In mare.
_18 agosto._
Abbiamo salpato da Brindisi iernotte. Ora è il mattino e si naviga
sotto le coste dell’Epiro. Le nebbie velano a mezzo i monti, non si
vede un paese intorno; solo il grigio e ripido corso di un torrente che
pare squarci la montagna brulla.
Il mare ha il colore del latte. I marinai lavano il ponte. Verso la
poppa cinque ragazzi albanesi sono saliti sopra due stie per superare
la murata di bordo e guardare il paesaggio. Seguono silenziosamente
l’uguale svolgersi delle montagne azzurre, gli occhi larghi e pieni
di sogni. Nessuno dice parola. Superano appena col capo l’alta
murata, e le cinque testoline si illuminano nel sole. Un gallo canta
festosamente.
Nella terza classe due albanesi in _fez_, coperti da una lunga camicia
bianca, a fiorami rossi, passeggiano conversando pacatamente; un terzo,
accosciato su le assi del ponte, mangia un cocomero biancastro.
Lungo la costa appaiono isolotti scogliosi, fra i quali intravvedo
qualche casa. Sale sopra coperta un prete greco diretto a
Costantinopoli e mi domanda garbatamente quali siano le disposizioni
dello spirito pubblico italiano circa la Grecia.
Lo spirito pubblico? Esiste da noi in realtà una cosa simile? Ne dubito
molto. Comunque sia, sonnecchia finchè non è frustato.
Compagni di viaggio.
Appare Santi Quaranta con le sue antiche fortezze veneziane, sui monti.
La costa è bianca e la montagna è color d’oro.
Scendo a terra col tenente Speranza del _Bosnia_ per _prender la
pratica_.
Le autorità turche ci attendono sul piccolo molo. C’è il dottore col
suo _fez_ a tronco di cono e un grande ombrello nero e ci sono altri
due individui che non so che cosa rappresentino. Volti tranquilli e
beati. Il tenente fa firmare il foglio di via poi si discende.
Seguiamo il dottore fino alla casa di lui. Si oltrepassa un piccolo
pergolato, un cancelletto e si entra.
Ci vengono offerte sigarette passabili e una tazza di caffè infame.
L’autorità medica siede alla scrivania e scrive.
Non conosce nè il francese nè l’italiano, e vorrebbe rivolgerci molte
domande.
Ogni tanto alza il capo, dice:
— _Grechi!... Grechi!_... — e continua in turco.
Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo senza rispondere. Anche il
dottore sorride e continua a parlare.
Nella pergola cantano i passeri.
Che bel sole!...
Si esce senza aver capito una sola parola, e il nostro gentiluomo ci
accompagna fino alla soglia parlando sempre in turco.
— Addio.
— Addio.
Si esce dal pergolato, si scavalcano macerie, si entra in una via
fiancheggiata da case diroccate. Ovunque ci si volga non si vedono che
ruderi.
[Illustrazione: Il capitano Blum.]
[Illustrazione: Candia.]
[Illustrazione: SMIRNE. — Una via.]
[Illustrazione: SMIRNE. — Una via.]
Eccoci dall’Agente della Navigazione Italiana il quale agente tiene il
suo ufficio in un _han_ o albergo se così vuol dirsi, ma più stallatico
che albergo.
Entriamo in un corridoio nel quale le rondini hanno nidificato sotto
alle travi, poi in una stanza che può dirsi linda se si pensi al resto.
In ogni luogo c’è l’odore caratteristico dello stallatico.
Anche il nostro agente, che è un greco, ci offre il caffè. Aspettiamo
la posta di Janina. Frattanto il piccolo uomo rotondo che ci
rappresenta se la piglia con le Potenze perchè non agiscono.
— Dovrebbero distruggere la Turchia. Si mandano due corazzate e buona
notte!
Abbiamo sorbito il caffè, la posta è giunta; si riparte.
Passiamo dall’ufficio telegrafico che ha sua sede entro una tana
sudicia.
L’agente che ci accompagna ci dice che se volessimo spedire un
telegramma in Italia arriveremmo prima in piroscafo.
Sul molo vediamo fra la folla una magnifica figura d’uomo su la
quarantina. È armato di fucile, di pistola e di pugnale ed ha sul
ventre una enorme cartucciera. Veste alla foggia albanese. Pare
dubbioso se imbarcarsi o no. Guarda il sole. Qualcuno gli si avvicina
e gli parla; resta esitante qualche secondo poi ci volge le spalle e
parte.
Sappiamo che l’uomo singolare è un famigerato brigante, il quale non
più di un mese fa ha svaligiato l’Ufficio della Navigazione Generale.
Avrebbe voluto imbarcarsi, ma qualcuno lo ha sconsigliato facendogli
intravvedere la possibilità di essere messo ai ceppi. L’Italia non
avrebbe fatto nulla, questo è vero, ma il ribelle ha ripreso le vie dei
monti.
Il Pascià di Janina.
È salito a bordo il pascià di Janina accompagnato da suo figlio. Un
bell’uomo grasso dalla faccia turca, ambigua cioè, senza espressione
marcata.
Non appena lo han veduto i suoi sudditi che erano a bordo si sono
precipitati a baciargli la mano e il lembo della veste.
Umili, fedeli, devoti, ridicoli. Se debbo dire il vero, ridicolo era
anche il pascià col suo fare sacerdotale; e si lasciava baciare, tutto
compreso nel suo còmpito da reliquia.
Dopo tale funzione il buon uomo dalla faccia ambigua, che ricorda sì
dolcemente il profilo del montone, ha preso possesso del ponte di prima
classe.
Ci sono molti greci. Poco fa discutevano di politica ad alta voce e
bestemmiavano la Turchia, ora per la presenza del pascià tacciono come
fringuelli se odano lo strido del falco. E non sono sudditi turchi, e
non hanno a temere che S. E. abbia a tirar loro le orecchie. Forse sarà
un abito secolare, che so: il fatto si è che coloro che per lo innanzi
gridavano ora sussurrano e chi parlava tace.
Quale potenza ha costui?... — mi chiedo — e lo guardo e lo scruto, ma
non vedo che la sua bella faccia da montone ambigua e bonaria.
Corfù.
Un’isola bella e malinconica. Comprendo ora come la dolorosa
imperatrice l’avesse scelta a sua dimora.
Non appena i marinai hanno calato la scaletta di bordo, una vera orda
di facchini indemoniati, urlanti invade il piroscafo.
Ma siamo a Corfù o a Venezia? Non si sente parlare che il dialetto
veneto, e la stessa lingua greca ha qui la dolce cadenza del nostro
dialetto.
Qualcuno mi dice che nelle ricche famiglie di Corfù è consuetudine
aristocratica parlare la lingua italiana. Fino a quando durerà tale
nostra supremazia della quale andiamo debitori alla Repubblica Veneta?
Fino a quando se la nostra cieca indifferenza si lascia sfuggire di
mano ogni governo morale, al di là dei confini?
Corfù è una città veneta, serba il carattere che le impressero i suoi
dominatori.
Vie strette; case alte e aduggiantisi; finestre e balconi veneziani.
Comunque sia, vi si fa sentire la prima influenza dell’Oriente. Il
quartiere dei sellai quello dei calzolai e dei sarti hanno un carattere
orientale; sono pittoreschi.
Altro lato caratteristico di Corfù è costituito dai venditori di
frutta; frutta magnifiche le quali denotano la bontà della terra e la
mitezza del clima.
La vegetazione è simile a quella della Sicilia; le stesse agavi, gli
stessi agrumeti e i fichi d’india e i palmizi.
Quando salgo in vettura per andare al _Cannone_, che è un luogo dal
quale si gode un magnifico panorama, e all’_Achilleion_, la villa
della muta imperatrice del dolore, attraverso ai campi e lungo il mare
colgo il vero aspetto di quest’isola dolce e malinconica. Tutto vi è
esuberante ma non gaio; l’anima non vi riposa tranquilla, ma è presa
come da una nostalgia di sogni lontani.
La stessa nostalgia trasse a questo riposo una vittima della vita:
Elisabetta imperatrice che rivisse, sola, il fosco destino degli
Atridi.
Verso la Grecia.
Riprendiamo la rotta verso il golfo di Corinto. Sono saliti a bordo
altri greci e un prete armeno.
Il vecchio pascià e il figliuol suo sono alla mia stessa tavola. Benchè
non siano in Turchia mangiano col _fez_ ben calzato su le orecchie. Non
bevono vino; impugnano la forchetta fieramente.
Il pascià, che ancora non si è deciso ad aprir bocca, ad un certo punto
mi guarda sorridendo e mi chiede dove sono diretto.
— Ad Atene.
— Il signore viaggia per qualche casa di commercio?
— Precisamente.
— Quale genere tratta?
— Filati di cotone.
La risposta lo convince; mi guarda ancora, anzi mi squadra poi
soggiunge:
— Che ne dicono in Italia della questione cretese?
E la conversazione si avvia su l’eterna questione dell’isola minoica.
Per conto suo il pascià è convinto che la Turchia dovrebbe rinunciare
definitivamente al possesso dell’isola; tanto le Potenze non le
permetteranno mai di ritornarvi.
— C’è bisogno di pace per tutti, — soggiunge. — Così per la Grecia come
per la Turchia. Dobbiamo superare difficoltà enormi; c’è tutto un mondo
da rifare.
Non ha torto ma io dubito molto circa la sua sincerità.
C’è tutto un mondo da rifare, questo è verissimo; ma da quale parte
cominceranno a demolire e a ricostruire? da quale parte e con quale
profitto, se tutto ciò che è tradizione e che costituisce appunto la
causa genetica della barbarie turca, deve essere rispettato? Si tratta
evidentemente di un fior di rettorica. L’età moderna ne è piena e la
Turchia ne ha compresa la necessità.
Cantare non significa agire. Quando ai nostri rivoluzionari fu concesso
di sgolarsi nei loro inni pandistruzionisti se ne tornarono a letto
contenti senza aver fatto male a una mosca.
[Illustrazione: Tipi di beduine.]
Ora, benchè la musica sia differente e differente lo scopo, i turchi
cantano e chi è lontano si illude.
Le vere riforme essenziali, quelle che potrebbero porre il popolo turco
sulla via della civiltà, non saranno nemmeno tentate. Pochi volonterosi
non possono vincere una compagine cieca od ostile. L’insegnamento, come
si imparte tuttavia nell’Impero Ottomano, non può aprire le menti nè
preparare coscienze diverse: poi il Corano, per quanto lo si voglia
rendere agile, segna un limite fatale, è nello stesso tempo una forza e
una diminuzione. Conserva una razza ma la isola.
Per questo il proposito fiero di un giovine turco il quale mi disse che
anche in Turchia vi sarebbe stata un giorno una libera Chiesa in libero
Stato, mi fece sorridere. Non s’è mai detto che un girasole possa
fiorir gelsomini, e finchè il sole della Turchia sarà il Corano ella
dovrà volgersi dal levante all’occaso ogni giorno, fatalmente. Il suo
cammino è segnato.
Poi la maggior parte dei giovani turchi è conservatrice.
E non dimentichiamo che Maometto soleva dire molto spesso che Iddio
aveva create due cose per la suprema felicità degli uomini: “le donne e
i profumi„.
Il figlio del Pascià.
Oggi il figlio del pascià mi si è confessato giovane turco. Non ne
avrebbe l’aria, veramente, ma già che lo dice!...
È un giovanotto alto, tarchiato, dal portamento molle degli orientali.
Non ha mai fretta, non è mai turbato: pare uscito da un’arca di profumi
e di pomate.
È nato sopra a Janina, nelle campagne, in un mezzo selvaggio, fra gente
che adora i suoi padroni. È cresciuto come un piccolo Iddio fra baci,
carezze e genuflessioni. È cosmocentrico; vede tutto il mondo dal suo
piccolo trono e sorride.
Ama la voluttà come Maometto; ride beatamente quando parla e quando
tace; è gaio perchè è ben nutrito.
Gaio?... Ecco, la gaiezza dell’anatra e del pinguino: batte le ali, si
sente piacevolmente bestia.
Buon figliuolo, in fondo! Mi parla con passione degli ottimi formaggi
fabbricati da’ suoi montanari, nell’Albania, e la sua sincerità mi
commuove.
Anch’egli è un pochino come la pasta del formaggio: insipiduccia,
grassoccia e molle, ma riesce simpatico. Ha il viso tondo; due occhi
nè neri nè chiari, color dell’aria annebbiata esprimenti un’anima
piccoletta che si raccoglie nel poco e se ne accontenta; la bocca del
voluttuoso sempre dischiusa, dalle grosse labbra vive di sangue. È un
po’ bavoso, forse per la consuetudine dell’alimentazione sovrabbondante
e del piacere.
Parla un francese di sua invenzione, intramezzando al discorso brevi
e continue risate le quali denotano la sua arguzie e la compiuta
soddisfazione di sè stesso.
— _Oh!... Z’etais a Paris!... sì sì!... Trois fois!... Ah ah ah!... Le
Moulin rouze!_...
— E che ricorda di Parigi?...
— _Oh!... Paris, monziè!_... — mi batte le ginocchia confidenzialmente
con una mano. — _Les femmes!... Ah ah ah!... Quelles femmes!_
E strizza un occhio:
— _Z’en avais de la chanze moi!_...
Lo guardo. Eh, sì, perchè è un bel ninnolone da destar passioni!
E continua:
— _Lenore!... Ah ah ah!... Elle me dizait touzours: — Je t’embrazze!...
— Oh oh!... Et elle fouillait dans ma poze!_
Che cara semplicità e quale limpidezza.
E riprende:
— _Z’ai envie, d’y retourner. Z’en suis fou de Paris!... Ah ah!...
Z’est rigolot n’ez pas? Il faut y étudier auzi la vie.... Oh!... mais
mois ze suis zage, vous savez?... Oh!... Ze suis zage!... Z’étudie
touzours! — Pffff!... Lenore eclatait en riant et me dizait: Tais-toi,
vieux zameau! — quand ze lui démandais: Dis donc, m’zélle, qu’elle
differenze trouve tu entre la Franze et la Tourchie?... Ah ah ah!...
Ça ze passe touzours dans la même fazon!... Oh bien surement!... Sì!
sì!... Bien surement!... Ah ah ah!_...
Gli occhi gli lacrimano, il volto gli si accende, la bocca gli si
dischiude un po’ più.
Tutto ciò mi ricorda un opuscolo pubblicato a Venezia sul principio del
XVI secolo e intitolato: “_Opera a chi si dilettasse de saper domandar
ciascheduna cosa in turchesco._„ Nella quale opera si trovano frasi di
simile genere:
— _Cuore mio!_
— _Chi te feci tanto bella!_...
— _Vorria che venisse una sera a dormire meco!_ ecc., ecc.
Il giovine turco ha viaggiato la Francia con gli stessi intendimenti.
È trascorsa Patrasso la bella città moderna che sorge in un arco di
monti. È disceso un vecchio greco che dormiva nella mia stessa cabina,
un insopportabile uomo, scontento anche dell’aria che respirava. Nulla
gli tornava a genio, mai. Il ventilatore era aperto e lo chiudeva,
era chiuso e l’apriva; s’infuriava contro l’_hublot_, contro il caldo,
contro le mosche; non era mai in pace neppure nel sonno, chè aveva a
quando a quando di gran sussulti e parlava e smaniava quasi albergasse
l’inferno in corpo.
Prima di partire questa mattina mi ha chiesto:
— Signore, _taliano_?...
— Per servirla.
— _Bona Talìa!... Bona!_...
Qualcosa almeno gli andava a genio; ma è stato un riposo brevissimo,
perchè si è infuriato poi con le sue valige e le ha lanciate ad una ad
una fuori della cabina imprecando.
Non regge vento.
Alcune vele quadrangolari, stanno immobili in varï punti della rada.
Un’ultima vela, in fondo, scompare nella caligine grigiastra che il
sole non ha superato tuttavia.
Le alte montagne sembrano scolpite in oro antico, pallido e schietto.
Una fortezza impera sotto il cielo. Si ode un lieve ondare di campane
remote.
Il golfo di Corinto.
Siamo nel Golfo di Corinto. Quanti castelli veneziani su le nude
rive!... Costeggiamo la Morea, che non è arida come le altre terre. Una
strada solitaria segue la riva. Le case sono rarissime e miserrime.
Il mare è ricco di meduse. Paiono sugheri galleggianti.
A bordo si legge, si riposa. Si intravvede in fondo in fondo
l’angustissima gola del Canale di Corinto.
Ci avviciniamo a poco a poco. Un vento caldissimo ci investe
discendendo dagli infocati ed aridi piani della Tessaglia.
Giunge il vaporetto che deve rimorchiarci attraverso il canale.
Alcuni contadini in fustanella sogguardano dalle rive.
Il vapore procede lentissimo. Ci troviamo chiusi fra due alte pareti a
picco. Si respira a disagio; la luce acceca.
Un lento volo di corvi ci precede.
Amare verità.
Il prete armeno, proveniente da Roma e diretto ad Angora, mi si è
avvicinato e, rassicurato dalla mia nazionalità, ha dato la stura alle
sue confidenze.
[Illustrazione: Cimitero entro Smirne.]
[Illustrazione: SMIRNE. — La fonte di Diana.]
[Illustrazione: Dintorni di Smirne.]
È un uomo piccolo, striminzito, dalla lunga barba nera. Ha gli occhi
vivacissimi e parla l’italiano correttamente.
Mi racconta delle continue persecuzioni alle quali sono esposti gli
armeni in Turchia e della lotta sorda e ininterrotta che muovon loro,
senza pietà. Essi non sono benvisti neppure dai greci; in massima non
possono stringere la muta alleanza del dolore che dovrebbe affratellare
i due popoli percossi e flagellati da ogni sciagura.
Sono soli, sono come un’oasi maledetta nell’umanità, ed ogni anno
vedono diminuire il loro numero. Ogni mezzo è buono per perseguitarli;
ogni arme è ottima per ucciderli.
— Si dice, — continua parlando rapidamente e con voce quasi
singhiozzante, — si dice che gli armeni stavano tramando una grande
rivolta, che si costituivano in associazioni segrete, che volevano
organizzare una specie di Partito Rivoluzionario Russo, per vendicarsi
della Turchia, per muovere guerra alla Turchia. Tutto ciò è falso,
compiutamente falso! È la menzogna più sfrontata, ordita contro di
noi. Si dice che siamo usurai, che affamiamo il popolo e che seguiamo
la nostra sorte per la brutale ingordigia che ci distingue. E questa
pure è menzogna! Se il signore verrà ad Angora, potrò farle vedere le
cose da vicino, potrò farle osservare le nostre condizioni e studiare
la nostra vita. Siamo un popolo che si difende, che non vuol morire,
che non vuol essere assorbito, che è geloso delle proprie tradizioni e
della propria lingua e dell’anima propria. Ecco la nostra grande colpa!
Chè se l’usura è esercitata fra noi, non lo è mai quanto fra i greci
o gli ebrei. Ci difendiamo, non vogliamo morire! Non si può condannare
l’uomo che, stando per annegare, si afferra a qualsiasi cosa gli venga
d’attorno. I turchi ci odiano per il loro fanatismo religioso e perchè
siamo deboli e indifesi. Anche noi siamo fanatici, ma è l’unica nostra
forza. Se la fede nostra morisse, saremmo perduti senza speranza.
“Sono stato ad Adana, sa; ho veduto con questi miei occhi ciò che hanno
fatto quelle bestie! E il massacro fu ordinato da Abdul Hamid; tutti
lo sanno, tutti lo dicono. Con tale massacro egli, che ben vedeva il
torbido intorno a sè voleva provocare un intervento delle Potenze e
salvare il suo trono. Ora il _kaimakan_ di Adana, colui che eseguì
gli ordini ricevuti, è in esilio a Bengasi. Un esilio strano; una vera
villeggiatura. Forse sarà richiamato in servizio.
“Lei non può immaginare la fosca barbarie, la crudeltà di quella gente.
“Una povera madre (e quello che le racconto è verità nè il sentimento
mi fa esagerare), una povera madre quasi soffocata dal fumo della sua
casa incendiata, colta dalla disperazione si recò in braccio i suoi due
piccini, una bimba di cinque anni ed un bimbo di tre e si precipitò
giù per le scale, fra le fiamme. Non era appena giunta su la soglia
della fornace che un soldato le spianò il fucile contro e la ferì
mortalmente. Ella barcollò, ma prima di cadere fra le fiamme ebbe la
presenza di spirito di lanciare lontana da sè la piccina; così non potè
fare per il bimbo che morì con lei bruciato. La povera piccola ebbe
l’istinto di nascondersi e si salvò. Due giorni dopo fu raccolta mezza
morta di fame da un buon uomo che la portò a Smirne; ed ora è a Smirne,
ricoverata in un convento.
“Potrei raccontarle mille atrocità simili. Chi non ha veduto non può
supporre a quale grado di ferocia giungano quelle genti.
“Un ingegnere francese che era ad Adana per l’esportazione del tabacco
si salvò perchè, per tre giorni, stette nascosto fra i sacchi della sua
mercanzia.
“Il giorno che seguì la carneficina si vedevano nel quartiere turco,
nelle botteghe dei macellai, attaccate ad uncini, membra di fanciulli e
di donne; cuori e viscere. È la verità, signore.
“La testa di un bimbo quattrenne fu ruzzolata sui selciati come una
palla, poi i cani ne fecero scempio. Fu la gioia della bestialità, un
orrore indescrivibile! —
Ho visto gli occhi di lui vîvi ed ardenti inumidirsi d’improvviso. Un
pianto muto gli è sceso per le gote.
— Del resto guardi, — ha ripreso, — queste sono tre fotografie di Adana
che potemmo fare dieci giorni dopo i massacri. Vede come è ridotto
il quartiere armeno?... Tutto una maceria fumante; non una casa è in
piedi. Volevamo mettere in commercio queste fotografie a beneficio dei
superstiti, ma non ci fidammo per timore di nuove persecuzioni e di
nuove rappresaglie.
— Ma.... col nuovo regime?... — chiedo timidamente.
Mi guarda fisso poi scrolla il capo:
— Il nuovo regime?... Ah, signore!... Lei non conosce la Turchia!...
Segue un silenzio penoso, poi il mio compagno di viaggio mi offre le
tre fotografie:
— Le tenga ma non le faccia pubblicare, per ora. Sono tuttavia inedite.
Le tenga per sè, per ricordo.
Soggiunge poi che sarà ad Angora fra quattro giorni.
Il viaggio è lungo perchè le ferrovie turche dell’Asia Minore non
compiono viaggi durante la notte per timore dei briganti che infestano
quelle contrade.
Usciamo dal Golfo di Egina.
Ecco la profonda baia di Salamina; il nido della vittoria che respinse
l’Oriente e che dette alla Grecia la possibilità di compire tutta
la sua via luminosa. Alla vittoria di Salamina seguì un periodo di
concentrazione e di ascesa. Il genio della razza prodigiosa ebbe tutto
il suo fulgore.
Ecco la magica scena animata dall’Imetto, dalle bianche cave del
Pentelico, dal Partenone.
È tutto un oro diffuso.
Pireo.
A Pireo come a Corfù ci accoglie un nugolo di gente urlante, che prende
d’assalto il piroscafo.
Saluto Helena, una mia piccola compagna di viaggio, il sorriso della
giovine Grecia, e scendo in una barca nella quale mi trovo stipato fra
uomini e bauli.
Si discende alla dogana e ci si imbroglia nel cambio della moneta con
queste _drakme_ e mezze _drakme_ di carta luridissima.
Pireo non ha alcuna caratteristica. È una città in via di formazione,
sudicia, dalle grandi vie disselciate piene di fango.
Mi faccio condurre a Falèro, che è un luogo di bagni, sul mare.
Falèro.
Lo stridere delle cicale acuto e lacerante, un suono di campane, la
tosse insistente di un tisico che dormiva nella stanza vicina alla mia
mi hanno ridestato di buon’ora e sono sorto dalle pigre coltri.
Falèro era deserta, deserta la spiaggia e le piattaforme sul mare. Ho
ripreso la via di Pireo per imbarcarmi alla volta di Creta.
Lungo la strada ho incontrato un breve corteo. Due preti andavano
innanzi cantando, seguiva un becchino col coperchio della bara, poi
quattro uomini portavano a spalla un feretro nel quale era distesa,
scoperta, alla piena luce del sole una vecchia morta.
[Illustrazione: HIERAPOLIS (Asia Minore). — Un fiume
disseccato.]
[Illustrazione: BENGASI.]
[Illustrazione: BENGASI. — Nel villaggio dei neri.]
[Illustrazione: BENGASI. — Nel villaggio dei neri.]
Non mi attendevo una visione simile e ne ho avuto un invincibile
brivido di orrore, proveniente non già dalla visione di un morto, che
troppe volte nella mia vita randagia mi sono trovato di fronte alla
morte, ma dal rito macabro, ma da quella esposizione indifferente e
inesplicabile!
Vedendo l’assoluta noncuranza dei passanti, che neppure si toccavano il
cappello di fronte alla maschera tragica della morte, mi sono accusato
di soverchia impressionabilità. Un giorno o l’altro tutti dobbiamo
essere così, — mi sono detto —; conviene abituarsi a ciò.
So che la costumanza fu imposta ai greci dai turchi quando i primi
fingevano un funerale e riempivano il feretro di armi e di munizioni;
ora però, nella libera Grecia, nel paese solare per eccellenza, non
dovrebbe sussistere tale uso, che non ha più ragione.
Qualunque cosa si possa opporre, resta sempre il fatto che è un inutile
e ripugnante spettacolo di cinismo.