XCIV. — IL PADRE E LA FIGLIA.

Abbiamo veduto nel precedente capitolo, la sig.ª Danglars venire ad

annunciare officialmente alla sig.ª de Villefort il vicino matrimonio

di madamigella Eugenia Danglars col sig. Andrea Cavalcanti. Questo

annunzio officiale, che indicava o sembrava indicare una risoluzione

presa da tutte le parti interessate a questo grande affare, era

però stato preceduto da una scena di cui dobbiamo render conto ai

nostri lettori; li pregheremo dunque di fare un passo indietro, e di

trasportarsi la mattina stessa della giornata delle grandi catastrofi,

in quel bel salotto così ben dorato che loro abbiamo fatto conoscere,

e che formava l’orgoglio del suo proprietario, il barone Danglars. In

questo salotto, infatto, verso le dieci del mattino, passeggiava da

qualche minuto, pensieroso e visibilmente agitato, il banchiere stesso,

guardando a ciascuna porta, e fermandosi a ciascun rumore.

Allora quando la somma della sua pazienza fu esausta, chiamò il

cameriere. — Stefano, gli disse, guardate dunque perchè madamigella

Eugenia mi ha detto di aspettarla in questo salotto, e sappiatemi

dire perchè mi fa aspettare tanto tempo. — Dopo ch’ebbe esalata questa

sbuffata d’impazienza, il barone riprese un po’ di calma.

Infatto madamigella Danglars, al suo svegliarsi, aveva fatto chiedere

una udienza a suo padre, ed aveva designato il salotto dorato

come luogo di questa udienza. La singolarità di tale capriccio, e

soprattutto il suo carattere ufficiale, non avevano mediocremente

sorpreso il banchiere, che aveva subito obbedito ai desiderii di sua

figlia portandosi pel primo nel salotto. Stefano ritornò ben presto

dalla sua ambasciata:

— La cameriera di madamigella, diss’egli, mi ha annunziato che

madamigella compiva la toletta, e che non avrebbe tardato molto a

giungere. — Danglars fece un segno con la testa che indicava ch’egli

era soddisfatto. Danglars in faccia alla società, ed in faccia ancora

alle sue persone di servizio, affettava la bonomia, ed il padre

affettuoso e debole: era un brano della parte che si era imposto

nella commedia popolare che rappresentava; era una fisonomia che

aveva adottato, e che sembrava convenirgli, come conveniva ai profili

delle maschere di padre del teatro antico di avere a destra il labbro

rivoltato e ridente, nel mentre che a sinistra avevano il labbro

abbassato e petulante.

Sollecitiamoci di dire che, nella intimità, il labbro rialzato e

ridente ricalava a livello del labbro abbassato e petulante; di modo

che, nella maggior parte del tempo, la bonomia spariva per dar posto

al marito brutale ed al padre assoluto. — Perchè diavolo questa pazza,

che vuole parlarmi, a quanto pretende, mormorava Danglars, non viene

semplicemente nel mio gabinetto, pensava egli, e perchè soprattutto

vuole parlarmi? — Egli ravvolgeva per la ventesima volta questo

pensiero inquietante nel cervello, quando la porta si aprì, e comparve

Eugenia, vestita di seta nera broccata con fiori pallidi dello stesso

colore, coi capelli acconciati, e coi guanti, come se si fosse trattato

d’andare a sedere sopra il suo buon seggio del Teatro Italiano.

— Che vi è dunque, Eugenia, e perchè nel salotto di visita, mentre si

sta egualmente bene nel mio gabinetto?

— Voi avete perfettamente ragione, signore, — rispose Eugenia, facendo

segno a suo padre che poteva sedersi, — impiantando le due questioni

che riassumono tutta la conversazione che avremo. Io dunque risponderò

ad entrambe, e, contro le leggi dell’abitudine, dapprima alla seconda

essendo la meno complessiva; ho scelto il salotto, signore, per luogo

di convegno per evitare le impressioni disaggradevoli e le influenze

del gabinetto di un banchiere. Quei libri di cassa, per quanto siano

ben dorati, quei cassetti chiusi come le porte di una fortezza, quelle

masse di biglietti di banca che vengono non si sa di dove, e quella

quantità di lettere che vengono dall’Inghilterra, dalla Olanda, dalla

Spagna, dalle Indie, dalla China, e dal Perù, in generale operano

stranamente sullo spirito di un padre, e gli fanno dimenticare che

nel mondo vi è un interesse più grande e più sacro di quello della

posizione sociale e l’opinione dei suoi committenti: ho dunque

preferito questo salotto dove voi vedete, sorridenti e felici nei loro

quadri magnifici, il vostro ritratto, il mio, quello di mia madre,

e molte specie di paesaggi villerecci e pastorali che inteneriscono.

Io mi fido molto al potere delle impressioni esterne; forse, a vostro

riguardo particolarmente, m’inganno; ma che volete? non sarei artista

se non mi restasse qualche illusione.

— Benissimo, rispose il sig. Danglars che aveva ascoltata tutta questa

tirata con un’imperturbabile pacatezza, ma senza comprenderne una

parola, assorto come era, a guisa d’ogni altro uomo pieno di affari, a

cercare il filo della propria idea nelle idee del suo interlocutore.

— Ecco dunque il secondo punto spiegato, o presso a poco, disse Eugenia

senza il minimo turbamento e con quella sostenutezza maschile che

distingueva il suo gesto e la sua parola, e voi mi sembrate soddisfatto

della spiegazione. Ora veniamo al primo: mi domandate perchè vi ho

chiesta questa udienza, ve lo dirò in due parole, signore; eccole: non

voglio sposare il conte Andrea Cavalcanti.

Danglars fece un salto sulla sedia, e per la scossa alzò ad un tempo e

braccia ed occhi al cielo.

— Mio Dio, sì signore, continuò Eugenia, sempre egualmente tranquilla;

siete meravigliato, lo vedo bene; poichè da quando tutta questa piccola

faccenda è in trattativa, io non ho mai manifestata la più piccola

opposizione, certa come era sempre, giunto il momento, d’opporre

francamente alle persone che non mi hanno consultato, ed alle cose

che mi hanno dispiaciuto, una volontà franca ed assoluta. Però

questa volta, la tranquillità, la passività, come dicono i filosofi

veniva da un’altra sorgente: veniva da ciò che, figlia sottomessa ed

affezionata... (un leggiero sorriso si disegnò sulle labbra purpuree

della giovanetta) mi voleva accostumare all’obbedienza.

— Ebbene? domandò Danglars.

— Ebbene! signore, riprese Eugenia, ho provato fino all’estremo delle

mie forze, ed ora che è giunto il momento, ad onta di tutti gli sforzi

che ho tentati su me stessa, mi sento incapace di obbedire.

— Ma finalmente, disse Danglars che, spirito secondario, sembrava

dapprima tutto assorbito dal peso di questa implacabile logica, la cui

flemma accusava tanta premeditazione e forza di volontà, la ragione di

questo rifiuto, Eugenia? la ragione?

— La ragione, replicò la giovanetta, oh! mio Dio! non è già perchè egli

sia più brutto, più stolido, o più disaggradevole di un altro, no;

il sig. Andrea Cavalcanti può anzi passare, per quelli che guardano

gli uomini dal viso e dalla persona, per essere un bel modello. Non

è neppure perchè il mio cuore sia stato toccato meno da lui che da

tutt’altro; questa sarebbe una ragione da giovanetta che esce di

conservatorio, che io riguardo del tutto al di sotto di me; non amo

assolutamente alcuno, signore, lo sapete bene, non è vero? non vedo

dunque perchè, senza un’assoluta necessità, andrò a legare eternamente

la mia vita ad un compagno. Il saggio non ha egli detto in un luogo:

«_Niente di troppo;_» e in un altro: «_portate tutto con voi stesso_»?

Mi hanno ancora fatto apprendere questi due aforismi in latino ed in

greco; l’uno, credo, è di Fedro, l’altro di Bias. Ebbene! caro padre,

nel naufragio della vita, poichè la vita è un naufragio eterno delle

nostre speranze, getto in mare tutto quanto ho di inutile nel mio

bagaglio, ecco tutto, e resto con la mia volontà, disposta a vivere

perfettamente sola, e per conseguenza perfettamente libera.

— Disgraziata! disgraziata! mormorò Danglars impallidendo, poichè

conosceva da una lunga esperienza la solidità dell’ostacolo che così

d’improvviso incontrava.

— Disgraziata! riprese Eugenia, disgraziata! dite voi, signore? Ma no,

in verità l’esclamazione mi sembra del tutto affettata e teatrale.

Felice, al contrario, poichè ve lo domando, che cosa mi manca? Il

mondo mi trova bella, ciò è già qualche cosa per essere accolta

favorevolmente! amo le buone accoglienze; esse rallegrano il viso; e

quelli che mi ascolteranno mi sembreranno allora meno brutti. Io sono

dotata di qualche poco di spirito, e di una certa sensibilità relativa,

che mi permette di tirare dalla esistenza generale, per farlo entrare

nella mia, ciò che vi trovo di buono, come fa la scimmia allorquando

rompe la noce verde per cavare ciò che essa contiene. Io sono ricca,

poichè voi avete una delle più belle fortune di Francia, perchè io sono

figlia unica, e voi non siete così tenace al punto in cui lo sono i

padri del quartiere Saint-Martin e della Gaieté, che diseredano le loro

figlie, perchè esse non vogliono dar loro dei nipoti; d’altra parte

la legge previdente vi ha tolto il diritto di diseredarmi, almeno del

tutto, come vi toglie il potere di costringermi a sposare un signore

tale o tal altro. Così, bella, spiritosa, adorna di qualche dote, come

si dice all’_Opera Comica_, e ricca, ma questa è felicità, signore,

perchè dunque mi chiamate disgraziata?

Danglars, vedendo sua figlia sorridente e fiera fino all’insolenza, non

potè reprimere un momento di brutalità che si tradì con uno scoppio

di voce, ma questo fu il solo. Sotto lo sguardo interrogatore di

sua figlia, dirimpetto a questo bel sopracciglio nero increspato per

l’interrogazione, si rivoltò con prudenza e si calmò tosto, domato

dalla mano di ferro della circospezione: — Infatto, figlia mia, rispose

egli con un sorriso, voi siete tutto ciò che vi vantate di essere,

ad eccezione di una sola cosa, non voglio dirvi rozzamente qual sia,

desidero piuttosto di lasciarvela indovinare.

Eugenia guardò Danglars, molto sorpresa che le venisse contestato uno

dei fiori della corona d’orgoglio che ella si era posta superbamente

sulla testa.

— Figlia mia, continuò il banchiere, voi mi avete perfettamente

spiegati quali sono i sentimenti che presiedano alle risoluzioni di una

figlia come voi, quando ella ha risoluto di non maritarsi; spetta ora

a me il dirvi quali sono i motivi di un padre, come sono io, quando

ha risoluto che sua figlia si mariterà. — Eugenia s’inchinò, non già

come una figlia sottomessa che ascolta, ma come un avversario pronto

a discutere su ciò che ascolta. — Figlia mia, continuò Danglars,

quando un padre domanda a sua figlia di prendere uno sposo, ha sempre

una qualche ragione per desiderare questo matrimonio. Gli uni sono

presi dalla manìa che voi dicevate or ora di vedersi rivivere nei loro

nipoti. Io comincerò dal dirvi che non ho questa debolezza: le gioie di

famiglia mi sono quasi del tutto indifferenti: posso confessar questo

ad una figlia che so essere abbastanza filosofa per comprendere questa

indifferenza e per non farmene un delitto.

— Alla buon’ora, parliamo francamente, ciò mi piace.

— Oh! disse Danglars, vedete che senza dividere in tesi generali la

vostra simpatia per la franchezza, mi vi sottometto quando credo che

la occasione mi v’inviti: continuerò adunque: vi propongo un marito,

non per voi, poichè, in verità, non pensava a voi menomamente in questo

momento (voi amate la franchezza, e mi sembra che questa lo sia); ma

perchè io aveva bisogno che voi prendeste questo sposo il più presto

possibile, per certe combinazioni commerciali che sono in questo

momento a portata di stabilire.

Eugenia fece un movimento. — La cosa è precisamente come ho l’onore di

dirvi, figlia mia, e non per questo dovete essere meco inquieta; perchè

siete voi che mi vi costringete; è mio malgrado, lo capirete bene, che

entro in queste spiegazioni aritmetiche, con un’artista come voi, che

teme d’entrare in un gabinetto di un banchiere per timore di ricevervi,

i filosofi dicono così, per timore di ricevervi delle impressioni o

delle sensazioni disaggradevoli o antipoetiche. Ma in questo gabinetto

di banchiere, nel quale però vi siete compiaciuta di entrare ieri

l’altro per venire a domandarmi i mille franchi che accordo ogni mese

alle vostre fantasie, sappiate, mia cara signorina, che s’imparano

molte cose anche per l’uso delle giovanette che non vogliono maritarsi.

Vi si impara, per esempio, e per riguardo alla vostra suscettibilità

nervosa, ve lo insegno in questo salotto, vi si impara che il credito

di un banchiere è la sua vita fisica e morale, che il credito sostiene

l’uomo come il soffio anima il corpo; ed il sig. Monte-Cristo mi fece

un giorno un discorso su questo proposito che non dimenticherò giammai.

Vi si impara, che a seconda che il credito si ritira, il corpo diviene

cadavere, e che ciò è quanto deve accadere in brevissimo tempo al

banchiere che si onora di essere il padre di una figlia che ha sì buona

logica.

Ma Eugenia, invece di curvarsi, si raddrizzò d’improvviso:

— Rovinato! disse ella.

— Voi avete ritrovato la giusta espressione, figlia mia, la buona

espressione, disse Danglars grattandosi il petto con le unghie,

continuando a conservare sulla rozza figura il sorriso dell’uomo senza

cuore, ma non senza spirito; rovinato! precisamente.

— Ah! fece Eugenia.

— Sì, rovinato! ebbene! eccolo dunque conosciuto questo segreto pieno

d’orrore! Ora, figlia mia, imparate dalla mia bocca in qual modo questa

disgrazia può, per mezzo vostro, divenir minore non dirò per me, ma per

voi.

— Oh! gridò Eugenia, siete un cattivo fisonomista, signore, se vi

figurate che per me io deploro la catastrofe che mi esponete. Io

rovinata! e che m’importa? non mi resta il mio ingegno? non posso

come la Pasta, come la Malibran, come la Grisi, procurarmi ciò che

voi mi avreste potuto dare, qualunque fosse la vostra fortuna, cento

o cento cinquantamila lire di rendita che non dovrei che a me sola, e

che invece di giungermi come mi giungono questi poveri dodicimila fr.

che mi date con dei sguardi arrabbiati e delle parole di rimprovero

sulla mia prodigalità, mi verrebbero accompagnati dalle acclamazioni,

dai _bravo_, e dai fiori? e quando non avessi questa virtù della quale

il vostro sorriso mi fa vedere che dubitate, non mi resterebbe ancora

questo furioso amore per la indipendenza che mi terrebbe sempre le

veci di tutti i tesori, e che domina in me fin più dell’istinto della

conservazione? no, non è per me che mi rattristo, saprei sempre cavarmi

bene d’impaccio; i miei libri, i miei pennelli, il mio piano-forte,

tutte cose che non costano molto care e che potrei sempre procurarmi,

mi resteranno sempre: crederete forse che io mi affligga per la

sig.ª Danglars? disingannatevi pure; o io mi inganno all’ingrosso, o

mia madre ha già prese tutte le cautele contro la catastrofe che vi

minaccia e che passerà senza toccarla; ella si è messa al sicuro lo

spero; e non fu vegliando su di me che ha potuto distrarsi dalle sue

preoccupazioni di fortuna; poichè, grazie a Dio ella mi ha lasciata

tutta la mia indipendenza sotto il pretesto che io amava la mia

libertà. Oh! no, signore, dalla mia infanzia, ho veduto accadere troppe

cose intorno a me, le ho tutte troppo bene capite, perchè la disgrazia

faccia su di me maggiore impressione di quel che meriti di fare; da

che mi conosco, non sono stata amata da alcuno; tanto peggio! Ciò mi ha

condotto naturalmente a non amare nessuno, tanto meglio! Ora voi avete

la mia professione di fede.

— Allora, disse Danglars, pallido di un dolore che non prendeva la sua

sorgente dall’offeso amore paterno, allora, madamigella, persistete a

voler consumare la mia rovina?

— La vostra rovina? Io, disse Eugenia, consumare la vostra rovina? Che

intendete di dire? Non capisco.

— Tanto meglio, mi lasciate un raggio di speranza; ascoltate.

— Ascolto, disse Eugenia guardando così fissamente suo padre, che

gli bisognò uno sforzo per non abbassare gli occhi sotto lo sguardo

possente della giovanetta.

— Il sig. Cavalcanti, continuò Danglars, vi sposa, e sposandovi porta

tre milioni di dote che deposita nella mia cassa.

— Ah! benissimo, fece con supremo disprezzo Eugenia, mentre lisciava i

guanti uno sull’altro.

— Credete che io voglia abusarmi di questi tre milioni? disse Danglars,

niente affatto. Questi tre milioni sono destinati a produrne almeno

dieci: ho ottenuto, con un banchiere mio confratello, la concessione di

una strada ferrata, sola industria, che ai nostri giorni, presenta la

favolosa eventualità di successo immediato che altra volta Law applicò

per i buoni parigini, quelle eterne goffaggini della speculazione,

ad un Mississipì fantastico. Col mio calcolo si deve possedere un

milionesimo di _rail_, come si possedeva in altri tempi un iugero

di terra incolto sulle rive dell’Ohio. Questa è una investitura

ipotecaria, che è un progresso come vedete, poichè si avrà almeno

quindici, venti, cento libre di ferro in cambio del proprio danaro!

Ebbene! devo di qui ad otto giorni depositare per conto mio quattro

milioni, questi quattro milioni, ve lo dico, ne produrranno almeno

dieci o dodici.

— Ma durante la visita che vi ho fatta ier l’altro, signore, e di cui

vi dovete ben ricordare, vi ho veduto incassare, mi pare che questo

sia il termine, non è vero? cinque milioni e mezzo. Voi anzi mi avete

mostrata la somma in due _boni_ sul tesoro, e vi maravigliavate come

un pezzo di carta che aveva un sì gran valore, non abbagliasse i miei

sguardi come avrebbe fatto un lampo.

— Sì, ma questi cinque milioni e mezzo non son miei, eran soltanto

una gran prova della fiducia che si aveva in me; il mio titolo di

banchiere popolare mi ha meritata la confidenza degli ospedali, ed i

cinque milioni e mezzo sono degli ospedali; in tutt’altri tempi non

esiterei un momento a servirmene, ma oggi si sanno le grandi perdite

che ho fatte, e come vi dissi, il credito comincia ad allontanarsi

da me. Da un momento all’altro l’amministrazione può reclamarmi il

deposito, e se io l’avessi impiegato in altre cose, sarei costretto di

fare un fallimento vergognoso: non disprezzo i fallimenti, ma quelli

che arricchiscono, intendiamoci bene, non quelli che rovinano. Ora se

voi sposate il sig. Cavalcanti, e che io tocchi i tre milioni della

dote, o che per lo meno si creda che io li tocchi, il mio credito si

ristabilisce, e la mia fortuna, che da un mese o due si è ingolfata

in abissi scavati sotto i miei piedi da una fatalità inconcepibile, si

rinnova, mi capite ora?

— Perfettamente; mi mettete in pegno per tre milioni?

— Più la somma è forte, più essa è lusinghiera, e vi dà una idea del

vostro valore.

— Grazie. Anche un’ultima parola, signore; mi promettete di servirvi

di quanto vorrete della cifra di questa dote che deve portarvi il

sig. Cavalcanti, ma di non toccare la somma? Questo non è un affare

d’egoismo, è un affare di delicatezza: voglio cooperare a riedificare

la vostra fortuna, ma non voglio essere la complice della rovina degli

altri.

— Ma vi ho detto, gridò Danglars, che questi tre milioni...

— Credete di togliervi d’impaccio, signore, senza aver bisogno di

toccare questi tre milioni?

— Io spero, ma sempre alla condizione che, facendosi il matrimonio,

esso rassodi il mio credito.

— Potrete pagare al sig. Cavalcanti i 500 mila fr. che mi assegnate nel

contratto?

— Al ritorno dall’uffizio del _Maire_, gli saranno contati.

— Bene! — In che modo, bene? che volete dire?

— Vo’ dire che, chiedendomi la firma, mi lasciate perfettamente libera

della mia persona? — Assolutamente.

— Allora, _bene_, come vi diceva, signore; son pronta a sposare il Sig.

Cavalcanti. — Ma qual è la vostra idea?

— Ah! questo è un mio segreto. Dove sarebbe la mia superiorità su voi,

se, avendo il vostro segreto, vi svelassi il mio?

Danglars si morse le labbra: — Così, diss’egli, siete pronta a fare

tutte le visite officiali che sono indispensabili, assolutamente.

— Sì, rispose Eugenia.

— Ed a sottoscrivere il contratto fra tre giorni? — Sì.

— Allora io pure vi dico, _bene_! — E Danglars prese la mano della

figlia e la strinse con ambo le sue. Ma cosa straordinaria, durante

questa stretta di mano, il padre non osò di dire: «Grazie, figlia

mia!» e la figlia non ebbe un sorriso per suo padre. — La conferenza è

finita? domandò Eugenia alzandosi. — Danglars fece segno con la testa

che non aveva più niente da dire. Cinque minuti dopo, il pianoforte

risuonò sotto le dita di madamigella d’Armilly, e madamigella Danglars

cantava la maledizione di Barbantino nella Desdemone. Alla fine del

_pezzo_, entrò Stefano ed annunziò ad Eugenia che i cavalli erano

attaccati alla carrozza, e che la baronessa l’aspettava per fare le

visite.

Abbiamo vedute le due donne passare dalla sig.ª de Villefort; di dove

uscirono per continuare le loro corse.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 112 / 140 题