LXIV. — SCENA CONIUGALE.

Sulla piazza di Luigi XV i tre giovani si erano divisi, Morrel

aveva preso per i Baluardi, Château-Renaud era voltato sul ponte

della Rivoluzione, e Debray aveva seguito la riviera. Morrel e

Château-Renaud, secondo ogni probabilità, raggiunsero i domestici

focolari, come si dice tuttavia dalla tribuna delle camere nei discorsi

ben fatti, ed al teatro della strada Richelieu nelle rappresentazioni

bene scritte; ma non fece lo stesso Debray. Giunto al portello del

Louvre, voltò a sinistra, traversò il Carousel a gran trotto, infilò

per la strada Saint-Roch, sboccò per quella della Michodière, e giunse

alla porta della sig.ª Danglars al momento in cui il _landau_ del sig.

de Villefort, dopo aver deposto il procuratore del Re e la moglie nel

sobborgo Sant’Onorato, si fermava per far discendere la baronessa alla

sua abitazione.

Debray, come uomo familiare nella casa, entrò pel primo nel cortile,

gettò le redini nelle mani di uno stalliere, e ritornò alla portiera

a ricevere la sig.ª Danglars, alla quale offerse il braccio per

ricondurla nei suoi appartamenti.

— Che avete dunque, Erminia, disse Debray, e perchè vi sentiste tanto

male al racconto di quella storia o piuttosto favola del conte?

— Perchè dopo il pranzo ero orribilmente indisposta.

— Ma no, Erminia, riprese Debray, non mi fareste creder questo. Voi,

al contrario, eravate in ottime disposizioni quando siete giunta dal

conte. Il sig. Danglars era alquanto sguaiato, è vero, ma so quanto

caso facciate del suo mal’umore; qualcuno deve avervi disgustata.

Raccontatemelo; sapete bene ch’io non soffrirò mai che vi sia fatta una

qualche impertinenza.

— V’ingannate, Luciano, ve ne assicuro, e le cose sono come vi ho

detto; fu il cattivo umore di cui vi siete accorto, e di cui non vi

parlai, credendo che non ne valesse la pena.

Era evidente che la sig.ª Danglars trovavasi sotto l’influenza di

una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non possono

render conto a sè stesse, o che, come lo aveva indovinato Debray, aveva

provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad alcuno.

Da uomo assuefatto a riconoscere i vapori come uno degli elementi della

vita femminina, non insistè più oltre, aspettando il momento opportuno

o di nuova interrogazione, o di una confessione di _motu proprio_.

Alla porta della camera la baronessa incontrò madamigella Cornelia, la

sua cameriera di confidenza.

— Che fa mia figlia? domandò la sig.ª Danglars.

— Ella ha studiato tutta la sera, rispose madamigella Cornelia, quindi

è andata a letto.

— Mi sembrava però d’aver sentito suonare il piano-forte.

— È madamigella Luigia d’Armilly che suona, mentre la signorina è in

letto.

— Bene, disse la sig.ª Danglars, venite a spogliarmi.

Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran

_canapè_, e la sig.ª Danglars passò con Cornelia nel gabinetto di

toletta. — Mio caro Luciano, disse la sig.ª Danglars a traverso la

portiera del gabinetto, vi lamentate sempre perchè Eugenia non vi

indirizza la parola.

— Signora, disse Luciano scherzando col cagnolino della baronessa,

che, riconoscendo in lui la qualità d’amico di casa, aveva l’abitudine

di fargli mille carezze, non sono il solo che le faccia simili

recriminazioni, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l’altro giorno

con voi stessa, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua

fidanzata.

— È vero, disse la sig.ª Danglars, ma credo che una di queste mattine

cambierà tutto ciò, e voi vedrete Eugenia entrare nel vostro gabinetto.

— Nel mio gabinetto! da me?

— Vale a dire, in quello del ministro. — E per che fare?

— Per domandarvi una scrittura all’Opera. In verità non ho mai veduto

un tale fanatismo per la musica; è cosa ridicola per una persona di

mondo!

Debray sorrise: — Ebbene! diss’egli, ch’ella venga col consenso del

barone e col vostro, e noi le faremo questa scrittura, e procureremo

che sia a seconda del suo merito; quantunque siamo ben poveri per

pagare come si conviene un merito uguale al suo.

— Andate, Cornelia, disse la sig.ª Danglars, io non ho più bisogno di

voi. — Cornelia disparve, ed un momento dopo la sig.ª Danglars uscì dal

suo gabinetto con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso

a Debray.

Luciano la guardò per un momento in silenzio:

— Vediamo, Erminia, rispondetemi francamente: qualche cosa vi ha punto,

n’è vero?

— Niente, riprese la baronessa; — e ciò non pertanto, siccome si

sentiva soffocare, si alzò, cercò di respirare, e andò a guardarsi in

uno specchio. — Io sono da far paura questa sera, diss’ella. — Debray

si alzò sorridendo per andare a tranquillare la baronessa su questo

argomento, quando d’improvviso la porta si aprì, comparve il sig.

Danglars; Debray si rimise a sedere. Al rumore della porta la sig.ª

Danglars si voltò, e guardò suo marito con una meraviglia, che non si

curò menomamente di dissimulare.

— Buona sera, signora, disse il banchiere; buona sera, sig. Debray.

— La baronessa credette senza dubbio che questa visita impreveduta

significasse qualche cosa come il desiderio di riparare alle amare

parole ch’erano sfuggite al barone nella giornata. Ella si armò di

un’aria di dignità, e voltandosi verso Luciano senza rispondere a suo

marito:

— Leggetemi dunque qualche cosa, sig. Debray.

Debray che per questa visita si era sulle prime alquanto inquietato,

si rimise alla calma della baronessa, e stese la mano verso il libro

indicato, in mezzo al quale stava un coltello di tartaruca incrostato

d’oro.

— Perdono, disse il banchiere, ma voi vi stancherete, baronessa,

vegliando ad ora così tarda; sono le undici, ed il sig. Debray abita

molto lontano di qui.

Debray rimase preso da stupore, non perchè il tuono di Danglars non

fosse tranquillo e gentile, ma finalmente perchè a traverso di questa

calma e di questa gentilezza si scorgeva una certa velleità di fare,

contro il solito, tutt’altro che favorevole alla volontà di sua moglie.

La baronessa pure fu sorpresa, e manifestò la sua meraviglia con uno

sguardo che senza dubbio avrebbe dato a pensare a suo marito, se questi

non avesse avuto gli occhi su di un giornale, sopra cui cercava la

chiusa della rendita.

Ne risultò quindi che questo sguardo tanto fiero fu gettato in pura

perdita, e non fece il suo effetto.

— Signor Luciano, disse la baronessa, vi dichiaro che non ho la più

piccola volontà di dormire, che ho mille cose da raccontarvi questa

sera, e che voi passerete la notte ascoltandomi, doveste pur dormire in

piedi.

— Sono ai vostri ordini, rispose flemmaticamente Luciano.

— Mio caro sig. Debray, disse a sua volta il banchiere, non vi

uccidete, vi prego, ad ascoltare questa notte le follie della sig.ª

Danglars, perchè le potrete ascoltare egualmente anche domani; ma

questa sera è per me, me la riserbo e la consacrerò, se mel permettete,

per parlare di gravi interessi con mia moglie. — Questa volta il colpo

era tanto ben diretto, e cadeva a perpendicolo in modo, che ne rimasero

storditi la baronessa e Luciano: entrambi s’interrogarono collo sguardo

come per chiedersi aiuto reciproco contro quest’aggressione del padron

di casa il quale trionfò, e la forza rimase dal lato del marito.

— Non vogliate però credere che io vi scacci, mio caro Debray, continuò

Danglars; no, niente affatto; una congiuntura imprevista mi obbliga

questa sera ad avere una conversazione con la baronessa; ciò accade

abbastanza di raro perchè non si abbia a conservarmi risentimento.

Debray balbettò qualche parola, salutò ed uscì urtando negli angoli,

come Natano nell’_Atalia_.

— È incredibile, disse quando fu chiusa la porta, come questi mariti,

che pur troviamo tanto ridicoli, prendano facilmente il sopravvento

su noi! — Partito Luciano, Danglars s’istallò nel suo posto, sul

canapè, chiuse il libro rimasto aperto, e prendendo un atteggiamento

orribilmente pieno di pretensioni, continuò a scherzare col cagnolino.

Ma siccome il cane, che non aveva per lui la stessa simpatia, che per

Luciano, lo voleva mordere, lo prese per la pelle del collo, e lo inviò

dall’altra parte della camera sopra una poltrona. L’animale traversando

lo spazio gettò un grido; ma giunto alla sua destinazione si appiattò

dietro un cuscino, e stupefatto da questo trattamento al quale non era

avvezzo si mantenne muto e senza movimento.

— Sapete, signore, disse la baronessa senza batter ciglio, che fate

dei progressi! ordinariamente non eravate che rozzo; questa sera siete

brutale.

— Egli è perchè questa sera sono di maggior cattivo umore che

d’ordinario, rispose Danglars.

Erminia guardò il banchiere con sommo sdegno; ordinariamente queste

occhiate esasperavano l’orgoglioso Danglars, ma questa sera sembrava

appena farvi attenzione.

— E che importa a me il vostro cattivo umore? rispose la baronessa

irritata dalla impassibilità di suo marito; tali cose mi riguardan

forse? Racchiudete i vostri cattivi umori nel vostro appartamento, o

consegnateli ai vostri banchi, e poichè avete dei commessi che pagate,

passate sur essi i vostri cattivi umori.

— No, rispose Danglars, voi andate fuori dal diritto cammino nei vostri

consigli, signora; per cui non li seguirò. I miei banchi sono il mio

Pactolo, come dice, credo, Demoustier, e non voglio nè tormentarne il

corso nè turbarne la calma. I miei commessi sono uomini onesti, che

mi fan guadagnare la mia fortuna, e che pago a tasse infinitamente al

di sotto di quel che meritano, se li stimo da quel che mi producono;

non posso dunque mettermi in collera con essi; quelli contro i quali

mi metterò in collera, sono le persone che mangiano i miei pranzi, che

stroppiano i miei cavalli e rovinano la mia cassa.

— E chi son adunque queste persone, che rovinano la vostra cassa?

spiegatevi più chiaramente ve ne prego.

— Oh! state tranquilla; se parlo enigmaticamente, non conto di

lasciarvi lunga pezza cercare il significato delle mie parole, riprese

Danglars, le persone che rovinano la mia cassa sono quelle che vi

cavano 700 mila lire in un’ora.

— Non vi capisco, disse la baronessa cercando di nascondere la forte

emozione della voce, ed il rossore del viso.

— Voi al contrario mi capite benissimo, disse Danglars: ma se continua

la vostra cattiva volontà, vi dirò che ho perduto 700 mila fr. sul

prestito spagnuolo.

— Ah! disse la baronessa beffeggiandolo, son fors’io garante di questa

perdita? — E perchè no?

— È colpa mia se avete perduto settecento mila fr.?

— In ogni modo non fu mia.

— Una volta per sempre, signore, riprese aspramente la baronessa, vi ho

detto di non parlarmi mai di cassa; questo è un linguaggio che non ho

imparato nè presso i miei parenti nè nella casa del mio primo marito.

— Lo credo bene, disse Danglars, non avevano un soldo nè l’uno nè

l’altro.

— Ragion di più perchè non abbia potuto imparare da essi il gergo della

banca, che mi strazia qui le orecchie dalla mattina alla sera; questo

rumore di scudi che si contano e ricontano m’è odioso; e non so che vi

sia suono più disgustoso di quello, se si eccettui la vostra voce.

— In verità, disse Danglars, mi riesce strano! credeva che voi

pigliaste interessamento alle mie operazioni!

— Io! e chi ha potuto farvi credere simile sciocchezza?

— Voi stessa. — Ah! è curioso! — Senza dubbio.

— Vorrei bene che mi faceste conoscere in quale occasione.

— Oh! mio Dio! è cosa facile. Nel mese di febbraio ora scorso mi avete

parlato per la prima dei fondi d’Haïti; avete sognato che un bastimento

entrava nel porto d’Havre, portando la notizia che un pagamento che si

credeva aggiornato alle calende greche, si sarebbe effettuato: conosco

la lucidità del vostro senno; feci dunque sotto mano comprare tutte le

polizze che ho potuto ritrovare sul debito di Haïti, ed ho guadagnato

400 mila fr. di cui ve ne sono stati regolarmente rimessi cento. Voi

ne avete fatto ciò che avete voluto, e questo non mi riguarda. Nel

mese di Marzo si parlava della concessione di una strada ferrata.

Si presentavano tre società offrendo eguali guarentigie. Voi mi

diceste che il vostro istinto (e quantunque vi crediate estranea alle

speculazioni, credo invece il vostro istinto molto sviluppato in certe

materie) vi faceva credere che il privilegio sarebbe stato accordato

alla società del mezzogiorno. Io mi sono fatto iscrivere nel medesimo

punto per i due terzi delle azioni di questa società. Il privilegio

le fu in realtà accordato; come lo aveva preveduto, le azioni hanno

triplicato il loro valore, ed io ho incassato un milione, sul quale vi

sono stati retribuiti 250 mila fr. a titolo di spillatico. Come avete

impiegati questi 250 mila fr.? ciò non mi riguarda affatto.

— E a che volete venirne, signore? gridò la baronessa fremendo di

dispetto, e d’impazienza.

— Pazienza, signora, vi giungerò. — È una fortuna!

— In aprile foste a pranzo dal ministro, si parlò della Spagna, voi

ascoltaste una segreta conversazione; si trattava dell’espulsione di

don Carlo; io comprai dei fondi spagnuoli. L’espulsione si effettuò,

ed il giorno in cui Carlo V ripassò la Bidassoa, io guadagnai 600 mila

fr., e vi furono pagati mille scudi; essi erano vostri, e ne avete

disposto a seconda della vostra fantasia, ed io non ve ne domando

conto; ma non è men vero che voi avete ricevuto in quest’anno 500 mila

lire.

— Ebbene! in seguito? signore. — Ah! sì; in seguito! precisamente dopo

tutto questo la cosa s’è guastata.

— Voi avete certi modi di parlare... in verità...

— Essi mi richiamano le mie idee, e ciò è quanto mi abbisogna... In

seguito, fu tre giorni sono questo in seguito. Tre giorni sono adunque,

avete parlato di politica al sig. Debray, ed avete creduto di vedere

nelle sue parole che don Carlo era rientrato in Ispagna; allora io

vendo le mie polizze, la notizia si spande, sorge un timor panico, non

vendo più, regalo: la dimane si riconosce che la notizia era falsa, e

sopra questa falsa notizia ho perduto 700 mila fr.

— Ebbene? — Ebbene! da poichè vi regalo un quarto quando guadagno, mi

dovete dunque un quarto quando perdo; il quarto di 700 mila fr. è 175

mila fr.

— Ma ciò che mi dite è una stravaganza, e non vedo in che modo

mischiate il nome di Debray a tutta questa storia.

— Perchè se mai non aveste per caso i 175 mila fr. che reclamo, li

prendereste in prestito dai vostri amici, ed il sig. Debray ne è uno.

— Finiamola! gridò la baronessa.

— Oh! signora, non facciamo gesti, non facciamo drammi moderni, se

non mi sforzerete a dirvi, che di qui vedo il sig. Debray sogghignare

vicino ai 500 mila fr. che voi gli avete contati in quest’anno, e dire

a sè stesso aver trovato ciò che non son potuti giungere a trovare i

più esperti giuocatori, vale a dire una rollina ove si guadagna senza

puntare e non si perde quando si perde.

La baronessa volle irrompere: — Miserabile! diss’ella, osereste dire

che non sapevate ciò di cui or mi fate un rimprovero?

— Non vi dico che sapeva, nè vi dico che non sapeva, vi dico: osservate

la mia condotta da quattro anni che non siete mia moglie, e che non

sono più vostro marito, e vedrete s’ella è sempre stata consentanea con

sè stessa. Qualche tempo prima della nostra rottura, avete desiderato

di studiare la musica con quel famoso baritono che fece tanto incontro

al teatro Italiano; io volli studiare il ballo con quella famosa

ballerina che fece tanto chiasso a Londra, ciò mi costò tanto per

voi che per me circa centomila fr.; io nulla ho detto perchè ci vuole

l’armonia nelle famiglie; centomila fr. perchè la moglie impari a fondo

la musica, ed il marito il ballo non è molto caro. Ben presto eccovi

disgustata del canto, e vi vien voglia di studiare la diplomazia con

un segretario del ministro; vi lascio studiare; poichè ciò nulla mi

preme, quando pagate le lezioni dalla vostra cassetta; ma or m’accorgo

che avete preso di mira la mia, e che il vostro studio mi può costare

700 mila fr. il mese... Alto là, signora, la cosa non può andar così, o

il diplomatico darà le sue lezioni gratuite, ed io lo tollererò, ovvero

non metterà più piede in casa mia.

— Oh! quest’è troppo; gridò Erminia soffocata.

— Ma, disse Danglars, vedo con piacere che non vi siete fermata qua e

che avete volontariamente obbedito all’assioma del codice «la moglie

deve seguire il marito»; ma ragioniamo. Io non mi son mai mischiato dei

vostri affari che pel vostro bene, fate voi pure altrettanto; la mia

cassa, voi dite che non vi riguarda? sia, ma operate colla vostra; e

non empite, nè vuotate la mia. D’altra parte chi sa che ciò non sia un

colpo di stiletto politico? che il ministro furioso di vedermi nella

opposizione, e geloso delle simpatie popolari che mi suscito, non se

la intenda col sig. Debray; chi ha mai veduto una notizia telegrafica

falsa, cioè l’impossibile, o il quasi impossibile; dei segnali affatto

diversi dati dagli ultimi telegrafi? ciò senza dubbio è stato fatto

espressamente per me.

— Signore, disse umilmente la baronessa, voi non ignorate che

quest’impiegato è stato scacciato, e sarebbe stato chiamato in giudizio

se non si fosse salvato con la fuga, il che prova la sua follia, o la

sua reità; quest’è un errore.

— Sì, che fa ridere gli stupidi, che fa passare una cattiva notte al

ministero, che fa coprir di nero molta carta ai segretarii di Stato; ma

che a me costa 700 mila fr.

— Ma, signore, disse d’improvviso Erminia, poichè tutto ciò deriva

a quanto sembra dal sig. Debray, perchè invece di dirlo a lui

direttamente, lo dite a me?

— Conosco forse il sig. Debray? io! lo voglio forse conoscere, voglio

forse sapere se dà consigli; li seguo forse? arrischio? voi fate tutto

questo; non io.

— Mi sembra però che dal momento che ne profittate...

Danglars si strinse nelle spalle: — Sono le gran pazze creature queste

donne che si credono geni, perchè hanno saputo condurre una diecina

d’intrighi in modo da non essere affisse a tutte le cantonate di

Parigi! Ma pensate dunque, se aveste nascoste le vostre sregolatezze

allo stesso vostro marito, che è l’_a b c_ dell’arte, perchè la maggior

parte del tempo i mariti non vogliono vedere, ciò non pertanto non

sareste meno una pallida copia di ciò che fanno la metà delle vostre

amiche, le donne di mondo. Ma non è così per me. Io ho veduto, ed

ho veduto sempre, in 16 anni circa, voi forse mi avrete nascosto un

pensiero, ma non una dimostrazione, non un atto, uno sbaglio; mentre

che, dal vostro canto, vi applaudivate della vostra furberia, e

credevate fermamente d’ingannarmi; che cosa ne risultò? Che mercè la

mia pretesa ignoranza, dal sig. de Villefort fino al sig. Debray, non

vi fu mai uno dei vostri amici, che non tramasse avanti a me. Non ve ne

fu uno che non mi trattasse da padron di casa, mia unica pretensione

presso voi; finalmente non ve ne fu uno che abbia osato dirvi di me,

ciò che ve ne dico io stesso in questa sera. Io vi permetto di rendermi

odioso, ma v’impedirò di rendermi ridicolo: ed in particolare vi

proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, di rovinarmi.

Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort, la

baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome

era impallidita, ed alzandosi come mossa da uno scatto, aveva stese

le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi

verso suo marito, come per istrappargli la fine del segreto che non

conosceva, o che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a

poco lo erano tutti quei di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire.

— Sig. de Villefort! che significa ciò? disse la baronessa.

— Vuol significare, riprese Danglars che il sig. de Nargonne, vostro

primo marito, non essendo nè un filosofo nè un banchiere, e forse

essendo l’uno e l’altro, e vedendo che non v’era da cavare alcun

partito da un procuratore del Re, è morto dal dispiacere e dalla

collera... Ma io sono brutale; non solamente lo so, ma me ne vanto;

è uno dei miei espedienti nelle mie speculazioni commerciali; perchè

invece di ammazzare, si è fatto ammazzare egli stesso? Perchè non

aveva una cassa da salvare, ma io mi devo conservare per la mia

cassa. Il sig. Debray, mio socio, mi ha fatto perdere 700 mila fr.;

che egli sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i

nostri affari, se no, mi si dichiari fallito per questi 175 mila fr.,

e sparisca. Eh! mio Dio! è un grazioso giovine, lo so, quando le sue

notizie sono esatte; ma quando esse nol sono, ve ne sono cinquanta al

mondo che valgono più di lui.

La sig.ª Danglars era atterrita, pure fece un estremo sforzo per

rispondere a questo ultimo assalto. Essa cadde sopra un seggio pensando

a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie di disgrazie

che da qualche giorno piombavano una dopo l’altra sulla sua casa, e

convertivano in iscandalosi dibattimenti la perfetta calma della sua

famiglia. Danglars non la guardò neppure, quantunque ella facesse tutto

quel che poteva per isvenire. Egli aprì la porta della camera da letto

senza aggiungere alcun’altra parola, e ritornò nel suo appartamento; di

modo che la sig.ª Danglars, rinvenendo dal suo _semi-svenimento_, potè

credere ch’ella aveva soltanto fatto un cattivo sogno.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 82 / 140 题