XLVI. — LA PARIGLIA GRIGIO-POMELLATA.

Il barone, seguito dal conte, traversò una lunga fila d’appartamenti

notevoli per la pesante loro sontuosità, ed il loro fastoso cattivo

gusto, e giunse fino al gabinetto della sig.ª Danglars, piccola

camera ottangolare parata di seta color rosa, ricoperta di mussola

d’India; le seggiole erano di vecchio legno dorato coperte di vecchie

stoffe: le sopraporte rappresentavano paesaggi del genere di Boucher:

finalmente due piccoli medaglioni a pastello, in armonia col rimanente

del mobilio, facevano di questa piccola camera, il solo locale della

casa che avesse un qualche carattere: è vero ch’era sfuggita al piano

generale stabilito fra Danglars ed il suo architetto, una delle più

alte e più eminenti celebrità dell’impero, e la baronessa e Debray soli

si riserbarono di decorarla. Così il signor Danglars, grande ammiratore

dell’antico, al modo che lo intendeva il Direttorio, disprezzava

moltissimo questo elegante piccolo ridotto, ove del resto non era

ammesso senza farsi scusare la sua venuta conducendo qualcuno; non

era dunque in realtà Danglars che presentava, era al contrario egli il

presentato, e ch’era bene o male ricevuto, a seconda che la fisonomia

del visitatore era aggradita o disaggradita dalla baronessa.

La sig.ª Danglars, la cui bellezza poteva ancora essere citata ad

onta dei suoi 36 anni, era al piano-forte, piccolo capo d’opera

d’intarsiatura, nel mentre che Luciano Debray, seduto ad un tavolino

da lavoro, sfogliava un album. Luciano aveva già avuto il tempo

prima dell’arrivo di raccontare alla baronessa molte cose relative al

conte. Si conosce già quanta impressione Monte-Cristo avesse fatta nei

convitati alla colazione d’Alberto; impressione, che per quanto poco

_impressionabile_, non erasi ancor cancellata in Debray.

La curiosità della sig.ª Danglars eccitata dalle informazioni anche

di Morcerf, e dalle recenti di Debray, era dunque al colmo. Perciò

questo accomodamento al piano-forte, ed all’album, non era che una di

quelle piccole furberie del mondo, per mezzo delle quali si velano

le più forti preoccupazioni. La baronessa ricevette Danglars con un

sorriso, cosa che per parte sua era molto comune; quanto al conte, egli

ricevette, in cambio del suo saluto, una cerimoniosa, ma nello stesso

tempo graziosa riverenza.

Luciano dal canto suo scambiò col conte un saluto di mezza conoscenza,

e con Danglars un gesto d’intimità.

— Signora baronessa, disse Danglars, permettetemi che io vi presenti

il sig. conte di Monte-Cristo, che mi viene indirizzato dai miei

corrispondenti di Roma colle raccomandazioni più vive; non ho che

una parola da dire per farlo subito diventare il favorito di tutte le

nostre più belle dame; egli viene a Parigi coll’intenzione di restarvi

un anno, e di spendervi sei milioni in questo solo anno; ciò promette

una serie infinita di balli, di pranzi, di festini nei quali voglio

sperare che il sig. conte non vorrà dimenticarci, come certamente

noi non lo dimenticheremo nelle nostre piccole feste. — Quantunque la

presentazione fosse composta di troppo grossolane lodi, in generale, è

una cosa tanto rara che un uomo venga a Parigi per spendervi in un anno

la fortuna di un principe, che la sig.ª Danglars dette una occhiata al

conte non priva d’interessamento.

— E siete giunto? domandò la baronessa.

— Da ieri mattina, signora. — E venite, secondo la vostra abitudine a

quanto mi è stato detto, di capo al mondo.

— Da Cadice, questa volta, puramente e semplicemente da Cadice.

— Ah! giungete in una trista stagione; Parigi nell’estate è

detestabile; non vi sono più nè balli, nè riunioni, nè feste. L’opera

italiana è a Londra, l’opera francese è da per tutto, fuorchè a Parigi;

e in quanto al teatro francese, voi sapete che non è più in alcun

luogo. Non ci resta dunque per distrarci che qualche disgraziata corsa

al Campo di Marte, ed a Satory. Farete voi correre, sig. conte?

— Io, signora, farò tutto ciò che si fa a Parigi, rispose Monte-Cristo,

se avrò la fortuna di ritrovare qualcuno che m’informi convenientemente

delle abitudini francesi.

— Siete dilettante di cavalli, sig. conte?

— Io ho passata una parte della mia vita in Oriente, e gli orientali,

voi lo sapete, non stimano che due cose in questo mondo: la nobiltà dei

cavalli, e la bellezza delle donne.

— Ah! signor conte; avreste dovuto avere la galanteria di mettere le

donne per le prime.

— Vedete, signora, che io aveva ben ragione testè d’augurarmi un

precettore che mi fosse di guida nelle abitudini francesi. — In questo

momento entrò la cameriera favorita della sig.ª baronessa Danglars, ed

avvicinandosi alla padrona le mormorò alcune parole all’orecchio. La

signora Danglars impallidì. — Impossibile! diss’ella. — Eppure questa è

l’esatta verità, signora, rispose la cameriera.

La sig.ª Danglars si volse al marito:

— E sarà vero signore? domandò la baronessa.

— Che cosa? domandò Danglars visibilmente agitato.

— Ciò che mi disse questa donzella?

— E che cosa vi ha detto?

— Che al momento che il _mio_ cocchiere è andato per attaccare i

_miei_ cavalli alla _mia_ carrozza, non li ha trovati in iscuderia; che

significa ciò? io lo domando?

— Signora, disse Danglars, ascoltatemi.

— Oh! io vi ascolto, signore, perchè sono ben curiosa di sentire

ciò che voi mi saprete dire: io farò questi signori giudici fra noi,

e comincerò per dir loro come stanno le cose: signori; continuò la

baronessa, il sig. barone Danglars ha dieci cavalli in iscuderia; fra

essi ve ne sono due che sono i miei grigi-pomellati. Ebbene! al momento

in cui la sig.ª Villefort mi chiede in prestito la mia carrozza, ed

io la prometto a lei per domani al bosco, ecco che i due cavalli non

si trovano più. Il signor Danglars avrà trovato a guadagnarvi sopra

qualche migliaio di franchi. Oh! che razza villana, mio Dio! che è

quella degli speculatori.

— Signora, rispose Danglars, i cavalli erano troppo vivaci, essi

avevano appena quattro anni, e mi facevano delle paure orribili per

voi.

— Eh! ben sapete, disse la baronessa, che da un mese ho al mio servizio

il miglior cocchiere di Parigi, a meno che non lo abbiate venduto coi

cavalli.

— Amica cara, ve ne troverò degli uguali, ed anche dei più belli,

se sarà possibile, ma che saranno cavalli docili e quieti che non

ispireranno simili terrori.

La baronessa si strinse nelle spalle coll’aria del più profondo

disprezzo. Danglars non fece mostra d’essersi accorto di questo gesto

più che coniugale, e volgendosi a Monte-Cristo: — In verità mi dispiace

di non avervi conosciuto prima, sig. conte, diss’egli; voi montate la

vostra casa?

— Sì, disse il conte.

— Ve li avrei proposti; chè io li ho ceduti per niente, ma, come vi

dissi, voleva disfarmene, sono cavalli da giovani.

— Signore, disse il conte, io vi ringrazio; ne ho acquistati questa

mattina due molto buoni, e non a caro prezzo. Anzi, guardate,

signor Debray, voi siete conoscitore, io credo? — Mentre che Debray

si avvicinava alla finestra, Danglars si accostò a sua moglie. —

Immaginatevi, signora, diss’egli a bassa voce, sono venuti ad offrirmi

un prezzo esorbitante di quei cavalli. Non so chi sia il pazzo sulla

via di rovinarsi che mi ha inviato questa mattina il suo intendente, ma

il fatto è che vi ho guadagnato 16 mila fr. Non mi rimproverate, io ne

darò a voi 4 mila, e due mila ad Eugenia.

La signora Danglars lasciò cadere su Danglars uno sguardo terribile. —

Oh! mio Dio! gridò Debray.

— Che cos’è? domandò la baronessa.

— Ma non m’inganno certo, quelli sono i vostri cavalli, attaccati alla

carrozza del conte.

— I miei grigi-pomellati? gridò la signora Danglars.

E si slanciò verso la finestra: — In fatto sono essi...

Danglars rimase stupefatto.

— Possibile? disse Monte-Cristo, fingendo meraviglia.

— È incredibile! mormorò il banchiere. — La Baronessa disse due parole

all’orecchio di Debray, che a sua volta si accostò al conte: — La

baronessa mi fa chiedere quanto ve li ha fatti pagare suo marito.

— Non lo so bene, disse il conte, è una sorpresa che mi ha fatta il mio

intendente, e credo che mi costi 30 mila fr.

Debray andò a riportare la risposta alla baronessa.

Danglars era così pallido, e così sconcertato che il conte fece mostra

d’averne pietà: — Vedete come sono ingrate le donne, diss’egli, questa

previdenza per parte vostra non ha commosso per nulla la baronessa;

ingrata non è la parola adatta, dovrei dire pazza; ma che volete farci?

siamo sempre ciò che nuoce, per cui la più corta, credetemi, barone

mio, è quella di lasciarle far sempre di testa loro; se almeno se la

rompono, non hanno a prendersela che con sè stesse.

Danglars non rispose una parola: egli prevedeva prossima ad avvenire

una scena disastrosa; le sopracciglia della baronessa eransi già

aggrottate, e, come quelle di Giove Olimpico, presagivano un uragano.

Debray che lo sentiva ingrossare, prese pretesto di un affare, e partì.

Monte-Cristo che non voleva, col restar più lungamente, guastare la

posizione di cui contava approfittarsi, salutò la sig.ª Danglars e

si ritirò, abbandonando il barone alla collera della moglie. — Buono!

pensò Monte-Cristo nel ritirarsi, sono pervenuto ove voleva giungere,

ecco che tengo nelle mie mani la pace della famiglia, e che con un sol

tratto vado a guadagnarmi il cuore del signore e della signora, quale

felicità!... Ma in mezzo a tutto questo non sono stato presentato

a madamigella Eugenia Danglars, che pure avrei desiderato molto di

conoscere. Ma, soggiunse egli con quel sorriso suo particolare; eccoci

a Parigi, ed abbiamo innanzi a noi il tempo... ciò sarà per il seguito.

Con queste riflessioni il conte montò in carrozza, e rientrò in casa

sua. Due ore dopo la sig.ª Danglars ricevette una graziosa lettera

dal conte di Monte-Cristo, nella quale le diceva, che non volendo

cominciare il suo ingresso nel mondo parigino facendo disperare una

bella donna, la supplicava di riprendere i suoi cavalli. Essi avevano

gli stessi finimenti che ella aveva veduti la mattina, soltanto in

ciascuna rosetta che portavano sotto l’orecchia, il conte aveva fatto

mettere un diamante.

Danglars ebbe pure una lettera. Il conte con essa gli chiedeva il

permesso di condonare alla baronessa un capriccio da milionaria, e lo

pregava di scusare il modo orientale con cui era accompagnato il rinvio

dei cavalli.

La sera il conte partì per Auteuil, accompagnato da Alì. La dimane

verso le tre, Alì fu chiamato da un tocco del campanello, ed entrò nel

gabinetto del conte. — Alì, diss’egli, tu mi hai spesso fatto capire la

tua destrezza nel lanciare il laccio?

Alì fece segno di sì, e si raddrizzò con fierezza.

— Bene!... così col laccio tu fermeresti un bove?

Alì fece segno colla testa di sì.

— Una tigre? — Alì fece il medesimo segno. — Un leone?

Alì fece il gesto dell’uomo che lancia il laccio, ed imitò un ruggito

strangolato. — Bene! capisco, tu hai fatta la caccia del leone. — Alì

fece un segno orgoglioso colla testa.

— Ma, arresteresti tu nella loro corsa due cavalli furibondi? — Alì

sorrise.

— Ebbene ascolta, disse Monte-Cristo; in breve passerà di qui una

carrozza trascinata da due cavalli grigi pomellati che avranno tolta

la mano, gli stessi che io aveva ieri. Dovessi tu farti schiacciare,

bisogna che fermi questa carrozza davanti alla mia porta.

Alì discese nella strada, e tracciò davanti alla porta una linea nella

polve; quindi rientrò e mostrò la linea al conte che lo aveva seguito

cogli occhi. Il conte gli battè dolcemente sulla spalla, era il suo

modo di ringraziare Alì; poi il moro andò a fumare la pipa sul luogo in

cui la strada formava angolo colla casa, nel mentre che Monte-Cristo si

ritirava senza più occuparsi di niente. Frattanto, verso le 3, vale a

dire nell’ora in cui Monte-Cristo aspettava la carrozza, si sarebbero

potuti notare in lui i segni quasi impercettibili di una leggiera

impazienza; egli passeggiava in una camera che guardava sulla strada,

tendendo ad intervalli l’orecchio, e andando a quando a quando alla

finestra da dove scorgeva Alì, che mandava sbuffate di fumo a regolari

intervalli, come se il Nubiano si fosse soltanto occupato di questa

importante operazione. D’improvviso s’intese un rotolar lontano ma che

si avvicinava colla rapidità del fulmine, quindi comparve una carrozza,

il cui cocchiere tentava inutilmente di trattenere i cavalli che si

avanzavano furiosi, coi peli irti, e che si slanciavano con impeto

insensato. In essa, una giovane signora ed un fanciullo di 7 a 8 anni,

che tenevansi abbracciati, avevano perduto, per l’eccesso della paura,

perfino la forza di mandare un grido. Sarebbe bastato un sasso sulla

strada, o un tronco d’albero staccato, per tritolare la carrozza che

già scricchiolava tenendo il mezzo della strada; sentivansi nella via

le grida di terrore di coloro che la vedevano venire. In un baleno Alì

depone la pipa, cava il laccio, lo lancia, avvolge con triplice giro

le gambe davanti del cavallo di sinistra, si lascia trascinare per

tre o quattro passi dalla violenza dell’impulso, ma dopo questi tre o

quattro passi, il cavallo allacciato si abbatte, cade sul timone che

spezza, e paralizza così gli sforzi che fa il cavallo rimasto in piedi

per continuare la corsa; il cocchiere approfitta di questo momento di

respiro per gettarsi giù dal suo seggio, ma già Alì ha afferrato colle

sue dita di ferro il secondo cavallo, il quale nitrendo di dolore si

stende convulsivamente vicino al suo compagno.

Per tutto ciò non necessitò che il tempo che occorre ad una palla

per cogliere nel segno. Ciò non pertanto bastò perchè un uomo dalla

casa avanti la quale accadeva questo accidente si slanciasse fuori

accompagnato da molti servitori. Nel mentre che il cocchiere apre la

portiera, quegli toglie dalla carrozza la dama che con una mano era

aggrappata al cuscino, coll’altra stringeva al petto il figlio svenuto.

Monte-Cristo li trasporta entrambi nel salone, e li deposita sur un

_canapè_.

— Non temete più niente, signora, le disse egli, voi siete salva. —

La donna ritornò in sè e per risposta gli presentò il figlio con uno

sguardo più eloquente di tutte le preghiere. In fatto il fanciullo era

sempre svenuto.

— Sì, signora, capisco, disse il conte esaminando il fanciullo; ma

state tranquilla, non gli è accaduto alcun male, la sola paura lo ha

messo in questo stato.

— Ah! signore, gridò la madre, non dite questo soltanto per

tranquillarmi! Vedete come è pallido? figlio mio! figlio mio! mio

Edoardo! rispondi dunque a tua madre. Ah! signore! mandate a cercare un

medico, la mia fortuna è a chi mi restituisce il figlio! — Monte-Cristo

fece un gesto per calmare la madre desolata, ed aprendo un bauletto

ne cavò una piccola bottiglia di cristallo di Boemia incrostata d’oro,

contenente un liquore rosso come il sangue, e ne lasciò cadere una sola

goccia sulle labbra del fanciullo, il quale quantunque sempre pallido,

riaprì subito gli occhi. A questa vista la gioia della madre divenne

quasi un delirio:

— Ove son’io? gridò ella, e a chi devo tanta felicità dopo una prova sì

crudele?

— Voi siete, signora, rispose Monte-Cristo, in casa di un uomo felice

di avervi potuto risparmiare un dispiacere.

— Oh! maledetta curiosità! disse la dama; tutta Parigi parla di questi

magnifici cavalli della sig.ª Danglars, ed io ho avuta la follia di

volerli sperimentare.

— Come! gridò il conte con una sorpresa recitata stupendamente, questi

cavalli sono quelli della baronessa Danglars?

— Sì, signore, la conoscete voi?

— La signora Danglars?.... ho questo onore, e la mia gioia è doppia nel

vedervi salva dal pericolo che vi hanno fatto correre questi cavalli,

mentre voi avreste potuto addebitarne me: io aveva acquistati questi

cavalli dal barone, ma la baronessa mi parve talmente afflitta, che

glieli rimandai ieri, pregandola a volerli accettare dalle mie mani.

— Ma allora dunque siete il conte di Monte-Cristo di cui mi ha tanto

parlato ieri Erminia?

— Sì, signora, disse il conte.

— Ed io, signore, Luigia di Villefort. — Il conte la salutò come se

questo cognome gli arrivasse del tutto nuovo.

— Oh! quanto vi sarà riconoscente il sig. de Villefort, riprese Luigia,

perchè finalmente vi dovrà la vita di noi due, voi gli avete reso la

moglie ed il figlio; certamente, senza il generoso vostro servitore,

questo caro fanciullo ed io saremmo rimasti uccisi.

— Pur troppo! signora; fremo ancora pensando al pericolo che avete

corso.

— Oh! spero che mi permetterete di compensare degnamente lo zelo di

quest’uomo.

— Signora, rispose Monte-Cristo, non mi guastate Alì ve ne prego, nè

con elogi, nè con ricompense; non voglio che prenda queste abitudini.

Alì è mio schiavo; salvandovi la vita ha servito me, ed è suo dovere il

servirmi.

— Ma egli ha arrischiata la sua vita! disse la sig.ª de Villefort, alla

quale questo tuono di padrone imponeva in un modo singolare.

— Ed io ho salvata la sua, signora, rispose Monte-Cristo, per

conseguenza essa mi appartiene. — La sig.ª de Villefort si tacque:

forse rifletteva a quest’uomo, che dal primo momento faceva tanta

impressione sugli spiriti. Durante questi momenti di silenzio, il conte

potè considerare con suo comodo quel fanciullo, che la madre copriva di

tanti baci. Egli era piccolo, gracile, bianco di pelle come i fanciulli

rossi, ad onta che una foresta di capelli neri, ribelli ad ogni

acconciatura, ne coprisse la fronte rotondeggiante, e cadendo sulle

spalle ne contornasse il viso, e raddoppiasse la vivacità degli occhi

pieni di furba malizia e di giovanile cattiveria; la bocca, appena

ritornata vermiglia, era sottile nelle labbra, e larga nell’apertura: i

lineamenti di questo fanciullo di otto anni, annunciavano un’età almeno

di 12 anni. Il primo movimento fu di sciogliersi, con una rozza scossa,

dalle braccia di sua madre, e di andare ad aprire il bauletto da dove

il conte aveva tratta la boccetta d’elixir: quindi, senza domandare il

permesso ad alcuno e giusta quanto sogliono fare i fanciulli avvezzi

a soddisfare tutti i loro capricci, si mise a levare il turacciolo a

tutte le ampolle: — Non toccate queste, amico mio, disse prestamente

il conte, alcuni di questi liquori sono pericolosi non solamente a

beversi, ma ancora ad odorarsi. — La sig.ª de Villefort impallidì ed

arrestò il braccio di suo figlio che ricondusse a sè; ma appena sedato

il suo timore, gettò sul bauletto un corto ma espressivo sguardo,

che il conte prese di volo. In questo momento entrò Alì. La sig.ª de

Villefort fece un movimento di gioia, e tirando più vicino a sè il

fanciullo; — Edoardo, gli disse, vedi, questo buon servitore? Egli è

stato molto coraggioso, perchè ha esposto la sua vita per fermare i

cavalli che ci trascinavano, e la carrozza ch’era vicina a fracassarsi,

ringrazialo dunque, perchè, senza lui, a quest’ora forse saremmo morti.

— Il fanciullo allungò le labbra, e voltò sdegnosamente la testa: —

È troppo brutto, diss’egli. — Il conte sorrise come se il fanciullo

compiesse una delle sue speranze. Quanto alla sig.ª de Villefort,

sgridò il figlio tanto blandamente, che non avrebbe certamente dato

nel genio di Giovan-Giacomo Rousseau, se il piccolo Edoardo si fosse

chiamato Emilio.

— Vedi tu, disse in arabo il conte ad Alì, questa signora prega suo

figlio di ringraziarti per la vita che tu hai salvata ad entrambi,

ed il fanciullo risponde che sei troppo brutto. — Alì per un momento

volse la testa intelligente, ed osservò il fanciullo apparentemente

senza espressione, ma un semplice tremito della sua narice fece accorto

Monte-Cristo, ch’era rimasto ferito nell’anima.

— Signore, chiese la sig.ª de Villefort alzandosi per ritirarsi, questa

casa è la vostra abitazione continua?

— No, signora, rispose il conte, è una specie di luogo di riposo, che

ho acquistato: io abito all’entrata dei Campi-Elisi n. 30. Ma vedo che

voi siete del tutto rimessa e che desiderate ritirarvi. Ho ordinato che

siano attaccati alla mia carrozza quei medesimi cavalli; e Alì, quel

servitore così brutto, diss’egli sorridendo al fanciullo, avrà l’onore

di condurvi a casa, mentre che il vostro cocchiere resterà qui per fare

accomodare la vettura. Così appena terminata questa piccola faccenda

indispensabile, una delle mie pariglie lo ricondurrà direttamente dalla

sig.ª Danglars.

— Ma, disse la sig.ª de Villefort, non avrò mai il coraggio di

ritornare con gli stessi cavalli.

— Oh! vedrete, signora, che sotto la mano d’Alì diventeranno docili

come agnelli.

In fatto Alì si era avvicinato ai cavalli, che a grande stento era

riuscito a far ritornare in piedi. Egli teneva in mano una piccola

spugna imbevuta d’aceto aromatico; ne strofinò le narici e le tempia

ai cavalli, coperti di sudore e di schiuma, e quasi subito si misero

a soffiare fortemente, e a fremere in tutte le loro membra per qualche

secondo.

Quindi in mezzo ad una folla numerosa richiamata dall’avvenimento

e dalla rottura della carrozza innanzi la casa, Alì fe’ attaccare

i cavalli al _coupé_ del conte, riunì le redini, salì sul seggio,

e, con grande stupore di tutti gli assistenti che avevano veduto

questi cavalli slanciati come da un turbine, fu obbligato ad usare

vigorosamente la frusta per farli partire, e anche non potè ottenere

dai famosi grigio-pomellati, ora stupidi, petrificati, morti, che

un trotto tanto mal sicuro e languido che abbisognò alla sig.ª

de Villefort, impiegare quasi due ore per giungere al sobborgo

Sant’Onorato ove abitava. Appena giunta in casa, e calmate le prime

emozioni di famiglia, ella scrisse subito il seguente biglietto alla

sig.ª Danglars.

«Cara Erminia.

«Sono stata miracolosamente salvata in un con mio figlio da

quello stesso conte di Monte-Cristo, di cui ieri sera voi mi

avete tanto parlato, e che era lungi dal credere che avrei veduto

ªoggi. Ieri mi parlaste di lui con un entusiasmo tale ch’io non

potei far a meno di scherzarne con tutto il mio piccolo spirito,

ma oggi ritrovo questo entusiasmo molto al disotto dell’uomo che

lo ispirava. I vostri cavalli avevano presa la mano a Ranelangh

come se fossero stati invasi dalla frenesia, e noi probabilmente

saremmo andati in pezzi, Edoardo ed io, contro il primo albero

della strada, od il primo muro del villaggio, quando un arabo,

un moro, uno della Nubia, un uomo nero infine, al servizio del

conte, ha, dietro un suo cenno, io credo, fermato lo slancio dei

cavalli col rischio di essere egli stesso ucciso, ed è proprio

un miracolo che non lo sia stato. Allora il conte è accorso,

e ci ha portati in casa sua, ed ha richiamato mio figlio alla

vita. Nella sua carrozza fui ricondotta a casa; domani vi sarà

rimandata la vostra. Ritroverete i vostri cavalli avviliti dopo

questo accidente; sono divenuti come ebeti; si direbbe che non

possono perdonare a sè stessi di essersi lasciati vincere da un

uomo. Il conte mi ha incaricato di dirvi che due giorni di riposo

sulla paglia, e l’orzo per solo nutrimento, si rimetteranno nello

stesso stato florido, vale a dire spaventoso, come lo erano ieri.

«Addio! non vi ringrazio della mia passeggiata; e ciò non

pertanto, quando vi rifletto, è un’ingratitudine il conservarvi

rancore pel capriccio della vostra pariglia, poichè ad esso

devo il piacere d’aver veduto il conte di Monte-Cristo, e

l’illustre forestiero mi sembra, prescindendo dai milioni di

cui può disporre, un problema sì curioso e così importante, che

conto di studiarlo ad ogni costo, dovessi ancora rifare un’altra

passeggiata al bosco coi vostri proprii cavalli.

«Edoardo ha sopportato l’avventura con un coraggio miracoloso.

Egli è svenuto, ma non ha mandato un grido prima, nè versata una

lagrima dopo. Direte ancora che il mio amore materno mi acceca,

ma vi è un’anima di ferro in quel piccolo corpo così gracile e

così delicato.

«La nostra cara Valentina dice molte cose alla vostra cara

Eugenia; io vi abbraccio di tutto cuore.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 61 / 140 题