Il sig. di Monte-Cristo aspettò, secondo il solito, che Duprez avesse
cantato il suo famoso _Seguitemi!_ e allora soltanto si alzò ed uscì.
Alla porta Morrel lo lasciò, rinnovandogli la promessa di essere da
lui, con Emmanuele, la dimane alle sette precise: indi montò nel suo
_coupé_, sempre tranquillo e sorridente.
Cinque minuti dopo era in casa sua. Bisognava soltanto non conoscere il
conte per lasciarsi ingannare dalla espressione colla quale, entrando
in casa, disse ad Alì:
— Datemi le mie pistole dalla incassatura d’avorio.
Alì portò il cassettino al suo padrone, e questi si mise ad esaminare
le armi con quella premura tanto naturale ad un uomo che sta per
affidare la sua vita ad un poco di ferro e di piombo. Erano pistole
particolari, che Monte-Cristo aveva fatto costruire appositamente per
tirare al bersaglio nel suo appartamento. Una _capsula_ bastava per
cacciare una palla, e, dalla camera vicina, non si sarebbe potuto
credere che il conte stava, come si dice in termine di bersaglio,
esercitandosi la mano. Stava brandendo l’arma colla mano, e cercando
la mira sur un piccolo pezzetto di tela che serviva di bersaglio, allor
quando si aprì la porta del suo gabinetto ed entrò Battistino. Ma prima
ancora che avesse aperta la bocca, il conte si accorse dalla porta
rimasta semi-aperta, di una donna velata in piedi, posta alla debole
luce della camera vicina, e che aveva seguito Battistino.
Ella aveva scorto il conte colla pistola alla mano, vedeva due spade
sopra una tavola, e si slanciò dentro.
Battistino consultò con uno sguardo il suo padrone.
Il conte fece un segno, Battistino si ritirò, e chiuse la porta dietro
a sè.
— Chi siete voi, signora? disse il conte alla donna velata.
L’incognita gettò uno sguardo intorno a sè per assicurarsi, se
veramente erano soli; poi inchinandosi come se avesse voluto
inginocchiarsi, congiunse le mani, e coll’accento della disperazione: —
Edmondo, diss’ella, voi non ucciderete mio figlio!
Il conte fece un passo in addietro, gettò un debole grido, e lasciò
cadersi l’arme di mano: — Che nome avete pronunciato, sig.ª de Morcerf?
diss’egli.
— Il vostro! gridò ella gettando il velo, il vostro che, sola io forse
non ho dimenticato mai; Edmondo, non è la sig.ª de Morcerf che viene da
voi, è Mercedès.
— Mercedès è morta, signora, disse Monte-Cristo, ed io non conosco più
alcuna che porti questo nome.
— Mercedès vive, signore, e Mercedès vi ricorda, poichè sola vi ha
riconosciuto quando vi vide, ed anche senza vedervi alla vostra voce.
Edmondo, al solo accento della vostra voce, e da quel tempo ella vi ha
seguito passo passo, ella vi sorveglia, vi teme, non ha avuto bisogno
di cercare la mano, da cui partiva il colpo che ha percosso il sig. de
Morcerf.
— Fernando, volete dire, signora, riprese Monte-Cristo con
un’amara ironia; poichè siamo in corso di ricordarci i nostri nomi,
ricordiamoceli tutti. — E Monte-Cristo aveva pronunciato il nome di
Fernando, con una tale espressione di odio, che Mercedès sentì il
brivido dello spavento scorrerle per tutto il corpo.
— Vedete bene, che non mi sono ingannata, gridò Mercedès, e che ho
ragione di dirvi: risparmiatemi il figlio!
— E chi vi ha detto, che io odio vostro figlio?
— Nessuno, mio Dio! Ma una madre è dotata di una doppia vista: ho
indovinato tutto: l’ho seguito questa sera all’_Opera_, e, nascosta in
un _baignoire_[4] ho veduto tutto.
— Allora, se avete veduto tutto, signora, avrete veduto che il figlio
di Fernando mi ha insultato pubblicamente?
— Oh! per pietà!
— Avrete veduto, continuò il conte, che mi avrebbe gettato il guanto
in faccia, se uno dei miei amici, Morrel, non gli avesse fermato il
braccio.
— Ascoltatemi; anche mio figlio vi ha indovinato, ed attribuisce a voi
tutta la disgrazia che opprime suo padre.
— Signora, disse Monte-Cristo, voi confondete: non è già una disgrazia,
è un castigo. Non sono già io che opprimo il sig. de Morcerf, è la
Provvidenza che lo colpisce.
— Che importa a voi, Edmondo, di Giannina e del suo Visir? che torto ha
fatto a voi Fernando Mondego, tradendo Alì-Tebelen?
— E tutto questo, rispose Monte-Cristo, tutto questo è un affare fra
il capitano franco e la figlia di Vasiliki. Ciò non mi riguarda, avete
ragione; e se ho giurato di vendicarmi, non è del capitano franco,
nè del sig. de Morcerf, ma bensì del pescatore Fernando, marito della
catalana Mercedès.
— Ah! signore, gridò la contessa, qual terribile vendetta per una
colpa, che la fatalità mi ha fatto commettere, poichè la vera colpevole
sono io, Edmondo, e se avete a vendicarvi di qualcuno, è di me, che ho
mancato, costrettavi dalla vostra assenza, e dal mio isolamento.
— Ma, gridò Monte-Cristo, perchè sono io stato assente? perchè siete
voi rimasta isolata?
— Perchè foste arrestato, perchè eravate prigioniero.
— E perchè era io arrestato? perchè era prigioniero?
— Lo ignoro, disse Mercedès.
— Sì, voi lo ignorate, signora, almeno lo spero. Ebbene! ve lo dirò.
Io era arrestato, io era prigioniero, perchè sotto il pergolato
dell’osteria la _Réserve_, la stessa vigilia del giorno in cui doveva
sposarvi, un uomo, chiamato Danglars, scrisse questa lettera che il
pescatore Fernando s’incaricò di rimettere da sè stesso alla posta.
— E Monte-Cristo, andando allo scrigno fece uscire un cassettino, da
cui estrasse un foglio che aveva perduto il suo primitivo colore, e la
cui scrittura aveva preso quello della ruggine, ch’egli mise sotto gli
occhi di Mercedès. Era questa la lettera di Danglars al procuratore
del re, che il giorno in cui aveva pagati i 200 mila fr. al sig. de
Boville, il conte di Monte-Cristo, travestito da commesso della casa
Thomson e French, aveva sottratto dalla filza di Edmondo Dantès.
Mercedès lesse con ispavento le linee seguenti.
«Il sig. Procuratore del Re è avvisato da un amico del Trono
e della Religione, che il nominato Edmondo Dantès secondo nel
bastimento il _Faraone_, giunto questa mattina da Smyrne, dopo
aver toccato Napoli e Porto Ferrajo, è stato incaricato da Murat
di una lettera per l’Usurpatore, e dall’Usurpatore di una lettera
pel Comitato Bonapartista di Parigi. Si avrà la prova del suo
delitto arrestandolo, poichè si troverà questa lettera, o nelle
sue tasche, o presso suo padre, o nel suo gabinetto a bordo del
_Faraone_.»
— Oh! mio Dio! fece Mercedès passando la mano sulla sua fronte bagnata
di sudore; e questa lettera...
— L’ho comprata per 200 mila fr. signora, disse Monte-Cristo; ma è
ancora a buon mercato, perchè ella in oggi mi permette di giustificarmi
ai vostri occhi.
— E il resultato di questa lettera?
— Voi lo sapete, signora, fu il mio arresto. Quello però che non sapete
è, che io sono stato per quattordici anni ad un quarto di lega distante
da voi, in una prigione segreta del castello d’If. Ciò che non sapete
è, che ogni giorno di questi quattordici anni ho rinnovato il mio
giuramento di vendetta che avevo fatto il primo giorno, e non pertanto
ignorava, che voi aveste sposato Fernando, il mio denunziatore, e che
mio padre fosse morto, e morto di fame!
— Giusto Iddio! gridò Mercedès vacillando.
— Ecco ciò ch’io ho saputo nell’uscire di prigione, quattordici anni
dopo esservi entrato, ed ecco quello che mi ha indotto a giurare su
Mercedès viva e su mio padre estinto, di vendicarmi, e... e io mi
vendico.
— E siete sicuro che il disgraziato Fernando ha fatto ciò?
— Sull’anima mia, egli ha fatto quel che vi ho detto: d’altra parte
ciò non è molto più odioso che, francese di adozione, essere passato
nelle file degl’inglesi; spagnuolo di nascita, aver combattuto contro
gli spagnuoli; stipendiato da Alì, avere tradito ed assassinato Alì.
In faccia a simili cose, che è la lettera che avete or letta? una
mistificazione galante che deve perdonare, lo vedo e lo confesso, la
donna che ha sposato quest’uomo, ma che non perdona l’amante che doveva
sposarla. Ebbene! i francesi non si sono vendicati del traditore;
gli spagnuoli non hanno fucilato il traditore; Alì, sepolto nella sua
tomba, ha lasciato impunito il traditore; ma io, tradito, assassinato,
gettato vivo in una tomba, dalla quale sono uscito per un miracolo, io
debbo vendicarmi.
La povera donna lasciò ricadere la testa e le mani; le gambe le si
piegarono sotto, e cadde in ginocchio.
— Perdonate, Edmondo, diss’ella, perdonate per me che vi amo ancora! —
La dignità della sposa mise un freno allo slancio dell’amante e della
madre. La sua fronte s’inchinò fino a toccare il tappeto. Il conte si
slanciò davanti a lei, e la rialzò. Allora assisa sopra una sedia,
ella potè, a traverso le sue lagrime, guardare il pallido viso di
Monte-Cristo, al quale il dolore e l’odio imprimevano ancora un’indole
minacciosa: — Che io non ischiacci questa razza maledetta! mormorò
egli, impossibile, signora, impossibile!
— Edmondo, disse la povera madre tentando tutti i mezzi, mio Dio!
quando vi chiamo Edmondo, perchè non mi chiamate Mercedès?
— Mercedès! ripetè Monte-Cristo, Mercedès! Ebbene! sì, avete ragione,
questo nome mi è dolce ancora a pronunziare, ed ecco la prima volta,
dopo lunghi anni, ch’egli risuona così chiaro all’uscir dalle
mie labbra. Ah! Mercedès! il vostro nome io l’ho pronunciato coi
sospiri della malinconia, coi gemiti del dolore, colla rabbia della
disperazione; l’ho pronunciato agghiacciato pel freddo, attrappito
sulla paglia della mia prigione; l’ho pronunciato, divorato dal caldo;
l’ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del mio carcere. Mercedès,
bisogna ch’io mi vendichi, perchè ho sofferto per quattordici anni,
per quattordici anni ho maledetto, per quattordici anni ho pianto, ho
maledetto. Or, ve lo ripeto, Mercedès, bisogna che mi vendichi!
Ed il conte temendo di cedere alle lagrime di quella che aveva amata
tanto, chiamava in soccorso del suo odio la rimembranza del passato.
— Vendicatevi, Edmondo, gridò la povera madre, ma vendicatevi sui
colpevoli, vendicatevi su di me, ma non vi vendicate sul figlio mio!
— Edmondo, continuò Mercedès colle braccia stese verso il conte,
da che vi ho conosciuto ho adorato il vostro nome, ho rispettata la
vostra memoria; Edmondo, amico mio, non mi costringete a cancellare
questa immagine nobile e pura, che incessantemente ha riverberato sul
mio cuore. Edmondo! se sapeste tutte le preghiere che ho innalzato a
Dio per voi, fino a che vi ho sperato vivo, e dopo che vi ho creduto
morto! sì, morto, ahimè! io credeva il vostro cadavere sepolto
nel fondo di qualche torre; credeva il vostro corpo precipitato in
qualcuno di quegli abissi, in cui i carcerieri rotolano i morti, ed
io vi piangeva! Io, che poteva per voi, Edmondo, se non pregare e
piangere? Ascoltatemi: per dieci anni ho fatto ogni notte lo stesso
sogno. Si disse che voi avevate tentato di fuggire, che avevate preso
il posto di un altro prigioniero, che vi eravate introdotto nel sacco
mortuario, e che allora quando avevano gettato il cadavere vivente
dall’alto al basso del castello d’If, e che il grido che avevate emesso
nell’infrangervi sugli scogli, aveva solo rivelata la sostituzione ai
vostri becchini, divenuti i vostri carnefici. Ebbene! Edmondo, ve lo
giuro sulla testa di questo figlio pel quale io v’imploro, Edmondo,
per dieci anni ho veduto ogni notte gli uomini che libravano qualche
cosa d’informe e di sconosciuto dall’alto della roccia; per dieci
anni ho inteso ogni notte un grido terribile che mi ha risvegliata,
rabbrividita, agghiacciata. Ed io pure, credetemi, per quanto sia rea,
io pure ho sofferto molto!
— Avete sentito morire vostro padre nella vostra assenza? gridò
Monte-Cristo, cacciandosi le mani fra i capelli; avete veduta la donna
che amavate, stendere la sua mano al vostro rivale, nel tempo che
gorgogliavate nell’abisso di un vortice?...
— No, interruppe Mercedès, ma ho veduto colui che amava pronto a
divenire l’uccisore di mio figlio!
Mercedès pronunciò queste parole con un dolore così possente, con
un accento così disperato, che a questo accento un singhiozzo sfuggì
dalla gola del conte. Il leone era domato, il vendicatore era vinto:
— Che chiedete da me, diss’egli, che vostro figlio viva? Ebbene, egli
vivrà!...
Mercedès mandò un grido che fece scaturire due lagrime dalle pupille
di Monte-Cristo, ma queste due lagrime disparvero quasi tosto, poichè
senza dubbio si staccò dal cielo un angiolo per raccoglierle, essendo
esse assai più preziose al Signore che le più ricche perle di Guzarate
e di Ofir.
— Oh! gridò ella, afferrando la mano del conte ed appressandosela alle
labbra, oh! grazie, Edmondo, grazie! Eccoti tal quale ti ho sempre
sognato, tal quale ti ho sempre amato. Oh! ora posso dirlo.
— Tanto più, rispose Monte-Cristo, che il povero Edmondo non avrà
molto tempo da essere amato. La morte rientra nella tomba, il fantasma
rientra nella notte.
— Che intendete di dire, Edmondo?
— Dico che, poichè l’ordinate, bisogna morire.
— Morire! e chi è che dice questo? chi parla di morire? d’onde vi
ritornano simili idee di morte?
— Voi non supporrete che, oltraggiato pubblicamente, in faccia a tutto
un teatro, in presenza dei vostri amici e di quelli di vostro figlio,
provocato da un giovinetto che si glorierebbe del mio perdono come
di una vittoria, non supporrete, diceva, che io abbia il desiderio
di vivere un sol momento. Ciò che io ho amato di più, dopo di voi,
Mercedès, è me stesso, vale a dire la mia dignità, vale a dire quella
forza che mi rendeva superiore agli altri uomini; ch’era la mia vita.
Con una parola, voi la rompete. Io moro.
— Ma questo duello non avrà luogo, Edmondo, poichè voi perdonate...
— Avrà luogo, signora, disse solennemente Monte-Cristo. Soltanto,
invece del sangue di vostro figlio che doveva bagnare il terreno, sarà
il mio che sgorgherà.
Mercedès mandò un grido, e si slanciò verso Monte-Cristo; ma
d’improvviso ella si fermò. — Edmondo, diss’ella, vi è un Dio al di
sopra di noi, poichè io vi ho riveduto, ed io confido in Lui dal più
profondo del mio cuore. Aspettando il suo appoggio, mi affido alla
vostra parola. Voi avete detto che mio figlio vivrà; egli vivrà, non è
vero?
— Egli vivrà, sì, signora, disse Monte-Cristo sorpreso che senz’altra
esclamazione, senza altra meraviglia, Mercedès avesse accettato
l’eroico sacrificio che le faceva.
Mercedès stese la mano al conte. — Edmondo, diss’ella, mentre i suoi
occhi si bagnavano di lagrime guardando quello a cui indirizzava queste
parole, quanto è bello dal canto vostro, come è grande ciò che avete
fatto! quanto è sublime l’avere avuto pietà di una povera donna che si
offriva a voi con tutte le probabilità contrarie alla speranza? Ahimè!
sono invecchiata pei dispiaceri più ancora che per gli anni; non posso
neppur più rammentare al mio Edmondo con uno sguardo quella Mercedès
d’altravolta ch’egli passava tante ore a contemplare. Ah! credetemi,
Edmondo, vi ho detto che io pure ho sofferto molto; ve lo ripeto; è
ben tristo il vedersi passare la vita senza ricordarsi una sola gioia,
senza conservare una sola speranza; ma ciò prova che tutto non è finito
sulla terra. No! tutto non è finito, lo sento da ciò che mi rimane
ancora nel cuore. Oh! ve lo ripeto. Edmondo, è cosa bella, grande,
sublime il perdonare come voi fate!
— Voi dite ciò, Mercedès? e che direste se sapeste tutta l’estensione
del sacrificio che vi faccio? Voi non ne avete una idea, o piuttosto,
no, no, voi non potrete mai farvi una idea di ciò ch’io perdo perdendo
la vita in questo momento.
Mercedès guardò il conte con un’aria che dipingeva ad un tempo la sua
meraviglia, la sua ammirazione, e la sua riconoscenza. Monte-Cristo
si appoggiò la fronte sulle mani ardenti, come se essa non potesse
più da sè sola sostenere il peso dei suoi pensieri. — Edmondo, disse
Mercedès, non ho più che una parola a dirvi. — Il conte sorrise
amaramente. — Edmondo, continuò ella, voi vedrete che se la mia fronte
è impallidita, se i miei occhi sono spenti, se la mia bellezza è
perduta, se finalmente non rassomiglio più a quella stessa Mercedès per
le forme del viso, voi vedrete ch’ella è sempre la stessa nel cuore!...
Addio dunque, Edmondo; non ho più nulla da chiedere al cielo... vi ho
riveduto, e riveduto egualmente nobile e grande come in altri tempi.
Addio, Edmondo... e grazie! — Ma il conte non rispose.
Mercedès aveva riaperta la porta del gabinetto, ed era partita prima
ancora ch’egli fosse rinvenuto dalla dolorosa e profonda distrazione
in cui lo aveva immerso la sua fallita vendetta. Suonava un’ora
all’orologio degl’Invalidi quando la carrozza che trasportava la sig.ª
de Morcerf, scorrendo sul terreno dei Campi-Elisi, fece rialzare la
testa al conte di Monte-Cristo: — Insensato, io mi doveva svellere il
cuore il giorno in cui risolvetti di vendicarmi.