— Ebbene, mio caro, disse Franz ad Alberto, sapete ciò che torna meglio
di fare? di andare a finire il carnevale a Venezia; almeno là, se
non troviamo carrozze, ritroveremo gondole. — Oh! in fede mia, gridò
Alberto, ho risoluto di vedere il carnevale di Roma, e lo vedrò, fosse
ancora sopra una panchetta. — Bravo, gridò Franz, è un’idea magnifica,
particolarmente per ispegnere i moccolotti; ci maschereremo da
pulcinelli, e faremo un effetto meraviglioso.
— Le loro eccellenze desiderano sempre la carrozza fino a domenica? —
Per bacco, disse Alberto, credete che noi siamo persone da correre le
strade di Roma a piedi come i portieri, e i cursori?
— Vado ad eseguire gli ordini delle loro eccellenze, disse Pastrini; le
prevengo soltanto che la carrozza costerà sei scudi il giorno.
— Ed io, mio caro Pastrini disse Franz, che non sono il milionario
nostro vicino, vi prevengo per parte mia che essendo la quarta volta
che vengo a Roma, conosco il prezzo delle carrozze per i giorni
ordinari, le domeniche, e le feste; vi daremo dodici piastre per
oggi, domani, e dopo domani, e voi ci troverete ancora un non piccolo
guadagno.
— Ma Eccellenza... disse Pastrini tentando di ribellarsi.
— Andate, andate mio caro, disse Franz, o vado da me stesso a fare il
prezzo dal padrone delle rimesse, che conosco bene; è un mio vecchio
amico che mi ha già rubato non poco danaro, e che nella speranza di
rubarmene dell’altro accetterà anche per un prezzo minore di quel che
io v’offro; perdereste la differenza, e questa sarebbe colpa vostra.
— Non vi prendete questo incomodo, eccellenza, disse Pastrini col
sorriso dello speculatore di locanda che si confessa vinto, farò il
meglio che potrò, e voi sarete contento.
— A meraviglia, ecco ciò che si chiama parlare.
— Quando volete la carrozza? — Fra un’ora.
— Fra un’ora sarà alla porta. — Un’ora dopo effettivamente la carrozza
aspettava i due giovani; era un modesto calesse, che attesa la
solennità della congiuntura era salito al grado di carrozza da rimessa.
Ma qualunque fosse la mediocre apparenza, i due giovani sarebbero stati
ben contenti di avere un eguale veicolo per gli ultimi tre giorni del
carnevale.
— Eccellenza, gridò il servitore di piazza vedendo Franz mettere il
naso alla finestra, vuole che faccia avvicinare la carrozza al palazzo?
Per quanto Franz fosse abituato all’enfasi italiana, il suo primo
movimento fu di guardarsi attorno; ma a lui stesso venivano dirette
quelle parole. Franz era l’eccellenza, il calesse era la carrozza, il
palazzo era l’albergo di Londra.
Tutto il genio di lode della nazione era in queste sole frasi.
Franz, ed Alberto discesero, la carrozza si avvicinò al palazzo, le
loro eccellenze allungarono le gambe sui posti davanti, e il cicerone
saltò nel sedile di dietro.
— Dove vogliono andare le loro Eccellenze?
— Prima a S. Pietro, e poi al Colosseo, disse Alberto da vero parigino.
— Ma egli non sapeva una cosa, cioè che vi vuole un giorno per veder
S. Pietro, e un mese per istudiarlo. La giornata fu tutta impiegata nel
veder S. Pietro.
D’improvviso i due amici si accorsero che il giorno declinava. Franz
cavò l’orologio, erano le quattro e mezzo.
Ritornarono all’albergo; giunti alla porta, Franz dette ordine al
cocchiere di tenersi pronto per le otto, voleva egli far vedere ad
Alberto il Colosseo al chiaro di luna, come avevagli fatto vedere S.
Pietro in pieno giorno. Allorchè si fa vedere ad un amico una Città che
si è già veduta ci si mette quella civetteria che usasi quando s’indica
una donna della quale si è stato l’amante. In conseguenza Franz indicò
al cocchiere il suo itinerario; doveva uscire dalla porta del popolo,
andare intorno le mura esterne della Città, e rientrare dalla porta
S. Giovanni. In tal modo il Colosseo comparisce d’improvviso, e senza
che il Campidoglio, il Foro, l’Arco di Settimio Severo, il tempio di
Antonino e Faustina, e la Via-Sacra abbiano servito di gradazione
posta sulla strada per rammemorarlo. Si misero a pranzo: Pastrini
aveva promesso a’ suoi ospiti un eccellente desinare, gliene dette uno
passabile, non v’era nulla a dirvi. Alla fine del pranzo entrò egli
stesso; Franz sulle prime credè che fosse venuto per ricevere i loro
complimenti, e si apparecchiava a farglieli, allorchè alle prime parole
egli lo interruppe. — Eccellenza, diss’egli, sono lusingato della
vostra approvazione, ma non fu questo il motivo che mi fe’ salire da
voi.
— È forse per venirci a dire che avete ritrovato la carrozza? domandò
Alberto accendendo il sigaro.
— Anche meno, ed anzi V. E. farà bene a non pensarci più. In Roma le
cose, o si possono o non si possono. Quando vi si è detto che non si
possono, tutto è finito.
— A Parigi, è molto più comodo; quando una cosa non si può avere, la si
paga il doppio, e si ha sul momento ciò che si domanda.
— Sento sempre dire la stessa cosa da tutti i francesi, disse Pastrini
punto alcun poco, e non so comprendere come con tante meraviglie che
sono a Parigi, i parigini viaggino.
— Ma è così, disse Alberto mandando flemmaticamente una fumata al
soffitto e rovesciando il capo addietro sopra una poltrona; non vi sono
che i pazzi, e gli oziosi come noi che viaggino; la gente di buon senso
non lascia la casa della strada di Helder, il baluardo di Gand, e il
caffè di Parigi.
Non fa mestieri di dire che egli abitava nella strada suddetta, che
tutti i giorni faceva la sua passeggiata in tutta eleganza sul baluardo
suddetto, e che pranzava tutti i giorni nel solo caffè in cui si
può pranzare, e quando ancora si è in buona relazione coi camerieri.
Pastrini restò un momento silenzioso; era evidente che meditava sulla
risposta che avevagli data Alberto, risposta che senza dubbio non gli
pareva molto chiara.
— Ma in fine, disse Franz a sua volta, interrompendo le riflessioni
geografiche del suo albergatore, voi eravate venuto con un qualche
scopo: volete esporci l’oggetto della vostra visita?
— Oh! è vero; eccolo: avete ordinato la carrozza per le otto. —
Sicuramente. — Avete l’intenzione di visitare il Coliseo! — Cioè il
Colosseo. — È la stessa cosa. — Sia.
— Avete detto al vostro cocchiere di uscir dalla porta del Popolo, e
fare il giro delle mura per rientrare dalla porta S. Giovanni! — Queste
sono le mie precise parole.
— Ebbene! questo itinerario è impossibile, od almeno molto pericoloso.
— Pericoloso! perchè?
— A cagione del famoso Luigi Vampa. — Primieramente, mio caro Pastrini,
chi è questo famoso Luigi Vampa? domandò Alberto. Egli può essere
famosissimo a Roma, ma vi assicuro che è perfettamente sconosciuto a
Parigi.
— Come! voi non lo conoscete! — Non ho quest’onore.
— Ebbene! quest’è un bandito, vicino al quale i Decesari, e i Gasperoni
sono una specie di chierichetti. — Attenti! Alberto, gridò Franz, ecco
dunque finalmente un brigante! — Vi prevengo, mio caro Pastrini, che io
non crederò una parola di tutto ciò che siete per dirci; perciò parlate
quanto volete, che io vi ascolto.
— V’era una volta... — Ebbene! avanti adunque.
Pastrini si volse dalla parte di Franz sembrandogli il più ragionevole
dei due giovani. Bisogna rendere giustizia al brav’uomo: egli aveva
alloggiati molti francesi, ma non aveva mai ben capite alcune parti di
ciò che essi chiamano il loro spirito.
— Eccellenza, diss’egli con gravità, indirizzandosi come si disse a
Franz, se mi credete un racconta-storie è inutile che vi dica ciò che
volevo dirvi: posso però assicurarvi che lo facevo per la premura che
ho per le loro eccellenze.
— Alberto non vi ha detto che voi siate un racconta-storie, mio caro
Pastrini, vi ha detto soltanto che non vi crederà. Ma io vi crederò,
state tranquillo: parlate dunque.
— Però convenite, eccellenza, che se si mette in dubbio la sincerità
delle mie parole...
— Mio caro, voi siete più suscettibile di Cassandra, che pure era una
indovina, e alla quale nessuno credeva; mentre che voi siete sicuro di
essere creduto almeno dalla metà del vostro uditorio. Sedetevi, diteci
chi è questo sig. Vampa.
— Ve lo dissi, eccellenza, è uno di quei banditi di cui non abbiamo mai
avuto l’uguale dall’epoca di Mastrilli.
— Ebbene! che rapporto ha questo bandito coll’ordine che ho dato al
cocchiere di partire da porta del Popolo, e di rientrare per porta S.
Giovanni?
— V’è, rispose Pastrini, che potreste uscir dall’una, ma dubiterei che
potreste entrare dall’altra.
— E perchè? domandò Franz.
— Perchè quando è venuta la notte, non si è sempre in sicurezza in
queste vicinanze.
— Parola d’onore? gridò Alberto.
Pastrini sempre punto nel fondo dell’anima pei dubbi emessi da Alberto
sulla sua veracità, rispose: — Sig. conte, ciò che dico non è per voi,
è pel vostro compagno di viaggio che conosce Roma, e sa benissimo che
su questi argomenti non si scherza.
— Mio caro, disse Alberto volgendosi a Franz, ecco ritrovata
un’ammirabile avventura: empiamo il nostro calesse di pistole, di
tromboni, e di fucili a due canne, Luigi Vampa viene per arrestarci, e
noi invece arrestiamo lui: lo portiamo a Roma, ne facciamo un omaggio
al senato Romano: se il senatore domanda che può fare per dimostrarci
la sua riconoscenza, reclamiamo puramente e semplicemente una carrozza
e due cavalli delle scuderie del senatore: e gli ultimi tre giorni
godiamo del carnevale in carrozza, senza calcolare che il popolo romano
riconoscente potrebbe incoronarci in Campidoglio, e proclamarci, come
Curzio e Orazio Coclite, i salvatori della patria.
Non è possibile poter descrivere i diversi atteggiamenti del viso di
Pastrini, durante questo discorso.
— In primo luogo, domandò Franz ad Alberto, dove prenderete queste
pistole, questi tromboni, e questi fucili a due canne, coi quali volete
riempire la vostra carrozza?
— Il fatto sta, che certamente non potrei prenderli nel mio arsenale,
diss’egli, perchè a Terracina mi è stato tolto perfino il mio coltello
a pugnale; e a voi? — Mi hanno fatto altrettanto ad Acquapendente. —
Così, mio caro Pastrini, disse Alberto accendendo un secondo sigaro
al residuo del primo, sapete che questa è una misura comodissima per
i banditi? — S. E. sa che non c’è l’uso di difendersi quando si viene
aggrediti dai banditi, rispose Pastrini che non voleva mettersi a
cimento con osservazioni sulle leggi che vi sono ai confini. — Come!
gridò Alberto, il cui coraggio si rivoltava all’idea di lasciarsi
svaligiare senza dir niente; come! non c’è l’uso? — No, perchè
qualunque difesa sarebbe inutile; che volete fare contro una dozzina di
assassini che escono da un fosso, da un antro o da un acquedotto, e vi
mettono nello stesso tempo le armi alla faccia!
— Ah! per bacco! voglio farmi ammazzare! gridò Alberto. — L’albergatore
si volse verso Franz con una espressione che voleva dire: davvero
eccellenza, il vostro camerata è pazzo.
— Mio caro Alberto, soggiunse Franz, la vostra risposta è sublime, e
merita il _dovea morir!_ del vecchio Cornelio; soltanto, quando Orazio
rispondeva questo, si trattava della salute di Roma, e la cosa era
abbastanza importante; ma in quanto a noi non si tratterebbe che di
un capriccio, e sarebbe ridicolo l’arrischiare la propria vita per
soddisfare un tal capriccio.
— Ah! per bacco! gridò Pastrini, alla buon’ora, questo si chiama
parlare! — Alberto si versò un bicchiere di lacrima-christi, che
bevve a sorsate, frammettendovi un brontolio di parole confuse che
nessuno potè intendere. — Ebbene Pastrini, riprese Franz, ora che il
mio compagno si è calmato, e che voi avete potuto apprezzare le mie
disposizioni pacifiche, sentiamo: chi è questo sig. Luigi Vampa? è
giovine o vecchio? è contadino o patrizio? descrivetecelo affinchè
se lo avessimo per caso da incontrare nelle società, come _Giovanni
Sbogar_, o _Lara_, lo possiamo almeno riconoscere.
— Non vi potevate rivolgere meglio che a me per averne esatti
particolari poichè ho conosciuto Luigi Vampa da ragazzo, e un giorno
anzi che caddi nelle sue mani, andando da Ferentino ad Alatri, si
sovvenne, fortunatamente per me, della nostra antica conoscenza; e non
solo mi lasciò andare liberamente senza esigere da me verun riscatto,
ma eziandio volle farmi il regalo di un bell’orologio, e raccontarmi
tutta la sua storia.
— Vediamo l’orologio, disse Alberto.
Pastrini cavò dal taschino un magnifico orologio a cilindro di Breguet,
col nome dell’autore, il bollo di Parigi e una corona da conte. —
Eccolo qui, diss’egli.
— Poffare! fece Alberto; ve ne faccio i miei complimenti. Io ne ho
uno presso a poco come questo, che costa tremila fr.: Eccolo, e cavò
l’orologio dal taschino del giubbetto.
— Sentiamo ora la storia, disse Franz tirando una sedia avanti, e
facendo segno a Pastrini di sedersi.
— Le loro eccellenze mi permettono...? disse l’albergatore.
— Per bacco! disse Alberto, non siete già un predicatore, mio caro, per
parlare sempre in piedi.
L’albergatore si assise dopo aver fatto un saluto rispettoso a ciascuno
dei suoi due futuri uditori, come per indicare ch’egli era pronto a dar
loro quei particolari di Vampa ch’essi avessero domandato.
— A noi! disse Franz arrestando Pastrini al momento che stava per
aprire la bocca: voi dicevate d’aver conosciuto Luigi Vampa quando era
ragazzo; è dunque molto giovine ancora?
— Lo credo bene! ha appena 22 anni! è un galeotto che andrà molto
avanti, state pur sicuri.
— Che ne dite Alberto? è una bella cosa a 22 anni essersi già formata
una riputazione, disse Franz.
— Sì certamente, alla sua età! Alessandro, Cesare e Napoleone non erano
tanto avanti, e sì che questi hanno fatto dipoi qualche rumore nel
mondo.
— E così, riprese Franz volgendosi all’albergatore, l’eroe di cui ora
sentiremo la storia, non ha che 22 anni?
— Appena, come ebbi l’onore di dirvi.
— È grande o piccolo?
— Di mezzana persona, presso a poco come lei; disse l’albergatore
designando Alberto.
— Grazie del paragone, disse quegli inchinandosi.
— Avanti, Pastrini, riprese Franz, sorridendo della suscettibilità del
suo amico. E a qual classe della società appartiene?
— Era un semplice pastore, addetto alla fattoria del conte S. Felice
situata fra Palestrina e il lago di Gabri: nacque a Pampinara e fino
dall’età di 5 anni entrò al servizio del conte. Suo padre, pastore
anch’esso in Anagni, possedeva una piccola mandra e viveva della lana
dei montoni e del prodotto delle pecore che veniva a vendere a Roma.
Fin da fanciullo il piccolo Vampa aveva un’indole strana. Un giorno,
all’età di 7 anni, andò a ritrovare il curato di Palestrina, e lo
pregò d’insegnargli a leggere. Era una cosa assai difficile, perchè
il pastorello non poteva lasciare le pecore. Ma il buon curato andava
tutti i giorni a dire la messa in un piccolo borgo, troppo povero e
troppo poco considerevole per poter mantenervi un prete, e che, non
avendo neppure un nome, era conosciuto sotto quello di Borgo. Egli
offrì a Luigi di trovarsi sulla strada che percorreva nell’ora del
ritorno, e di dargli così la lezione, prevenendolo che questa sarebbe
stata corta, e che per conseguenza avrebbe dovuto applicarsi molto
da sè per renderla profittevole. Il fanciullo accettò con gioia.
Luigi conduceva tutti i giorni il gregge a pascolare sulla strada
da Palestrina al Borgo; e la mattina alle nove il curato passava: il
prete ed il fanciullo si sedevano sulla riva di un fosso, e il giovine
pastorello prendeva la lezione sul breviario del curato. Il prete fece
fare a Roma da un maestro di calligrafia tre esemplari di alfabeto,
uno grande, uno mezzano e l’altro piccolo, e gli fece vedere, che
imitando quegli esemplari sopra una pietra di lavagna, coll’aiuto
di una punta di ferro, poteva imparare a scrivere: la sera stessa,
quando ebbe rinchiuso il gregge nell’ovile, il piccolo Vampa corse dal
fabbro ferraio di Palestrina, prese un grosso chiodo, lo arroventò, lo
martellò, lo arrotondì, e ne formò una specie di stiletto antico: la
dimane unì una quantità di pezzi di lavagna, e si mise all’opera. Dopo
tre mesi egli sapeva scrivere.
«Il curato, meravigliato di questa profonda intelligenza, e ammirando
tutta questa attitudine, gli fece regalo di parecchi quaderni di
carta, di alcune penne, e di un temperino. Allora ebbe a fare un altro
studio; ma uno studio ch’era ben poca cosa dopo il primo. Otto giorni
dopo maneggiava la penna come prima lo stiletto. Il curato raccontò
quest’aneddoto al conte di San-Felice, che volle vedere il pastorello,
lo fece leggere e scrivere innanzi a sè, ordinò al suo intendente di
farlo mangiare coi domestici, assegnandogli due scudi al mese. Con
questo danaro Luigi comprò dei libri e delle matite. Di fatto egli
applicava a tutti gli oggetti il suo spirito d’imitazione, e, a guisa
di Giotto fanciullo, copiava sulle lavagne le pecore, gli alberi, le
case. Poi colla punta del temperino cominciò a tagliare dei pezzi di
legno, e a dar loro tutte le forme che voleva. Pinelli pure, l’artista
popolare, aveva cominciato così.
«Una ragazzina di sei in sette anni, cioè un poco più giovane di
Vampa, era pur essa alla custodia delle pecore in una vicina tenuta,
presso Palestrina: questa bambina era orfana, nata a Valmontone, e si
chiamava Teresa. I due fanciulli s’incontravano, sedevano l’un presso
all’altra, lasciavano le loro mandre mischiarsi e pascere insieme,
discorrevano, ridevano, scherzavano; poi la sera separavano il gregge
del conte San-Felice da quello del Barone Cervetri, e si lasciavano,
promettendosi di ritrovarsi la dimane.
«La dimane infatto mantenevano la parola, e crescevano in età da
una parte e dall’altra. Vampa compì i 12 anni, e Teresa gli undici.
Frattanto i loro istinti naturali si sviluppavano. A lato del gusto
per le arti, che Luigi aveva spinto tant’oltre quanto è permesso di
poterlo fare nella solitudine, egli era ad intervalli triste, ardente
a scosse, collerico per capriccio, burbero sempre. Nessuno dei giovani
di Pampinara, di Palestrina e di Valmontone aveva potuto non solo
prendere alcuna influenza su di lui, nè tampoco divenire suo compagno.
Il suo temperamento assoluto e l’essere sempre disposto ad esigere,
e non mai a lasciarsi piegare ad alcuna concessione, gli allontanava
ogni movimento amichevole, ed ogni dimostrazione di simpatia. Teresa
sola comandava con una parola, con un gesto, con uno sguardo a questa
indole, che piegava sotto la mano di una donna, ma che sotto quella di
un uomo si sarebbe irritata fino all’eccesso. Teresa al contrario era
vivace, vispa e gaia, ma eccessivamente civetta; i due scudi che Luigi
riceveva dall’intendente di San-Felice, il ricavato di tutti i piccoli
lavori in intaglio che vendeva ai mercanti di giuocarelli in Roma, si
tramutavano in pendenti di perle, in collane di cristallo, in spilli
d’oro per la mercè di questa prodigalità del giovine amico. Teresa era
la più bella e la più elegante di tutte le contadine delle vicinanze
di Roma. I due giovani continuavano a crescere, passando le giornate
insieme, e si abbandonavano senza opposizione a tutti gl’istinti
primitivi della loro natura; così, nelle loro conversazioni, nei loro
desideri, nei loro castelli in aria, Vampa si figurava sempre capitano
di vascello, o generale, o governatore di una provincia: Teresa si
vedeva ricca, vestita delle più belle stoffe, seguita da servitori
in livrea; quindi quando essi avevano passata un’intera giornata a
circondare il loro avvenire di questi folli e brillanti arabeschi,
si separavano per ricondurre ciascuno la loro mandra alla stalla,
ricadendo dall’altezza dei loro sogni alla umiliante realtà della loro
condizione.
«Il giovine pastore disse un giorno all’intendente del conte, che aveva
veduto un lupo uscir dalle montagne della Sabina e ronzare attorno al
gregge. L’intendente gli dette un fucile; era ciò che ambiva Vampa.
Questo fucile trovavasi ad avere per caso una eccellente canna di
Brescia che mandava la palla come quella di una carabina inglese;
l’incassatura soltanto era stata in qualche modo guastata dal conte
mentre dava la caccia alla volpe, e per questo messo fra gli scarti.
Ciò però non era di nessuna difficoltà per un intagliatore come Vampa.
Egli esaminò la forma primitiva, calcolò ciò che bisognava cambiare
per metterla in un migliore aspetto, fece un’altra incassatura zeppa
di ornamenti così meravigliosi, che certamente avrebbe ritrovato a
guadagnarvi una ventina di scudi, del solo incasso, se fosse venuto a
venderlo in città. Ma si era astenuto dall’operar così; un fucile era
stato da gran tempo il sogno del giovine. In tutti i paesi il primo
bisogno che prova ogni cuor forte, ogni struttura possente, è quello
di un’arma, che assicuri nello stesso tempo l’assalto e la difesa, e
facendo terribile chi la porta, spesso lo fa pur anche divenir temuto.
Da quel punto Vampa impiegò nell’esercizio del fucile tutti i momenti
che gli rimanevano liberi: comprò della polvere e delle palle, e tutto
gli serviva di bersaglio: il tronco di un olivo, triste, pallido, e
cenerino, che vegeta sul declive delle montagne della Sabina; la volpe
che nella sera usciva dalla tana per cominciare la caccia notturna;
l’aquila che s’innalzava per l’aria. Ben presto diventò così valente,
che Teresa, superato quel primo ribrezzo che le produceva sul principio
la detonazione, si divertiva nel vedere il giovine compagno situare la
palla ove aveva indicato, così giustamente, come se ve l’avesse gettata
colla mano.
«Una sera, un lupo uscì effettivamente da un bosco vicino al quale
i due giovani avevano l’abitudine di starsi; il lupo non aveva fatti
dieci passi sulla pianura che già era morto; Vampa, altero di questo
bel colpo, sel caricò sulle spalle e lo portò alla fattoria. Tutti
questi particolari davano a Luigi una certa riputazione nei dintorni
della fattoria: l’uomo superiore, in qualunque luogo si trovi si forma
una clientela d’ammiratori. Nei luoghi circonvicini si parlava di
questo giovine pastore come del più destro, del più forte, e del più
bravo contadino che fosse a dieci leghe di circonferenza; e quantunque
Teresa, in un circolo più esteso ancora, passasse per la più bella
delle giovinette della Sabina, pure nessuno si arrischiava dirle una
parola d’amore, perchè si sapeva amata da Vampa. E frattanto i due
giovani non si erano mai detto che si amavano. Essi avevano vegetato
l’uno accanto all’altro, come due alberi che uniscono le loro radici
nel suolo, che intrecciano i loro rami nell’aria, il loro profumo
nel cielo; soltanto era in loro lo stesso desiderio di vedersi;
questo desiderio divenne bisogno, ed era per loro assai più facile il
comprendere che cosa sia la morte, di quello che una separazione anche
di un sol giorno. Teresa aveva allora 16 anni e Vampa 17.
«In quel tempo cominciavasi a parlar molto di una banda di briganti,
che si ordinava sui monti Lepini. Il brigantaggio, per quante
efficacissime misure siansi prese, non è stato mai affatto distrutto
nelle nostre vicinanze. Qualche volta manca un capo, ma quando se ne
presenta uno è difficile che manchi di una banda. Il celebre Cucumetto,
circondato negli Abbruzzi, cacciato dal regno di Napoli ove sostenne
una vera guerra, aveva traversato il Garigliano come Manfredi, ed era
venuto fra Sonnino e Giuperno, a rifugiarsi sulle rive dell’Amasina,
egli si occupava a riordinare una banda che avrebbe camminato sulle
orme di Gasparone e di Decesaris, cui sperava ben presto di sorpassare.
Molti giovanotti di Palestrina, di Frascati, e di Pampinara disparvero.
Sulle prime si stette in pena sul loro conto, ma ben presto si seppe
ch’erano andati a raggiungere la banda di Cucumetto. In capo a poco
tempo Cucumetto diventò l’oggetto dell’attenzione generale. Venivano
ovunque citati dei tratti di questo capo bandito di una estrema
audacia, e di rivoltante brutalità.
«Le storie di ogni genere che si raccontavano di questo capo bandito,
formavano spesso l’oggetto delle conversazioni di Luigi e di Teresa. La
giovinetta tremava molto a questi racconti; ma Vampa la tranquillava
battendo in terra il suo bel fucile che mandava così dritta la palla:
poi, quando non era del tutto tranquilla, le faceva vedere un qualche
corvo posato sopra una frasca secca di un albero, metteva il fucile
alla guancia, premeva sul grilletto, e l’animale colpito cadeva ai
piedi dell’albero. Frattanto il tempo passava, i due giovinetti avevano
stabilito sposarsi quando Vampa avesse avuto 20 anni, Teresa 19. Erano
orfani entrambi; entrambi non avevano altri permessi a chiedere che
quello dei loro disegni sull’avvenire. S’intesero due o tre colpi di
fucile, quindi un uomo uscì dal bosco presso al quale i due giovani
erano soliti far pascolare i loro armenti, e corse verso di loro.
Giunto alla portata della voce, gridò tutto ansante.
— Io sono inseguito, potete voi nascondermi?
«I due giovani riconobbero ben presto che il fuggitivo doveva essere un
bandito: ma fra i banditi ed i paesani romani vi è una innata simpatia,
che fa sì, che il secondo è sempre disposto a rendere servigio al
primo. Vampa, senza dire una parola, corse ad una pietra che chiudeva
l’ingresso di una grotta, scoprì quest’entrata tirando a sè la pietra,
fece segno al fuggitivo di entrare in questo asilo sconosciuto a tutti,
rimise la pietra tosto che fu entrato, e ritornò a sedersi vicino a
Teresa. Quasi subito dopo, quattro carabinieri a cavallo comparvero sul
confine del bosco. Tre sembravano essere alla ricerca del fuggitivo,
il quarto trascinava pel collo un bandito prigioniero. Essi esplorarono
il luogo con un colpo d’occhio, s’accorsero dei due giovani, accorsero
di galoppo alla loro volta, e l’interrogarono; ma questi risposero che
nulla avevano veduto.
«— È dispiacevole, disse il brigadiere, perchè quello che cerchiamo
è il capo. — Cucumetto? non poterono fare a meno di gridare insieme
Luigi e Teresa. — Sì, rispose il brigadiere, e siccome la sua testa
porta la taglia di mille scudi romani, così voi ne avreste guadagnati
500 se ci aveste aiutati a prenderlo. — I due giovani si guardarono
reciprocamente. Il brigadiere ebbe un raggio di speranza. 500 scudi
romani fanno circa 3 mila fr.; e 3 mila fr. sono una fortuna per due
poveri orfanelli che sono sul punto di maritarsi.
«— Sì, è dispiacevole, disse Vampa, ma non abbiamo veduto nessuno.
— Allora i carabinieri percorsero il luogo in tutte le sue diverse
direzioni, ma inutilmente: quindi successivamente disparvero.
Allora Vampa andò a togliere la pietra, e Cucumetto uscì. Egli aveva
veduto attraverso una fessura della porta di macigno i due giovani
discorrere coi carabinieri; non aveva alcun dubbio sull’argomento
della conversazione; aveva letto sul volto di Teresa e di Luigi
l’inalterabile risoluzione di non consegnarlo; cavò di saccoccia una
borsa d’oro per fargliene dono. Ma Vampa rialzò la testa con fierezza;
quanto a Teresa i suoi occhi brillarono pensando a tutto ciò che ella
potrebbe comprare di ricchi gioielli, e belli abiti con quella borsa
d’oro.
«Cucumetto era un satana molto abile, solo aveva preso la forma di
bandito invece di serpente: egli s’accorse di questo sguardo, riconobbe
in Teresa una degna figlia d’Eva, e rientrò nella foresta rivolgendosi
più volte, col pretesto di salutare i suoi liberatori. Il tempo del
carnevale si avvicinava, il conte di Sanfelice annunziò un gran ballo
mascherato al quale fu invitato quanto Roma aveva di più elegante.
Teresa aveva gran volontà di vedere questo ballo.
«Luigi domandò al suo protettore, l’intendente, il permesso di
assistervi per lui e per lei, nascosti in mezzo alla servitù della
casa; permesso che venne loro accordato.
«Il ballo veniva dato dal conte particolarmente per fare cosa grata a
sua figlia Carmela ch’egli adorava. Carmela era precisamente dell’età
e della persona di Teresa, la quale era per lo meno tanto bella quanto
Carmela. La sera del ballo Teresa si mise quanto aveva di più bello, i
suoi spilli di maggior valore, i gioielli di cristallo più rilucenti.
Ella aveva il costume delle donne di Frascati; Luigi aveva l’abito
tanto pittoresco del paesano romano in giorno di festa. Entrambi si
mischiarono, come avevano promesso, fra i servitori ed i paesani.
«Il festino era magnifico. Non solo la villa era tutta illuminata, ma
migliaia di lampioni a colori erano appesi ai rami degli alberi nel
giardino: così ben presto l’onda degli accorsi straripò dal palazzo
sulle terrazze, e dalle terrazze nei viali. Ad ogni crociera vi era
una orchestra, trattamenti, e rinfreschi; coloro che passeggiavano si
fermavano, formavano delle quadriglie, e ognuno ballava ove più gli
piaceva. Carmela portava il costume delle donne di Sonnino: aveva la
pettinatura intrecciata di perle, gli spilli dei capelli erano d’oro,
e di diamanti, il busto era di seta turca a gran fiori di broccato,
la giubba e le gonnelle di cachemire: il senale di mussolino delle
Indie, i bottoni della giubba altrettante pietre preziose; altre due
delle sue compagne portavano il costume delle donne della Riccia.
Quattro giovani dei più ricchi e delle famiglie più nobili di Roma
l’accompagnavano, essi erano vestiti da paesani d’Albano, di Velletri,
di Civita-Castellana, e di Sora. Non fa mestieri dire che questi
costumi da paesani, come quelli da paesana, erano risplendenti d’oro
e di pietre. Venne a Carmela l’idea di fare una quadriglia uniforme;
mancava però una donna. Carmela guardò intorno a sè, e fra le invitate
non trovò alcuna che portasse un costume analogo al suo ed a quello
delle sue compagne. Il conte di San-Felice le mostrò fra le contadine
Teresa, che stava appoggiata al braccio di Luigi.
«— Me lo permettete, padre mio? disse Carmela.
«— Senza dubbio, rispose il conte; non siamo in carnevale?
«Carmela si accostò ad un giovine che l’accompagnava, e gli disse
alcune parole a bassa voce, indicandogli col dito la giovinetta. Il
giovine si volse, seguì cogli occhi la direzione della bella mano
che gli serviva da indicatore, fece un gesto di obbedienza, e andò
ad invitare Teresa perchè venisse a figurare nella quadriglia diretta
dalla figlia del conte. Teresa sentì come una fiamma salirle al viso.
Interrogò d’uno sguardo Luigi: non v’era mezzo di rifiutare: Luigi
lasciò lentamente sdrucciolare il braccio di Teresa che teneva sotto al
suo, e Teresa si allontanò condotta dal suo elegante cavaliere, e tutta
tremante venne a prendere il posto nella quadriglia aristocratica.
Certamente per un’artista l’esatto e severo costume di Teresa,
avrebbe avuto tutt’altro carattere che quello di Carmela e delle sue
compagne, ma Teresa era una giovanetta frivola, e civetta, i ricami
del mussolino, le palme della cintura, lo splendore del cachemire
l’abbagliavano, il riflesso dei zaffiri, e dei diamanti la rendevano
pazza. Dall’altra parte, Luigi sentiva nascere in sè un sentimento
sconosciuto; era come un dolore sordo lo mordesse sulle prime il cuore,
e di là corresse fremendo nelle sue vene, e s’impadronisse di tutto il
corpo.
«Egli non perdeva un momento d’occhio i piccoli movimenti di Teresa,
e del suo cavaliere; allorchè le loro mani si toccavano provava delle
vertigini, le arterie gli battevano con violenza, e sarebbesi detto che
il suono di una campana ripercuotesse le sue vibrazioni all’orecchio
di lui. Allorchè parlavan fra di loro, quantunque Teresa ascoltasse
timidamente e con gli occhi bassi i discorsi del cavaliere, siccome
Luigi leggeva negli occhi ardenti del bel giovine che questi discorsi
erano elogi, gli sembrava che la terra girasse sotto di lui, e che
tutte le voci dell’inferno gli soffiassero idee di uccisioni, e di
assassinio. Allora, temendo lasciarsi trasportare a qualche pazzia si
aggrappava con una mano all’albero contro il quale era appoggiato, e
coll’altra stringeva con un movimento convulsivo il pugnale dal manico
intagliato che era passato nella sua cinta, e che senza accorgersene
qualche volta cavava dal fodero quasi interamente.
«Luigi era geloso, egli capiva che Teresa poteva sfuggirgli,
trasportata dalla sua natura orgogliosa e ambiziosa, e frattanto la
forosetta che sulle prime era timida, e quasi spaventata, erasi ben
presto rimessa. Si disse che Teresa era bella. Questo però non era
tutto, Teresa era graziosa, di quella grazia selvaggia molto più
possente che la nostra grazia studiata, ed affettata. Ella ebbe quasi
gli onori della quadriglia, e se fu invidiosa della figlia del Conte di
S. Felice, non oseremo dire che Carmela non fosse di lei gelosa. Così
a forza di complimenti il suo bel cavaliere la ricondusse al posto ove
l’aveva presa, ed ove l’aspettava Luigi.
«Due, o tre volte nel tempo del ballo la giovinetta aveva volto lo
sguardo su lui, e ciascuna volta lo aveva veduto più pallido, e con
i lineamenti più alterati. Una volta ancora i suoi occhi rimasero
abbagliati come da un lampo di sinistro augurio nel vedere la lama del
coltello cavata per metà dal fodero; quasi tremando riprese il braccio
dell’amante. La quadriglia ebbe i suoi felici successi, e sembrava
evidente che si sarebbe discorso di ripeterla una seconda volta.
Carmela sola vi si opponeva, ma il Conte di S. Felice pregò tanto
teneramente la figlia, che finalmente v’acconsentì.
«Tosto uno dei cavalieri si slanciò per invitare Teresa senza la quale
era impossibile che si potesse fare la quadriglia, ma la giovinetta era
di già sparita. Infatto Luigi non avrebbe avuta la forza di sopportare
un secondo esperimento, e parte per persuasione, e parte per forza,
aveva trascinato Teresa da un’altra parte del giardino. Teresa aveva
ceduto suo malgrado; ma aveva veduto la figura scomposta del giovine,
e capiva dal suo silenzio, interrotto da un fremito nervoso, che in lui
passava qualche cosa di strano. Essa pure non era esente da un’interna
agitazione; e quantunque non avesse fatto niente di male, comprendeva
che Luigi avrebbe avuto ragione di farle dei rimproveri; su che? non lo
sapeva; ma si accorgeva ciò nonostante che questi sarebbero stati ben
meritati. Pur nulla meno, con gran sorpresa di Teresa, Luigi si stette
muto, e durante il rimanente della sera le sue labbra non dissero più
una parola. Solo, allorchè il freddo della notte avea costretti tutti
gl’invitati a lasciare i giardini, e che le porte della villa furono
chiuse per dar luogo alla festa interna, ricondusse alla sua casa
Teresa, poi quand’ella fu entrata, le disse:
«— Teresa, che pensavi tu quando ballavi dirimpetto alla contessina di
S. Felice?
«— Pensava, rispose la giovinetta con tutta la franchezza dell’animo
suo, che io darei la metà della mia vita per essere abbigliata come
lei.
«— E che ti diceva il tuo cavaliere?
«— Mi diceva che dipendeva soltanto da me, e che non dovevo dire che
una parola per ottener questo.
«— Egli aveva ragione, rispose Luigi. Lo desideri tu così ardentemente
come tu dici?
«— Sì.» — Ebbene! tu l’avrai.
«La giovinetta maravigliata, alzò la testa per interrogarlo, ma il suo
viso era così tetro e così terribile, che la parola le si agghiacciò
sulle labbra. D’altra parte dicendo queste parole Luigi si era
allontanato. Teresa lo seguì con gli sguardi fra le tenebre fino a che
ella potè scorgerlo. Poi quando fu sparito rientrò sospirando nella sua
cameretta.
«Questa medesima notte accadde un grande avvenimento che fu giudicato
il prodotto, senza alcun dubbio, della imprudenza di qualche servitore,
che aveva usata negligenza nello spegnere i lumi: la villa S. Felice
prese fuoco, precisamente dalla parte dell’appartamento della bella
Carmela. Svegliata nel mezzo del sonno dalla luce delle fiamme,
era saltata dal letto, si era inviluppata nella veste da camera,
ed aveva tentato di fuggire dalla porta; ma il corridore pel quale
abbisognava che passasse ere già tutto in preda all’incendio. Allora
rientrò nella sua camera, chiamando ad alte grida soccorso, quando
la sua finestra, posta a venti piedi dal suolo si aperse, un giovine
contadino si slanciò nell’appartamento, la prese fra le braccia, e
con una forza e destrezza sovrumana la trasportò sull’erba del prato
ove rimase svenuta. Allorchè riprese l’uso dei sensi, il padre le
era vicino, tutti i servitori la circondavano portando soccorsi. Un
lato intero della villa fu bruciato; ma non premeva, poichè Carmela
era sana e salva. Venne ovunque cercato il suo liberatore, ma questi
non ricomparve più; fu domandato di lui a tutti, ma nessuno lo aveva
veduto.
«Quanto a Carmela ella era così turbata che non lo aveva riconosciuto.
Del rimanente, siccome il conte era immensamente ricco, se si eccettui
il pericolo corso da Carmela, e che gli sembrò dal modo miracoloso con
cui era stata salvata, piuttosto un novello favore della provvidenza
che una disgrazia reale, fu ben poca cosa per lui la perdita di ciò che
avevan consumato le fiamme.
«La dimane nell’ora consueta i due giovani si ritrovarono sul confine
della foresta. Luigi era arrivato pel primo. Egli venne incontro
alla giovinetta con molta allegria, e sembrava avere completamente
dimenticata la scena della sera innanzi. Teresa era manifestamente
pensierosa, ma vedendo la disposizione di animo di Luigi, simulò
un’allegra non curanza che era la base della sua indole, quando
qualche passione non veniva a disturbarla. Luigi prese sotto il braccio
Teresa, e la condusse fino all’apertura della grotta; là si fermò. La
giovinetta conoscendo che doveva esservi qualche cosa di straordinario
lo guardò fissamente.
«— Teresa, disse Luigi, ieri sera tu mi dicesti che avresti dato metà
della tua vita per avere un costume uguale a quello della figlia del
conte.
«— Certamente, disse Teresa con meraviglia, ma era ben pazza quando
esternava un simil desiderio.
«— Ed io ti ho risposto: sta bene, tu l’avrai.
«— Sì, soggiunse la giovinetta, la cui meraviglia si aumentava od ogni
parola di Luigi; ma tu certamente hai risposto così, solo per farmi
piacere.
«— Non ti ho mai promesso cosa che non ti abbia data, Teresa, disse con
orgoglio Luigi: entra nella grotta, e vestiti.
«A queste parole allontanò la pietra, e fece vedere a Teresa la
grotta illuminata da due candele, che ardevano ai lati di un magnifico
specchio. Sopra una tavola rustica fatta da Luigi, erano distesi gli
spilli di diamanti, e la collana di perle; sopra una panca vicina
era depositato il rimanente del vestiario. Teresa mandò un grido di
gioia, e senza informarsi donde veniva questo vestito, senza prendere
il tempo di ringraziare Luigi, si slanciò nella grotta trasformata in
gabinetto da toletta. Luigi respinse la pietra dietro ad essa, poichè
s’accorse che sulla cresta di una piccola collina, che impediva di
vedere Palestrina dal posto in cui stava, un viaggiatore a cavallo si
era fermato un momento, incerto sulla strada da tenere, e che compariva
sull’azzurro del cielo con quella nettezza di contorno particolare alle
vedute in lontananza dei paesi meridionali.
«Lo straniero vedendo Luigi, mise il cavallo al galoppo, e venne alla
sua volta. Luigi non si era ingannato; il viaggiatore che andava da
Palestrina a Tivoli era incerto sul cammino da prendere. Il giovine
glielo indicò; ma siccome ad un quarto di miglio la strada si divideva
in tre, e il viaggiatore giunto a questo luogo poteva nuovamente
sbagliare, pregò Luigi di servirgli di guida: questi depose a terra il
mantello, si pose sulla spalla la carabina, e liberato così dal pesante
vestito camminò davanti al viaggiatore con quel passo rapido del
montanaro, che un cavallo a stento può seguire.
«In dieci minuti, Luigi ed il viaggiatore si trovarono al crocivio
indicato dal giovine pastore. Giunto là, con un gesto maestoso a guisa
di un imperatore, stese la mano, e indicò al viaggiatore quella delle
tre vie che doveva seguire. — Ecco la vostra strada, eccellenza, voi
ora non potete più sbagliare. — E tu prendi la tua ricompensa, disse
il viaggiatore offrendo al pastore alcune piccole monete. — Grazie,
disse Luigi ritirando la mano, io rendo un servizio, non lo vendo.
— Ma, disse il viaggiatore, che del resto sembrava abituato a quella
differenza che passa tra la servilità dell’uomo di città, e l’orgoglio
del campagnuolo, se tu rifiuti una mercede, accetterai un regalo?
«— Ah! sì, questa è un’altra cosa. — Ebbene, disse il viaggiatore,
prendi questi due zecchini di Venezia, e dalli alla tua fidanzata per
acquistarsi un paio di pendenti.
«— E voi allora prendete questo pugnale, disse il pastore, non ne
ritroverete uno la cui impugnatura sia meglio intagliata, da Albano a
Civita-Castellana. — Lo accetto disse il viaggiatore, ma allora sono
io che ti resto obbligato, perchè il pugnale vale molto più di due
zecchini.
«— Per un mercante può essere, ma non per me che l’ho intagliato io
stesso, e mi costa appena uno scudo.
«— Come ti chiami tu? domandò il viaggiatore.
«— Luigi Vampa, rispose il pastore collo stesso tuono come se avesse
risposto: Alessandro re di Macedonia; e voi?
«— Io, disse il viaggiatore, mi chiamo Sindbad il marinaro.»
Franz d’Épinay mise un grido di sorpresa.
— Sindbad il marinaro! diss’egli.
— Sì, rispose il narratore, è il nome che il viaggiatore disse a Vampa
essere il suo.
— Ebbene! che avete voi da dire in contrario a questo nome? interruppe
Alberto; questo è un bellissimo nome e le avventure di chi lo portava
mi hanno divertito assaissimo nella mia prima gioventù. — Franz non
insistè. Il nome di Sindbad il marinaro, come si capirà bene, aveva
risvegliato in lui una quantità di ricordi, non diversamente da quello
che aveva fatto la sera innanzi il nome di conte di Monte-Cristo: —
Continuate, disse all’albergatore.
«Vampa mise sdegnosamente i due zecchini in saccoccia e riprese
lentamente il cammino pel quale era venuto. Giunto a due o trecento
passi della grotta gli parve di sentire un grido. Si fermò ascoltando
da qual parte venisse questo grido. Dopo un secondo, intese pronunziare
distintamente il suo nome; la voce veniva dalla parte della grotta.
«Balzò come un camoscio, e mentre correva, caricava il fucile, e in
meno di un minuto era sulla sommità della piccola collina opposta a
quella ove aveva scoperto il viaggiatore. Là si fecero più distinte
le grida «aiuto, soccorso!» Girò gli occhi sullo spazio che dominava;
un uomo rapiva Teresa come il centauro Nesso Deianira. Quest’uomo, che
si dirigeva verso il bosco, aveva già percorso tre quarti del cammino
dalla grotta alla foresta. Vampa misurò l’intervallo; quest’uomo aveva
già duecento passi di vantaggio su lui, non vi era possibilità di
raggiungerlo prima che entrasse nel bosco. Il giovine si ferma come se
i suoi piedi avessero messo radice: appoggia l’incasso del fucile alla
spalla, leva lentamente la canna nella direzione del rapitore, lo segue
un secondo nella corsa, e fa fuoco. Il rapitore si fermò sul punto;
le ginocchia gli si piegarono, e cadde trascinando nella sua caduta
Teresa la quale si alzò subito, ed il fuggito restò steso dibattendosi
nelle ultime convulsioni dell’agonia. Vampa si slanciò verso Teresa,
che era a dieci passi dal moribondo, ed alla quale erano a sua volta
venute meno le gambe cadendo in ginocchio. Allora al giovine venne
il terribile sospetto che la palla che aveva colpito l’avversario
avesse puranco ferita la fidanzata. Fortunatamente però non fu; il
solo terrore aveva paralizzate le forze di Teresa. Allorquando Luigi
fu ben sicuro che era sana e salva, si volse verso il ferito; era di
già morto, colle pugna serrate, la bocca contratta dal dolore, e i
capelli ritti dal sudore dell’agonia; gli occhi erano rimasti aperti e
minacciosi.
«Vampa si avvicinò al cadavere e riconobbe Cucumetto. Dal giorno in
cui il bandito fu salvato dai due giovani, erasi innamorato di Teresa,
ed aveva giurato che la giovine sarebbe stata sua. Da quel giorno,
l’aveva spiata con assiduità; e, profittando del momento in cui il
suo amante l’aveva lasciata sola per andare ad indicare la strada al
viaggiatore, l’aveva involata e già la credeva sua, quando la palla
di Vampa, diretta dal colpo d’occhio infallibile del giovine pastore
gli aveva traversato il cuore. Vampa lo guardò un momento senza che
la minima emozione si presentasse sul suo viso, nel mentre che Teresa
al contrario, tutta tremante ancora, non osava avvicinarsi al morto
bandito che a piccoli passi, e gettava esitando uno sguardo sul
cadavere al di sotto della spalla del suo amante. Dopo un momento Vampa
si rivolse verso la sua innamorata.
«— Ah! ah! diss’egli, sta bene, tu sei di già vestita. Or tocca a me a
fare la mia toletta.
«Infatto Teresa era vestita da capo a piedi col costume della figlia
del conte S. Felice. Vampa prese il corpo di Cucumetto fra le braccia,
e lo trasportò nella grotta, mentre che Teresa l’aspettava di fuori.
Se fosse passato allora un altro viaggiatore, avrebbe veduto una cosa
strana; cioè una pastorella guardare il gregge, vestita di cachemire
coi pendenti alle orecchie, una collana di perle, degli spilli di
diamanti, e dei bottoni di zaffiri, di smeraldi e di rubini. Senza
dubbio sarebbesi creduto di ritornare ai tempi di Florian: e di ritorno
a Parigi, avrebbe assicurato di avere incontrata la pastorella delle
Alpi ai piedi dei monti Sabini. A capo di un quarto d’ora, Vampa uscì
dalla grotta. Il suo costume non era meno elegante, nel suo genere,
di quello di Teresa. Aveva una veste di velluto granato coi bottoni
d’oro cesellati, un giubbetto di seta tutto ricoperto di galloni, una
sciarpa annodata intorno al collo, un porta cartucce tutto in oro ed
in seta rossa e verde, i pantaloni di velluto celeste attaccati al di
sotto del ginocchio colle fibbie di diamanti, le ghette di pelle di
daino ricamate con mille arabeschi, ed un cappello su cui sventolavano
dei nastri di ogni colore; due catene da orologio pendevano dalla sua
cintura ed un magnifico pugnale era attaccato al porta cartucce.
«Teresa gettò un grido di ammirazione; Vampa sotto questo abito
rassomigliava ad una pittura di Léopold Robert o di Schnetz. Egli
aveva vestito il costume completo di Cucumetto. Il giovine s’accorse
dell’effetto che produceva nella sua fidanzata, ed un sorriso di
orgoglio gli sfiorò le labbra. — Or dimmi Teresa, sei pronta a dividere
la mia sorte qualunque essa possa essere?
«— Oh! sì, gridò la giovinetta con entusiasmo.
«— A seguirmi ovunque andrò? — Anche in capo al mondo!
«— Allora prendi il mio braccio, e partiamo, poichè non abbiam tempo da
perdere.
«La giovinetta intrecciò il suo al braccio dell’innamorato, senza
neppur domandargli ove la conduceva; perchè in questo momento le
sembrava bello, superbo e potente come il Nume della guerra. E tutti e
due s’incamminarono verso la foresta di cui in breve tempo sorpassarono
il confine.
«Non fa bisogno di dire che Vampa conosceva tutti i sentieri della
montagna; egli s’inoltrò dunque nella foresta senza esitare neppur per
poco, e quantunque non vi fosse praticata alcuna strada, riconosceva
la direzione che doveva seguire dal solo guardare gli alberi ed i
cespugli; essi camminarono in tal guisa per circa un’ora e un quarto.
«Dopo questo tempo giunsero nel punto più fitto del bosco. Un torrente
il cui letto era secco, conduceva in una gola profonda. Vampa prese
questo strano sentiero, che incassato fra le due rive, e ottenebrato
dall’ombra degli alberi sembrava il sentiero d’Averno di cui parla
Virgilio. Teresa ritornata timorosa all’aspetto di questo luogo
selvaggio e deserto si stringeva contro la guida senza dir parola; ma
siccome lo vedeva camminare con un passo sempre uguale, siccome una
calma sempre profonda irradiava il suo viso, ella stessa aveva la forza
di dissimulare la sua emozione.
«D’un subito, dieci passi lontano da loro, un uomo sembrò staccarsi da
un albero dietro cui era nascosto, e prendendo col suo fucile di mira
Vampa, gridò:
«— Non fare un passo di più o sei morto.
«— Andiamo, via! disse Vampa facendo con la mano un gesto di disprezzo,
nel mentre che Teresa non dissimulando il suo terrore, si stringeva
sempre più contro di lui; e che i lupi forse si sbranano fra di loro?
«— Chi sei tu? dimandò la sentinella. — Io sono Luigi Vampa, il pastore
della fattoria di S. Felice. — Che vuoi tu?
«— Voglio parlare ai tuoi compagni che sono su lo spianato di
Rocca-Bianca.
«— Allora seguimi, disse la sentinella, o piuttosto, giacchè sai la
strada, cammina avanti.
«Vampa sorrise con aria di disprezzo alla cautela di questo bandito,
passò avanti con Teresa, e continuò il suo cammino collo stesso passo
fermo e tranquillo che lo aveva condotto fin là. Dopo cinque minuti,
il bandito fece loro il segno di fermarsi. Essi obbedirono. Il bandito
imitò tre volte il grido del corvo, un altro grido eguale rispose a
questo triplice appello. — Ora tu puoi continuare la strada, disse
il bandito. — Luigi e Teresa si rimisero in cammino: ma, a seconda
che s’inoltravano, Teresa tremante si serrava sempre più contro il
suo amante; infatto attraverso gli alberi si vedevano comparire degli
uomini e scintillare delle canne di fucile. Lo spianato di Rocca-Bianca
era sulla sommità di una piccola montagna, che altre volte doveva
certamente essere stata un piccolo vulcano, vulcano estinto prima che
Romolo e Remo disertassero da Alba per andare a fabbricar Roma. Teresa
e Luigi giunsero alla sommità e nello stesso tempo si ritrovarono
circondati da una ventina di banditi.
«— Ecco un giovine che vi cerca, e che desidera parlarvi, disse la
sentinella. — Che vuole egli da noi? chiese colui che in assenza del
capo faceva le provvisorie funzioni di capitano.
«— Voglio dirvi che mi sono annoiato di fare il mestiere del pastore,
disse Vampa.
«— Ah! capisco, disse il luogotenente, e tu vieni a domandarci di
entrare nelle nostre file? — Che sia il benvenuto, gridarono molti
banditi di Ferrusino, di Pampinara, e d’Anagni i quali avevano
riconosciuto Luigi Vampa.
«— Sì, ma io vengo ancora a chiedervi un’altra cosa, oltre di esser
vostro compagno. — E che vieni tu a chiederci? dissero con meraviglia
i banditi. — Io vengo a domandarvi di esser fatto vostro capitano,
disse il giovine. — I banditi dettero in una gran risata. — E che hai
tu fatto per aspirare a questo onore? domandò il luogotenente. — Io
ho ammazzato il vostro capo Cucumetto, di cui porto le spoglie, disse
Luigi, ed ho messo il fuoco alla villa di S. Felice per dare il corredo
di nozze alla mia fidanzata. — Un’ora dopo, Luigi Vampa era stato
eletto capitano nel posto di Cucumetto.»
— Ebbene mio caro Alberto, disse Franz volgendosi all’amico, che
pensate ora di questo cittadino Luigi Vampa?
— Io dico che questo è un _Mythe_, rispose Alberto, e che non ha mai
esistito. — E che significa questo _Mythe_, domandò Pastrini. — Sarebbe
troppo lungo a spiegarsi, mio caro Pastrini, rispose Franz. E voi dite
adunque che maestro Vampa esercita in questo momento la sua professione
in queste vicinanze?
— E con un tale ardire che nessun bandito ne ha mai dato esempio uguale.
— E la polizia non cerca d’impadronirsene?
— Che volete? egli è d’accordo ad un tempo coi pastori della pianura,
coi pescatori del Tevere e i contrabbandieri della costa. Se si cerca
nelle montagne è sul fiume; se si perseguita sul fiume, prende l’alto
mare; poi d’improvviso quando si crede che sia rifugiato nell’isola del
Giglio, di Gianuti, o di Monte-Cristo, si vede ricomparire in Albano, a
Tivoli o alla Riccia.
— E qual è il suo modo di operare verso i viaggiatori?
— Eh! mio Dio! è semplicissimo; a seconda della distanza che si è dalla
città, egli accorda loro otto ore, dodici ore, un giorno per pagare
il loro riscatto; quando è passato il tempo accorda ancora un’ora di
grazia. Al sessantesimo minuto di quest’ora se non ha il riscatto, fa
saltare le cervella del prigioniero con un colpo di pistola, o gli
pianta un pugnale nel cuore, e tutto è finito. — Ebbene! Alberto,
domandò Franz al suo compagno, siete ancora disposto ad andare al
Colosseo per la strada fuori delle mura?
— Certamente, disse Alberto, se la strada è più pittoresca.
In questo momento batterono le nove, la porta s’aprì, e il cocchiere
comparve. — Eccellenza, diss’egli, la carrozza è alla porta. — Ebbene!
disse Franz, andiamo al Colosseo.
— Per la porta del Popolo, eccellenza, o per le strade interne? — Per
le strade interne, per bacco! per le strade interne, gridò Franz. — Ah!
mio caro, disse Alberto, alzandosi ed accendendo il suo terzo sigaro,
in verità io vi credeva più coraggioso.
Dopo queste parole i due giovani discesero le scale e salirono in
carrozza.