XLIV. — LA PIOGGIA DI SANGUE.

«Il gioielliere entrando girò uno sguardo investigatore intorno a

sè; ma nulla poteva fargli nascere sospetti, se non ne aveva, e nulla

confermarglieli quando ne avesse avuti.

«Caderousse copriva sempre con ambo le mani i biglietti, e l’oro.

Carconta sorrideva al suo ospite il più graziosamente che poteva. — Ah!

ah! disse il gioielliere, sembra che abbiate paura di non aver ricevuto

il conto vostro: che ritornavate a contare il vostro tesoro prima della

mia partenza?

«— No, disse Caderousse, ma l’avvenimento che ce ne mette in possesso è

così inatteso, che non vi possiamo ancora aggiustar fede, e quando non

abbiamo la prova materiale sotto gli occhi, ci pare sempre di sognare.

— Il gioielliere sorrise. — Avete viaggiatori nel vostro albergo?

domandò egli. — No, rispose Caderousse, non diamo da dormire; siamo

troppo vicini alla città e nessuno vi si ferma.

«— Allora vi procuro un grandissimo incomodo?

«— Incomodarci voi! mio caro signore, disse con grazia Carconta, niente

affatto; ve lo giuro. — Vediamo, dove mi metterete? — Nella camera in

alto. — Ma quella non è la vostra camera? — Oh! non importa; abbiamo un

secondo letto nella camera di fianco a questa. — Caderousse guardò con

meraviglia la moglie. Il gioielliere canterellò una piccola canzonetta

mentre si riscaldava il dorso ad una fascina che Carconta aveva accesa

al caminetto per riscaldare il suo ospite. In questo mentre ella

portava sopra un angolo della tavola, su cui aveva messa una salvietta,

i magri avanzi di un pranzo al quale unì due o tre uova fresche.

«Caderousse aveva nuovamente racchiusi i biglietti nel portafogli,

l’oro nel sacchetto, ed il tutto nell’armadio. Egli passeggiava in

lungo ed in largo, cupo e meditabondo, alzando a quando a quando la

testa sul gioielliere, che stava fumando davanti al caminetto, e che

a seconda che si asciugava da un lato, si voltava dall’altro. — Ecco

qua, disse Carconta mettendo una bottiglia sulla tavola, quando vorrete

cenare, tutto è all’ordine. — E voi? domandò Giovanni.

«— Io non cenerò, rispose Caderousse. — Abbiamo pranzato tardissimo, si

affrettò a dire Carconta. — Cenerò dunque solo? disse il gioielliere. —

Vi serviremo, disse Carconta con una premura, che non le era naturale,

neppure cogli ospiti del suo paese. — Di tempo in tempo Caderousse

lanciava su lei degli sguardi rapidi come il baleno. L’uragano

continuava. — Sentite? sentite? disse Carconta; avete fatto molto

bene, in fede mia, a ritornare. — Ciò non impedisce che se il temporale

diminuisce durante la mia cena, io ritorni a mettermi in via. — Spira

maestrale, disse Caderousse scuotendo la testa, avremo questo tempo

fino a domani. E dicendo ciò, mandò un sospiro. — In fede mia, disse

il gioielliere mettendosi a tavola, tanto peggio per quelli che sono

di fuori. — Sì, soggiunse Carconta, essi passeranno una cattiva notte.

— Il gioielliere cominciò la cena, e la Carconta continuò ad avere

per lui tutte quelle piccole premure di un’attiva albergatrice; essa

d’ordinario così dispettosa e strana era divenuta il modello della

pulitezza e della previsione. Se il gioielliere l’avesse conosciuta

per lo innanzi, si sarebbe certamente meravigliato di un sì gran

cangiamento, e ciò non avrebbe mancato di inspirargli qualche sospetto.

In quanto a Caderousse, egli non diceva una parola; continuava la sua

passeggiata, e sembrava perfino esitasse a guardare l’ospite. Quando

la cena fu terminata Caderousse andò egli stesso ad aprire la porta.

— Credo che l’uragano si calmi, diss’egli. — Ma nello stesso momento,

come per dargli una mentita, un terribile scroscio di tuono fece

tremare la casa, e l’impeto del vento pervenne a spegnere la lucerna.

Caderousse richiuse la porta, e sua moglie accese una candela al fuoco

che stava estinguendosi. — Prendete, diss’ella al gioielliere, dovete

essere stanco, ho messo delle lenzuola di bucato al letto, salite per

riposarvi, e dormite bene. — Giovanni si fermò ancora un momento per

assicurarsi che il temporale non si calmava, e quando fu fatto certo

che il tuono e la pioggia non facevano che aumentare, augurò la buona

notte ai suoi albergatori, e salì la scala.

«Egli passava al di sopra della mia testa, e sentiva ciascuno scalino

scricchiolare sotto i suoi passi.

«Carconta lo seguì con occhio avido, mentre che Caderousse gli voltò le

spalle, e non guardò neppure da quella parte.

«Tutti questi particolari che mi sono poi ritornati in memoria

dopo quel tempo, non mi fecero in allora alcuna impressione mentre

avvenivano sotto i miei occhi, e non v’era nulla di straordinario in

ciò che accadeva, ed eccettuata la storia del diamante che mi sembrava

un poco inverosimile, tutto andava in regola. Così, essendo spossato

dalla fatica, e contando di approfittare del primo riposo che la

tempesta avrebbe accordato agli elementi, risolvetti di dormire lì

alcune ore, e di allontanarmi nel mezzo della notte. Io sentiva nella

camera superiore che anche il gioielliere faceva tutti i preparativi

per passare la notte il meglio che potesse. Ben presto il letto gemè

sotto il peso di lui: egli era andato a riposare. Sentiva i miei occhi

chiudersi mio malgrado, e siccome non aveva concepito alcun sospetto,

così non misi alcun ostacolo al mio sonno. Gettai un ultimo sguardo

nell’interno della cucina. Caderousse era assiso di fianco ad una

lunga tavola, sur una di quelle panche di legno, che negli alberghi dei

villaggi tengono le veci di sedie. Egli mi voltava le spalle, sì che

non potei vederne i lineamenti; ma fosse ancor stato nella situazione

contraria, nulla avrei potuto vedere, poichè teneva il viso sepolto

nelle mani.

«La Carconta lo guardò per qualche tempo, poi si strinse nelle spalle e

andò a sedersi vicino a lui.

«In questo mentre la fiamma morente si appiccò ad un avanzo di

legno ch’ella aveva dimenticato; una luce un poco più viva illuminò

l’interno. Carconta teneva gli occhi fissi sul marito, e siccome questi

rimaneva sempre nella stessa posizione, la vidi stendere verso di lui

la scarna mano, e toccarlo in fronte. Caderousse fremette. Mi sembrò

che la donna movesse le labbra, ma sia ch’ella parlasse troppo piano,

sia che i miei sensi fossero già presi dal sonno, il rumore della sua

parola non giunse fino a me. Io non ci vedeva neppur più, che come a

traverso una nebbia, e con quella incertezza annunziatrice del sonno,

nella quale si crede di cominciare a sognare. Finalmente i miei occhi

si chiusero, e perdei la conoscenza di me stesso.

«Io era nel più profondo del mio sonno, quando fui svegliato da

un colpo di pistola seguito da un grido terribile. Alcuni passi

barcollanti rumoreggiarono sul piancito della camera, ed una massa

inerte venne a cadere dalla scala precisamente sopra la mia testa.

«Io non era ancora ben padrone di me. Intesi dei gemiti, poi delle

grida soffocate come quelle che accompagnano una lotta. Un ultimo

grido, che terminò in un gemito prolungato, venne a togliermi del tutto

dal mio letargo. Mi sollevai sopra un braccio, aprii gli occhi, che

non videro niente nelle tenebre, e portai la mano alla fronte, sulla

quale mi pareva che cadesse, dalle fenditure della scala, una pioggia

tiepida ed abbondante. Il più profondo silenzio era succeduto a questo

spaventoso rumore; intesi il passo di un uomo che camminava al di

sopra; questi passi fecero scricchiolare la scala; l’uomo discese nella

camera inferiore, si avvicinò al caminetto, ed accese una candela. Era

Caderousse; egli aveva il viso pallido, e la camicia insanguinata.

Accesa la candela risalì rapidamente la scala, e intesi di nuovo i

suoi passi rapidi ed inquieti. Un momento dopo ritornò a discendere;

teneva in una mano l’astuccio, e si assicurò che entro v’era ancora il

diamante. Cercò un momento in quale delle sue saccocce doveva metterlo;

quindi, senza dubbio, non ritenendo la saccoccia per un nascondiglio

abbastanza sicuro, lo avvolse nel fazzoletto rosso, e se lo aggirò

intorno al collo. Poi corse all’armadio, ne cavò i biglietti e l’oro

e mise gli uni nelle tasche dei suoi calzoni, l’altro nella saccoccia

del suo abito, prese due o tre camice, si slanciò verso la porta, e

disparve nell’oscurità. Allora tutto venne per me chiaro e manifesto;

mi figurai l’accaduto, come se fossi stato il vero reo. Mi sembrò

sentire dei gemiti: il gioielliere poteva non essere ancora morto;

forse poteva riparare, apportandogli soccorso, una parte di quel male,

che non aveva fatto, ma che aveva lasciato fare. Appoggiai le spalle

contro l’assito di quella specie di tamburo che mi separava dalla sala

inferiore, l’assito cedè, ed io mi ritrovai in casa. Corsi a prendere

la candela, e mi slanciai verso la scala; un corpo la sbarrava di

traverso, era il cadavere della Carconta. Il colpo di pistola che

aveva inteso era stato scaricato per lei, aveva la gola trapassata

da parte a parte, ed oltre a questa doppia apertura che gettava

a rivi, vomitava il sangue dalla bocca. Ella era morta del tutto.

Scavalcai il suo corpo, e passai. La camera offriva l’aspetto del più

spaventoso disordine. Due o tre mobili erano rovesciati; il lenzuolo

al quale si era aggrappato il disgraziato gioielliere era steso per

la camera; egli stesso giaceva per terra, colla testa appoggiata

contro il muro, nuotando in un mare di sangue, che scaturiva da tre

larghe ferite riportate sul petto. Nella quarta era rimasto un lungo

coltello da cucina di cui non si vedeva che il manico. Inciampai nella

seconda pistola, che non aveva preso fuoco, perchè forse la polvere

era bagnata. Mi avvicinai al gioielliere; effettivamente egli non era

morto; al rumore che feci, al movimento particolarmente del piancito,

aprì gli occhi stravolti, giunse a fissarli un momento su me, agitò le

labbra come se avesse voluto parlare, e spirò. Questo truce spettacolo

mi aveva reso quasi insensato. Dal momento che non poteva più arrecare

soccorso ad alcuno, io non provai che un solo bisogno, quello cioè di

fuggire. Mi precipitai dalla scala, cacciandomi le mani nei capelli,

e mandando un ruggito di terrore. Nella sala terrena vi erano 5,

o 6 doganieri, e due o tre gendarmi. Un intero picchetto d’armati.

S’impadronirono di me; io non tentai nemmeno di fare resistenza, non

era più padrone dei miei sensi. Tentai parlare e non emisi che qualche

grido inarticolato. Vidi che i doganieri ed i gendarmi mi mostravano

a dito; volsi gli occhi su me stesso, e m’accorsi allora ch’era tutto

pieno di sangue. Quella pioggia tiepida, che avevo sentito cadermi

sopra dalle fenditure dei gradini della scala, era il sangue di

Carconta. Mostrai col dito il luogo ov’era nascosto.

«— Che vuoi dire? domandò un gendarme.

«Un doganiere andò a vedere.

«— Vuol dire ch’egli è passato di là, rispose egli. — E mostrò

l’apertura per la quale effettivamente io era passato. Allora capii che

venivo preso per l’assassino. Ricuperai la voce, e ritrovai la forza;

mi sciolsi dalle mani dei due uomini che mi tenevano, gridando: — Non

sono stato io! non sono stato io!

«Due gendarmi mi presero di mira colla carabina.

«— Se fai un movimento, mi dissero, sei morto.

«— Ma, gridai, se vi ripeto che non sono stato io.

«— Tu racconterai la tua storiella ai giudici di Nimes, risposero essi.

Frattanto vieni con noi; e se abbiamo un buon consiglio a darti, si

è di non fare resistenza. — Questa non era la mia intenzione, io era

spossato dalla sorpresa e dal terrore. Mi furono messe le manette,

fui attaccato alla coda di un cavallo, e fui condotto a Nimes. Era

seguito da un doganiere che mi aveva perduto di vista nelle vicinanze

della casa, e pensando che avrei passata ivi tutta la notte andò ad

avvisare i compagni, che giunsero in tempo per sentire di lontano il

colpo di pistola, e per cogliere me, entrando, in mezzo a tante prove

di reità, sì che capii benissimo quanto mi sarebbe costato a poter far

conoscere la mia innocenza. Non aveva che un sol punto d’appoggio; e la

mia prima domanda che feci al _giudice d’istruzione_ fu una preghiera

perchè fosse ricercato un certo abate Busoni, che in quel giorno si era

fermato all’albergo del _Ponte di Gard_. Se Caderousse aveva inventata

una storia, se quest’abate non esisteva, era evidentemente perduto, a

meno che non fosse arrestato Caderousse, e confessasse tutto.

«Scorsero due mesi, durante i quali, debbo dirlo a lode dei miei

giudici, furono fatte tutte le possibili ricerche per ritrovare quello

che lor domandava. Aveva già perduta ogni speranza, Caderousse non era

stato arrestato. Io era vicino ad essere giudicato nella prima seduta,

allorchè li 8 settembre, cioè tre mesi e 5 giorni dopo l’avvenimento,

l’abate Busoni, sul quale non sperava più, si presentò alle carceri,

dicendo che sapeva che un prigioniero desiderava parlargli. Egli aveva

saputo, diceva, la cosa a Marsiglia, e si affrettava a corrispondere

al mio desiderio. Capirete con quale ardore lo ricevetti; gli raccontai

tutto ciò di cui era stato testimonio, cominciai con esitanza la storia

del diamante; contro ogni mia aspettativa, essa era vera punto per

punto, e contro ogni mia aspettativa ancora egli aggiustò un’intera

credenza a tutto ciò che gli dissi. Allora convinto dalla sua dolce

carità, ravvisando in lui una profonda conoscenza dei costumi del

mio paese, e pensando che la parola del perdono del solo delitto

che aveva commesso in mia vita, poteva forse uscire dalle sua labbra

tanto caritatevoli, gli raccontai, sotto il suggello di confessione,

l’avventura d’Auteuil con tutti i suoi particolari. Ciò che aveva fatto

per attraenza ottenne il medesimo resultato che se lo avessi fatto per

secondo fine. La confessione di questo primo assassinio, che niente

mi costringeva a confessare, gli provò ch’io non aveva commesso il

secondo: egli mi lasciò, dicendomi di sperare e promettendomi di fare

ciò che sarebbe stato in suo potere per convincere i giudici della mia

innocenza.

«Ebbi di fatto la prova ch’egli si era occupato di me, quando vidi

addolcirsi i trattamenti che riceveva nella mia prigione, e seppi

che veniva differito il mio giudizio alle sedute che sarebbero

venute dopo quelle che già si erano radunate. In quest’intervallo

la Provvidenza volle che Caderousse fosse arrestato all’estero, e

ricondotto in Francia. Egli confessò tutto, aggravando la moglie della

premeditazione, e particolarmente della istigazione: e fu condannato

alla galera in vita, ed io fui messo in libertà.

— E fu allora, disse Monte-Cristo, che vi presentaste a me colla

lettera dell’abate Busoni.

— Sì, eccellenza, egli aveva preso per me un particolare

interessamento. — Il vostro stato di contrabbandiere vi perderà, mi

diss’egli, se voi uscite di qui, lasciatelo.

«— Ma, padre mio, gli chiesi, come volete che faccia a vivere e a far

vivere la mia povera cognata?

«— Uno dei miei penitenti, mi disse egli, mi ha in molta stima, e

mi ha incaricato di trovargli un uomo di confidenza. Volete essere

quest’uomo? vi dirigerò a lui.

«— Oh! padre mio, gridai, quanta bontà!

«— Ma mi giurate che non avrò mai a pentirmene?

«Stesi la mano per fare il mio giuramento.

«— È inutile, diss’egli, conosco ed amo i Corsi: ecco la mia

raccomandazione. — E scrisse le poche linee ch’io vi portai, e per le

quali V. E. ebbe la bontà di prendermi al suo servigio. Ora domando con

orgoglio a V. E.: ha ella mai avuto a lamentarsi di me?

— No, rispose il conte, e lo dico con piacere, siete un buon servitore,

quantunque manchiate di confidenza.

— Io signor conte!

— Sì, voi. E come va: avete una cognata ed un figlio adottivo, e non mi

avete mai parlato di loro?

— Ahimè! eccellenza, questo è quanto mi rimane a dirvi, ed è la parte

più trista della mia vita. Io partii per la Corsica: aveva fretta, come

potete bene immaginarvi, d’andare a consolare quella ch’io chiamava

mia sorella, ma quando giunsi a Rogliano, trovai la casa in lutto.

Era accaduta una scena orribile, e di cui i vicini conservavano ancora

memoria! La mia povera sorella, giusta quanto io le aveva consigliato,

resistè alle pretensioni di Benedetto, che ad ogni momento voleva tutto

il danaro di casa. Una mattina ei la minacciò, e poi disparve per tutto

il giorno. Ella pianse, quella povera Assunta aveva pel miserabile una

tenerezza materna. Giunse la sera, e lo aspettò senza andare in letto.

Allorchè alle undici entrò con due dei suoi amici, compagni di tutte

le sue follie, ella gli stese le braccia ma questi s’impossessarono

di lei, ed uno dei tre, io temo che non sia stato quel diabolico

fanciullo, l’uno dei tre gridò:

«— Diamole la tortura, bisognerà bene allora che confessi ove tiene

nascosto il suo danaro. — Il vicino Wasilio per l’appunto era a

Bastia, e sua moglie soltanto era rimasta in casa. Nessuno eccettuata

lei, poteva vedere o sentire ciò che accadeva in casa mia. Due di

loro tenevano ferma la povera Assunta, che non potendo credere alla

possibilità di un simile eccesso, sorrideva a quelli che ne divenivano

i carnefici, il terzo andò a barricare le porte e le finestre, indi

ritornò, e tutti e tre riuniti, soffocando le grida che il terrore le

strappava in faccia a questi preparativi che divenivano sempre più

seri, avvicinarono i piedi di Assunta ad un braciere sul quale essi

contavano per farle confessare dove era stato nascosto il piccolo

tesoro; ma nella lotta il fuoco le si appiccò alle vesti: lasciarono

allora la paziente per non essere bruciati anche essi. Fra le fiamme

ella corse alla porta, ma era chiusa, si slanciò verso le finestre,

ma erano barricate. Allora la vicina intese dei gridi orribili; era

Assunta che chiamava soccorso. Ben presto la sua voce fu soffocata,

e le grida divennero gemiti; la dimane, dopo una notte di terrore, e

d’angoscia, quando la moglie di Wasilio si avventurò ad uscir di casa,

e fare aprire la porta dal giudice, fu ritrovata la povera Assunta

per metà bruciata, ma che respirava ancora; gli armadi sforzati, ed

il piccolo tesoro sparito. Benedetto aveva lasciato Rogliano per non

ritornarvi più, e da quel giorno non l’ho più nè veduto, nè ho inteso

parlare di lui. Dopo queste triste notizie, venni da V. E. Io non

poteva più parlarvi di Benedetto, perchè era sparito, nè di Assunta

perchè era morta.

— E che avete pensato di ciò? domandò Monte-Cristo.

— Che questo era stato il castigo del delitto che io aveva commesso,

rispose Bertuccio. Ah! questi Villefort, sono una razza maledetta!

— Lo credo anch’io, mormorò il conte con accento lugubre.

— Ed ora, n’è vero, riprese Bertuccio, V. E. comprenderà, che questa

casa che d’allora non avevo più veduta, che questo giardino ove mi sono

ritrovato d’improvviso, che questo luogo ove ho ammazzato un uomo,

devono avermi procurato triste commozioni, delle quali avete voluto

conoscere l’origine; poi perchè in fine non sono sicuro che davanti

a me, là, ai miei piedi, Villefort non sia stato sepolto nella fossa

ch’egli aveva scavata per suo figlio.

— Infatto tutto è possibile, disse Monte-Cristo levandosi dal banco su

cui era assiso; ed anche, soggiunse a bassa voce, che il procuratore

del re non sia morto. L’abate Busoni ha fatto bene ad indirizzarvi a

me. E voi parimente avete fatto bene a raccontarmi la vostra storia,

perchè non avrò più cattivi pensieri a vostro riguardo. In quanto a

codesto mal chiamato Benedetto, non avete mai cercato di sapere ciò che

ne sia avvenuto?

— Giammai. S’io avessi saputo ov’egli era, invece d’andare a lui, sarei

fuggito come davanti ad un mostro. No, fortunatamente, non ne ho inteso

mai parlare da chicchesia al mondo; e spero che sia morto.

— Non lo sperate, Bertuccio, disse il conte; i cattivi non muoiono

così, poichè sembra che Dio li prenda sotto la sua custodia per farne

gli strumenti della sua giustizia.

— Sia, disse Bertuccio. Tutto ciò però che io domando al cielo si è che

non lo abbia mai a rivedere. Ora, continuò l’intendente abbassando la

testa, voi sapete tutto, sig. conte, siete il mio giudice quaggiù, non

vorrete dirmi qualche parola di consolazione?

— In fatto avete ragione, ed io posso dirvi ciò che vi direbbe

l’abate Busoni. Quegli che avete colpito, meritava un castigo per

ciò che aveva fatto a voi e fors’anche a qualcun altro. Benedetto,

s’egli vive, servirà a qualche giustizia divina, poi a sua volta sarà

anch’esso punito. In quanto a voi, non avete che un rimprovero a farvi:

chiedetevi perchè, avendo salvato questo fanciullo dalla morte non lo

avete reso a sua madre; là sta il delitto, Bertuccio.

— Sì signore, là sta il mio delitto, ed il vero delitto, perchè in

questo sono stato un vile. Una volta che avevo richiamato alla vita

il fanciullo, non avevo più che una sola cosa da fare, voi lo diceste,

era di farlo sapere a sua madre. Ma per conseguir ciò, mi necessitava

fare delle ricerche, attirare l’attenzione, e forse scoprirmi; non

volli morire, era attaccato alla vita pel sostentamento di mia sorella;

per l’amore di sè stesso, innato in ciascuno, di rimaner sani e liberi

nelle nostre vendette; quindi finalmente, era attaccato alla vita anche

per l’amore stesso della vita. Oh! non sono un bravo, come lo era mio

fratello! — E Bertuccio si nascose il viso fra le mani. Monte-Cristo

fissò su lui un lungo e indefinito sguardo, indi dopo un momento di

silenzio reso ancora più solenne dall’ora e dal luogo. — Per terminare

degnamente questa conversazione che sarà l’ultima su tali avventure,

Bertuccio, disse il conte, ritenete bene le mie parole, le ho spesso

intese pronunciare dallo stesso abate Busoni. A tutti i mali vi sono

due rimedii, il tempo ed il silenzio. Ora, Bertuccio, lasciatemi

passeggiare un momento in questo giardino; ciò che porta a voi una

emozione ripugnante, autore di questa orribile scena, sarà per me una

sensazione quasi dolce, che darà un doppio prezzo a questa proprietà.

Gli alberi non piacciono se non perchè danno ombra, e l’ombra stessa

non piace se non perchè è piena di sogni e di visioni. Ecco che compro

un giardino, credendo d’acquistare un semplice recinto circondato di

muri, e d’improvviso esso si cambia in un giardino pieno di fantasmi

non descritti nel contratto. Io amo i fantasmi, e non ho mai inteso

dire che i morti abbiano in seimila anni, fatto tanto male, quanto ne

fanno i vivi in un solo giorno. Rientrate dunque, Bertuccio, e andate a

dormire in pace.

Bertuccio s’inchinò profondamente davanti al conte, e si allontanò

mandando un sospiro.

Monte-Cristo rimase solo; e facendo quattro passi in avanti,

mormorò: — Qui, vicino a questa pianta la fossa in cui fu deposto il

fanciullo; laggiù la piccola porta per cui si entrava nel giardino; in

quest’angolo la scala segreta che conduce alla camera da letto. Credo

di non aver bisogno di descrivere tutto ciò nel mio taccuino, perchè

ecco qua, davanti ai miei occhi, intorno a me, sotto i miei piedi, il

piano in rilievo; il piano vivente. — Ed il conte dopo un ultimo giro

in quel giardino andò a trovare la sua carrozza.

Bertuccio che lo vide astratto, s’assise presso il cocchiere. La

carrozza riprese la strada di Parigi. La sera stessa, al suo ritorno

nella casa dei Campi-Elisi, il conte di Monte-Cristo visitò tutta

l’abitazione come avrebbe potuto fare hun uomo a cui essa fosse stata

famigliare da molti anni; neppure una volta, sebbene andasse pel primo,

aprì una porta per un’altra, o prese un corridore o una scala che non

lo conducesse direttamente nel luogo ove aveva stabilito d’andare. Alì

lo accompagnava in questa visita notturna. Il conte dette a Bertuccio

molti ordini per l’abbellimento e la nuova distribuzione degli

appartamenti; e cavando l’orologio disse all’attento moro: — Sono le

11 e mezzo, Haydée non può tardare a giungere. Sono state avvertite le

cameriere francesi?

Alì stese la mano verso l’appartamento destinato alla bella Greca

(talmente isolato, che nascondendo la porta dietro la tappezzeria, la

casa poteva essere visitata per intero, senza che alcuno avesse potuto

sospettare esservi un salotto e due camere abitate), mostrò il numero

tre colla mano sinistra, e su questa mano, messa a piatto, appoggiò la

testa, e chiuse gli occhi a guisa di dormiente.

— Ah! fece Monte-Cristo, abituato a questo linguaggio, sono tre che

aspettano nella camera da letto, non è così?

— Sì, fece Alì, agitando la testa d’alto in basso.

— La signora sarà stanca questa sera, e senza dubbio vorrà dormire,

continuò Monte-Cristo, che nessuno la faccia parlare; le cameriere

francesi devono soltanto salutare la loro nuova padrona e ritirarsi;

voi sorveglierete perchè la cameriera greca non abbia comunicazione

colle cameriere francesi. — Alì s’inchinò. Ben presto fu inteso

chiamare il portinaro; il cancello s’aprì, una carrozza percorse il

viale e si fermò davanti alla scalinata. Il conte discese; la portiera

era già aperta, egli stese la mano ad una giovane avvolta in un manto

di seta verde ricamato in oro che la copriva tutta, fin dalla testa.

Allora, preceduti da Alì che portava una torcia col profumo di rose, la

giovane fu condotta al suo appartamento, quindi il conte si ritirò nel

padiglione che erasi riserbato.

Mezz’ora dopo mezza notte tutti i lumi erano spenti nella casa,

sarebbesi potuto credere che tutti dormissero.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 59 / 140 题