CXVII. — IL CINQUE OTTOBRE.

Erano circa le sei di sera; un giorno di color opale, nel quale un bel

sole di autunno infiltrava i suoi raggi d’oro, cadendo dal cielo sul

mare azzurrognolo. Il calore del giorno si era estinto gradatamente,

e cominciava a farsi sentire quella brezza leggiera, che sembra la

respirazione della natura, nel risvegliarsi dopo l’ardente sesta del

mezzogiorno, e che porta di riva in riva il profumo degli alberi misto

all’acre sentore del mare. Sovra questo immenso lago che si estende da

Gibilterra ai Dardanelli, e da Venezia a Tunisi, un leggiero _yacht_,

di forma pura ed elegante strisciava nei primi vapori della sera. Il

suo movimento era quello di un cigno che apre le sue ali al vento

e che sembra lambire l’acqua. Esso si avanzava, rapido ad un tempo

e grazioso, e lasciando dietro a sè un solco fosforescente. Poco a

poco il sole, di cui abbiam salutato gli ultimi raggi, era scomparso

dall’orizzonte occidentale, ma, come per dar ragione ai brillanti sogni

della mitologia, i suoi fuochi indiscreti, ricomparendo alla sommità

di ciascun flutto, sembravano rivelare che il Dio della fiamma era

andato a nascondersi nel seno di Anfitrite, la quale tentava invano di

celare il suo amante fra le pieghe del suo manto azzurro. Il _yacht_

avanzava rapidamente quantunque in apparenza vi fosse solo abbastanza

vento per agitare la capigliatura a boccoli di una giovanetta. In piedi

sulla prua, un uomo d’alta persona, di carnagione bronzina, coll’occhio

dilatato vedeva venire innanzi a sè la terra sotto la forma di una

tetra massa disposta a cono, e che usciva dal mezzo dei flutti come un

immenso cappello alla catalana. — È quella l’isola di Monte-Cristo? —

domandò con voce grave e marcata da profonda tristezza il viaggiatore,

agli ordini del quale sembrava che momentaneamente fosse sottoposto il

piccolo _yacht_.

— Sì, eccellenza, rispose il padrone, noi arriviamo.

— Noi arriviamo! mormorò il viaggiatore con un indefinibile accento di

melanconia: indi soggiunse a bassa voce:

— Sì, quello sarà il porto. — E ritornò ad immergersi nel suo pensiero

che traspirava da un sorriso più tristo che non sarebbero state le

lagrime. Alcuni minuti dopo si scoperse a terra una fiamma che tosto

si spense, e il rumore di un arme da fuoco giunse fino al _yacht_.

— Eccellenza, disse il padrone, ecco il segnale di terra, volete

rispondervi voi stesso? — Che segnale? domandò quegli. — Il padrone

stese la mano verso l’isola ai fianchi della quale s’avvicinavano,

isolata e biancastra, additando un largo pennacchio di fumo che

si squarciava allargandosi. — Ah! sì, diss’egli come se uscisse da

un sogno; date. — Il padrone gli stese una carabina già carica; il

viaggiatore la prese, l’alzò lentamente e fece fuoco in aria. Dieci

minuti dopo si ammainavano le vele, e si gettava l’ancora a 500 passi

dal porto. La lancia era già in mare con quattro rematori e il pilota;

il viaggiatore discese, e invece di sedere a poppa, per lui coperta da

un tappeto, rimase in piedi a prua colle braccia incrociate. I rematori

aspettavano coi remi alzati, come gli uccelli che si asciugano le ali.

— Andate! disse il viaggiatore. — Gli otto remi caddero in mare di un

sol colpo senza far spruzzare una sola goccia di acqua; indi la barca,

cedendo all’impulsione, strisciò rapidamente. In quel punto giunsero ad

un piccolo seno formato da scavi naturali; la barca toccò fondo sulla

fina sabbia. — Eccellenza, disse il pilota, montate sulle spalle di due

dei nostri uomini, essi vi porteranno a terra.

Il giovine rispose a questo invito con un gesto di completa

indifferenza, si liberò le gambe dalla barca, e si lasciò calare

nell’acqua che gli giunse fino alla cintola. — Ah! eccellenza, mormorò

il pilota, avete fatto male a far così, ci farete sgridare dal nostro

padrone.

Il giovine continuò ad avanzarsi verso la riva seguendo i due marinari

che sceglievano il miglior fondo.

Dopo una trentina di passi erano a terra, il giovine scuoteva i piedi

sopra un terreno secco, e cercava con gli occhi intorno a sè il cammino

probabile che gli verrebbe indicato, poichè faceva assolutamente notte;

al momento in cui voltava la testa una mano si posò sulla sua spalla,

ed una voce lo fece rabbrividire.

— Buon giorno Massimiliano, diceva questa voce, voi siete esatto, io ve

ne ringrazio.

— Siete voi, conte, gridò il giovine, con un movimento che

rassomigliava alla gioia, e stringendo con ambe le mani la mano di

Monte-Cristo.

— Sì, voi lo vedete, così esatto quanto voi stesso; ma voi siete

grondante, caro amico, bisogna cambiarvi di vestito, come diceva

Calipso a Telemaco. Venite adunque, vi è per di qua un alloggio

preparato per voi e nel quale dimenticherete la stanchezza ed il

freddo. — Monte-Cristo s’accorse che Morrel si voltava, egli aspettò.

Il giovine infatto, vedendo con sorpresa che non era stata detta una

parola da quelli che lo avevano là portato, ch’egli non li aveva pagati

e che ciò non ostante erano partiti. Si sentiva anzi di già il battere

dei remi della barca che ritornava al piccolo _yacht_.

— Ah! sì, disse il conte, voi cercate i vostri marinari?

— Senza dubbio; io non ho loro dato niente; e ciò non ostante sono

partiti.

— Non vi occupate di questo, Massimiliano, disse ridendo Monte-Cristo,

ho un contratto colla marina, perchè gli accessi alla mia isola

siano franchi da qualunque spesa: sono _abbonato_ come si direbbe nei

paesi inciviliti. — Morrel guardò il conte con meraviglia. — Conte,

diss’egli, voi non siete più lo stesso qui che a Parigi.

— In che modo? — Sì, voi ridete. — La fronte di Monte-Cristo si

corrugò d’un subito: — Avete ragione di richiamare me a me stesso,

Massimiliano, diss’egli: il rivedervi era per me una felicità ma

passeggiera.

— Oh! no, no, conte, gridò Morrel stringendogli di nuovo le mani,

ridete, al contrario, siate felice, e provatemi colla vostra

indifferenza che la vita non è cattiva che per coloro che soffrono. Oh!

voi siete caritatevole, siete buono, siete grande, ed è solo per darmi

coraggio che affettate questa ilarità.

— Vi sbagliate, gli è perchè sono effettivamente contento.

— Allora mi dimenticate, tanto meglio! — In che modo?

— Sì, poichè lo sapete, amico, come diceva il gladiatore entrando nel

circo al sublime imperatore, io dico a voi: «quello che va a morte, vi

saluta.»

— Non siete consolato? domandò Monte-Cristo con uno strano sguardo.

— Oh! fece Morrel con uno sguardo pieno d’amarezza, avete creduto

realmente che io potessi esserlo?

— Ascoltate, disse il conte, voi intendete bene il senso delle mie

parole, non è vero, Massimiliano? non mi prendete per un uomo volgare,

per un istrumento che emette dei suoni vaghi e privi di senso? Quando

io vi domando se siete consolato, vi parlo da uomo pel quale il cuore

umano non ha più segreti. Ebbene! Morrel, discendiamo insieme nel

fondo del vostro cuore, ed esploriamolo. Evvi ancora quella impaziente

foga di dolore che fa balzare il corpo come balza il leone ferito da

un colpo di moschetto? vi è sempre quella sete divorante che non si

estingue che nella tomba? vi è ancora quella idealità di dispiacere

che lancia il vivo fuori della vita, in traccia della morte? ovvero vi

è soltanto la prostrazione del coraggio spossato, la noia che soffoca

i raggi di speranza che vorrebbero rilucere? vi è la perdita della

memoria che produce l’impotenza delle lagrime? Oh! mio caro amico, se

la cosa è così, se non avete più altre forze che in Dio, altri sguardi

che nel cielo, Massimiliano, voi siete consolato, non vi lamentate più.

— Conte, disse Morrel con tuono di voce dolce e fermo; ascoltatemi,

come si ascolta un uomo che parla col dito steso verso la terra, gli

occhi verso il cielo; io sono venuto vicino a voi per morire fra le

braccia di un amico. Certamente amo ancora qualcuno: amo mia sorella

Giulia, amo suo marito Emmanuele; ma ho bisogno che mi si aprano delle

braccia forti, e che mi si sorrida nell’ultimo mio momento; mia sorella

si struggerebbe in lagrime e svenirebbe; io vedrei soffrire, ed ho

sofferto abbastanza: Emmanuele mi strapperebbe l’arme dalle mani e

riempirebbe la casa delle sue grida; voi, conte, voi di cui io ho la

parola, mi condurrete dolcemente e con tenerezza, n’è vero, fino alle

porte della morte?

— Amico, disse il conte, non mi resta ancora che un dubbio; avreste

voi così poca forza da mettere dell’orgoglio nell’esagerare il vostro

dolore?

— No, osservate; io sono tranquillo, disse Morrel stendendo la mano

al conte, e il mio polso non batte nè più forte nè più lentamente

dell’ordinario: mi ritrovo al termine della mia strada e non andrò di

più avanti. Voi mi avete parlato di aspettare e di sperare; sapete ciò

che avete fatto al disgraziato, saggio che siete? io ho aspettato un

mese, vale a dire ho sofferto un mese di più. Io ho sperato; (l’uomo

è una povera e miserabile creatura!) che cosa ho sperato? non lo so,

qualche cosa di sconosciuto, d’assurdo, d’insensato; un prodigio!...

E quale? Dio solo può dirlo che ha mischiato alla nostra ragione il

sentimento della speranza. Sì, ho aspettato; ho sperato, e da un quarto

d’ora che parliamo mi avete cento volte, senza saperlo, torturato e

lacerato il cuore, poichè ciascuna delle vostre parole mi ha provato

che non vi era più speranza per me. Oh! conte, quanto riposerò

dolcemente e voluttuosamente nella morte!

Morrel pronunziò quest’ultime parole con un’esplosione di energia che

fece fremere il conte.

— Amico mio, continuò Morrel, vedendo che il conte taceva, voi mi

avete designato il 5 ottobre come termine della dilazione che mi avete

domandata... amico, oggi è il 5 ottobre... — Morrel cavò l’orologio: —

Sono nove ore, ho ancora tre ore da vivere.

— Sia, rispose Monte-Cristo, venite. — Morrel seguì macchinalmente

il conte, ed essi erano già nella grotta che Massimiliano non se ne

era ancora accorto. Egli trovò i tappeti sotto i suoi piedi, si aprì

una porta, dolci profumi lo avvilupparono, una viva luce colpì i suoi

occhi. Morrel si fermò esitando ad inoltrarsi; egli non si fidava

delle snervate delizie che lo circondavano. Monte-Cristo lo attirò

dolcemente: — Non fa mestieri, disse il conte, che noi impieghiamo le

tre ore che ci rimangono come quegli antichi Romani che, condannati

da Nerone loro imperatore e loro erede, si mettevano a tavola coronati

di fiori, ed aspiravano la morte tra i profumi delle vainiglie e delle

rose?

Morrel sorrise: — Come vorrete, disse egli; la morte è sempre morte,

vale a dire l’oblio, vale a dire il riposo, vale a dire l’assenza

della vita, e per conseguenza dei dolori della terra. — Egli si assise,

Monte-Cristo si pose in faccia a lui; erano in quella maravigliosa sala

da pranzo che abbiam già descritta, e dove statue di marmo portavano

sulle loro teste cestellini sempre pieni di fiori e di frutti. Morrel

aveva guardato tutto vagamente, ed era possibile che non avesse veduto

niente. — Parliamo da uomini, diss’egli guardando fissamente il conte.

— Parlate! rispose questi.

— Conte, riprese Morrel, avete in voi raccolto tutte le conoscenze

umane, e mi fate l’effetto di essere disceso da un mondo più inoltrato

e più erudito del nostro.

— Nelle vostre parole vi è qualche cosa di vero, Morrel, disse il conte

con quel sorriso melanconico che lo faceva così bello: sono disceso da

un pianeta che si chiama il dolore.

— Io credo tutto ciò che mi dite, senza cercare di approfondirne il

senso, conte! e la prova si è che voi mi avete detto di sperare, ed

ho quasi sperato: avrò dunque il coraggio di dirvi come se foste già

morto una volta: come è doloroso il morire? — Monte-Cristo guardava

Morrel con una indefinibile espressione di tenerezza. — Sì, disse egli!

sì, senza dubbio è molto doloroso, se voi troncate brutalmente questo

mortale inviluppo che domanda ostinatamente di vivere. Se voi fate

stridere la vostra carne sotto i denti impercettibili di un pugnale! se

vi trapassate con una palla intelligente, e sempre pronta a scartarsi

dalla strada del vostro cervello, che il minimo urto addolora,

certamente voi soffrirete, e lascerete odiosamente la vita, trovandola

nel mezzo della vostra disperata agonia, migliore che un riposo

comprato ad un così caro prezzo.

— Sì, lo capisco, disse Morrel, la morte, come la vita, ha i suoi

segreti di dolore e di voluttà: il tutto dipende dal saperli conoscere.

— Precisamente, Massimiliano, e voi avete detta una gran parola. La

morte è, a seconda delle cure che noi poniamo nel metterci in bene o in

male con lei, o una amica che ci culla dolcemente quanto una nutrice,

o una nemica che strappa violentemente l’anima dal corpo. Un giorno,

quando il nostro mondo avrà vissuto ancora un migliaio d’anni, quando

si sarà reso padrone di tutte le forze distruggitrici della natura per

farle servire al ben essere generale dell’umanità, quando l’uomo saprà,

come voi desideravate or ora, i segreti della morte, la morte diverrà

così dolce e così voluttuosa quanto il sonno gustato fra le braccia di

una diletta consorte.

— E se voi voleste morire, sapreste morire in tal modo? — Sì.

Morrel gli stese la mano. — Capisco ora, diss’egli, perchè mi avete

dato convegno qui in quest’isola disabitata, nel mezzo dell’Oceano,

in questo palazzo sotterraneo, sepolcro da destare invidia ad un

Faraone: gli è perchè voi mi amate, non è vero conte? è perchè mi

amate abbastanza per darmi una di queste morti di cui parlavate or

ora, una morte senza agonia, una morte che mi permetta di estinguermi

pronunziando il nome di Valentina e stringendovi la mano?

— Sì, avete colto al segno Morrel, disse il conte con semplicità, ed è

così che io la intendo.

— Grazie; l’idea che domani non soffrirò più è soave al mio povero

cuore.

— Non vi dispiace di niente? domandò Monte-Cristo.

— No! rispose Morrel.

— Neppur di me? domandò il conte con profonda emozione. — Morrel si

fermò; il suo occhio così puro di repente si oscurò, indi brillò di

straordinaria luce! una grossa lagrima gli scaturì e scorse scavando

un solco d’argento sulla sua guancia. — Che! disse il conte, lasciate

ancora qualche cosa con dispiacere sulla terra, e voi morite!

— Oh! ve ne supplico, gridò Morrel con voce indebolita, non mi dite una

parola di più conte, non prolungate il mio supplizio. — Il conte credè

che Morrel si fosse indebolito.

Questa credenza di un momento risuscitò in lui l’orribile dubbio già

atterrato una volta al castello d’If.

— Io mi occupo, pensò egli, di restituire quest’uomo alla felicità,

guardo questa restituzione come un peso gettato nella bilancia sul

piatto opposto a quello in cui ho gettato tanto male. Ora, se io mi

sbagliassi, se quest’uomo non fosse abbastanza infelice per meritare la

felicità che gli destino? ahimè che addiverrebbe di me che non posso

dimenticare il male se non facendo il bene! — indi rivolgendosi a

Morrel:

— Ascoltate, Morrel, disse Monte-Cristo, io non ho alcun parente al

mondo, voi lo sapete: mi sono abituato a considerarvi come un mio

figlio. Ebbene! per salvare questo mio figlio, io sacrificherei la mia

vita, a più forte ragione, le mie ricchezze.

— Che intendete dire?

— Intendo dire, Morrel, che voi volete lasciare la vita, perchè non

conoscete tutti i piaceri che la vita concede ai possessori di grandi

ricchezze. Massimiliano, io posseggo quasi cento milioni, io ve li

dono; con una simile fortuna voi potrete ottenere qualunque risultato

vi proporrete. Siete ambizioso? tutte le carriere vi saranno aperte.

Mettete sotto sopra il mondo, cambiatene la faccia, abbandonatevi ad

opere insensate, ma vivete.

— Conte, io ho la vostra parola, rispose freddamente Morrel; e,

aggiunse egli cavando l’orologio, sono le undici e tre quarti. —

Morrel! ci pensate voi, sotto i miei occhi, nella mia casa?...

— Allora, lasciatemi partire, disse Massimiliano divenuto tetro, oppure

io crederò che voi non mi amate per me, ma per voi! — E si alzò.

— Sta bene, disse Monte-Cristo, il cui viso si rischiarò a queste

parole; voi lo volete, Morrel, voi siete inflessibile; sì, siete

profondamente infelice, e lo avete detto, un miracolo soltanto potrebbe

guarirvi; sedete adunque, Morrel, e aspettate. — Morrel obbedì;

Monte-Cristo si alzò a sua volta ed andò a frugare in un armadio chiuso

diligentemente, di cui portava la chiave sospesa ad una catenella

d’oro; prese un piccolo bauletto d’argento, maravigliosamente scolpito

e cesellato. Posò il bauletto sulla tavola: indi aprendolo ne cavò una

scatola d’oro il cui coperchio si alzava premendo una molla. Questa

scatola conteneva una sostanza untuosa, quasi solida, di cui il colore

era indefinibile, mercè il riflesso dell’oro forbito, dei zaffiri, dei

rubini, e degli smeraldi che contornavano la scatola. Era un miscuglio

di azzurro, di porpora e d’oro. Il conte prese una piccola quantità

di questa sostanza con un cucchiaio d’argento dorato, e l’offrì a

Morrel, fissando su lui un lungo sguardo. Allora si potè vedere che

questa sostanza era verdastra. — Ecco ciò che voi mi avete domandato,

diss’egli. Ecco ciò che io vi ho promesso.

— Vivo ancora, disse il giovine, prendendo il cucchiaio dalle mani di

Monte-Cristo, vi ringrazio dal fondo del mio cuore. — Il conte prese un

altro cucchiaio, e lo immerse una seconda volta nella scatola d’oro: —

Che fate voi, amico? domandò Morrel, fermandogli la mano.

— In fede mia, Morrel, credo di esser stanco quanto voi della vita, e

poichè si presenta l’occasione....

— Fermate! gridò il giovine, voi che amate, voi che siete amato,

oh! non fate ciò che faccio io; per parte vostra sarebbe un delitto.

Addio, mio nobile e generoso amico, addio, io vado a dire a Valentina

tutto ciò che voi avete fatto per me. — E lentamente, senz’altra

esitazione che una lunga stretta colla mano sinistra, che stendeva al

conte, Morrel inghiottì, o piuttosto assaporò la misteriosa sostanza

offerta da Monte-Cristo. Allora entrambi si tacquero. Alì, silenzioso

ed attento portò il tabacco e le pipe, servì il caffè e disparve.

Poco a poco le lampade impallidirono nelle mani delle statue di marmo

che le sostenevano, e i profumi dei vasi sembrarono meno penetranti

a Morrel. Assiso a lui di faccia, Monte-Cristo lo guardava dal fondo

dell’ombra, e Morrel non vedeva brillare che gli occhi del conte. Un

immenso dolore s’impadronì del giovine: sentì la pipa sfuggirgli di

mano; gli oggetti perdevano la loro forma e il loro colore; i suoi

occhi turbati vedevano aprirsi come porte e tende nei muri: — Amico,

diss’egli, io sento che muoio; grazie! — Fece uno sforzo per stendergli

un’ultima volta la mano, ma la mano ricadde senza forze vicino a lui.

Allora gli sembrò che Monte-Cristo sorridesse, non più del suo strano

e spaventoso sorriso che molte volte gli aveva fatto intravvedere i

misteri di quest’anima profonda, ma colla benevolenza compassionevole

che i padri hanno pei loro figli irragionevoli. Nello stesso tempo il

conte ingrandiva ai suoi occhi; la sua persona, quasi raddoppiata si

disegnava sulle tendine rosse, egli aveva i capelli neri gettati in

addietro, e compariva in piedi e fiero. Morrel abbattuto e vinto, si

rovesciò sul divano; un torpore voluttuoso s’insinuò nelle sue vene. Un

cambiamento d’idee mobilizzò la sua fronte, come una nuova disposizione

di disegni muove il caleidoscopio. Steso, snervato, anelante, Morrel

non sentì più niente della vita in lui, se non questo sogno: gli

sembrava di entrare a gonfie vele in quel vago delirio che precede

quell’antro sconosciuto, che si chiama morte. Tentò anche una volta di

stendere la mano al conte, ma questa volta la sua mano non si mosse

nemmeno; volle articolare un ultimo addio, la sua lingua gli cadde

pesantemente in gola, come una pietra che chiudesse un sepolcro. I suoi

occhi carichi di languore si chiusero suo malgrado; però dietro alle

sue palpebre si agitava un’immagine ch’egli riconobbe ad onta della

oscurità da cui si credeva avviluppato.

Era il conte che aveva aperta una porta. Tosto un’immensa chiarezza

irradiò dalla camera vicina, o piuttosto da un palazzo meraviglioso,

venne inondata di luce la sala ove Morrel si lasciava in braccio alla

sua dolce agonia. Allora egli vide venire sulla soglia di questa

sala e sul limitare di queste due camere una donna di meravigliosa

bellezza. Pallida, e dolcemente sorridente, ella sembrava l’angiolo

della misericordia. — È forse il cielo che già si apre per me? pensò

il moribondo; quest’angiolo rassomiglia a quello che ho perduto. —

Monte-Cristo mostrò col dito alla giovanetta il sofà su cui riposava

Morrel. Ella si avanzò verso di lui con le mani giunte e il sorriso

sulle labbra. — Valentina! Valentina! — gridò Morrel nel fondo

dell’anima sua. Ma la bocca non proferì alcun suono; e, come se

tutte le sue forze fossero unite in questa emozione interna, mandò un

sospiro, e chiuse gli occhi. Valentina si precipitò verso di lui. Le

labbra di Morrel fecero ancor un movimento.

— Egli vi chiama, disse il conte, egli vi chiama dal fondo del suo

sonno; colui al quale voi avete confidato il vostro destino, dal quale

la morte ha voluto separarvi! ma io era là per fortuna, ed ho vinta

la morte! Valentina, d’ora in avanti non dovete separarvi più sulla

terra! poichè per ritrovarvi, egli si precipitava nella tomba. Senza

di me, sareste morti entrambi! possa Iddio tenermi a calcolo queste due

esistenze che ho salvate! — Valentina afferrò la mano di Monte-Cristo,

ed in uno slancio di gioia irresistibile, la portò alle sue labbra. —

Oh! ringraziatemi bene, disse il conte, oh! riditemi, senza stancarvi

di ridirlo, riditemi che io vi ho resa felice! non sapete quanto io

abbia bisogno di questa certezza.

— Oh! sì, sì, io vi ringrazio con tutta l’anima mia, disse Valentina,

e se dubitate che i miei ringraziamenti non siano sinceri, ebbene!

domandate ad Haydée, interrogate la mia sorella prediletta Haydée, che

dal momento della nostra partenza dalla Francia mi ha fatto aspettare

pazientemente, parlandomi di voi, e del felice giorno che oggi

risplende per me.

— Voi dunque amate Haydée? domandò Monte-Cristo con una emozione che si

sforzava invano di dissimulare.

— Oh! con tutta l’anima mia!

— Ebbene! ascoltate, ho una grazia da chiedervi.

— A me, gran Dio! sarei abbastanza felice per...?

— Sì; voi avete chiamata Haydée vostra sorella, ch’ella lo sia in

fatto, Valentina; rendete a lei tutto ciò che voi credete di dovere

a me! proteggetela voi e Morrel, poichè (la voce del conte era vicina

ad estinguersi nella sua gola), poichè d’ora innanzi ella sarà sola al

mondo...

— Sola al mondo! ripetè una voce dietro il conte, e perchè? —

Monte-Cristo si voltò. Haydée era là, ritta, pallida ed agghiacciata,

guardando il conte con un gesto d’immortale stupore: — Perchè domani,

figlia mia, tu sarai libera, rispose il conte; perchè tu riprenderai

nel mondo il posto che ti è dovuto, perchè non voglio che il mio

destino oscuri il tuo. Figlia di principe! ti restituisco le ricchezze

ed il nome di tuo padre. — Haydée impallidì, aprì i suoi occhi diafani

come la vergine che si raccomanda a Dio, e con voce resa rauca per le

lagrime:

— Dunque, mio signore, tu mi lasci? disse ella.

— Haydée! Haydée! tu sei giovane, tu sei bella; dimentica perfino il

mio nome, e sii felice!

— Sta bene, disse Haydée, i tuoi ordini saranno eseguiti, mio signore;

dimenticherò perfino il tuo nome, e sarò felice.

Ella fece un passo in addietro per ritirarsi.

— Oh! mio Dio, gridò Valentina, mentre sosteneva la testa appesantita

di Morrel sopra la sua spalla, non vedete dunque quant’ella soffre?

Haydée le disse con una espressione dilaniante: — Perchè vuoi dunque,

sorella mia, che egli mi comprenda? egli è mio padrone, io sono la sua

schiava; egli ha il diritto di non veder niente. — Il conte fremette

agli accenti di questa voce che andò a risvegliare per fino le fibre

più secrete del suo cuore; i suoi occhi s’incontrarono in quelli della

giovanetta, e non ne poterono sostenere la forza.

— Mio Dio! mio Dio! disse Monte-Cristo, sarebbe dunque vero quanto

mi lasciate supporre, Haydée? voi dunque sareste felice se non mi

lasciaste?

— Io sono giovane, amo la vita che tu mi hai resa sempre così dolce, e

mi dispiacerebbe di morire.

— Ciò dunque vuol dire che se io ti lasciassi, Haydée?...

— Io morirei, mio signore, sì! — Tu dunque mi ami?

— Oh! Valentina, egli chiede se io l’amo! Valentina, digli dunque se tu

ami Massimiliano!

Il conte sentì il suo petto allargarsi ed il suo cuore dilatarsi, aprì

le braccia, Haydée vi si slanciò, gettando un grido.

— Oh! sì, io t’amo, diss’ella, t’amo come si ama il padre, il fratello,

il marito! io t’amo come si ama la vita, perchè tu sei per me il più

bello, il migliore, il più grande degli esseri creati!

— Ebbene! sia dunque fatto come tu vuoi, angelo mio diletto! disse

il conte; Dio mi ha suscitato contro i miei nemici, e chi mi ha fatto

vincitore? Dio! io lo vedo bene. Egli non vuol mettere il pentimento in

mezzo alla mia vittoria! io voleva punirmi, Dio vuol perdonarmi. Amami

dunque, Haydée! chi sa? il tuo amore forse mi farà obbliare ciò che è

necessario che io obblii.

— Ma che dici dunque mio signore? domandò la giovanetta.

— Io dico, che una tua parola, Haydée, mi ha illuminato di più che

i venti anni della mia saggezza: non ho più che te al mondo, Haydée!

per te mi riattacco alla vita, per te posso ancora essere felice od

infelice!

— Lo ascolti tu, Valentina! gridò Haydée, egli dice, che per me può

soffrire, per me che darei la mia vita per lui!

Il conte si raccolse un minuto: — Ah! io intravedo la verità!

diss’egli. Oh! Vieni, Haydée, vieni...

E stretta la mano di Valentina disparve con Haydée.

Circa un’ora passò durante la quale anelante, senza voce, cogli occhi

fissi, Valentina restò vicino a Morrel. Finalmente ella sentì battere

il cuore di lui, un soffio impercettibile aprì le labbra di lui e quel

leggero fremito che annunzia il ritorno della vita, percosse tutto il

corpo del giovine.

Finalmente gli occhi si riaprirono, ma sulle prime fissi e come

insensati; indi gli ritornò la vista, precisa, reale; colla vista il

sentimento, e col sentimento il dolore: — Oh! gridò egli coll’accento

della disperazione, io vivo ancora, il conte mi ha ingannato! e stese

la mano sulla tavola, ed afferrò un coltello.

— Amico, disse Valentina col suo adorabile sorriso, svegliati adunque,

e guarda dalla mia parte.

Morrel mandò un gran grido, e, delirante, pieno di dubbio, come

abbagliato da una visione celeste, cadde alle ginocchia di lei.

La dimane ai primi raggi del giorno, Morrel e Valentina passeggiavano

sotto il braccio l’uno dell’altro, sulla spiaggia. Valentina raccontava

a Morrel in che modo Monte-Cristo era apparso nella sua camera, come le

aveva tutto svelato, come le aveva fatto toccar col dito il delitto, e

come finalmente l’avea miracolosamente salvata dalla morte, lasciando

credere a tutti ch’ella era morta realmente.

Essi avevano ritrovata aperta la porta della grotta, ed erano usciti;

il cielo lasciava ancora risplendere sul suo azzurro mattutino le

ultime stelle della notte. Allora Morrel scoprì, nella penombra di

un gruppo di rocce, un uomo che aspettava un segnale per inoltrarsi;

egli lo mostrò a Valentina: — Ah! è Jacopo! diss’ella, il capitano del

_yacht_.

E con un gesto ella lo chiamò.

— Avete qualche cosa a dirci? domandò Morrel.

— Ho da rimettervi questa lettera per parte del conte.

— Del conte! esclamarono entrambi i giovani.

— Sì, leggete. — Morrel aprì la lettera e lesse:

«Mio caro Massimiliano,

«Ritroverete per voi una feluca all’ancora, Jacopo vi condurrà a

Livorno, ove il sig. Noirtier aspetta sua nipote, che egli vuol

benedire prima che vi segua all’altare. Tutto ciò che è in questa

grotta, amico mio, la mia casa ai Campi-Elisi e il mio piccolo

castello di Trèport sono i regali di nozze che fa Edmondo Dantès

al figlio del suo padrone Morrel; Madamigella de Villefort vorrà

bene prenderne la metà, poichè la supplico di dare ai poveri

di Parigi tutte le ricchezze che le possono venire dal lato di

suo padre divenuto demente, e dal lato di suo fratello morto in

settembre con sua madre.

«Dite all’angiolo che veglierà sulla vostra vita, Morrel,

di pregare qualche volta per un uomo che, simile a Satana,

follemente per un momento si è creduto uguale a Dio, e che ha

riconosciuto, con tutta l’umiltà di un cristiano, che nelle mani

soltanto di Dio sta il supremo potere e la infinita sapienza.

Queste preghiere addolciranno forse i rimorsi ch’egli porta seco

nel fondo del suo cuore.

«In quanto a voi, Morrel, ecco tutto il segreto della condotta

che ho tenuto verso voi: non vi è nè felicità nè infelicità

in questo mondo, vi è soltanto il paragone di uno stato ad un

altro, ecco tutto. Quello che ha provato l’estremo infortunio è

atto a gustare la suprema felicità. Bisogna aver voluto morire,

Massimiliano, per sapere qual bene è il vivere.

«Vivete dunque e siate felici, figli prediletti del mio cuore, e

non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Iddio si degnerà

di svelare all’uomo l’avvenire, tutta l’umana saggezza sarà

riposta in queste due parole: _Aspettare e sperare._

Vostro amico

EDMONDO DANTÈS

_Conte di Monte-Cristo_.»

Durante la lettura di questa lettera, che le apprendeva la follia di

suo padre e la morte di suo fratello, morte e follia ch’ella ignorava,

Valentina impallidì, un doloroso sospiro le sfuggì dal petto, e lagrime

non meno pungenti per essere silenziose scorsero sulle sue guance;

la sua felicità le costava ben cara! Morrel guardò intorno a sè con

inquietudine: — Ma, diss’egli, in verità il conte esagera la sua

generosità; Valentina si contenterà della mia modesta fortuna. Dov’è il

conte, amico mio? conducetemi a lui.

Jacopo stese la mano verso l’orizzonte.

— Che! che volete dire? domandò Valentina; dov’è il conte? dov’è Haydée?

— Guardate, disse Jacopo. — Gli occhi dei due giovani si fissarono

sulla linea indicata dal marinaro; e sulla linea di un blu cupo che

separava all’orizzonte il cielo dal Mediterraneo, si scoperse una

bianca vela, grande come l’ala di un gabbiano.

— Partito! gridò Morrel; partito! Addio, amico mio, addio padre mio.

— Partita! mormorò Valentina. Addio, amica mia! addio sorella mia!

— Chi sa se li rivedremo mai più? disse Morrel asciugandosi una lagrima.

— Amico mio, disse Valentina, il conte non ci ha egli lasciato scritto

che l’umana saggezza tutta intera sta riposta in queste due parole:

_Aspettare e sperare_?

Il Conte di Monte-Cristo · 第 136 / 140 题