione, venuto nel convincimento che sarebbe

stata non solo possibile, ma altamente rimunerativa una cultura di

detti terreni, tre anni fa si decise di tentare l’impresa e comprò

dal Governo turco un largo appezzamento incolto per tentarvi i primi

esperimenti.

Il vecchio Governo necessariamente annuì, intascò i soldi, e quando

si trattava di legittimare e di definire la proprietà del nostro

connazionale, quando si trattava di segnarla a catasto sorgevano mille

difficoltà e una. Prima un impedimento, poi un altro; mandarono la cosa

alle calende greche.

Il vecchio Governo cadde; Abdul Hamid andò in esilio; tutta la stampa

europea, e più specialmente quella italiana, levò odi e inni al

nuovo reggimento, ne magnificò le intenzioni, ne salutò esultando

l’avvento al potere. Non una nota stonata, non un sorriso incredulo

o pessimistico; dal nord al sud si davano l’imbeccata, e la gioia dei

mussulmani pareva una gioia famigliare.

— Che cuori d’oro questi italiani! — avrà pensato qualche turco dalla

faccia ambigua; qualche turco per antonomasia, voglio dire, il quale,

giovine o vecchio che sia, non è precisamente troppo sentimentale. E

noi giù, a fare il “_Francesco mio!_„ come i fringuelli in amore e a

gettar parole a mani piene e a cantare il “_magnificat_„.

E qualcuno ci crede ancora un popolo vecchio, mentre abbiamo

l’ingenuità dei poppanti e la baldanza dei giovinetti che non misurano

il loro entusiasmo.

Insomma si prese un granchio a secco e un bel granchio solenne, tanto

da dover torcere il niffolo mortificatamente come la pulcella che si

fida troppo su l’idealità dell’amante suo e si vede fatta una cosa che

non si attendeva.

Ora il nostro connazionale, che aveva esperimentato a sue spese i

metodi del vecchio Governo, a tanto suon di tube e di tamburi, si sentì

allargare il cuore e cominciò a sperare da bono e si ringalluzzì.

Egli viveva, veramente, molto lontano dalla capitale turca, in un’oasi

quasi selvaggia e non poteva veder mutamenti, ma, in compenso, leggeva

i giornali i quali inneggiavano alla marcia trionfale della Giovine

Turchia.

Contuttociò gli parve, così, nel suo isolamento, che al magnifico

concerto cominciasse a mancare qualche istrumento: oggi i clarini, il

giorno dopo i flauti, poi i tromboni; gli parve che la voce ne fosse

meno sonora e che l’eco ne morisse; poi gli nacque un dubbio che

ritornò a tormentarlo con insistenza assidua:

— Ma.... o io sogno.... o questa è musica che conosco!

E non sognava e ben presto se ne convinse per sua personale esperienza.

La Giovine Turchia aveva cambiato i suonatori, ma la musica era la

stessa.

Giunse a Derna il nuovo _kaimakan_ con le sue donne.

Fu ricevuto a gran festa; si installò nel palazzo del comando come i

reucci da fiaba.

E cominciò la serie delle mirabili cortesie.

Inchini a destra, sorrisi a sinistra e strette di mano e parole soavi,

mentre in cuor suo cantava l’antica antifona turchesca:

— Accidenti ai _giaurri_!

Sorrisi e parole oh! tante quanti i datteri su la palma.

E il nostro connazionale cominciò a bene sperare. Le necessarie

formalità per la legittimazione de’ suoi terreni sarebbero state

compiute ed egli avrebbe potuto mettersi all’opera; senonchè....

Ecco; la prima volta ch’egli ne parlò al _kaimakan_ (erano diventati

intimi amici), questi fece le più alte meraviglie. Come mai a

Costantinopoli si aspettava tanto? Come spiegare una così dannosa

incuria? Non era l’Italia una nazione amica, anzi una fra le migliori

amiche della Turchia?

— Non dubiti, scriverò, scriverò; la cosa sarà sbrigata entro un

termine relativamente breve. È bene si cominci la cultura di queste

terre. Lo Stato deve concedere, facilitare, stimolare, difendere.... —

e giù una fiumana di parole entusiastiche.

Il nostro connazionale se ne andò sfregandosi le mani. Era giunta la

volta buona.

Che cara persona quel _kaimakan_, e che esatta visione delle cose e

quale modernità d’intendimenti!... Con una persona tanto compita non

conveniva insistere, non bisognava mostrarsi seccatori; egli avrebbe

agito per conto proprio ottenendo sicuramente un risultato favorevole.

E il nostro amico comincia ad aspettare, non trascurando pertanto di

usare le dovute cortesie a quel caro giovine turco.

E passan due mesi, passan cinque mesi, ne passano otto....

L’italiano guardava timidamente il riverito rappresentante della

potenza islamitica; ma questi non capiva, sorrideva, aumentava

le cortesie, parlava dei canali di Marte; poi un giorno in cui al

connazionale nostro rinacque quel tale dubbio di cui abbiamo detto

sopra, un giorno in cui il suo buonumore era relativo, si decise a

parlare:

— Dica un po’, e le mie terre?

— Quali terre?...

— Quelle di cui abbiamo parlato, via!... Quelle che debbono essere

segnate a catasto!

— Ah! sì, mi ricordo, perdoni. Ha ragione, ha ragione; ma ho scritto,

vede, ho scritto e ho fatto sollecitudine!... Non capisco come non mi

abbiano ancora risposto. Ma abbia la cortesia di aspettare.... guardi,

lei è qui, leggerà la mia nuova lettera, poi la spediremo. Va bene?

— Benissimo.

E la nuova lettera è scritta nei termini più soddisfacenti ed è

affidata al primo piroscafo che la porti a Costantinopoli. La risposta

non si fa aspettare, senonchè....

Una sera, dopo l’arrivo del postale da Costantinopoli, il nostro

connazionale ti vede il _kaimakan_, ma con tale una faccia nera da

sembrare uno spaventapassere; fa per tirar di lungo; ad un tratto si

pente, fa un cenno al nostro amico, il quale, quando gli è vicino, si

sente dire in tono cavernoso:

— Venga; dobbiamo essere soli!

E vanno. Quando sono soli, il _kaimakan_ estrae di tasca una lettera,

ma prima di consegnarla all’amico nostro gli dice:

— Lei mi deve promettere di non compromettermi.

— Comprometterla?

— Sì. Si tratta di un affare gravissimo. La mia posizione ne va di

mezzo.

— Ma dica, dica e si fidi della mia discrezione.

Una pausa. La lettera è consegnata.

— Legga!...

E il nostro connazionale legge strabiliando, poi si stringe fra le

spalle e se ne va raumiliato.

Nella lettera in questione il Governo centrale rimproverava aspramente

il _kaimakan per il suo poco patriottismo_ (parole testuali) e lo

consigliava di non insistere troppo su certi punti, minacciandolo

altresì di punizioni severissime.

Che dire dopo tutto ciò? Con quale coraggio insistere?...

E qui torna a proposito il terzo _senonchè_....

La commedia era troppo evidente; i machiavellucci da strapazzo non

conoscevano la buon’arte toscana dell’inganno politico, chè non erano

soccorsi nè dall’alto ingegno, nè dalla scaltrezza, nè dalla furberia

dei nostri uomini maggiori; non sapevano essere che astuti come le

volpi e come i contadini, e cioè di una grossolana astuzia la quale non

saprebbe ingannare non già un cane da fiuto, ma più inesperto bamboccio

in fatto di politica.

Di questo si avvide il nostro connazionale, ma a quali ripari poteva

ricorrere?

La commediola fra il _kaimakan_ e il Governo di Costantinopoli era

più che evidente: il _kaimakan_ non aveva fatto che il giuoco del

Governo e, per non avere ulteriori noie dal suo _amico personale_,

era ricorso allo strattagemma perfidiosetto della lettera minacciosa.

Necessariamente l’amico avrebbe abboccato all’amo, e pace e patta!

Questa storiella si è svolta nell’anno di grazia dell’Egira 1287 e più

precisamente nel nostro 1909.

Potrei documentarla e far nomi. In essa non è una parola aggiunta, nè

un particolare esagerato.

La persona di cui ho parlato attende ancora, se pure, come ne espresse

desiderio, non ha lasciato in asso tutto e non ha abbandonato la

Cirenaica.

Il sentirsi le mani legate, il vedersi ostacolare sordamente ogni

iniziativa è cosa che finisce per stancare un uomo d’azione, il quale

vede nel mondo altri campi aperti alla propria energia.

Se ha resistito con la perseveranza della nostra razza che non si

lascia infiacchire, vorrei augurarmi ch’egli potesse da solo (e

l’Italia ha sempre fatto da sola oltre il suo Governo decorativo)

ottenere il risultato che merita, ma che mi sembra tuttavia molto

dubbio; se poi ha abbandonato il campo, i Giovani Turchi si fregheranno

le mani gioiosamente assegnando la diserzione a un nuovo trionfo del

loro sistema.

Essi vogliono ostacolare in qualunque modo l’opera e l’impiego del

capitale italiano in Cirenaica, e siccome non sono forti e non possono

opporsi con la violenza, si adornano di sorrisi e di salamelecchi,

e con mille scuse e con inchini profondi ci mettono soavemente alla

porta.

Essi non hanno per ora nè capitali, nè energie da impiegare nello

sfruttamento di queste terre; ma che importa? il popolo è bestia: si

nutre di Allah e di una manciata di grano, e muore convinto che così

era scritto. Poi: favorire un russo, un inglese, un patagone, sì; ma un

italiano, no.

In Tunisia i francesi ci trattano come bestie da soma, ci negano

le scuole, ci fanno una colpa di essere italiani, e noi zitti; in

Cirenaica siamo perseguitati e messi alla porta, e noi zitti; in

Tripolitania succede altrettanto, e noi raccomandiamo il silenzio e ci

umiliamo.

La linea di navigazione, sussidiata dal Governo, la quale partendo da

Catania tocca la Tripolitania, la Cirenaica, l’isola di Creta, Smirne

e Costantinopoli (linea istituita a solo beneficio dei turchi), ha

dato fino ad ora risultati magnifici. La nostra penetrazione, come

abbiamo veduto a Derna e come accade a Bengasi e a Tripoli, si svolge

indisturbata, e gli ingenui che si rivolgono ai nostri consoli per

aver schiarimenti, li trovano fermi in un gesto ieratico, come il dio

indiano accosciato sul fiore di loto; le mani sul ventre dorato.

Bengasi.

Abbiamo costeggiato l’immenso altipiano deserto, animato solo, a grandi

distanze, da qualche gruppo di palmizi; ora, fra le nebulosità del

cielo e del mare, in una pianura rossiccia si distingue il minareto di

una moschea; è l’unica cosa che soverchi all’intorno.

Bengasi appare fra una desolata natura, e, quando si discende,

l’impressione non varia. Camminiamo fra la sabbia, nella quale il piede

si affonda fino alla caviglia; il caldo è soffocante; tutto è arido,

sitibondo.

Sorgono qua e là alcune case meschinissime, una montagna di sale, una

piazza deserta.

Passano torme lacere di beduini incappucciati e grondanti sudore. Le

vie sono disselciate, sabbiose, cosparse di immondizie e di pozzanghere

di un’acqua nerastra che tramanda un fetore insopportabile.

Non un aspetto gaio, non un’ombra piacevole vi invita a riposare; tutto

è riarso, stanco, inebetito nella gran calura.

Alle ombre brevi dei muri riposano lunghe fila di arabi taciturni;

qualche lento cammello dalla bocca bavosa e dagli occhi malinconici

passa nel sole ondulando.

Cammino a fatica.

Nelle strade solitarie gli arabi che riposano su le soglie mi guardano

col disprezzo indefinibile che è in fondo agli occhi di tutta questa

gente quando squadra un infedele.

Attraverso il _Suk_, che non ha altro carattere se non quello di una

grande miseria. Tutto è misero, lacero, esausto. È il paese dello

squallore.

Oltrepasso la cinta della città, e fra la sabbia ardente mi interno in

un villaggio di neri.

Tutta una tribù si è stabilita alle soglie di Bengasi e vi ha elevato

le sue misere capanne.

Le donne, per vezzo, hanno infilato nel naso un corallo; sul nero della

loro faccia la piccola macchia rossa fiammeggia come una ferita.

In questo caldo meridiano quasi tutti dormono. Vedo donne e fanciulli

sdraiati all’ombra delle loro capanne su la sabbia.

Intorno intorno si levano i ciuffi dei palmizi.

Questo villaggio africano si chiama Zraib.

La storia di un pellegrino.

Qualche giorno fa capitò a Bengasi un bell’uomo alto, tarchiato, adusto

dal sole; vestiva alla foggia algerina.

Parlava correttamente il francese e l’arabo e, quantunque si

dichiarasse mussulmano, si vuole fosse di nazionalità francese. Oltre

il tipo fisico, molti altri indizi davano a credere che la sua terra

d’origine non fosse l’Africa.

Aveva adottato il nome di Rafaat Safi.

Scese all’Albergo Cirenaica, condotto da un maltese e, nei discorsi che

ebbe a fare col proprietario dell’albergo stesso, si mostrò fanatico

dell’islamismo. Tanto fanatico da destare qualche dubbio circa la sua

sincerità.

Il giorno che seguì al suo arrivo si diresse al _muftì_ (prefetto

mussulmano), gli espose la sua intenzione di studiare gli ordini

religiosi maomettani e gli chiese una scorta che lo accompagnasse e lo

guidasse verso l’interno.

Il _muftì_ gli fece osservare tranquillamente che non era affatto

necessario dirigersi verso regioni inospitali, dato il còmpito che

si proponeva; ch’egli poteva rimanersene a Bengasi, dove lo studio

gli sarebbe riuscito più facile, soccorso dall’aiuto e dal consiglio

diretto del _muftì_ stesso.

Rafaat Safi non si lasciò convincere e partì solo.

Che voleva in realtà? dove andava? Nessuno seppe delle sue intenzioni.

Ieri, al di là di Deriana, nelle vicinanze di un antico castello

diroccato, fu trovato il cadavere del pellegrino.

Gli sciacalli ne avevano fatto festa, poi ch’egli era caduto per via e

non si sa come.

Certo, qualcuno sorride nell’ombra.

[Illustrazione: DALARNA. — Vecchie case di contadini.]

Sempre cortesie.

A Bengasi, come a Derna, si rinnovano le cortesie dei Giovani Turchi

verso i nostri connazionali. Ormai ho detto di che si tratta, nè vale

citare esempi sopra esempi per avvalorare le mie affermazioni.

Il terreno di un italiano, per citare un caso tipico, è occupato da

gran tempo da un enorme mucchio di sale di proprietà governativa, e chi

sa mai quando sarà liberato, nonostante le preghiere e le insistenze

del proprietario stesso.

Un altro caso tipico, benchè di indole diversa, è quello

dell’ambulatorio mantenuto a spese del Governo italiano.

Il nostro Governo mantiene in questo inferno un giovine medico

valentissimo e valorosissimo, il quale, per voler adempiere

scrupolosamente l’incarico avuto, si buscò già una malattia dalla quale

non è ancora completamente guarito.

Una volta i nativi pareva gli serbassero gratitudine per il suo

sacrificio continuo e per lo zelo e per la valentìa; ora le cose sono

cambiate a tal punto ch’egli deve riguardarsi dal percorrere certi

quartieri in ore poco opportune.

Risate, frizzi e sassate lo accolgono molte volte, tanto che si direbbe

ch’egli fosse qui ad esercitare un ufficio ben diverso da quello che

esercita in realtà.

Anche tale mutamento nei sentimenti della popolazione indigena, deve

assegnarsi al frutto della nuova politica dei Giovani Turchi.

In mare.

È il tramonto. Ho lasciato or ora la vasta piazza nella quale, in

quest’ora meno aspra, erano usciti a passeggiare a piedi o a cavallo i

deportati politici.

Un grande negro dalla faccia gioviale mi accompagna verso il piroscafo.

Tutto arrossa: cielo e mare. I ciuffi dei palmizi su la spiaggia

sembrano pennacchi neri. Uno stagno si infoca; le lontananze si

addolciscono.

Dalla bianca fortezza sparano undici colpi di cannone ad indicare che

incomincia il digiuno del _Ramadan_[8]; rulli lontani di tamburi e

suoni di piccole cennamelle dànno lo stesso avviso ai fedeli.

Il minareto che si leva nel pulviscolo d’oro dell’aria, dorato egli

stesso e tenue tanto da sembrare una dolce forma fantastica, pronta a

dileguare col dileguar del sole, si incorona di piccole luci scialbe a

festeggiare l’inizio del mese sacro.

Ricordo i versetti del Corano che fecero del _Ramadan_ un precetto

fondamentale dell’islamismo.

“_O credenti! È scritto che osserverete il digiuno come lo osservarono

i vostri padri, e ciò perchè temiate il Signore._„

E ancora:

“_Il mese di_ RAMADAN, _durante il quale il Corano è disceso dal

cielo[9] per essere la guida e la luce degli uomini, e la regola dei

loro doveri è il tempo destinato all’astinenza_....„

“_Voi potete, durante la notte del digiuno, accostarvi alle vostre

spose. Esse sono la veste vostra e voi siete la loro. Dio sapeva che,

a questo proposito, avevate trasgredito al suo comandamento. Egli vi ha

guardato benevolmente; vi ha perdonato_....„

“_Potrete bere e mangiare fino all’ora in cui vi riuscirà distinguere,

alla chiarità del giorno, un filo bianco da un filo nero. In seguito

digiunate fino alla notte_....„

Il gran negro che rema vigorosamente, seduto verso la poppa del

battello, mi guarda sorridendo.

— _Tu non digiunare_.... — mi dice; e la sua bocca, quando parla, si

apre come quella di un coccodrillo.

— No — gli rispondo.

— _Tu essere porco!_ — risponde garbamente. — _Tu brugiare inferni!...

Tu malate pesta critare cane!... Infitèli saltare inferni; non morire,

saltare sempri giorni, notta! Me, ciartini piratisi!..._

E ride e ripete beato:

— _Me, ciartini piratisi!_

E sarebbe davvero un gran torto, poveretto, se non dovesse trovare,

valicando la gran soglia, il giardino paradisiaco che lo fa tanto gaio.

Il “Ramadan„ in viaggio.

Il piroscafo è animatissimo, viaggiano in prima classe: il fratello

del Governatore di Tripoli con la sua signora, un bimbo e una serva

nera; un impiegato turco e qualche greco. L’impiegato turco, che ha

il passaggio gratuito fino a Costantinopoli e una commendatizia per il

nostro ambasciatore, non viaggia per diporto, fugge.

Pare lo attenda una grave punizione per aver egli favorito o tentato

favorire, in cosa di non troppo grave importanza, gli interessi

italiani.

Il tramonto muore.

Dice il Corano, a proposito del _Ramadan_:

“.... _Chiunque vedrà codesto mese deve osservare il precetto.

“Colui che sarà ammalato o in viaggio digiunerà, in seguito, un numero

uguale di giorni_.„

Questa la ragione per la quale la maggior parte dei viaggiatori

mussulmani non digiuna.

La maggior parte, ma non tutti. I più vecchi mostrano uno zelo

eccessivo.

Un tramonto sul mare.

Due giovinette, abbassato il velo che le nasconde, guardano la corolla

solare discesa sulle acque per un attimo di splendore.

Ed è tanto bella che, per sua dolcezza, mare e cielo si congiungono

smorendo nel color d’amore.

Non sorride, ha l’ansioso languore degli estremi abbandoni; è penetrata

tutta quanta di paurosa letizia come la vergine che più non si oppone

e piega temendo e sospirando forte sotto la carezza dell’amato; e così

si invermiglia e negli occhi vaghi, larghi e fissi, traluce l’anima

turbata nel desiderio del dolce dolore e nel timore della violazione.

E la corolla cede; ecco, il miracolo avviene. Il cielo l’ha perduta e

la segue con un accenno di stelle, mentre il mare tutta la possiede e

ne gode e se ne feconda nel suo ardore, che non muta segno.

È la sera, la languida sera per i begli occhi innamorati; fioriscono

dal vuoto i misteri adamantini della tenebra, le luci che chiamiamo

stelle e che immaginiamo come un diadema sopra la fronte di un gioioso

Iddio.

Le stelle, il brivido della tenebra.

Tu le fissi e se l’anima tua si disfrena e schianta ciò che la vincola,

e più non riconosce nè parola, nè senso, nè limitazione, e per le

bianche vie delle meteore si scaglia fuori dal tepido e lucente circolo

dell’atmosfera negli abissi tenebrosi dell’immensità; se l’anima tua

inutilmente ardita vuol raggiungerle, ecco non sa che il terrore, chè

il piccolo cuore la chiama dalla sua zolla, la chiama prigione entro le

vene per la sua vita rossa.

Vita rossa, mistero pari al mistero delle costellazioni!

Oh! affaticarci proni su l’infinito inconoscibile e tessere nostre

ghirlande e vederle sfiorire; e elevare bianche torri fra le

nuvole e vederle rovinare! Oh nostra pena diuturna, nostra angoscia

terribilmente vana, nostro ansimare e ascoltare e scrutare!

Altri compone sue città portentose e ad un ghigno dileguano; altri

sorridendo tesse mirabili fedi e ad una parola si oscurano.

E l’ansia del cammino ne sospinge.

La sera è morta. Ecco il Carro di Boote ch’io guardavo già sopra i

pioppi della mia casa; ecco l’accenno.

Cammina, poeta, cammina; si accendon le stelle; qualcuna che forse non

raggiungerai ti attende lontana.

Il diario di un viandante · 第 25 / 34 题