Sulla piazza di Luigi XV i tre giovani si erano divisi, Morrel
aveva preso per i Baluardi, Château-Renaud era voltato sul ponte
della Rivoluzione, e Debray aveva seguito la riviera. Morrel e
Château-Renaud, secondo ogni probabilità, raggiunsero i domestici
focolari, come si dice tuttavia dalla tribuna delle camere nei discorsi
ben fatti, ed al teatro della strada Richelieu nelle rappresentazioni
bene scritte; ma non fece lo stesso Debray. Giunto al portello del
Louvre, voltò a sinistra, traversò il Carousel a gran trotto, infilò
per la strada Saint-Roch, sboccò per quella della Michodière, e giunse
alla porta della sig.ª Danglars al momento in cui il _landau_ del sig.
de Villefort, dopo aver deposto il procuratore del Re e la moglie nel
sobborgo Sant’Onorato, si fermava per far discendere la baronessa alla
sua abitazione.
Debray, come uomo familiare nella casa, entrò pel primo nel cortile,
gettò le redini nelle mani di uno stalliere, e ritornò alla portiera
a ricevere la sig.ª Danglars, alla quale offerse il braccio per
ricondurla nei suoi appartamenti.
— Che avete dunque, Erminia, disse Debray, e perchè vi sentiste tanto
male al racconto di quella storia o piuttosto favola del conte?
— Perchè dopo il pranzo ero orribilmente indisposta.
— Ma no, Erminia, riprese Debray, non mi fareste creder questo. Voi,
al contrario, eravate in ottime disposizioni quando siete giunta dal
conte. Il sig. Danglars era alquanto sguaiato, è vero, ma so quanto
caso facciate del suo mal’umore; qualcuno deve avervi disgustata.
Raccontatemelo; sapete bene ch’io non soffrirò mai che vi sia fatta una
qualche impertinenza.
— V’ingannate, Luciano, ve ne assicuro, e le cose sono come vi ho
detto; fu il cattivo umore di cui vi siete accorto, e di cui non vi
parlai, credendo che non ne valesse la pena.
Era evidente che la sig.ª Danglars trovavasi sotto l’influenza di
una di quelle irritazioni nervose, di cui le donne spesso non possono
render conto a sè stesse, o che, come lo aveva indovinato Debray, aveva
provato qualche emozione nascosta che non voleva confessare ad alcuno.
Da uomo assuefatto a riconoscere i vapori come uno degli elementi della
vita femminina, non insistè più oltre, aspettando il momento opportuno
o di nuova interrogazione, o di una confessione di _motu proprio_.
Alla porta della camera la baronessa incontrò madamigella Cornelia, la
sua cameriera di confidenza.
— Che fa mia figlia? domandò la sig.ª Danglars.
— Ella ha studiato tutta la sera, rispose madamigella Cornelia, quindi
è andata a letto.
— Mi sembrava però d’aver sentito suonare il piano-forte.
— È madamigella Luigia d’Armilly che suona, mentre la signorina è in
letto.
— Bene, disse la sig.ª Danglars, venite a spogliarmi.
Entrarono nella camera da letto, Debray si stese sopra un gran
_canapè_, e la sig.ª Danglars passò con Cornelia nel gabinetto di
toletta. — Mio caro Luciano, disse la sig.ª Danglars a traverso la
portiera del gabinetto, vi lamentate sempre perchè Eugenia non vi
indirizza la parola.
— Signora, disse Luciano scherzando col cagnolino della baronessa,
che, riconoscendo in lui la qualità d’amico di casa, aveva l’abitudine
di fargli mille carezze, non sono il solo che le faccia simili
recriminazioni, e credo di aver inteso Morcerf lagnarsi l’altro giorno
con voi stessa, per non poter cavare una sola parola di bocca alla sua
fidanzata.
— È vero, disse la sig.ª Danglars, ma credo che una di queste mattine
cambierà tutto ciò, e voi vedrete Eugenia entrare nel vostro gabinetto.
— Nel mio gabinetto! da me?
— Vale a dire, in quello del ministro. — E per che fare?
— Per domandarvi una scrittura all’Opera. In verità non ho mai veduto
un tale fanatismo per la musica; è cosa ridicola per una persona di
mondo!
Debray sorrise: — Ebbene! diss’egli, ch’ella venga col consenso del
barone e col vostro, e noi le faremo questa scrittura, e procureremo
che sia a seconda del suo merito; quantunque siamo ben poveri per
pagare come si conviene un merito uguale al suo.
— Andate, Cornelia, disse la sig.ª Danglars, io non ho più bisogno di
voi. — Cornelia disparve, ed un momento dopo la sig.ª Danglars uscì dal
suo gabinetto con un elegante abito da camera, e venne a sedersi presso
a Debray.
Luciano la guardò per un momento in silenzio:
— Vediamo, Erminia, rispondetemi francamente: qualche cosa vi ha punto,
n’è vero?
— Niente, riprese la baronessa; — e ciò non pertanto, siccome si
sentiva soffocare, si alzò, cercò di respirare, e andò a guardarsi in
uno specchio. — Io sono da far paura questa sera, diss’ella. — Debray
si alzò sorridendo per andare a tranquillare la baronessa su questo
argomento, quando d’improvviso la porta si aprì, comparve il sig.
Danglars; Debray si rimise a sedere. Al rumore della porta la sig.ª
Danglars si voltò, e guardò suo marito con una meraviglia, che non si
curò menomamente di dissimulare.
— Buona sera, signora, disse il banchiere; buona sera, sig. Debray.
— La baronessa credette senza dubbio che questa visita impreveduta
significasse qualche cosa come il desiderio di riparare alle amare
parole ch’erano sfuggite al barone nella giornata. Ella si armò di
un’aria di dignità, e voltandosi verso Luciano senza rispondere a suo
marito:
— Leggetemi dunque qualche cosa, sig. Debray.
Debray che per questa visita si era sulle prime alquanto inquietato,
si rimise alla calma della baronessa, e stese la mano verso il libro
indicato, in mezzo al quale stava un coltello di tartaruca incrostato
d’oro.
— Perdono, disse il banchiere, ma voi vi stancherete, baronessa,
vegliando ad ora così tarda; sono le undici, ed il sig. Debray abita
molto lontano di qui.
Debray rimase preso da stupore, non perchè il tuono di Danglars non
fosse tranquillo e gentile, ma finalmente perchè a traverso di questa
calma e di questa gentilezza si scorgeva una certa velleità di fare,
contro il solito, tutt’altro che favorevole alla volontà di sua moglie.
La baronessa pure fu sorpresa, e manifestò la sua meraviglia con uno
sguardo che senza dubbio avrebbe dato a pensare a suo marito, se questi
non avesse avuto gli occhi su di un giornale, sopra cui cercava la
chiusa della rendita.
Ne risultò quindi che questo sguardo tanto fiero fu gettato in pura
perdita, e non fece il suo effetto.
— Signor Luciano, disse la baronessa, vi dichiaro che non ho la più
piccola volontà di dormire, che ho mille cose da raccontarvi questa
sera, e che voi passerete la notte ascoltandomi, doveste pur dormire in
piedi.
— Sono ai vostri ordini, rispose flemmaticamente Luciano.
— Mio caro sig. Debray, disse a sua volta il banchiere, non vi
uccidete, vi prego, ad ascoltare questa notte le follie della sig.ª
Danglars, perchè le potrete ascoltare egualmente anche domani; ma
questa sera è per me, me la riserbo e la consacrerò, se mel permettete,
per parlare di gravi interessi con mia moglie. — Questa volta il colpo
era tanto ben diretto, e cadeva a perpendicolo in modo, che ne rimasero
storditi la baronessa e Luciano: entrambi s’interrogarono collo sguardo
come per chiedersi aiuto reciproco contro quest’aggressione del padron
di casa il quale trionfò, e la forza rimase dal lato del marito.
— Non vogliate però credere che io vi scacci, mio caro Debray, continuò
Danglars; no, niente affatto; una congiuntura imprevista mi obbliga
questa sera ad avere una conversazione con la baronessa; ciò accade
abbastanza di raro perchè non si abbia a conservarmi risentimento.
Debray balbettò qualche parola, salutò ed uscì urtando negli angoli,
come Natano nell’_Atalia_.
— È incredibile, disse quando fu chiusa la porta, come questi mariti,
che pur troviamo tanto ridicoli, prendano facilmente il sopravvento
su noi! — Partito Luciano, Danglars s’istallò nel suo posto, sul
canapè, chiuse il libro rimasto aperto, e prendendo un atteggiamento
orribilmente pieno di pretensioni, continuò a scherzare col cagnolino.
Ma siccome il cane, che non aveva per lui la stessa simpatia, che per
Luciano, lo voleva mordere, lo prese per la pelle del collo, e lo inviò
dall’altra parte della camera sopra una poltrona. L’animale traversando
lo spazio gettò un grido; ma giunto alla sua destinazione si appiattò
dietro un cuscino, e stupefatto da questo trattamento al quale non era
avvezzo si mantenne muto e senza movimento.
— Sapete, signore, disse la baronessa senza batter ciglio, che fate
dei progressi! ordinariamente non eravate che rozzo; questa sera siete
brutale.
— Egli è perchè questa sera sono di maggior cattivo umore che
d’ordinario, rispose Danglars.
Erminia guardò il banchiere con sommo sdegno; ordinariamente queste
occhiate esasperavano l’orgoglioso Danglars, ma questa sera sembrava
appena farvi attenzione.
— E che importa a me il vostro cattivo umore? rispose la baronessa
irritata dalla impassibilità di suo marito; tali cose mi riguardan
forse? Racchiudete i vostri cattivi umori nel vostro appartamento, o
consegnateli ai vostri banchi, e poichè avete dei commessi che pagate,
passate sur essi i vostri cattivi umori.
— No, rispose Danglars, voi andate fuori dal diritto cammino nei vostri
consigli, signora; per cui non li seguirò. I miei banchi sono il mio
Pactolo, come dice, credo, Demoustier, e non voglio nè tormentarne il
corso nè turbarne la calma. I miei commessi sono uomini onesti, che
mi fan guadagnare la mia fortuna, e che pago a tasse infinitamente al
di sotto di quel che meritano, se li stimo da quel che mi producono;
non posso dunque mettermi in collera con essi; quelli contro i quali
mi metterò in collera, sono le persone che mangiano i miei pranzi, che
stroppiano i miei cavalli e rovinano la mia cassa.
— E chi son adunque queste persone, che rovinano la vostra cassa?
spiegatevi più chiaramente ve ne prego.
— Oh! state tranquilla; se parlo enigmaticamente, non conto di
lasciarvi lunga pezza cercare il significato delle mie parole, riprese
Danglars, le persone che rovinano la mia cassa sono quelle che vi
cavano 700 mila lire in un’ora.
— Non vi capisco, disse la baronessa cercando di nascondere la forte
emozione della voce, ed il rossore del viso.
— Voi al contrario mi capite benissimo, disse Danglars: ma se continua
la vostra cattiva volontà, vi dirò che ho perduto 700 mila fr. sul
prestito spagnuolo.
— Ah! disse la baronessa beffeggiandolo, son fors’io garante di questa
perdita? — E perchè no?
— È colpa mia se avete perduto settecento mila fr.?
— In ogni modo non fu mia.
— Una volta per sempre, signore, riprese aspramente la baronessa, vi ho
detto di non parlarmi mai di cassa; questo è un linguaggio che non ho
imparato nè presso i miei parenti nè nella casa del mio primo marito.
— Lo credo bene, disse Danglars, non avevano un soldo nè l’uno nè
l’altro.
— Ragion di più perchè non abbia potuto imparare da essi il gergo della
banca, che mi strazia qui le orecchie dalla mattina alla sera; questo
rumore di scudi che si contano e ricontano m’è odioso; e non so che vi
sia suono più disgustoso di quello, se si eccettui la vostra voce.
— In verità, disse Danglars, mi riesce strano! credeva che voi
pigliaste interessamento alle mie operazioni!
— Io! e chi ha potuto farvi credere simile sciocchezza?
— Voi stessa. — Ah! è curioso! — Senza dubbio.
— Vorrei bene che mi faceste conoscere in quale occasione.
— Oh! mio Dio! è cosa facile. Nel mese di febbraio ora scorso mi avete
parlato per la prima dei fondi d’Haïti; avete sognato che un bastimento
entrava nel porto d’Havre, portando la notizia che un pagamento che si
credeva aggiornato alle calende greche, si sarebbe effettuato: conosco
la lucidità del vostro senno; feci dunque sotto mano comprare tutte le
polizze che ho potuto ritrovare sul debito di Haïti, ed ho guadagnato
400 mila fr. di cui ve ne sono stati regolarmente rimessi cento. Voi
ne avete fatto ciò che avete voluto, e questo non mi riguarda. Nel
mese di Marzo si parlava della concessione di una strada ferrata.
Si presentavano tre società offrendo eguali guarentigie. Voi mi
diceste che il vostro istinto (e quantunque vi crediate estranea alle
speculazioni, credo invece il vostro istinto molto sviluppato in certe
materie) vi faceva credere che il privilegio sarebbe stato accordato
alla società del mezzogiorno. Io mi sono fatto iscrivere nel medesimo
punto per i due terzi delle azioni di questa società. Il privilegio
le fu in realtà accordato; come lo aveva preveduto, le azioni hanno
triplicato il loro valore, ed io ho incassato un milione, sul quale vi
sono stati retribuiti 250 mila fr. a titolo di spillatico. Come avete
impiegati questi 250 mila fr.? ciò non mi riguarda affatto.
— E a che volete venirne, signore? gridò la baronessa fremendo di
dispetto, e d’impazienza.
— Pazienza, signora, vi giungerò. — È una fortuna!
— In aprile foste a pranzo dal ministro, si parlò della Spagna, voi
ascoltaste una segreta conversazione; si trattava dell’espulsione di
don Carlo; io comprai dei fondi spagnuoli. L’espulsione si effettuò,
ed il giorno in cui Carlo V ripassò la Bidassoa, io guadagnai 600 mila
fr., e vi furono pagati mille scudi; essi erano vostri, e ne avete
disposto a seconda della vostra fantasia, ed io non ve ne domando
conto; ma non è men vero che voi avete ricevuto in quest’anno 500 mila
lire.
— Ebbene! in seguito? signore. — Ah! sì; in seguito! precisamente dopo
tutto questo la cosa s’è guastata.
— Voi avete certi modi di parlare... in verità...
— Essi mi richiamano le mie idee, e ciò è quanto mi abbisogna... In
seguito, fu tre giorni sono questo in seguito. Tre giorni sono adunque,
avete parlato di politica al sig. Debray, ed avete creduto di vedere
nelle sue parole che don Carlo era rientrato in Ispagna; allora io
vendo le mie polizze, la notizia si spande, sorge un timor panico, non
vendo più, regalo: la dimane si riconosce che la notizia era falsa, e
sopra questa falsa notizia ho perduto 700 mila fr.
— Ebbene? — Ebbene! da poichè vi regalo un quarto quando guadagno, mi
dovete dunque un quarto quando perdo; il quarto di 700 mila fr. è 175
mila fr.
— Ma ciò che mi dite è una stravaganza, e non vedo in che modo
mischiate il nome di Debray a tutta questa storia.
— Perchè se mai non aveste per caso i 175 mila fr. che reclamo, li
prendereste in prestito dai vostri amici, ed il sig. Debray ne è uno.
— Finiamola! gridò la baronessa.
— Oh! signora, non facciamo gesti, non facciamo drammi moderni, se
non mi sforzerete a dirvi, che di qui vedo il sig. Debray sogghignare
vicino ai 500 mila fr. che voi gli avete contati in quest’anno, e dire
a sè stesso aver trovato ciò che non son potuti giungere a trovare i
più esperti giuocatori, vale a dire una rollina ove si guadagna senza
puntare e non si perde quando si perde.
La baronessa volle irrompere: — Miserabile! diss’ella, osereste dire
che non sapevate ciò di cui or mi fate un rimprovero?
— Non vi dico che sapeva, nè vi dico che non sapeva, vi dico: osservate
la mia condotta da quattro anni che non siete mia moglie, e che non
sono più vostro marito, e vedrete s’ella è sempre stata consentanea con
sè stessa. Qualche tempo prima della nostra rottura, avete desiderato
di studiare la musica con quel famoso baritono che fece tanto incontro
al teatro Italiano; io volli studiare il ballo con quella famosa
ballerina che fece tanto chiasso a Londra, ciò mi costò tanto per
voi che per me circa centomila fr.; io nulla ho detto perchè ci vuole
l’armonia nelle famiglie; centomila fr. perchè la moglie impari a fondo
la musica, ed il marito il ballo non è molto caro. Ben presto eccovi
disgustata del canto, e vi vien voglia di studiare la diplomazia con
un segretario del ministro; vi lascio studiare; poichè ciò nulla mi
preme, quando pagate le lezioni dalla vostra cassetta; ma or m’accorgo
che avete preso di mira la mia, e che il vostro studio mi può costare
700 mila fr. il mese... Alto là, signora, la cosa non può andar così, o
il diplomatico darà le sue lezioni gratuite, ed io lo tollererò, ovvero
non metterà più piede in casa mia.
— Oh! quest’è troppo; gridò Erminia soffocata.
— Ma, disse Danglars, vedo con piacere che non vi siete fermata qua e
che avete volontariamente obbedito all’assioma del codice «la moglie
deve seguire il marito»; ma ragioniamo. Io non mi son mai mischiato dei
vostri affari che pel vostro bene, fate voi pure altrettanto; la mia
cassa, voi dite che non vi riguarda? sia, ma operate colla vostra; e
non empite, nè vuotate la mia. D’altra parte chi sa che ciò non sia un
colpo di stiletto politico? che il ministro furioso di vedermi nella
opposizione, e geloso delle simpatie popolari che mi suscito, non se
la intenda col sig. Debray; chi ha mai veduto una notizia telegrafica
falsa, cioè l’impossibile, o il quasi impossibile; dei segnali affatto
diversi dati dagli ultimi telegrafi? ciò senza dubbio è stato fatto
espressamente per me.
— Signore, disse umilmente la baronessa, voi non ignorate che
quest’impiegato è stato scacciato, e sarebbe stato chiamato in giudizio
se non si fosse salvato con la fuga, il che prova la sua follia, o la
sua reità; quest’è un errore.
— Sì, che fa ridere gli stupidi, che fa passare una cattiva notte al
ministero, che fa coprir di nero molta carta ai segretarii di Stato; ma
che a me costa 700 mila fr.
— Ma, signore, disse d’improvviso Erminia, poichè tutto ciò deriva
a quanto sembra dal sig. Debray, perchè invece di dirlo a lui
direttamente, lo dite a me?
— Conosco forse il sig. Debray? io! lo voglio forse conoscere, voglio
forse sapere se dà consigli; li seguo forse? arrischio? voi fate tutto
questo; non io.
— Mi sembra però che dal momento che ne profittate...
Danglars si strinse nelle spalle: — Sono le gran pazze creature queste
donne che si credono geni, perchè hanno saputo condurre una diecina
d’intrighi in modo da non essere affisse a tutte le cantonate di
Parigi! Ma pensate dunque, se aveste nascoste le vostre sregolatezze
allo stesso vostro marito, che è l’_a b c_ dell’arte, perchè la maggior
parte del tempo i mariti non vogliono vedere, ciò non pertanto non
sareste meno una pallida copia di ciò che fanno la metà delle vostre
amiche, le donne di mondo. Ma non è così per me. Io ho veduto, ed
ho veduto sempre, in 16 anni circa, voi forse mi avrete nascosto un
pensiero, ma non una dimostrazione, non un atto, uno sbaglio; mentre
che, dal vostro canto, vi applaudivate della vostra furberia, e
credevate fermamente d’ingannarmi; che cosa ne risultò? Che mercè la
mia pretesa ignoranza, dal sig. de Villefort fino al sig. Debray, non
vi fu mai uno dei vostri amici, che non tramasse avanti a me. Non ve ne
fu uno che non mi trattasse da padron di casa, mia unica pretensione
presso voi; finalmente non ve ne fu uno che abbia osato dirvi di me,
ciò che ve ne dico io stesso in questa sera. Io vi permetto di rendermi
odioso, ma v’impedirò di rendermi ridicolo: ed in particolare vi
proibisco positivamente, e sopra ogni altra cosa, di rovinarmi.
Fino al momento in cui fu pronunziato il nome di Villefort, la
baronessa aveva sostenuta una ferma apparenza; ma a questo nome
era impallidita, ed alzandosi come mossa da uno scatto, aveva stese
le braccia come per scongiurare una apparizione, e fatti tre passi
verso suo marito, come per istrappargli la fine del segreto che non
conosceva, o che forse, per qualche odioso secondo fine, come presso a
poco lo erano tutti quei di Danglars, non voleva lasciarsi sfuggire.
— Sig. de Villefort! che significa ciò? disse la baronessa.
— Vuol significare, riprese Danglars che il sig. de Nargonne, vostro
primo marito, non essendo nè un filosofo nè un banchiere, e forse
essendo l’uno e l’altro, e vedendo che non v’era da cavare alcun
partito da un procuratore del Re, è morto dal dispiacere e dalla
collera... Ma io sono brutale; non solamente lo so, ma me ne vanto;
è uno dei miei espedienti nelle mie speculazioni commerciali; perchè
invece di ammazzare, si è fatto ammazzare egli stesso? Perchè non
aveva una cassa da salvare, ma io mi devo conservare per la mia
cassa. Il sig. Debray, mio socio, mi ha fatto perdere 700 mila fr.;
che egli sopporti la sua porzione di perdita, e noi continueremo i
nostri affari, se no, mi si dichiari fallito per questi 175 mila fr.,
e sparisca. Eh! mio Dio! è un grazioso giovine, lo so, quando le sue
notizie sono esatte; ma quando esse nol sono, ve ne sono cinquanta al
mondo che valgono più di lui.
La sig.ª Danglars era atterrita, pure fece un estremo sforzo per
rispondere a questo ultimo assalto. Essa cadde sopra un seggio pensando
a Villefort, alla scena del pranzo, a quella strana serie di disgrazie
che da qualche giorno piombavano una dopo l’altra sulla sua casa, e
convertivano in iscandalosi dibattimenti la perfetta calma della sua
famiglia. Danglars non la guardò neppure, quantunque ella facesse tutto
quel che poteva per isvenire. Egli aprì la porta della camera da letto
senza aggiungere alcun’altra parola, e ritornò nel suo appartamento; di
modo che la sig.ª Danglars, rinvenendo dal suo _semi-svenimento_, potè
credere ch’ella aveva soltanto fatto un cattivo sogno.