XXVIII. — I REGISTRI DELLE PRIGIONI.

La dimane del giorno in cui accadde la scena che abbiam descritta,

un uomo di 30 a 32 anni vestito con un soprabito blu, coi pantaloni

di nankin, e il giubbetto bianco, avendo ad un tempo l’andamento e

l’accento britannico, si presentò al Sindaco di Marsiglia. — Signore,

gli disse, io sono il primo commesso della Casa Thomson e French

di Roma; noi siamo da dieci anni in relazione colla casa Morrel e

Figlio di Marsiglia, abbiamo speso circa cento mila franchi in questa

relazione, e non siamo senza inquietudini, attesochè ci vien fatto

credere che questa casa minacci rovina: vengo dunque espressamente da

Roma per domandarvi le informazioni di questa casa.

— Signore, rispose il Sindaco, io so effettivamente che da quattro a

cinque anni la disgrazia sembra perseguitare il sig. Morrel: egli ha

successivamente perduto quattro o cinque bastimenti, sofferti tre o

quattro fallimenti; ma non mi appartiene quantunque io stesso sia suo

creditore per una dozzina di migliaia di franchi, di dare informazioni

sul suo stato, e sulla sua fortuna. Domandatemi come Sindaco ciò

che penso del sig. Morrel, ed io vi risponderò che egli è un uomo

rigorosamente probo, e che sino al presente ha sempre adempito i suoi

impegni con la più perfetta esattezza. Ecco tutto ciò che posso dirvi,

se volete saperne di più, indirizzatevi al signor de Boville, ispettore

delle prigioni, strada di Nouailles N. 15; credo che egli abbia 200

mila franchi posti sulla casa Morrel, e se vi è realmente qualche cosa

a temersi lo ritroverete molto più informato di me, atteso che la sua

somma è molto più considerevole della mia.

L’inglese parve apprezzare questa grande delicatezza, salutò, uscì,

e s’incamminò con quel passo proprio dei figli della Gran Brettagna

verso la strada indicata. Il signor de Boville era nel suo gabinetto.

L’inglese vedendolo, fece un movimento di sorpresa che sembrava

indicare non esser quella la prima volta ch’egli si ritrovava al

cospetto di colui al quale faceva una visita. In quanto a de Boville,

la sua disperazione lasciava facilmente scorgere, che tutte le facoltà

dello spirito, assorte nel pensiero che l’occupava in quel momento, non

lasciavano nè alla sua memoria, nè alla sua immaginazione il piacere

di divagarsi nel passato. L’inglese, colla flemma propria della sua

nazione, gli presentò la questione, circa nei medesimi termini che

aveva usati col Sindaco di Marsiglia.

— Oh! signore, gridò de Boville, i vostri timori disgraziatamente non

possono essere più fondati, e voi avete innanzi agli occhi un uomo

disperato. Avevo posto 200 mila fr. sulla casa Morrel: essi erano la

dote di mia figlia che contava maritare fra 15 giorni; dovevano essere

rimborsati centomila il 15 di questo mese, e centomila il 15 del

venturo. Aveva dato avviso a Morrel del desiderio di essere rimborsato

esattamente, ed ecco, non è mezz’ora, è venuto da me Morrel per dirmi,

che se il suo bastimento il _Faraone_ non rientrava in porto prima del

15, egli si trovava nell’impossibilità di fare il pagamento.

— Ma questa, disse l’inglese, è una specie di dilazione.

— Dite piuttosto, o signore, che questo rassomiglia ad un fallimento!

gridò de Boville disperato. — L’inglese parve riflettere un momento,

poi disse: — Per tal modo questo credito v’inspira dei timori? — Vale a

dire, lo riguardo come perduto. — E bene! io lo compro.

— Voi? — Sì, io. — Ma con un enorme ribasso, senza dubbio?

— No, mediante 200 mila fr.; la nostra casa, soggiunse l’inglese

ridendo, non fa simili affari. — E voi pagate?...

— Danaro contante. — E l’inglese cavò di saccoccia un involto di

biglietti di banca che potevano formare il doppio della somma che il

sig. de Boville temeva di perdere.

Un lampo di gioia passò sul viso di de Boville; ciò nonostante fece uno

sforzo per contenersi.

— Signore, debbo prevenirvi, che secondo tutte le probabilità, voi non

ricaverete il sei per cento di questa somma.

— Ciò non mi riguarda, rispose l’inglese; riguarda la casa Thomson

e French, in nome della quale io opero. Forse ella può avere qualche

interesse a sollecitare la rovina di una casa rivale. Ma ciò che io

so, si è che sono pronto a contarvi questa somma, contro la gira che mi

farete dietro le cambiali; soltanto chiederò un diritto di senseria.

— Come! signore; è giustissimo, gridò de Boville. La commissione è

ordinariamente il mezzo per cento; volete voi il due? il cinque? ancor

più, non avete che a parlare.

— Signore! soggiunse ridendo l’inglese, io sono come la mia casa, non

faccio di questa specie di affari; no; la mia senseria è d’un’altra

natura.

— Parlate adunque, vi ascolto. — Voi siete ispettore delle prigioni? —

Da 14 anni e più. — Voi terrete registro di entrata ed uscita? — Senza

dubbio. — A questi registri devono essere unite delle note relative ai

prigionieri?

— Ciascun prigioniero ha la sua filza. — Ebbene! signore, io sono stato

allevato in Roma da un tale che disparve d’improvviso. Seppi dipoi

che egli era stato detenuto nel castello d’If, e vorrei avere qualche

particolare sulla sua morte. — Come lo chiamavate? — Lo scienziato

Faria.

— Oh! me ne ricordo perfettamente, esclamò de Boville, egli era pazzo.

— Si diceva. — Oh! lo era certamente.

— È possibile! e quale era il suo genere di pazzia? — Pretendeva di

sapere dove stava nascosto un immenso tesoro, ed offriva delle somme

considerevoli al governo se avesse voluto metterlo in libertà. — Povero

diavolo! ed è morto?

— Sì, sono cinque, o sei mesi al più, in febbraio scorso.

— Voi avete una felice memoria, per ricordarvi così le date.

— Io mi ricordo questa, perchè la morte del povero diavolo fu

accompagnata da un singolare accidente.

— Si potrebbe conoscere questo accidente? domandò l’inglese con

una espressione di curiosità, che un freddo osservatore si sarebbe

maravigliato di ritrovare sul suo viso flemmatico.

— Oh! senza difficoltà: la prigione di Faria era lontana da 45 a 50

piedi circa da quella di un certo bonapartista, uno di quelli che

avevano più di tutti contribuito al ritorno dell’usurpatore nel 1815,

uomo molto risoluto, e molto pericoloso.

— Veramente! disse l’inglese.

— Sì, rispose de Boville, ho avuto occasione di vedere quest’uomo nel

1816 o 1817, non si discendeva nel suo carcere senza essere scortati

da un picchetto di soldati; quest’uomo mi ha fatto una profonda

impressione, e non dimenticherò mai il suo viso.

L’inglese fece un impercettibile sorriso.

— Voi dicevate adunque che le due carceri...

— Erano separate da una distanza di 50 piedi, continuò de Boville; ma

sembra che questo Edmondo Dantès...

— Quest’uomo pericoloso si chiamava...?

— Edmondo Dantès, sì signore; sembra che questo Edmondo Dantès si

fosse procurato degli utensili, o ne avesse costruiti, fatto si è

che fu ritrovato un corridore sotterraneo per mezzo del quale i due

prigionieri comunicavano insieme.

— Questo corridore sarà stato fatto senza dubbio collo scopo di una

evasione. — Certamente, ma per disgrazia dei prigionieri, Faria fu

colpito da una catalessia, e morì.

— Capisco che ciò dovette sospendere il disegno di evasione.

— Pel morto, sì, rispose de Boville, ma non pel vivo; questo Dantès al

contrario vi ritrovò un mezzo per sollecitare la sua fuga; egli senza

dubbio pensava che i morti del castello d’If fossero seppelliti in un

ordinario cimitero; trasportò il defunto nella sua camera, prese posto

nel sacco entro cui era stato cucito, ed aspettò il momento che lo

avrebbero seppellito.

— Era un espediente rischioso e che esigeva non poco coraggio, riprese

l’inglese.

— Oh! vi ho detto che costui era un uomo molto pericoloso;

fortunatamente però che egli stesso ha liberato il governo dai timori

che aveva su questo soggetto.

— Ed in qual modo? — Come! non lo immaginate?

— No. — Il castello d’If non ha cimitero; ed i morti si gettano

semplicemente in mare dopo avere attaccata ai loro piedi una palla

da 36. — Ebbene? disse l’inglese come se avesse difficoltà a capire.

— Ebbene! gli fu attaccata una palla da 36 ai piedi, e fu gettato in

mare. — Davvero! gridò l’inglese. — Sì signore, continuò l’ispettore.

Capirete quale sarà stata la meraviglia del fuggitivo allorchè si sentì

precipitare dall’alto al basso del castello. Avrei voluto vedere la sua

figura in quel momento. — Sarebbe stato difficile. — Non importa, disse

Boville, che la certezza di rimborsare i suoi 200 mila fr. metteva

di buon umore; me la figuro. — E dette uno scoppio di risa. — Ed io

pure, disse l’inglese: e si mise a ridere anche egli, ma come fanno

gl’Inglesi, vale a dire sulla punta dei denti. — In tal modo, continuò

l’inglese, in tal modo il fuggitivo fu annegato?

— Bello, e bene. — Di maniera che il governatore del castello fu

liberato ad un tempo da un furioso, e da un pazzo. — Precisamente. — Ma

sarà stato compilato una specie di atto su questo avvenimento? domandò

l’inglese.

— Sì, sì, l’atto mortuario. Voi capirete bene, i parenti di questo

Dantès, se egli ne ha, potrebbero aver qualche interessamento per

assicurarsi se è vivo, o morto.

— Di modo che, essi possono essere tranquilli se hanno ereditato da

lui. Egli è morto, e morto davvero.

— Oh! mio Dio, sì, e ne verrà rilasciato il certificato ogni qual volta

lo vorranno. — Così sia, disse l’inglese. Ma ritorniamo ai registri.

— È vero. Questa storia ci aveva divagati; perdono. — Perdono di che?

della storia? al contrario; essa mi è sembrata molto curiosa. — E lo

è di fatto. Così voi desideravate vedere tutto ciò che è relativo al

vostro povero precettore, che era la stessa dolcezza? — Ciò mi farà un

vero piacere. — Passiamo nel mio gabinetto, e vi mostrerò le relative

carte.

Ed entrambi passarono nel gabinetto di studio del sig. de Boville.

Tutto era effettivamente nell’ordine più perfetto: ciascun registro era

al suo numero, ciascuna filza nella sua casella.

L’ispettore fe’ sedere l’inglese in una poltrona, e depose davanti a

lui il registro, e le filze relative al castello d’If, dandogli tutto

il comodo di sfogliarle, nel mentre che, egli stesso seduto in un

angolo mettevasi a leggere un giornale.

L’inglese trovò finalmente la filza relativa al suo istruttore Faria,

ma sembrò che la storia raccontatagli da de Boville avesse in lui

destato grande interessamento; chè dopo aver preso conoscenza di

queste prime carte, continuò a sfogliare fino a che ritrovò quella

che riguardava Edmondo Dantès. Là ritrovò ogni cosa al suo posto,

denunzia, interrogatorio, petizione di Morrel, postille di Villefort.

Egli piegò chetamente la denunzia, e se la pose in saccoccia, lesse

l’interrogatorio, e vide che non era stato segnato il nome di Noirtier,

percorse la domanda in data del 10 aprile 1815, nella quale Morrel,

dietro il consiglio del sostituto, esagerava con eccellente intenzione

(poichè allora regnava Napoleone) i servigi che Dantès aveva resi

alla causa imperiale, servigi che il certificato di Villefort rendeva

incontrastabili. Allora capì tutto. Questa domanda a Napoleone

trattenuta da Villefort, era diventata sotto la seconda restaurazione

un’arma terribile nelle mani del procuratore del Re. Egli non si

maravigliò dunque più, sfogliando il registro, di ritrovare in nota al

suo nome quanto segue:

| Bonapartista arrabbiato;

| ha preso parte attiva

| al ritorno dall’Isola

Edmondo Dantès | d’Elba; da tenersi

| nella più gran segreta

| e sotto la più stretta

| sorveglianza.

Al disotto di queste linee stava scritto di altro carattere.

«Vista la nota qui sopra, _nulla a farsi_.» Soltanto paragonando il

carattere del registro con quello del certificato posto ai piedi della

domanda di Morrel, egli acquistò la certezza che la nota del registro

era dello stesso carattere del certificato, cioè scritta dalla mano di

Villefort.

In quanto alla nota che l’accompagnava, l’inglese capì che doveva

essere stata scritta da qualche ispettore che avea preso interessamento

momentaneamente alla situazione di Dantès, ma che i recapiti citati

avevano messo nell’impossibilità di darvi corso.

Come si disse l’ispettore, per discrezione, e per non incomodare nelle

sue ricerche l’allievo di Faria, si era allontanato, e leggeva _le

Drapeau blanc_. Egli adunque non vide l’inglese piegare e mettersi

in saccoccia la denunzia scritta da Danglars sotto il pergolato

della _Réserve_, e che portava il bollo della posta di Marsiglia, 28

febbraio. Ma bisogna dirlo, se lo avesse veduto, annetteva sì poca

importanza a questa carta, e tanta ai suoi 200 mila franchi per opporsi

a ciò che faceva l’inglese, per quanto fosse irregolare.

— Grazie, disse questi chiudendo con romore il registro. Ho veduto

quanto mi abbisognava: ora sta a me a mantenere la mia promessa:

fatemi una semplice girata del vostro credilo; confessate in essa di

avere ricevuto il contante, ed io vi pago subito questa somma. — Cedè

il posto al sig. de Boville, che vi si assise senza complimenti, e si

affrettò di fare la chiesta _girata_, nel mentre che l’inglese contava

i biglietti di banca all’angolo della tavola.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 38 / 140 题