LVI. — IL RECINTO A TRIFOGLIO.

È d’uopo che i nostri lettori ci permettano di ricondurli a quel

recinto che confina coll’abitazione del sig. de Villefort, e dietro

il cancello investito dai marroni troveremo delle persone di nostra

conoscenza. Questa volta Massimiliano era giunto il primo: era

egli che teneva l’occhio volto all’assito cercando nel fondo del

giardino un’ombra fra gli alberi ed attendendo il calpestio d’uno

stivaletto di seta sulla sabbia dei viali. Finalmente il tanto

desiderato calpestio si fe’ sentire, ma invece di una furon due le

ombre che si avvicinarono. Il ritardo era causato dalla visita della

sig.ª Danglars e di Eugenia, ch’erasi prolungata oltre l’ora in

cui Valentina era attesa. Allora per non mancare al suo ritrovo la

giovinetta aveva proposto a madamigella Danglars una passeggiata nel

giardino, volendo far vedere a Massimiliano non esser da lei causato

il ritardo, pel quale certamente ella soffriva. Il giovine capì tutto

con quella rapidità d’induzione propria degli amanti, ed il suo cuore

ne fu sollevato. D’altra parte senza giungere a portata di voce,

Valentina diresse la sua passeggiata in modo che Massimiliano potesse

vederla passare e ripassare; e ad ogni giro uno sguardo celato alla

compagna, ma vibrato dalla parte del cancello, e dal giovine raccolto,

gli diceva: — «Abbiate pazienza, vedete che non è mia colpa.» —

Massimiliano infatti acquistava pazienza, ammirando il contrasto che vi

era fra quelle due giovanette, tra la bionda dagli occhi languidi e dal

corpo leggermente inclinato come un bel salice; e la bruna dagli occhi

vivi e dal corpo ritto come un pioppo: non è necessario il dirlo, in

questo contrasto tutto il vantaggio stava dal lato di Valentina, almeno

nel cuor del giovine.

Dopo mezz’ora di passeggiata le due giovanette s’allontanarono;

Massimiliano capì esser giunto il termine della visita della sig.ª

Danglars. Infatto un momento dopo comparve Valentina sola. Per timore

che qualche indiscreto sguardo non ne seguisse il ritorno, ella veniva

pian piano; ed invece di avanzarsi direttamente verso il cancello, andò

ad assidersi sur un banco, dopo aver senz’affettazione esaminato ogni

gruppo d’albero ed internato lo sguardo nel fondo di tutti i viali;

prese queste cautele corse al cancello. — Buon giorno Valentina, disse

una voce — Buon giorno Massimiliano, vi ho fatto attendere, ma ne avete

veduto la causa.

— Ho veduto Madamigella Danglars, non vi credeva in sì stretta amicizia

con lei.

— E chi vi ha detto che siam strette amiche?

— Nessuno, ma ho potuto scorgerlo dal modo come vi tenevate pel

braccio, e come parlavate, si sarebber dette due compagne di

conservatorio che si facevan le lor confidenze.

— Sì, è vero, infatto, disse Valentina, ella mi confessava la sua

avversione al matrimonio col sig. de Morcerf; ed io la mia infelicità

in isposare il sig. d’Épinay. — Cara la mia Valentina! — Sapete, amico

mio, avete scorta quest’apparenza di abbandono fra me ed Eugenia,

perchè parlando dell’uomo che non amava, pensavo a quello che amo.

— Quanto siete buona, mia Valentina, avete in voi stessa una cosa che

Eugenia non avrà mai: l’attrattiva indefinibile che per la donna è ciò

che il profumo è pel fiore, il sapore pel frutto, che non è tutto in un

fiore d’esser bello, in un frutto d’esser buono. — L’amor vostro vi fa

vedere così la cosa.

— No, Valentina, ve lo giuro; sentite; poco fa io vi guardava entrambe,

e sul mio onore rendendo giustizia alla bellezza di Eugenia non poteva

comprendere come un uomo si possa innamorar di lei. — Egli è perchè io

stava là, e la mia presenza vi rendeva ingiusto. — No, ma ditemi...

una domanda di semplice curiosità, che emana da certe idee che mi

son fatto di madamigella Danglars. — Oh! queste idee saran certamente

ingiuste sebbene io non sappia quali sieno; quando giudicate noi povere

donne, non ci dobbiamo aspettare indulgenza. — Ma siete poi ben giuste

quando vi giudicate l’un l’altra fra di voi. — Egli è perchè nei nostri

giudizii vi son quasi sempre mischiate le passioni.

— È forse perchè Eugenia ama qualche altro, che ella teme il matrimonio

col sig. de Morcerf? — Massimiliano, vi ho già detto che non sono

la sua intima amica. — Oh! mio Dio, senza essere amiche intime le

giovinette si fan delle confidenze... convenite meco, che voi le

avete fatta qualche interrogazione su quest’argomento... vi veggo

sorridere... sentiamo, che cosa vi ha detto?

— Mi ha detto che non amava alcuno, disse Valentina, che aveva in

orrore il matrimonio, che la sua maggiore gioia sarebbe di menare

una vita libera ed indipendente, e che quasi desiderava che suo padre

perdesse la sua fortuna per divenire artista come la sua amica Luigia

d’Armilly.

— Ah! vedete dunque... — Ebbene, ciò che cosa prova? domandò Valentina.

— Nulla, rispose sorridendo Massimiliano. — Allora, disse Valentina,

perchè ora voi sorridete?

— Ah! vedete bene che anche voi guardate, proseguì Massimiliano.

— Volete che mi allontani? — No, no, torniamo a noi. — Sì è vero,

perchè abbiamo appena dieci minuti da stare insieme. — Dio mio! gridò

costernato Massimiliano.

— Sì, avete ragione, disse malinconicamente Valentina, avete in me una

povera amica, quale esistenza è la vostra, avete tanto ben fatto per

essere felice! credetemi, io mel rimprovero amaramente.

— Ebbene, che v’importa Valentina se anche in tal guisa io mi trovo

felice?

— Grazie, sperate per entrambi, Massimiliano, ciò mi rende per metà

felice. — E che cosa dunque vi accade ancora, o Valentina, che dovete

ora lasciarmi sì presto? — Non so; la sig.ª di Villefort m’ha fatto

dire dovermi fare una comunicazione dalla quale ella dice, dipende

metà della mia fortuna. Eh! mio Dio! ch’essi se la prendan tutta, son

ricca abbastanza, ma almeno dopo averla presa, mi lascino tranquilla e

libera.

— Ma non temete voi che questa comunicazione sia qualche notizia

intorno il vostro matrimonio?

— Nol credo...

— Però ascoltatemi Valentina, ma non vi spaventate.

— Credete tranquillarmi, dicendomi ciò, Massimiliano?

— Perdono; avete ragione, sono un uomo brutale; ebbene voleva dirvi che

giorni sono ho incontrato il sig. de Morcerf.

— Ebbene?

— Il sig. Franz è suo amico, come voi ben sapete.

— Sì, ebbene?

— Ebbene egli ha ricevuto da Franz una lettera con cui lo avvisa del

suo vicino ritorno.

Valentina impallidì, ed appoggiò la testa contro il cancello:

— Ah! mio Dio, diss’ella, sarà presto! Ma no, una tale comunicazione

non mi verrebbe dalla sig.ª de Villefort.

— Perchè?

— Perchè... nol so... ma sembrami che la sig.ª de Villefort, senza

opporvisi francamente, non abbia simpatia per questo matrimonio.

— Va bene, Valentina, dovrò finire per adorare la sig.ª de Villefort.

— Oh! non v’affrettate, Massimiliano, disse Valentina con amaro sorriso.

— Alla fin fine, se le è antipatico questo matrimonio, non fosse altro

che per romperlo, ella forse darebbe ascolto a qualche altra proposta.

— Nol credete, la sig.ª de Villefort non respinge i mariti, ma il

matrimonio.

— Come? il matrimonio? se tanto detesta il matrimonio perchè si è

maritata? — Voi non mi capite, Massimiliano; quando un anno fa le

parlai di ritirarmi in un convento, ad onta delle osservazioni ch’ella

si era creduta in dovere di farmi, aveva adottata la mia proposizione

con gioia; ed a sua istigazione, mio padre vi aveva acconsentito, ne

son sicura, non vi fu che il povero nonno che mi trattenne; non potete

figurarvi quanta espressione vi sia negli occhi di questo povero

vecchio, che non ama che me sola al mondo, e che (Dio mi perdoni se

dico una bestemmia) in questo mondo non è amato che da me sola; se

sapeste quando apprese la mia risoluzione, in qual modo mi ha guardato,

quanti rimproveri vi erano in quegli sguardi, quanta disperazione in

quelle lagrime che scorrevano senza lamenti e senza sospiri su quelle

guance immobili: ah! Massimiliano, io provai alcun che come di rimorso,

e mi sono gettata ai suoi piedi gridando: — Perdono! perdono! padre

mio, faranno di me ciò che vorranno, ma io non vi lascerò mai. — Allora

alzò gli occhi al cielo. Massimiliano, io posso soffrire molto; questo

sguardo del mio buon vecchio nonno mi ha ricompensato di tutto ciò che

soffrirò.

— Cara Valentina, voi siete un angelo, ed io non so come abbia potuto

meritare (sciabolando a dritta e a sinistra dei Beduini, a meno che

Dio non abbia preso in considerazione ch’essi sono infedeli) che voi

vi riveliate a me. Ma finalmente vediamo Valentina, quale dunque può

essere la premura così forte della sig.ª de Villefort, perchè non

abbiate a maritarvi?

— Non avete inteso ciò che vi diceva poco fa, che cioè, io sono ricca,

Massimiliano, troppo ricca? io ho dal lato di mia madre quasi cinquanta

mila lire di rendita, mio nonno e mia nonna, il marchese e la marchesa

di Saint-Méran, devono lasciarmene altrettanto; il sig. Noirtier ha

egualmente l’intenzione di farmi sua unica erede. Ne risulta adunque,

comparativamente a me, che mio fratello Edoardo che non aspetta

dal lato di sua madre alcuna ricchezza, è povero. Ora la sig.ª de

Villefort ama questo fanciullo all’adorazione, e se io fossi entrata

in un monastero, tutt’i miei beni concentrati sopra mio padre che

erediterebbe dal marchese, dalla marchesa, e da me, sarebbero venuti a

suo figlio.

— Questa cupidità in una donna giovane e bella è molto strana!

— Notate però che tutto ciò non è per essa, Massimiliano, ma per suo

figlio, e ciò che voi le rimproverate come un difetto, sotto il punto

di vista dell’amor materno è quasi una virtù.

— Ma vediamo, Valentina, disse Morrel, se voi rilascereste una porzione

di questi beni a questo figlio.

— Ma quale sarà il mezzo di fare una simile proposizione, disse

Valentina, e particolarmente con una donna che continuamente ha sulla

bocca la parola disinteressamento?

— Valentina, mi permettete voi di parlare di questo affare con un amico?

Valentina fremette: — Ad un amico? diss’ella, mio Dio, Massimiliano, un

fremito mi percorre le membra, nel sentirvi parlar così! ad un amico, e

chi è dunque questo amico?

— Ascoltate, Valentina, avete mai sentito per qualcuno una di quelle

simpatie irresistibili che fanno sì, che vedendo ancora una persona per

la prima volta, voi credete conoscerla da lungo tempo, e vi domandate

dove e quando l’avete veduta: e tanto che non potendo ricordarvi nè

il luogo, nè il tempo, giungete a credere, che ciò fu in un mondo

anteriore al nostro, e che questa simpatia non sia che una rimembranza

che si risvegli? — Sì. — Ebbene! ecco ciò che io ho provato la prima

volta che ho veduto quest’uomo straordinario.

— Un uomo straordinario? — Sì.

— Che voi conoscete da lungo tempo allora?

— Da otto o dieci giorni.

— E chiamate vostro amico un uomo che conoscete da soli otto giorni?

Oh! Massimiliano, vi credeva molto più avaro di questo bel nome di

amico.

— Voi in logica avete ragione, Valentina, ma dite ciò che volete,

niuna cosa mi farà retrocedere su questo sentimento istintivo. Credo

che quest’uomo sarà immischiato a tutto ciò che mi accadrà di bene

nell’avvenire, che perfino il suo sguardo profondo sembra conoscere e

la sua mano possente dirigere.

— È dunque un indovino? disse sorridendo Valentina.

— In fede mia, son tentato a credere che spesso indovini....

particolarmente il bene.

— Oh! disse Valentina tristamente, fatemi conoscere quest’uomo, che io

sappia da costui, se sarò amata abbastanza per esser ricompensata di

tutto ciò che ho sofferto.

— Pover’amica! ma voi lo conoscete. — Io? — Sì. È quegli che ha salvato

la vita a vostra matrigna ed a suo figlio.

— Il conte di Monte-Cristo? — Egli stesso.

— Oh! gridò Valentina, egli non può mai essere mio amico, lo è troppo

di mia matrigna.

— Il conte amico di vostra matrigna? Valentina, il mio istinto mi

avrebbe ingannato a questo punto? son sicuro che voi vi sbagliate.

— Oh! se sapeste Massimiliano, non è più Edoardo che regna nella

casa, ma il conte ricercato dalla sig.ª de Villefort, che vede in lui

il riassunto delle umane conoscenze, ammirato, intendete? ammirato

da mio padre, che dice di non aver mai inteso formolare con maggiore

eloquenza le idee più sublimi, idolatrato da Edoardo che ad onta della

sua paura pe’ grandi occhi neri del conte, corre da lui tosto che lo

vede giungere e gli apre la mano, ove ritrova sempre qualche scherzo

ammirabile: il sig. di Monte-Cristo quando è dalla sig.ª de Villefort,

è come fosse in casa sua.

— Ebbene! cara Valentina, se le cose sono così, come dite, dovete di

già risentire o risentirete ben presto gli effetti della sua presenza.

Egli incontra Alberto de Morcerf in Italia, e ciò per sottrarlo dalle

mani dei briganti, vede la sig.ª Danglars, e ciò per farle un regalo da

re; vostra matrigna e vostro fratello passano davanti alla sua porta, e

ciò perchè il suo moro salvi loro la vita. Quest’uomo ha evidentemente

ricevuto il potere di avere influenza sugli avvenimenti, sugli uomini,

e sulle cose. Non ho mai veduto gusti più semplici collegati ad una più

alta magnificenza. Il suo sorriso è sì dolce quando me lo indirizza,

che io dimentico come gli altri trovino il suo sorriso amaro: oh!

ditemi, Valentina, vi ha egli sorriso in tal modo? Se lo ha fatto,

sarete felice.

— No, disse la giovinetta, egli mi guarda appena, o piuttosto se

passo per caso, volge lo sguardo altrove. Oh! Non è generoso, non ha

quello sguardo profondo che legge nell’interno dei cuori, e che voi

gli supponete a torto; poichè se avesse avuto questo sguardo, avrebbe

veduto che io sono l’infelice, perchè se fosse generoso, vedendomi sola

e trista nel mezzo di questa famiglia, mi avrebbe protetta con quella

influenza ch’egli esercita; e poichè rappresenta, a quanto pretendete,

la parte di sole, avrebbe riscaldato il mio cuore ad uno dei suoi

raggi. Voi dite che vi ama, Massimiliano; che ne sapete? gli uomini

fanno sempre viso grazioso ad un ufficiale alto 5 piedi ed 8 pollici

come voi; che ha lunghi baffi, ed una gran sciabola, ma credono di

potere schiacciare senza timore una povera giovinetta che piange.

— Ah! Valentina, v’ingannate, ve lo giuro!

— Se fosse altrimenti, se mi trattasse diplomaticamente, cioè come

un uomo che vuole in un modo o nell’altro paoneggiare la famiglia, mi

avrebbe, non fosse stato che una sola volta, onorata di quel sorriso

che voi tanto mi vantate, ma no, mi ha veduta disgraziata, capisce

che non posso essergli buona a niente, e non fa attenzione a me. Chi

sa invece per fare la corte a mio padre, alla signora de Villefort, a

mio fratello, che non mi perseguiti tanto, quando sarà in suo potere

di farlo? vediamo francamente, Massimiliano, io non sono una donna

che si debba disprezzare così senza ragione; voi me lo avete detto...

Ah! perdonate, continuò la giovinetta vedendo la impressione che

producevano le sue parole su Massimiliano, sono cattiva, e vi dico su

quest’uomo cose che non sapeva neppure di avere in cuore. Ascoltate,

non nego che quest’influenza di cui mi parlate, vi sia, e che egli non

la eserciti anche su me; ma s’egli la esercita, è in un modo nocivo e

corruttore, come lo vedete, dei vostri buoni pensieri.

— Sta bene, Valentina, disse Morrel con un sospiro, non ne parliamo

più, non gli dirò niente.

— Ahimè! amico mio, disse Valentina, io vi affliggo, lo vedo; oh! ma

finalmente non chiedo di meglio che di esser convinta, dite che ha

dunque fatto per voi questo conte di Monte-Cristo?

— Voi mi mettete in un grande impaccio domandandomi ciò che ha fatto il

conte per me; niente d’ostensibile, lo so bene. Vi ho già detto che la

mia affezione per lui è tutta d’istinto, e che nulla ha di ragionato.

Il sole mi ha forse fatto qualche cosa? no; egli mi riscalda e colla

sua luce io vedo, ecco tutto. Il tale o tal altro profumo ha fatto

qualche cosa per me? no, il suo odore ricrea aggradevolmente uno dei

miei sensi, non ho altra cosa a dire quando mi si domanda perchè io

vanti quel tale profumo. La mia amicizia per lui è strana, com’è la

sua per me. Una voce segreta m’avverte che vi è qualche cosa più di un

semplice caso in quest’amicizia impreveduta e reciproca, trovo della

correlazione perfino nei suoi più segreti pensieri, fra le mie azioni

ed i miei pensieri. Voi forse riderete di me, Valentina, ma da che

conosco quest’uomo mi è venuta l’assurda idea, che tutto ciò che mi

accade di bene provenga da lui; ciò non ostante ho vissuto trent’anni

senza aver mai avuto bisogno di questo protettore, n’è vero? non

importa, sentite un esempio. Egli mi ha invitato a pranzo per sabato,

questa è una cosa naturale al punto in cui siamo? ebbene! che ho saputo

dopo? che vostro padre è invitato a questo pranzo, che vostra madre

vi verrà. M’incontrerò con essi, e chi sa ciò che potrà risultare per

l’avvenire da questo incontro? ecco delle particolarità semplicissime

in apparenza; ciò non ostante vi scorgo dentro qualche cosa che mi

sorprende, vi pongo una strana confidenza. Mi dico che il conte,

quest’uomo singolare che indovina tutto, ha voluto farmi ritrovare col

sig. e colla sig.ª de Villefort, e qualche volta cerco, ve lo giuro, di

leggere nei suoi occhi se ha indovinato il mio amore.

— Mio buon amico, disse Valentina, se non sentissi da voi che

ragionamenti simili, vi prenderei per un visionario: ed avrei una vera

paura, pel vostro buon senso. Non è forse un puro caso quest’incontro?

In verità rifletteteci dunque. Mio padre che non esce mai è stato dieci

volte sul punto di negare questo invito alla sig.ª de Villefort, la

quale al contrario arde dal desiderio di vedere in sua casa questo

straordinario nababbo, ed a gran stento ella ottenne che l’avrebbe

accompagnata. No, no, credetemi, per voi Massimiliano, non ho altri a

cui chiedere soccorso, che a mio nonno, un cadavere; altr’appoggio che

in mia madre, un’ombra...

— Sento che avete ragione, Valentina, e che la logica sta dalla

vostra parte, disse Massimiliano, ma la vostra dolce voce, sempre così

possente in me oggi non mi convince.

— E la vostra ancor meno, disse Valentina, e vi confesso che se non

avete altro esempio da citarmi...

— Ne ho uno, disse Massimiliano esitando, ma in vero, Valentina, m’è

forza confessarlo, è ancor più assurdo del primo.

— Tanto peggio, disse sorridendo Valentina.

— Eppur, continuò Morrel, non è meno concludente per me, uomo tutto

d’ispirazione e di sentimento, e che ho qualche volta in dieci anni

che servo, dovuto la vita ad uno di quei lampi interni, che vi dicono

di fare un movimento innanzi o indietro, perchè la palla che vi deve

uccidere, vi passi d’accanto.

— Caro Massimiliano, perchè non fare onore alle preghiere in questa

deviazione delle palle? quando siete in Africa, non prego più Dio per

me, nè per mia madre, ma sol per voi.

— Sì, dacchè vi conosco, disse sorridendo Morrel, ma prima che vi

conoscessi, Valentina.

— Vediamo, non volete essermi debitore di cos’alcuna, cattivo, tornate

dunque a questo esempio che voi stesso confessate assurdo.

— Ebbene! guardate fra gli assi, ed osservate laggiù a quell’albero il

nuovo cavallo col quale son venuto.

— Oh! che bestia ammirabile! perchè non lo avete condotto vicino al

cancello? gli avrei parlato, ed egli mi avrebbe intesa.

— Infatto come lo vedete, è un animale di gran prezzo, disse

Massimiliano; voi sapete che la mia fortuna è limitata, e che io altro

non sono, come si dice, che un uomo ragionevole. Ebbene! avevo veduto

da un mercante di cavalli questo magnifico Médéah, così lo chiamo, ne

chiesi il prezzo, mi fu risposto 4500 fr., dovetti astenermi, come

ben lo capirete, dal trovarlo tanto bello, e partii col cuore molto

grosso, perchè il cavallo mi aveva guardato teneramente, mi aveva

accarezzato con la testa, ed aveva corvettato sotto di me nel modo più

elegante e grazioso. La stessa sera aveva in mia casa alcuni amici, il

sig. Château-Renaud, il sig. Debray, e 5 o sei altri cattivi soggetti,

che avete la fortuna di non conoscere neppur di nome. Ho proposta una

partita di _bouillotte_; non giuoco mai perchè non sono abbastanza

ricco da poter perdere, nè abbastanza povero per desiderare di vincere;

io era in casa mia, e non altro avevo a fare che far prendere un mazzo

di carte, e così feci. Quando ci mettemmo al tavolino, giunse il sig.

di Monte-Cristo, si giuocò ed io vinsi, oso appena confessarvelo,

Valentina, guadagnai 5 mila fr. Noi ci lasciammo a mezza notte; io

non potei più contenermi, presi un _cabriolet_, e mi feci condurre

dal mercante di cavalli. Palpitante suonai, egli venne ad aprirmi,

e dovette prendermi per pazzo; io mi slanciai dall’altra parte della

porta appena aperta; entrai in iscuderia, guardai alla rastrelliera.

Oh! fortuna! Médéah rodeva il fieno; prendo una sella, gliela metto

sul dorso, gli pongo le redini; poi depositando i 4500 fr. fra le

mani del mercante stupefatto, ritorno, o piuttosto passo la notte a

passeggiare nei Campi-Elisi. Ebbene! ho veduto il lume alla finestra

del conte: e mi è perfino sembrato di scorgere l’ombra dietro la tenda.

Or Valentina, giurerei, che il conte ha saputo che desideravo questo

cavallo, e che ha espressamente perduto per farmelo guadagnare.

— Mio caro Massimiliano, disse Valentina, siete troppo fantastico...

non mi amerete lungamente: un uomo sì poetico non saprebbe fissarsi a

suo piacere in una passione monotona come la nostra, ma sentite... mi

chiamano...

— Oh! Valentina, disse Massimiliano per la piccola fessura

dell’assito...

— Avevamo detto, Massimiliano, che saremmo stati l’una per l’altro due

voci, due ombre!

— Come vi piacerà, Valentina.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 75 / 140 题