XXXVII. — LE CATACOMBE DI S. SEBASTIANO.

Forse Franz non aveva mai provato in vita sua una impressione così

rapida, un passaggio così improvviso dall’allegria alla tristezza,

quanto in questo momento; sarebbesi detto che per opera del soffio

di qualche demone della notte, Roma era stata cambiata in una vasta

sepoltura. Per una combinazione che aumentava ancora l’intensità delle

tenebre, la luna essendo mancante, non sorgeva che dopo le undici; e le

strade per le quali passava il giovine erano immerse nella più profonda

oscurità. Del rimanente però il tragitto era corto, e in capo a dieci

minuti la sua carrozza, o per meglio dire quella del conte, era davanti

all’albergo di Londra.

Il pranzo era all’ordine: ma siccome Alberto aveva dato avviso che non

contava di tornare presto, così Franz si mise a tavola senza di lui.

Pastrini, che era accostumato a vederli pranzare insieme, s’informò

della ragione dell’assenza di lui: ma Franz si limitò a rispondergli

che Alberto aveva dovuto recarsi ad un invito ricevuto il giorno

innanzi. Il subitaneo spegnersi dei moccoletti, l’oscurità che era

succeduta alla luce, il silenzio che aveva sostituito l’immenso rumore,

avevano impresso nello spirito di Franz una certa melanconia che non

era esente da inquietudine. Pranzò taciturno, ad onta delle officiose

premure dell’albergatore, che entrò due o tre volte per sentire se gli

bisognasse cosa alcuna.

Franz aveva stabilito di aspettare Alberto il più tardi possibile.

Ordinò dunque la carrozza per le undici, pregando Pastrini di mandarlo

ad avvisare tosto che fosse tornato Alberto all’albergo, qualunque ne

potesse essere il motivo.

Alle undici Alberto non era ancora ritornato. Franz si vestì, e

partendo avvisò l’albergatore che avrebbe passata la notte dal principe

Torlonia.

La casa del principe Torlonia è una delle più belle case di Roma; sua

moglie è una delle discendenti della famiglia Colonna, e disimpegna

gli onori di famiglia in modo perfetto: ne risulta quindi che le feste

del principe banchiere hanno una celebrità europea. Franz ed Alberto

erano giunti in Roma con lettere di raccomandazione per lui, perciò la

prima interrogazione che il principe gli fece, fu di chiedere che fosse

avvenuto del compagno di viaggio.

Franz rispose che lo aveva lasciato pochi momenti prima che si

spegnessero i moccoletti, e che lo aveva perduto di vista nella via del

Macello.

— Dunque non è ritornato a casa? domandò il principe.

— L’ho aspettato fino adesso: rispose Franz.

— E sapete dove sia andato?

— Precisamente no: ciò non ostante credo che si tratti di qualche cosa

di simile ad un convegno.

— Diavolo! disse il principe: è un brutto giorno, o per meglio dire una

cattiva sera per far tardi, n’è vero, contessa?

Queste ultime parole erano dirette alla contessa G***, che giungeva

allora, e che passeggiava al braccio del fratello del principe, il Duca

di Bracciano.

— Io trovo al contrario che questa è una bellissima notte, e quelli

che sono qui non avranno a lamentarsi d’altro se non che passi troppo

presto.

— Ma io, riprese sorridendo il principe, non parlo di quelli che sono

qui, essi non corrono altro pericolo che, gli uomini d’innamorarsi di

voi, e le donne ammalarsi di gelosia vedendovi così bella: parlo di

coloro che scorrono le strade di Roma.

— Eh! mio Dio! e chi volete che scorra le strade di Roma a quest’ora,

se non quei che vengono al ballo?

— Il nostro amico Alberto de Morcerf, signora contessa, che io ho

lasciato mentre seguiva la sua bella incognita verso le sette di sera,

rispose Franz, e che dopo non ho più riveduto.

— Come! non sapete dove sia?

— Niente affatto.

— Ha seco le armi? — È vestito da pagliaccio...

— Non avreste dovuto lasciarlo andare, disse il principe a Franz, voi

che conoscete Roma meglio di lui.

— Sì davvero! sarebbe stato lo stesso che aver voluto fermare il numero

tre dei barberi che oggi ha vinto il premio della corsa, rispose Franz,

e poi che volete che gli accada?

— Chi lo sa? la notte è oscura, ed il Tevere è molto vicino alla via

Macello!...

Franz sentì un fremito scorrergli per le vene, sentendo le idee del

principe e della contessa essere così bene d’accordo co’ suoi timori

personali.

— Per questo ho avvisato l’albergatore, che avevo l’onore di passare

qui la notte, disse Franz; e debbono venire ad avvertirmi qui, appena

ritorna.

— Osservate, disse il principe a Franz, ecco appunto un mio domestico,

che credo cerchi di voi.

Il principe non s’ingannava: subito che il domestico ebbe scoperto

Franz si avvicinò a lui, e gli disse:

— Eccellenza, l’albergatore di Londra vi fa avvisato, che alla locanda

vi è un uomo che vi aspetta con una lettera del conte di Morcerf.

— Con una lettera del conte! gridò Franz. — Sì.

— E chi è quest’uomo? — Non lo so.

— E perchè non è venuto a portarmela qui?

— Il messaggiero non mi ha data alcuna spiegazione.

— E dov’è il messaggiero? — È partito subito che mi ha veduto entrare

nella sala per cercarvi.

— Oh! mio Dio, disse la contessa a Franz, andate presto: povero

giovine! forse gli è accaduta qualche disgrazia.

— Corro subito, disse Franz.

— Vi rivedremo per sapere le notizie? chiese la contessa

— Sì, se la cosa non è grave: altrimenti non posso prevedere ciò che

farò io stesso.

— In ogni evento siate prudente, disse la contessa.

— Oh! state tranquilla. — Franz prese il cappello, e partì in tutta

fretta. Egli aveva licenziata la carrozza, ordinandola per le due.

Ma per fortuna la casa del principe, che corrisponde da una parte sul

Corso, e dall’altra sulla piazza dei SS. Apostoli, è a dieci minuti di

cammino dall’albergo di Londra. Avvicinandosi all’albergo Franz vide un

uomo ritto in mezzo alla strada avvolto in un gran mantello; non dubitò

che questi fosse il messaggiero d’Alberto; rimase però meravigliato che

questi fosse il primo ad indirigergli la parola:

— Che volete, Eccellenza? diss’egli, facendo un passo indietro come uno

che voglia tenersi in guardia.

— Non siete voi, chiese Franz, che mi avete portato una lettera del

conte di Morcerf?

— V. E. abita all’albergo di Pastrini? — Sì.

— V. E. è il compagno di viaggio del conte? — Sì.

— Come si chiama? — Il barone Franz d’Épinay.

— È precisamente V. E. quegli cui è diretta questa lettera.

— Vi abbisogna risposta? domandò Franz nel prendere la lettera dalle

sue mani. — Sì, o almeno il vostro amico lo spera. — Allora salite da

me che ve la darò.

— Sarà meglio che l’aspetti qui, disse ridendo il messaggiero.

— E perchè? — V. E. lo capirà meglio quando avrà letta la lettera. —

Allora vi tornerò a ritrovare qui?

— Senza dubbio.

Franz entrò e per le scale s’imbattè in Pastrini.

— Ebbene? gli domandò questi.

— Ebbene! che? rispose Franz.

— Avete veduto l’uomo che desiderava parlarvi per parte del vostro

amico? — Sì, l’ho veduto, rispose Franz, e mi ha consegnata questa

lettera. Vi prego di fare accendere un lume nella mia camera. —

L’albergatore dette ordine ad un domestico di precedere Franz col lume.

Il giovine aveva osservata un’aria spaventata sul viso di Pastrini,

il che non aveva fatto che raddoppiargli la curiosità di leggere la

lettera d’Alberto: si accostò al candeliere, tosto che fu accesa la

candela, e spiegò il foglio. La lettera era scritta e firmata dalla

mano d’Alberto. Franz la lesse due volte, tanto era lontano dal

figurarsi il contenuto. Eccola riportata letteralmente.

«Mio caro amico, subito che avrete ricevuta la presente abbiate

la compiacenza di prendere nel mio portafogli, che troverete nel

cassettino del mio scrigno, la credenziale: uniteci la vostra,

se non basta. Correte da Torlonia, e ritirate da lui sul momento

quattro mila scudi, che consegnerete al latore della presente.

Preme grandemente che questa somma mi giunga senza alcun ritardo.

Non insisto di più, contando su voi come voi potreste contare su

di me.

«Vostro amico.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 49 / 140 题