Gli avvenimenti che erano accaduti tenevano occupata tutta Parigi.
Emmanuele e sua moglie se li raccontavano, con una sorpresa ben
naturale, nel loro salotto della strada Meslay; confrontavano queste
tre catastrofi tanto improvvise, quanto inattese, di Morcerf, di
Danglars e di Villefort. Massimiliano, che era venuto a far loro una
visita, li ascoltava, o piuttosto assisteva alla loro conversazione,
immerso nella sua insensibilità abituale.
— In verità, diceva Giulia, non si direbbe, Emmanuele, che tutte queste
ricche persone, ieri così felici, avessero dimenticato, nel calcolo sul
quale avevano stabilita la loro fortuna, la loro felicità e la loro
considerazione, la parte dovuta al genio cattivo, e che questi, come
nelle cattive fate dei racconti di Perrault, che avevano dimenticato
d’invitare a qualche nozze, o a qualche festino, fosse poi comparso
d’improvviso per vendicarsi di questa fatale dimenticanza.
— Quanti disastri, diceva Emmanuele pensando a Morcerf e a Danglars.
— Quanti patimenti! diceva Giulia, ricordandosi di Valentina, che per
un istinto di donna non voleva nominare davanti a suo fratello.
— Se è Dio che li ha colpiti, diceva Emmanuele, ciò è perchè Dio, che
è la suprema bontà, nulla ha ritrovato nella vita passata di quelle
genti, che meritasse l’attenuazione della pena, e perchè quella gente
era maledetta.
— Non sei tu ben temerario nel tuo giudizio, Emmanuele? disse Giulia.
Quando mio padre, colla pistola alla mano, era sul punto di bruciarsi
le cervella, se qualcuno avesse detto, come tu dicevi: quest’uomo ha
meritata la sua pena, questo qualcuno non si sarebbe sbagliato?
— Sì, ma Dio non ha permesso che nostro padre soccombesse, come non ha
permesso che Abramo sacrificasse suo figlio; al patriarca, come a noi,
inviò un angelo che tagliò a mezza strada le ali alla morte.
Terminava appena di pronunziare queste parole, quando risuonò il
campanello. Era il segnale dato dal portinaro che giungeva una visita.
Quasi nel medesimo punto si aprì la porta del salotto, e comparve il
conte di Monte-Cristo sulla soglia. Fu un doppio grido di gioia per
parte dei due giovani sposi. Massimiliano rialzò la testa, e la lasciò
tosto ricadere. — Massimiliano, disse il conte senza far sembiante di
notare le diverse impressioni che la sua presenza aveva prodotte nei
suoi ospiti; io vengo a cercarvi.
— A cercarmi? disse Morrel, come se fosse uscito da un sogno.
— Sì, disse Monte-Cristo, non è convenuto che vi avrei condotto meco,
non vi ho prevenuto ieri di tenervi pronto?
— Eccomi, disse Massimiliano, era venuto a dir loro addio.
— E dove andate, sig. conte? domandò Giulia.
— Da prima a Marsiglia, signora.
— A Marsiglia! ripeterono insieme i due sposi.
— Sì, e vi prendo vostro fratello.
— Ah! disse Giulia, riconducetelo guarito.
Morrel voltò la faccia per nascondere il vivo rossore.
— Vi siete dunque accorti che non istava bene?
— Sì, rispose la giovane sposa, ed ho paura ch’egli si annoi a stare
con noi. — Io lo distrarrò, riprese il conte.
— Son pronto, signore, disse Morrel, addio, miei buoni amici, addio
Emmanuele, addio Giulia!
— Come! addio? gridò Giulia; voi partite così subito, senza
preparativi, senza passaporti?
— Questi sono particolari che raddoppiano il dispiacere delle
separazioni, disse Monte-Cristo, e Massimiliano, ne sono sicuro, avrà
operato con cautela, questo è quanto io gli aveva raccomandato.
— Ho il mio passaporto, e la mia valigia è fatta, disse Morrel colla
sua monotona tranquillità.
— Benissimo, disse Monte-Cristo sorridendo, si riconosce l’esattezza di
un buon soldato.
— E ci lasciate in tal modo? disse Giulia, sul momento, voi non ci
accordate neppur un giorno, neppure un’ora?
— La mia carrozza è alla porta, signora; è necessario che fra cinque
giorni io sia a Roma.
— Ma Massimiliano non va a Roma? disse Emmanuele.
— Io vado ove piacerà al conte di condurmi, io appartengo a lui anche
per un mese.
— Oh! mio Dio, in che modo lo dice, sig. conte!
— Massimiliano mi accompagna, disse il conte con la sua persuasiva
affabilità, tranquillatevi adunque sul conto di vostro fratello.
— Addio sorella mia! ripetè Morrel; addio Emmanuele.
— Egli mi strazia il cuore con la sua non curanza, disse Giulia! oh!
Massimiliano, tu ci nascondi qualche cosa.
— Bah! disse Monte-Cristo, lo vedrete ritornare gaio, allegro e
contento. — Massimiliano lanciò a Monte-Cristo uno sguardo quasi
sdegnoso, quasi irritato.
— Partiamo! disse il conte.
— Prima che partiate, sig. conte, disse Giulia, permetteteci di dirvi
tutto ciò che l’altro giorno...
— Signora, rispose il conte prendendole le mani, tutto ciò che direste
non varrà mai ciò che io leggo nei vostri occhi, ciò che il vostro
cuore ha pensato, ciò che il mio ha sentito. Come i benefattori
da romanzo, avrei dovuto partire senza rivedervi; ma questa virtù
sarebbe stata al di sopra delle mie forze, perchè sono un uomo debole
e vanitoso, perchè lo sguardo timido, ilare e tenero dei miei simili
mi fa del bene. Ora io parto, e spingo l’egoismo fino a dirvi: non mi
dimenticate, amici miei, poichè probabilmente non mi rivedrete più.
— Non vi rivedremo più! gridò Emmanuele, mentre che due grosse lagrime
scorrevano sulle guance di Giulia, non vi rivedremo più! non siete
dunque un uomo, siete un angiolo che ci lascia, risalite al cielo dopo
essere comparso sulla terra per farvi del bene!
— Non parlate così, riprese vivamente Monte-Cristo, non dite mai tali
cose, amici miei; gli angeli non fanno mai del male, essi sanno a qual
punto debbano fermarsi: il caso, le occasioni, le combinazioni non
sono mai più forti di loro. No, io sono un uomo, Emmanuele, e la vostra
ammirazione è tanto ingiusta quanto sono profanazioni le vostre parole,
— e strinse sulle labbra la mano di Giulia che si precipitò fra le sue
braccia, mentre stendeva l’altra mano ad Emmanuele; indi, strappandosi
da questa casa, dolce nido di cui la felicità era l’ospite, con
un segno attirò dietro a sè Massimiliano, passivo, insensibile e
costernato come era dal momento della morte di Valentina.
— Rendete la gioia a mio fratello! — disse Giulia all’orecchio di
Monte-Cristo: questi le strinse la mano come l’aveva a lei stretta
undici anni prima sulla scala che conduceva al gabinetto di Morrel. —
Vi fidate sempre di Sindbad il Marinaro? le domandò egli sorridendo. —
Oh! sì!
— Ebbene dunque! addormentatevi in pace e nella confidenza del Signore.
— Come lo abbiam detto, la carrozza di posta aspettava, quattro
vigorosi cavalli sollevavan le criniere, e battevano il pavimento con
impazienza. Ai piè della scalinata, Alì aspettava col viso lucido pel
sudore; sembrava giungere da lunga corsa. — Ebbene! gli domandò il
conte in arabo, sei stato dal vecchio? — Alì fece segno di sì. — E gli
hai aperta la lettera sotto gli occhi nel modo che ti aveva ordinato?
— Sì, fece ancora rispettosamente lo schiavo.
— E che cosa ha detto, o piuttosto che cosa ha fatto?
Alì si pose sotto la luce, in modo che il padrone potesse vederlo,
ed imitando colla sua intelligenza la fisonomia del vecchio, chiuse
gli occhi come faceva Noirtier quando voleva dire: sì. — Bene! egli
accetta, disse Monte-Cristo, partiamo! — Non aveva appena lasciata
sfuggire questa parola, che già la carrozza si mosse, ed i cavalli
sollevarono dal pavimento un nembo di polvere misto a scintille.
Massimiliano si accomodò nel suo angolo senza dire una parola. Passò
una mezz’ora: la carrozza si fermò di repente; il conte aveva tirata la
funicella di seta che corrispondeva al dito d’Alì. Il moro discese ed
aprì lo sportello. La notte sfavillava di stelle. Erano all’alto della
salita di _Villejuif_, sulla spianata di dove si vede Parigi, che,
come un tetro mare, agita i suoi milioni di lumi che sembrano flutti
fosforescenti, più numerosi, più appassionati, più mobili, più furiosi,
più avidi di quelli dell’oceano irritato, flutti che non conoscono
la calma del vasto mare, che si urtano sempre, che schiumeggiano
sempre, che sempre inghiottiscono!.... Il conte restò solo, e dopo un
segno della sua mano, la carrozza fece alcuni passi in avanti. Allora
considerò lungamente, colle braccia incrociate, questa fornace ove
vengono a fondersi, a torcersi tutte quelle idee che si slanciano dal
golfo bollente per andare ad agitare il mondo; indi allorchè ebbe ben
fermato il suo sguardo possente sopra questa babilonia:
— Gran città! mormorò egli inchinando la testa e giungendo le mani
come se avesse pregato; sono meno di sei mesi che io ho oltrepassato
le tue porte. Io credeva che lo spirito della Provvidenza mi vi avesse
condotto, ora me ne riconduce trionfante; il segreto della mia speranza
nelle tue mura io l’ho confidato soltanto a Dio, che solo ha potuto
leggere nel mio cuore, egli solo conosce che mi ritiro senza odio,
senza orgoglio, ma non senza dispiaceri: egli solo sa che io non ho
fatto uso nè per me nè per vane cause del potere di cui mi ha fornito.
O gran città! nel tuo seno palpitante io ritrovai ciò che cercava;
minatore paziente, ho rimescolate le tue viscere per farne uscire il
male; ora la mia opera è compita, quella che ho creduta la mia missione
è terminata; ora tu non puoi più offrirmi nè gioie nè dolori, addio!
Parigi! addio! — Il suo sguardo passeggiò ancora sulla vasta pianura,
come quello di un genio notturno; indi passando la sua mano sulla
sua fronte, risalì nella carrozza che si chiuse dietro di lui, e che
disparve ben presto dall’altra parte della salita fra un turbine di
polvere e di rumore.