CI. — VALENTINA.

Il lume da notte continuava ad ardere sul caminetto di Valentina,

consumando le ultime gocce d’olio che galleggiavano ancora sull’acqua;

di già un cerchio più rossigno colorava l’alabastro del globo, di già

la fiamma più viva lasciava sentire gli ultimi crepitii che sembrano,

negli esseri inanimati, le ultime convulsioni dell’agonia, tanto

spesso paragonate a quelle delle povere creature umane: una luce cupa

e sinistra rifletteva un colore opale sul cortinaggio bianco e sulle

coperte della giovanetta.

Tutti i rumori della strada erano cessati per questa volta, ed il

silenzio interno era spaventoso. Allora si aprì la porta della camera

di Edoardo, ed una testa, che abbiamo già veduta un’altra volta,

comparve sullo specchio opposto alla porta. Era la sig.ª de Villefort

che ritornava per vedere l’effetto della sua bevanda.

Ella si fermò sulla soglia, ascoltò il crepitio della lampada, solo

rumore percettibile in questa camera, che si sarebbe creduta deserta,

indi si avanzò dolcemente verso la tavola da notte per vedere se

il bicchiere di Valentina era stato vuotato. Non ve ne era che un

quarto, come abbiam veduto. La sig.ª de Villefort lo prese, e lo andò

a versare nelle ceneri, che ella smosse per facilitare l’assorbimento

del liquido, indi pulì con cura il cristallo, lo asciugò col proprio

fazzoletto, e lo rimise sulla tavola da notte.

Se lo sguardo di qualcuno avesse potuto penetrare nell’interno di

quella camera avrebbe veduta l’esitanza della sig.ª de Villefort nel

fissare i suoi occhi su Valentina ed accostarsi al letto. Quella

lugubre luce, quel silenzio, quella terribile poesia della notte,

venivano senza fallo a cambiarsi colla spaventevole poesia della sua

coscienza; l’avvelenatrice aveva paura di guardare l’opera sua.

Prese finalmente ardire, allontanò la cortina, si appoggiò al capezzale

del letto, e si curvò su Valentina.

La giovinetta non respirava più; i suoi denti chiusi a metà, non

lasciavano sfuggire un atomo di quel soffio che manifesta la vita; le

labbra imbiancandosi avevan cessato di fremere; gli occhi velati da

un vapore violetto, che sembrava essersi infiltrato sotto la pelle,

formavano una sporgenza più bianca nella direzione in cui il globo

gonfiava la palpebra, e le lunghe ciglia nere rigavano una pelle già

pallida come la cera. La sig.ª de Villefort contemplò quel viso con una

espressione eloquentissima nella sua immobilità; allora si aumentò il

suo ardire, e sollevò la sua mano sul cuore della giovanetta... Esso

era muto e agghiacciato.

Ciò che batteva sotto la sua mano, erano le arterie delle sue dita;

ella ritirò la mano rabbrividita.

Il braccio di Valentina pendeva fuori del letto; questo braccio,

con tutta la sua parte superiore dalla spalla al cubito sembrava

modellato su quello di una delle Grazie di Germano Pilon; ma

l’avambraccio leggermente deforme per un increspamento, ed il polso

di una forma purissima, si appoggiavano, un poco irrigiditi, e colle

dita allontanate, sull’acacia del letto. La radice delle unghie era

bluastra.

Per la sig.ª de Villefort non v’era più dubbio, tutto era finito;

l’opera terribile, l’ultima che volesse compire, era consumata.

L’avvelenatrice nulla più aveva da fare in quella camera; ella

addietrò con tanta cautela ch’era visibile ch’ella temeva il romor

dei suoi piedi sul tappeto; ma nel ritirarsi teneva ancora sollevata

la cortina, assorbendo quello spettacolo della morte, che porta in

sè una irresistibile attrazione fin che la morte non ha prodotta

la decomposizione, ma soltanto la immobilità; mentre finchè dura il

mistero, non vi è ancora il ribrezzo.

I minuti passavano, la sig.ª de Villefort sembrava non potersi staccare

da quella cortina che teneva sospesa come una sindone al disopra della

testa di Valentina. Ella pagò il suo tributo alla meditazione. La

meditazione del delitto deve essere il rimorso. In questo momento i

crepitii del lume raddoppiarono. A questo romore la sig.ª de Villefort

fremette, e lasciò ricadere la cortina. Nello stesso punto il lume si

spense, e la camera fu immersa in una spaventosa oscurità. Allora la

pendola suonò le quattro e mezzo.

L’avvelenatrice, spaventata da queste successive commozioni, cercò a

tastoni la porta, e rientrò nelle sue camere col sudore dell’angoscia

sulla fronte. L’oscurità continuò per due ore dopo. Indi, a poco a

poco, una sinistra e debole luce penetrò nell’appartamento, filtrando

dagli interstizi delle persiane, poscia si fe’ maggiore, e venne a

restituire il colore e la forma agli oggetti ed ai corpi.

Fu in questo momento che si sentì per le scale la tosse della

infermiera che entrò nella camera di Valentina, con una tazza in mano.

Per un padre, per un’amante il primo sguardo sarebbe stato risolutivo,

Valentina era morta; per questa mercenaria, Valentina dormiva.

— Buono! diss’ella avvicinandosi alla tavola da notte, ella ha bevuto

una parte della sua pozione, il bicchiere è a due terzi vuoto; — indi

andò al caminetto, riaccese il fuoco, s’istallò in una poltrona, e

quantunque uscisse allora dal letto approfittò del sonno di Valentina

per dormire ancora alcuni momenti. La pendola la svegliò suonando le

otto.

Allora meravigliata di questo sonno ostinato, spaventata da quel

braccio pendente fuori del letto, e che l’addormentata non aveva ancora

ricondotto a sè, ella si avanzò verso il letto, ed allora soltanto notò

quelle labbra fredde, e quel petto agghiacciato. Voleva riportare il

braccio vicino al corpo, ma il braccio non obbedì che con una certa

rigidezza spaventosa, sulla quale non poteva ingannarsi un’infermiera.

Mandò un orribile grido.

Indi correndo alla porta: — Soccorso! gridò ella, soccorso! — Come

soccorso? chiese dal fondo della scala il sig. d’Avrigny. — Era l’ora

in cui il dottore aveva presa l’abitudine di venire. — Come soccorso?

gridò la voce del sig. de Villefort uscendo precipitosamente dal

gabinetto; dottore, avete udito chiamar soccorso?

— Sì, sì, montiamo, rispose il sig. d’Avrigny, montiamo presto; è dalla

camera di Valentina. — Ma prima che il padre ed il dottore fossero

entrati, gl’inservienti che si ritrovavano nello stesso piano, sparsi

per le camere o pei corridori, erano entrati, e vedendo Valentina

pallida ed immobile sul letto, alzando le mani al cielo, vacillavano

come se avessero avuto le vertigini. — Chiamate la sig.ª de Villefort,

svegliate la sig.ª de Villefort, — gridò il procurator del Re, dalla

porta della camera, nella quale sembrava non osasse entrare. Ma i

domestici, invece di rispondere, guardavano il sig. d’Avrigny ch’era

entrato, era corso a Valentina e la sollevava sulle braccia: — Anche

questa... mormorò egli, lasciandola ricadere. Oh! mio Dio! mio Dio! e

quando vi stancherete?

Villefort si slanciò nell’appartamento: — Che dite, mio Dio! gridò

alzando le mani al cielo, dottore!

— Dico che Valentina è morta, rispose il sig. d’Avrigny con voce

solenne, e terribile nella sua solennità.

Il sig. de Villefort stramazzò, come se le gambe si fossero incrociate,

e cadde colla testa contro il letto di Valentina.

Alle parole del dottore, alle grida del padre i domestici spaventati

fuggirono mandando sorde imprecazioni. S’intesero pei corridori e per

le sale i loro passi precipitati, poscia un movimento nei cortili,

indi tutto finì; il rumore si estinse; dal primo fino all’ultimo, essi

avevano disertato da quella casa maledetta.

In quel momento la sig.ª de Villefort, col braccio per metà infilzato

nel pettinatore da mattina, sollevava la portiera; per un momento

restò sulla soglia in atto di interrogare gli assistenti, e chiamando

in suo aiuto alcune lagrime ribelli. D’un subito ella fece un passo,

o piuttosto uno sbalzo colle braccia stese verso la tavola da notte:

aveva veduto d’Avrigny piegarsi con curiosità su questa tavola, e

prendere il bicchiere ch’ella era certa di aver vuotato nella notte.

Il bicchiere si ritrovava pieno per un terzo, precisamente come era

quando ella ne aveva gettato il contenuto nelle ceneri. Lo spettro di

Valentina ritto davanti l’avvelenatrice avrebbe prodotto minor effetto

su di lei.

Di fatto era quello il colore della bevanda che aveva versata nel

bicchiere di Valentina, e da questa bevuta; era quello il veleno che

non poteva ingannare l’occhio del sig. d’Avrigny, e che d’Avrigny

guardava attentamente; era quello un miracolo che senza dubbio

faceva Dio, affinchè restasse, ad onta di tutte le cautele prese

dall’assassino, una prova, una denunzia del delitto. Frattanto,

mentre la sig.ª de Villefort era rimasta immobile, come la statua del

terrore, mentre Villefort, colla testa nascosta nelle lenzuola del

letto mortuario, non vedeva niente di ciò che accadeva intorno a lui,

d’Avrigny si avvicinava alla finestra per meglio esaminare coll’occhio

il contenuto del bicchiere, e gustandone una goccia presa sulla punta

di un dito:

— Ah! mormorò egli, ora non è più la brucnina; vediamo che cosa è! —

Allora corse ad uno degli armadii della camera di Valentina, armadio

trasformato in farmacia, e cavando dalla sua piccola nicchia d’argento

una boccetta d’acido nitrico, ne lasciò cadere alcune gocce nello opale

del liquido, che in un subito si cambiò in un mezzo bicchiere di sangue

vermiglio. — Ah! fece d’Avrigny coll’orrore del giudice a cui si scopre

la verità, e colla soddisfazione dello scienziato a cui si svela un

problema.

La sig.ª de Villefort si girò un minuto su sè stessa, i suoi occhi

lanciarono fiamme, indi si spensero; ella cercò vacillante la porta

colla mano, e disparve.

Un momento dopo s’intese il rumore di un corpo che cadde sull’assito.

Ma nessuno vi fece attenzione; la infermiera stava occupata a guardare

l’analisi chimica, Villefort era sempre annientato. Il sig. d’Avrigny

soltanto aveva seguito con gli occhi la sig.ª de Villefort, ed aveva

notata la sua precipitata sparizione. Egli sollevò la portiera della

camera di Valentina, ed il suo sguardo, a traverso dell’appartamento

di Edoardo, potè penetrare in quello della sig.ª de Villefort, ch’egli

vide priva di sensi e stesa sul piancito: — Andate a soccorrere la

sig.ª de Villefort, diss’egli all’infermiera, ella si sente male!

— Ma madamigella Valentina? balbettò questa.

— Madamigella Valentina non ha più bisogno di soccorsi, d’Avrigny

disse, poichè ella è morta.

— Morta! morta! sospirò Villefort nel suo parossismo, tanto più

dilaniante, che questa era una notizia incognita, inudita pel suo cuore

di bronzo.

— Morta! dite voi? gridò una terza voce; chi ha detto che Valentina sia

morta? — I due personaggi si rivolsero, e sulla porta scopersero Morrel

dritto in piedi, pallido, sconvolto, e terribile. Ecco ciò ch’era

accaduto.

All’ora solita, e per la piccola porta che conduceva al sig. Noirtier,

Morrel si era presentato. Contro il solito ritrovò la porta aperta;

non ebbe dunque bisogno di suonare il campanello: entrò. Nel vestibolo

aspettò un momento chiamando un domestico qualunque che lo introducesse

presso il sig. Noirtier. Ma nessuno aveva risposto; i domestici, come

si sa, eran tutti disertati dalla casa. Ma Morrel in quel giorno non

aveva alcun particolare motivo di inquietudine. Egli aveva la promessa

di Monte-Cristo, che Valentina sarebbe vissuta, e fino a quel giorno

la promessa era stata mantenuta fedelmente. Ogni sera il conte gli dava

delle buone notizie che la dimane venivano confermate dallo stesso sig.

Noirtier. Però questa solitudine gli sembrò cosa singolare; chiamò

una seconda, una terza volta, ma sempre lo stesso silenzio. Allora

risolvette salire.

La porta del sig. Noirtier era aperta come tutte le altre.

La prima cosa che vide, fu il vecchio nel suo seggio, al suo posto

ordinario; ma gli occhi dilatati sembravano esprimere un interno

spavento, che veniva ancor confermato dallo strano pallore sparso su

tutti i suoi lineamenti.

— Come state, signore? domandò il giovine non senza un certo

stringimento di cuore.

— Bene, fece il vecchio col suo battere di palpebra.

Ma la sua fisonomia sembrò aumentar d’inquietudine.

— Voi siete preoccupato, continuò Morrel, avete bisogno di qualche

cosa; volete che chiami qualcuno dei servitori? — Sì, fece Noirtier.

Morrel si sospese al cordone del campanello, ma ebbe un bel tirare fino

a romperlo, non venne alcuno.

Egli si voltò verso Noirtier; il pallore e l’angoscia andavano

crescendo sul viso del vecchio: — Ma, Dio mio! disse Morrel, ma perchè

non viene qualcuno? forse che vi è un malato nella casa? — Gli occhi

di Noirtier sembrarono sul punto di schizzare dalle loro orbite: —

Ma che avete dunque? continuò Morrel, voi mi spaventate... Valentina,

Valentina... — Sì, sì, fece Noirtier.

Massimiliano aprì la bocca per parlare, ma la lingua non potè

articolare alcuna parola: egli vacillò e si rattenne ad un mobile: indi

stese la mano verso la porta.

— Sì, sì, sì, fece il vecchio. — Massimiliano si slanciò verso la

piccola scala, che montò in due salti, mentre Noirtier sembrava

gridargli cogli occhi:

— Più presto! più presto! — Bastò un minuto al giovine per traversare

molte camere solitarie, come tutto il rimanente della casa, e per

giunger fino a quella di Valentina: non ebbe bisogno di spingere la

porta, essa era aperta in tutta la sua grandezza. Un singhiozzo fu

il primo rumore che sentì, egli vide, come attraverso una nube, una

figura nera inginocchiata e perduta in un ammasso confuso di drappi

bianchi. Il timore, lo spaventevole timore, lo inchiodava sulla soglia.

Fu allora che intese una voce che diceva: — Valentina è morta, — e una

seconda voce che, come un eco, rispondeva: — Morta! morta!

Il Conte di Monte-Cristo · 第 119 / 140 题