XXXII. — RISVEGLIAMENTO.

Allorchè Franz ritornò in sè, gli oggetti esteriori sembrarongli una

seconda parte del suo sogno; si credè in un sepolcro ove a stento

penetrava appena un raggio di sole, a guisa di uno sguardo di pietà;

stese la mano, e sentì del marmo; si mise a sedere, e si trovò avvolto

nel mantello sopra un letto di zolle secche molto molli ed odorifere.

Tutta la visione era sparita; e, come se le statue non fossero state

che ombre uscite dai sepolcri durante il suo sogno, erano disparse

al suo svegliarsi. Fece qualche passo verso il punto di dove veniva

la luce; e da tutta l’agitazione del sonno succedeva la calma della

realtà. Videsi in una grotta, si avanzò dalla parte dell’apertura,

ed attraverso la porta centinata, scoprì un bel cielo blu, ed un mare

azzurro. L’aria e l’acqua rispondevano ai raggi del sole mattutino; i

marinari erano assisi sulla riva, discorrendo, e ridendo; alla distanza

di dieci passi la barca ondeggiava sul mare trattenuta dall’ancora.

Allora egli gustò per qualche tempo quella fresca brezza che passavagli

sulla fronte; ascoltò il debole rumore dell’onda che moriva sulla

spiaggia lasciando sulle rocce un contorno di schiuma bianca come

l’argento; si lasciò andare senza riflettere, senza pensare, a

quell’incanto celeste che hanno le cose della natura particolarmente

quando si esce da un sogno fantastico: poi un poco alla volta la vita

esterna così pacifica, così grande, gli ricordò la inverisimiglianza

del suo sogno, ed i trascorsi fatti cominciarono a rientrare nella

sua memoria. Si sovvenne dell’arrivo nell’isola, del modo con cui fu

presentato al capo dei contrabbandieri, del palazzo sotterraneo pieno

di splendore, dell’eccellente cena, e del cucchiaio di hatchis. Solo,

in faccia a questa realtà, e in pieno giorno, gli sembrò che fosse

almeno un anno che tali cose fossero avvenute, tanto il sogno che aveva

fatto si era impresso nel suo pensiero, e aveva preso forza nel suo

spirito. Per tal modo a quando a quando la sua immaginazione faceva

apparire in mezzo ai marinari, o traversare uno scoglio, o librarsi

sulla barca, una di quelle ombre che avevano ricolma la sua notte di

sguardi e di baci. Del rimanente egli aveva la testa del tutto libera,

e il corpo perfettamente riposato; non alcuna pesantezza nel cervello;

che anzi al contrario risentiva un certo benessere generale, ed

attraenza maggiore a godere dell’aria e del sole. Si avvicinò adunque

con ilarità ai marinari. Come lo videro essi si alzarono, ed il padrone

si avvicinò a lui. — Il sig. Sindbad, gli disse, ci ha incaricati dei

suoi complimenti per V. E., e ci ha detto di esprimervi il dispiacere

che ha di non potere prendere congedo di persona, ma spera che lo

scuserete quando saprete che un affare importantissimo lo ha chiamato a

Malaga.

— È dunque vero, mio caro Gaetano, disse Franz, tutto ciò che mi è

accaduto? esiste in realtà un uomo che mi ha offerta un’ospitalità

regale, e che è partito durante il mio sonno?

— È tanto vero, che potete vedere là il suo piccolo _yacht_ che si

allontana a vele gonfie, e se volete prendere il cannocchiale potrete

scorgere probabilmente il vostro ospite in mezzo al suo equipaggio.

— Dicendo queste parole Gaetano stendeva il braccio nella direzione

di un piccolo bastimento che faceva vela verso la punta meridionale

della Corsica. Franz prese un piccolo cannocchiale, lo mise al punto

della sua vista, e lo diresse verso il luogo indicato. Gaetano non

s’ingannava; sulla poppa del bastimento vedeva il misterioso suo

ospite, che ritto, e voltato dalla sua parte teneva egli pure il

cannocchiale puntato verso di lui. Egli era vestito collo stesso

costume con cui era apparso la sera innanzi al suo convitato, e come

s’accorse di essere guardato agitò il fazzoletto in segno di addio.

Franz resegli il saluto, e cavando egli pure il fazzoletto lo agitava

del pari. Dopo un minuto una piccola nube di fumo sorse a poppa del

bastimento, si staccò graziosamente dal di dietro, e salì lentamente in

alto, quindi una debole esplosione giunse fino a Franz.

— Sentite, sentite? disse Gaetano; eccolo là che vi dice addio. — Il

giovine prese la carabina, e la scaricò in aria, ma senza speranza che

il rumore potesse superare la distanza che separava il _yacht_ dalla

costa.

— Che comanda V. E.? disse Gaetano.

— Che procuriate di accender subito una torcia.

— Ah! sì, capisco, disse Gaetano, per cercare l’entrata

dell’appartamento nascosto. Con molto piacere, eccellenza, se la cosa

vi diverte, e vi darò subito la torcia che chiedete. Ma io pure ebbi la

vostra idea, e per tre o quattro volte ho stancata la mia fantasia, ed

ho finito per dovere rinunciarvi: Giovanni, soggiunse egli, accendi una

torcia.

Giovanni obbedì, Franz prese la torcia, ed entrò nel sotterraneo

seguito da Gaetano. Egli riconobbe il posto ove erasi svegliato, dal

letto di zolle ancora tutto scomposto; ma non gli valse girare la

torcia sopra tutta la superficie della grotta; non vide nulla, eccetto

qualche traccia di fumo che manifestava che altri pure avevano tentata

inutilmente la stessa investigazione. Ciò nonostante non lasciò un

piede di quel muro di granito, impenetrabile come l’avvenire, senza

esaminarlo. Egli non vide una screpolatura senza che v’introducesse la

lama del coltello da caccia; non osservò alcun punto sporgere senza

comprimerlo nella speranza che cedesse; ma tutto inutile, e senza

alcun resultato perdè due ore in questa ricerca. Alfine rinunciò

ad ogni ulteriore indagine. Gaetano trionfava. Quando Franz ritornò

sulla spiaggia, il _yacht_ non compariva più che come un punto bianco

sull’orizzonte; ricorse al cannocchiale, ma anche con questo istrumento

nulla distinse. Gaetano gli ricordò che era venuto per cacciare le

capre, il che sembrava avesse dimenticato: prese il fucile, si mise

a percorrere l’isola in quel modo che fa un uomo che compie un dovere

invece di prendersi un diletto, e in capo ad un quarto d’ora aveva già

ucciso una capra, e due capretti. Ma queste capre quantunque selvagge

e fuggiasche come i camosci, avevano troppa rassomiglianza colle nostre

capre domestiche, per cui Franz non le considerava come selvaggiume.

Dipoi idee ben molto più possenti ne occupavano lo spirito. Fin dalla

scorsa sera egli tenevasi per il vero eroe di un racconto favoloso

delle _Mille e una Notte_, e sentivasi ricondotto verso la grotta da

una forza invincibile. Allora, ad onta della inutilità della sua prima

perquisizione, ne cominciò una seconda, dopo di aver detto a Gaetano

di fare arrostire uno dei capretti. Questa seconda visita durò molto

tempo, poichè quando ritornò il capretto era arrostito, e la colazione

preparata. Franz si assise nel luogo in cui la sera innanzi avea

ricevuto l’invito della cena per parte del suo ospite misterioso, e

scoperse ancora come una punta bianca il piccolo _yacht_ che continuava

ad inoltrarsi verso la Corsica. — Ma, diss’egli a Gaetano, non mi avete

annunziato che Sindbad faceva vela per Malaga, mentre mi sembra che

vada direttamente verso Porto-Vecchio.

— Non vi ricordate più, rispose il marinaro, che fra la gente che

componeva il suo equipaggio si trovavano per il momento due banditi

corsi?

— È vero! andrà a depositarli sulla costa.

— Precisamente. Ah! questo è un individuo, gridò Gaetano, che non teme

cosa alcuna, per quanto mi vien detto, e che per fare un servizio ad un

povero uomo devierebbe il suo viaggio di 50 leghe.

— Ma questo genere di servizio potrebbe metterlo a cimento col

magistrato del paese ove esercita questo genere di filantropia, disse

Franz.

— Ebbene! soggiunse Gaetano ridendo, che cosa fanno a lui i magistrati?

egli se la ride! Non hanno che a tentare di perseguitarlo. Dapprima

il suo _yacht_ non è un naviglio, ma un uccello, e darebbe tre nodi

sopra 12 ad una fregata; e poi non ha che a gettarsi egli stesso sulla

costa e in ogni luogo troverebbe amici. — Ciò che vi era di più chiaro

in tutta questa faccenda si era, che Sindbad, l’ospite di Franz, aveva

l’onore di essere in relazione con tutti i contrabbandieri ed i banditi

di tutte le coste del Mediterraneo, la qual cosa però non lasciava di

tenerlo in una strana posizione. Franz non aveva più cos’alcuna che lo

ritenesse a Monte-Cristo; aveva perduto ogni speranza di ritrovare il

segreto della grotta; si sollecitò dunque a far colazione, ordinando

ai suoi uomini di tener pronta la barca pel momento che avrebbe finito;

mezz’ora dopo egli era a bordo. Gettò un ultimo sguardo sul _yacht_ che

stava per disparire nel golfo di Porto-Vecchio. Dette il segnale della

partenza. Nello stesso momento in cui la barca si metteva in movimento

il _yacht_ spariva, e con lui si cancellava l’ultima realtà della notte

precedente: per tal modo la cena, Sindbad, l’hatchis, e le statue,

tutto cominciava per Franz a confondersi nello stesso sogno.

La barca camminò tutto il giorno e tutta la notte: e la dimane quando

il sole si alzava, l’isola di Monte-Cristo era a sua volta disparsa.

Messo piede a terra, Franz dimenticò momentaneamente almeno, gli

avvenimenti che erano passati, per non occuparsi più che dei suoi

affari di piacere, o di obbligo in Firenze, e di raggiungere il

compagno che lo aspettava a Roma: partì adunque col corriere e il

sabato sera si ritrovava sulla piazza della Dogana. L’appartamento,

come si disse, era già stato fissato da qualche tempo; non restava

adunque che di recarsi all’albergo di Pastrini; il che non era molto

facile mentre la folla ingombrava le strade, e Roma era già in preda

a quel rumore sordo e febbrile che precede i grandi avvenimenti.

Ora, a Roma, non vi son che quattro grandi avvenimenti in un anno,

il carnevale, la settimana santa, il Corpusdomini, e la festa di S.

Pietro. Tutto il restante dell’anno la città ricade nella sua solita

apatia, stato intermediario fra la vita e la morte, che la rende simile

ad una specie di stazione fra questo mondo e l’altro; stazione sublime,

alta, piena di poesia e di carattere, che Franz aveva già fatta

cinque o sei volte, e che aveva sempre ritrovata più meravigliosa,

e più fantastica. Finalmente traversò quella folla che sempre più

s’ingrossava, e giunse all’albergo. Alla prima domanda gli fu risposto

con quella impertinenza propria dei cocchieri delle carrozze da rimessa

o dei grandi locandieri, che non vi era posto per lui all’albergo di

Londra. Allora inviò il suo biglietto a Pastrini, e fecesi reclamare

da Alberto de Morcerf. Il mezzo riuscì, e Pastrini accorse egli stesso

scusandosi di avere fatto aspettare S. E., rimproverando i servi,

prendendo il lume dalla mano del servitore di piazza che erasi già

impadronito del viaggiatore, e si disponeva a condurlo nelle camere

di Alberto, quando questi gli venne incontro. L’appartamento fissato

componevasi di due piccole stanze, ed un gabinetto. Le due camere

davano sulla strada, particolarità che Pastrini fece valere come se vi

aggiungesse un merito inapprezzabile. Il rimanente del piano era dato

in fitto ad un ricco personaggio, creduto, o Maltese o Siciliano; ma

che l’albergatore non potè dire precisamente a quale delle due nazioni

appartenesse.

— Tutto va bene, signor Pastrini, disse Franz, ma ci vorrebbe subito

una cena qual si sia per questa sera, ed una carrozza per domani e pei

giorni successivi.

— In quanto alla cena sarete subito serviti; ma in quanto alla

carrozza... — Come in quanto alla carrozza! gridò Alberto; un momento,

un momento, non scherziamo, Pastrini, ci abbisogna una carrozza. —

Eccellenza, disse l’albergatore, si farà tutto quello che si potrà per

averne una; ecco ciò che posso dirvi.

— E quando avremo la risposta? domandò Franz.

— Domani mattina, rispose l’albergatore. — Che diavolo! disse Alberto,

si pagherà più cara, ecco tutto... si sa come accade: da Drake e da

Aaron si paga 20 fr. nei giorni ordinarii, e 30 o 35 fr. in occasione

di feste, mettete 5 fr. di giunta che farà 40, e non ne parliamo più.

— Ho ben paura, che questi signori, quand’anche offrano il doppio, non

possano ritrovarla.

— Allora che si facciano attaccare i cavalli alla mia... essa è un poco

scrostata pel viaggio, ma non importa.

— Non si troveranno cavalli.

Alberto guardò Franz come un uomo cui venga data una risposta che

sembri incomprensibile.

— Capite Franz, non vi saranno cavalli? Ma si potranno avere cavalli di

posta?

— Sono tutti impegnati da 15 giorni, e non restano ora assolutamente

che quelli destinati al necessario servizio.

— Che ne dite? domandò Franz. — Io dico che allorquando una cosa è al

di sopra della mia intelligenza, ho l’abitudine di non fermarmici, e di

passare avanti. La cena è pronta? — Sì, eccellenza. — Ebbene! per ora

ceniamo.

— Ma la carrozza, e i cavalli? disse Franz. — State tranquillo, amico

caro, essi verranno da sè; non si tratterà che di fissare il prezzo.

— E Morcerf con quella ammirabile filosofia dell’uomo che nulla crede

impossibile, fino a che la borsa è gaia, e il portafogli guarnito,

cenò, andò a riposare, e sognò essere al Corso in una carrozza a sei

cavalli.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 43 / 140 题