[_Opere_, II, III; 130-140].
Ad Alessandro Tassoni è merito non comune avere contrastato l’uso
pessimo del secolo suo, pur rimanendo pensator libero e novatore
non licenzioso; è lode rarissima avere dai servigi che a príncipi
rese molti e pericolosamente importanti ritratto scarso o nullo il
guadagno, franco l’ingegno, incontaminata la vita; è gloria grande aver
partecipato con Traiano Boccalini, con Tommaso Campanella, con Fulvio
Testi, con Salvator Rosa la eredità santissima del pensiero italiano
ad un tempo, nel quale piú certa ed acerba seguitava a quello la
calunniosa vendetta dei potenti stranieri e nostrani.
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* *
.... E nuova opera in vero, tanto per l’organismo delle parti quanto
per la mistura della composizione, è il poema della Secchia rapita.
Il quale, pigliando le mosse da una contraffazione del combattimento
di Scarpolino o Zappolino nel 1325, quando i Modenesi perseguirono i
Bolognesi sconfitti fino alle mura di Bologna e un di loro tolse di
dentro dalla porta San Felice una secchia di legno, séguita con la
battaglia della Fossalta del 1249 (la quale con audace anacronismo
si fa dal rapimento della secchia originare), dove i Modenesi furono
sconfitti, e re Enzo mandato da Federigo II in loro aiuto restò
prigioniero di Bologna; termina con la pace a eguali condizioni
conchiusa tra le due città. Vi s’intrecciano come avvenimenti
secondari un riconquisto di Rubiera, inventato di pianta; una presa
di Castelfranco per parte dei Modenesi, che storicamente fu nel 1323;
un soccorso di Ezzelino da Romano a Modena, portato in altra guerra
del 1247; un assalto notturno di Modenesi nel campo dei Bolognesi
assedianti, imitato da una battaglia che imprevista diedero quei di
Modena ai Bolognesi conquistatori di Castel San Cesario nel 1229;
come pure dalle spedizioni di Bologna e suoi alleati contro il castel
di Bazzano nel 1228 e contro castel San Cesario nel 1229 è presa
la rassegna degli ausiliari de’ Bolognesi. Aggiungi a tutto questo
un concilio di numi nuovamente faceto, e l’episodio degli amori di
Endimione e della Luna vagamente colorito con le tinte dell’idillio
latino, non senza le lascivie del tempo, benché al poeta paresse di
aver fatto cosa omerica (ed è a notare che l’Alfieri, scrivendo nei
primi suoi studi, tra gli altri esami dell’Aminta, della Gerusalemme,
dell’Orlando anche quel della Secchia, la critica tutta, tranne la
«descrizione di Diana e d’Endimione, cantata da Scarpinello, ed a mio
parere, sublime»); Venere che dorme la notte all’osteria con Bacco e
Marte, e Venere che nel suo fulgore di diva greca viaggia pe ’l mare
commosso alla volta di Napoli; la rassegna delle milizie modenesi di un
basso grottesco e le ottave dove si narra la battaglia di Fossalta, le
quali per calore non si vergognano al paragone di quelle dell’Ariosto
né per dignità di quelle del Tasso; il tenero episodio di Ernesto e
Iaconia, e il grossolano travestimento dello stupro di Lucrezia; la
resa burlevole di Rubiera, e la giostra di Melindo guerriero incantato;
Gherardo Rangone che combatte per le mura della patria, e Titta Zerbin
romanesco vanaglorioso; la figura giovenile e splendida del biondo
re Enzo, e la obbrobriosa del conte di Culagna, tristo, sciocco,
svergognato e vigliacco; e quindi gli uomini del secolo decimosettimo
introdotti a operare come quelli del decimoterzo, e quelli del
decimoterzo pensanti e parlanti a modo del decimosettimo; e le
allusioni a poeti e accademici e comentatori, ed a principi e prelati
e papi contemporanei; e le varietà dello stile opposte insensibilmente
tra loro, e il cambiar tono da ottava ad ottava: e in questo contrasto
disordinato di principii e di forme avrai a punto le sorgenti del
ridicolo, e quindi la novità artistica del poema eroicomico. Di fatto,
se è vero che il ridicolo di sua natura esclude ogni finalità reale dal
canto degli oggetti, imperocché il riso che nasce da un contrapposto
disarmonico e inaspettato, e il fine che suppone un concerto nei mezzi
ordinati a conseguirlo, sono insieme discordi, sarà pur vero che la
ragione artistica del poema eroicomico risulta dalla opposizione
della materia e forma tra loro e piú dalla mancanza di una finale
coordinazione degli avvenimenti; mancanza artistica trovata prima da
Guglielmo Schlegel[113] nel dramma di Aristofane, e analizzata poi
profondamente da Vincenzo Gioberti[114].
Cosí intesa la essenzialità della Secchia rapita, tu vedi come mal si
apponessero quei critici che dietro il Sismondi[115] la dissero epopea
non nuova in Italia dopo quelle del Pulci, del Berni, dell’Ariosto.
Or la Secchia si differisce dal Morgante; in quanto il Morgante è la
schietta rappresentazione della vita medioevitica, co ’l suo ideale
or grossolano e grottesco or mirabilmente semplice e puro, con la sua
misura di entusiasmo e di dubbio, di serietà e d’allegria, di gaiezza
e mestizia, di delicatura e rozzezza: mistura che tu vedi storica
nelle costumanze e nelle feste; artistica nei misteri e nei canti,
nelle novelle e nelle ballate, e in ultimo nella Divina Commedia.
Si differisce dall’Orlando innamorato del Berni; in quanto che il
ridicolo del Berni è piú veramente una esagerazione di concetto che
non un concetto esso stesso; e in quanto che il Berni, pur lasciandosi
alcuna volta trasportare dalla natura sua in quel suo quasi tradurre,
conservò però la forma organica dell’autor suo ch’è mitica e ciclica.
Si differisce dall’Orlando furioso; in quanto che l’Ariosto ritrovò
il suo concetto primordiale ed ebbe il suo fine nella credenza e
nella moda letteraria del secolo suo, ed il ridicolo dell’Ariosto è
piuttosto un accidente secondario che non una condizione essenziale.
La Secchia rapita è un esempio di quella epopea che sola avanzò
all’Europa occidentale, dopo che il gran mutamento di credenze e
pensieri avvenuto nel secolo decimosettimo ebbe chiuso il medio evo.
Esaurito il mirabile mitologico nell’Orlando furioso e il mirabile
soprannaturale nella Gerusalemme liberata, poiché per una parte il fumo
de’ roghi dell’inquisizione soffocò la poesia teologica e filosofica,
e per l’altra il freddo alito della Riforma dissipò le floride
illusioni del medio evo, gli uomini oppressi dalla realtà della vita
sentirono piú radamente l’entusiasmo; il mirabile e il soprannaturale
non intesero piú, e lo rappresentarono o dubitando con l’imitazione o
sorridendo con la burla. Quindi il fine della letteratura attiva dei
secoli antica e il cominciamento della riflessiva dei nostri; quindi
l’origine della epopea eroicomica, co ’l Pantagruel in Francia, co ’l
Don Quixote in Spagna, con la Secchia rapita in Italia. Se non che,
mentre nel Pantagruel è acre irrisione del passato e del presente,
nel Don Quixote è sogno fantastico d’un ideale inopportuno, nella
Secchia al contrario è riso spensierato sovra un tempo che fu. E come
il pensiero che produsse la Riforma cede poi necessariamente il luogo
al razionalismo analitico, il quale preparò la rivoluzione dell’89 e
dopo aberrò in aspirazioni eterogenee fin che non si ricompose come
in un sistema scientifico, cosí tu vedi nello svolgimento posteriore
della poesia eroicomica la Pucelle d’Orléans precedere la rivoluzione,
accompagnarlesi la Guerre des Dieux, susseguirla il Don Juan solitario
e selvaggio, venire ultimi quasi testamento del razionalismo i
Paralipomeni della Batracomiomachia.
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Toccate cosí la ragione e la genesi della Secchia rapita, dirò che, a
meglio essere poema interamente ridicolo, difetta anche d’uno scopo
finale che chiaramente si scerna. Perché io non vorrei ammetter per
buona la supposizione del Sismondi, che il fine di questo poema possa
essere nella satira delle guerre civili italiane. E che importava
far deridere le guerre civili agl’italiani del secolo decimosettimo,
i quali nel torpore del servaggio né pure avevano facoltà di mutarsi
da un lato all’altro? o meritava egli il conto di burlarsi per questo
di uomini già morti da quattrocent’anni e che a’ contemporanei del
Tassoni non assomigliavano né di costumi né di carattere? Anche al
Foscolo parve che, «se il Tassoni sparge il ridicolo sulle abitudini,
su i costumi e sulle opinioni di taluno in particolare, egli prende
però di mira soggetti piú alti», che egli «detestasse i reggitori
stranieri d’Italia, e desiderasse di presentare una viva pittura
delle miserie partorite dalle guerre civili e dalle querele domestiche
degl’italiani»; ma poi si ristringe a dire che egli «intendeva volgere
in burla la falsa importanza che gli uomini danno a cose da nulla», e
che «trastullossi colle stoltezze degl’individui e delle nazioni»[116].
E forse né pure si è apposto al vero Paolo Emiliani Giudici, il quale
par si compiaccia credere uno de’ fini del Tassoni il «colpire nelle
radici la mitologia»[117]. A me sembra che il Tassoni si burli degli
dèi d’Omero a quel modo stesso che si burla del vescovo Boschetti e
del legato Querenghi e del cardinale Ubaldini, e ch’ei gli travesta
come press’a poco il potestà modenese e gli ambasciatori di Bologna.
Piú il Tassoni ammirava l’Adone e il Pastor fido, e dalla mitologia
tolse le figure e i colori del viaggio di Venere e il soggetto degli
amori di Diana e Endimione, episodio trattato mirabilmente su ’l serio.
Piuttosto, dopo aver veduto il fine principale del Tassoni nel pigliar
vendetta del conte di Culagna, crederò co ’l Giudici stesso che il
poeta anche mirasse a farsi beffe dell’estro affettato dei manifattori
di epopee del secolo decimosettimo; nella cui prima metà, oltre un
saggio incompiuto del Tassoni stesso ed altri del Testi, si contano
venti epopee piú conosciute; e tanto piú volentieri lo crederò, da
poi che esso il Tassoni in una lettera del 16 al Barisoni definisce la
Secchia «un capriccio spropositato, fatto per burlare i poeti moderni».
E burla di fatto, delle epopee classiche, i concilii degli dèi e i
lunghi colloqui dei combattenti tra loro; delle epopee romanzesche,
le fatature e le magie e la gran bontà de’ cavalieri antichi; burla le
comparazioni del Marini, e Girolamo Preti
Poeta degno d’immortali onori
Nel tempo che puzzar soleano i fiori,
e i seguitatori del toscanesimo e del bello stile antico, e la «Musa
gentil di Fulvio Testi», e «il legno santo» del Bracciolini. Tale
è questa ingegnosa parodia che chiude il ciclo epico in Italia:
necessario portato di quel secolo, nel quale altro non si vide e non
potea vedersi del medio evo e dell’età dei comuni che il lato ridicolo.
Ma le sue burle non son tutte su ’l buon tempo antico e su gli amici
suoi e su’ poeti contemporanei. Qui torna bene quel che dice il
Foscolo, tacitamente contradicendo al primo asserto, che «gli eroi del
poema di Alessandro Tassoni sono presi fra’ suoi coetanei. V’introdusse
amici e nemici, e questi ultimi non sono trattati con troppa grazia».
Hannovi amari sogghigni su ’l re di Spagna e su l’imperatore nelle
ottave da noi restituite al Concilio degli dèi:
Di celeste pittura e di gioielli,
D’oro e di perle i quadri erano ornati.
Due sovraporte d’agata i piú belli
Fur da la Musa mia solo notati.
Ne l’uno intorno a un campo di baccelli
Eran due grandi eserciti attendati,
E in mezzo un tal piccin grosso di coppa
Dava il fuoco a la barba a un re di stoppa.
Un Cesare ne l’altro aver parea
La semplice camicia in su la pelle;
E sopra un seggio imperïal sedea
Con la berretta quadra e le pianelle.
Ma due ragazzi che di dietro avea
Gli attaccavano al cul le zaganelle;
Ed egli con la man sopra un tappeto
Diceva la corona, e stava cheto.
Timido è il cenno all’usurpazion di Ferrara consumata da Clemente
VIII («il seme del superbo Aldobrandino») a danno di Cesare d’Este; ma
profeticamente ardita la minaccia a Roma,
Se in lupi si trasformano i pastori
Gli agnelli diverran cani arrabbiati.
Scherza su le guerricciole tra il duca di Modena e la signoria di
Lucca, pe ’l confine di due terre della Garfagnana, combattute nel
1602 e nel 13, in cui dall’una parte e dall’altra si tagliavano viti
e scorzavano castagni. E nella descrizione dei soccorsi fiorentini è
facile scorgere la satirica allusione ai quattromila fanti mandati dal
Gran Duca Cosimo II in aiuto al Duca di Mantova minacciato nel 1613
dalle armi di quel di Savoia; è facile scorgerla, dico, a chi abbia
letto i motteggi del nostro su quell’aiuto in una lettera al conte di
Polenghera ministro di Carlo Emanuele.
In quanto a’ pregi di stile, riporterei nel generale la sentenza di
Pietro Giordani: «Alessandro Tassoni del suo poema non si vergogna
dagli ottimi»[118]: nel particolare loderei la vivacità del molteplice
stile, la narrazione franca e spedita, il colorito largamente vario,
la ben sostenuta facilità dell’ottava scorrente in suoni diversi. Ma,
che che ne dica il Giudici, vi noterei certe improprietà di parole e
di frasi, e non radissimi gli esempi dell’esagerato, del concettoso,
del falso. A chi poi domandasse di che qualità sia il ridicolo e
faceto nella forma del Tassoni, non saprei rispondere se non per
via di esclusioni e con una similitudine. Non è il riso ingenuamente
gioviale del Berni, né il piacevolone del Caporali, né l’incisivo di
Rabelais, né il profondo di Cervantes, né l’accademico di Boileau, né
il buffonesco di Scarron, né l’acuto filosofico di Voltaire. Gittate
gli occhi sopra un ritratto di Alessandro Tassoni: vedete quella cera
di galantuomo? quella fronte alta, serena, mitemente increspata verso
il sopracciglio? quegli occhi vivi e placidi a un tempo, e l’arguta
bonarietà che ne spira? e le labbra rilevate e le guance piene, non
grossamente? e della faccia un pochetto rotonda, il profilo dignitoso
e severo? Guardate bene cotesta faccia, in cui la indifferenza non è
inerte, né la quiete apparisce infingarda; e potrete averne un’imagine
del ridicolo del Tassoni. È un sorriso aristofaneo, pieno, largo,
soavemente diffuso in tutto il pensiero e in tutta la forma; sorriso
spensierato, se vuoi, e talora plebeo; ma dopo il quale non sogghigni
né fremi con amarezza. Ciò non ostante Chénier il minore lasciò
scritto del Tassoni queste parole «Il freddo Tassoni fu eclissato dal
Despréaux, che questa volta indulgente l’onorò di qualche lode»[119].
Chénier doveva aver letto la Secchia rapita nella traduzione francese
del Perrault.