Coloro che hanno percorso a piedi il mezzogiorno della Francia avranno
potuto notare fra Bellegarde e Beaucaire, circa a mezza strada dal
villaggio alla città, ma pure un po’ più presso a Beaucaire che a
Bellegarde, un piccolo albergo, fuori del quale sta appesa una tavola
che stride al più piccolo vento, e su cui è grottescamente dipinto
il Ponte di Gard. Questo piccolo albergo, prendendo per direzione
il corso del Rodano, è situato dalla parte sinistra della strada,
voltando le spalle al fiume; vi è unito ciò che nella Linguadoca vien
chiamato giardino, vale a dire che il lato opposto a quello che tiene
aperta la porta ai viaggiatori, porge sopra un recinto chiuso su cui
vegetano alcuni ulivi, qualche fico selvaggio, colle foglie inargentate
dalla polvere della strada; fra i loro intervalli nascono, invece di
legumi, il pepe d’India, le cipolline, e lo zafferano; finalmente in
uno degli angoli, come una sentinella dimenticata, cresce un gran
girasole, lanciando in alto il suo fusto malinconico e flessibile,
ed aprendo a ventaglio la cima. Tutti questi alberi grandi e piccoli
sono tutti piegati nella direzione del maestrale, uno dei tre flagelli
della Provenza. Qua e là sulla circostante pianura, che rassomiglia ad
un gran lago di polvere, vegetano alcune spighe di frumento che gli
ortolani del paese coltivano senza dubbio per curiosità, e ciascuna
delle quali serve di ricovero ad una cicala che perseguita col suo
canto aspro e monotono il viaggiatore perdutosi in questa Tebaide. Da
sette o otto anni circa questo piccolo albergo era condotto da un uomo
ed una donna che avevano per soli domestici una cameriera chiamata
Trinetta ed uno stalliere che rispondeva al nome di Pacaud, doppia
cooperazione, che del resto era più che sufficiente ai bisogni del
servizio, dappoichè un canale scavato fra Beaucaire e Aigues-mortes
aveva fatto sostituire vittoriosamente i battelli ai barrocci, e le
barche alle _diligenze_. Questo canale, come per rendere più vivi i
dispiaceri dei disgraziati albergatori che rovinava, passava fra il
Rodano che lo alimenta, e la strada che lo dissecca, a cento passi
circa dall’albergo di cui abbiamo dato una breve ma fedele descrizione.
Non dimentichiamo un cane, vecchio guardiano per la notte e che
abbaiava ciò nonostante contro i passeggieri così nel giorno come fra
le tenebre, tanto aveva perduto poco alla volta l’abitudine di vedere
viaggiatori.
Il conduttore di questo piccolo albergo era un uomo dai 40 ai 42 anni,
grande, secco e nerboruto, vero tipo meridionale, cogli occhi infossati
e vivaci, col naso a becco d’aquila e i denti bianchi come quelli
di un animale carnivoro. I capelli che sembravano, ad onta dei primi
soffi dell’età, non potersi risolvere a diventar bianchi, erano come la
barba, che portava lunga e ad uso di collare, fitti, crespi e appena
sparsi di qualche pelo grigio: il colorito naturalmente scuro era
ricoperto ancora da una nuova patina nerastra, presa dall’abitudine che
aveva il povero diavolo, di starsi dalla mattina alla sera sul limitare
della porta, per vedere se o a piedi, o in carrozza giungeva qualche
avventore, aspettativa, che quasi sempre andava perduta, e durante
la quale egli non opponeva alcun preservativo all’azione dei raggi
divoratori del sole sul suo viso, fuorchè un fazzoletto rosso annodato
sulla testa secondo il costume dei mulattieri spagnuoli. Quest’uomo
è un’antica nostra conoscenza, è Gaspero Caderousse. Sua moglie al
contrario, che nubile si chiamava Maddalena Radelle, era una donna
pallida, magra e malaticcia. Nata nei contorni d’Arles aveva veduto,
conservando tutte le tracce primitive della bellezza tradizionale delle
sue compatriotte, il suo viso scomporsi lentamente negli accessi quasi
continui di una di quelle febbri sorde, tanto comuni alle popolazioni
vicine agli stagni di _Aigues-mortes_ ed alle paludi della _Camargue_.
Ella stava adunque quasi sempre seduta e tremante nel fondo della
sua camera situata al primo piano, o stesa sur un sofà, o appoggiata
contro il letto, mentre che suo marito faceva la guardia consueta alla
porta della casa, fazione che egli prolungava tanto più volentieri, in
quanto che ogni volta che si accostava alla sua aspra metà, questa lo
perseguitava con eterne lagnanze contro la sorte, alle quali suo marito
non rispondeva d’ordinario che con queste filosofiche parole:
— Taci là, Carconta! Dio vuole così!
Questo soprannome era dato a Maddalena Radelle, perchè era nata nel
piccolo villaggio della Carconta, posto fra Salon e Lambèse. Or secondo
un costume del paese, le persone vengono quasi sempre chiamate con
un soprannome, e suo marito aveva sostituito questo vocabolo alla
parola Maddalena troppo dolce, e forse poco sonora pel suo rozzo
linguaggio. Però ad onta di questa pretesa rassegnazione ai decreti
della Provvidenza, non si creda che il nostro albergatore non sentisse
profondamente lo stato deplorabile in cui lo aveva ridotto quel
miserabile canale di Beaucaire, e che egli fosse invulnerabile alle
incessanti lamentazioni con cui lo perseguitava sua moglie. Era, come
tutti i meridionali, un uomo moderato e senza grandi bisogni, ma pieno
di vanità per tutte le cose esteriori. Per tal modo nei tempi della
sua prosperità, non lasciava mai passare nè una festa di villaggio, nè
una processione senza farvisi vedere con la sua Carconta; l’uno col
suo costume pittoresco degli uomini del mezzogiorno, e che partecipa
ad un tempo del catalano e dell’andaluso, l’altra col grazioso abito
delle donne d’Arles, che sembra preso dalla Grecia e dall’Arabia. Ma
un poco per volta, catene da orologio, collane, cinture a mille colori,
giubbe gallonate, vesti di velluto, calze ricamate, ghette variopinte,
scarpe con fibbie d’argento erano sparite; e Gaspero Caderousse, non
potendo più farsi vedere nell’altezza del suo passato splendore, aveva
rinunciato per sè e per sua moglie a tutte queste pompe mondane, di cui
sentiva, rodendosi sordamente il cuore, i festevoli rumori fino sulla
soglia del suo povero albergo, che continuava a conservare ancora più
come un ricovero che come una speculazione. Caderousse, secondo la
sua abitudine, erasi fermato una gran parte della mattina avanti la
porta, girando lo sguardo malinconico da una piccola zolla intorno a
cui erano alcune galline, alle due estremità della strada deserta che
si perdevano una al mezzogiorno e l’altra al nord; quando d’improvviso
la voce aspra di sua moglie lo costrinse ad abbandonare il posto.
Egli rientrò brontolando e salì al primo piano, lasciando però sempre
aperta e spalancata la porta, come per invitare i viaggiatori a non
dimenticarlo passando.
Nel momento che Caderousse entrava, la grande strada di cui abbiamo
parlato, e che veniva percorsa dal suo sguardo, era nuda, e solitaria
quanto il deserto, dalla parte di mezzogiorno: si estendeva bianca ed
infinita fra due file d’alberi sottili, e si comprenderà facilmente
che nessun viaggiatore libero di scegliere un’altra ora del giorno si
sarebbe avventurato in questo spaventevole Sahara. Ciò non ostante,
contro tutte le probabilità, se Caderousse fosse rimasto al suo posto
avrebbe potuto scorgere dalla parte di Bellegarde, un cavaliere ed un
cavallo camminare con quell’andamento cortese ed amichevole che indica
le migliori relazioni fra l’uomo e l’animale; il cavallo era di razza
ungherese, e andava comodamente al trotto; il cavaliere era un prete
vestito di nero col cappello a tre angoli. Ad onta dell’eccessivo
calore d’un sole ardente nell’ora del mezzogiorno, essi non andavano
che di un trotto molto regolato. Questo gruppo, giunto dinanzi alla
porta, si fermò.
Sarebbe stato difficile il risolvere se l’uomo fermò il cavallo, o
il cavallo fermò l’uomo; in ogni modo il cavaliere mise il piede a
terra, e tirando l’animale per le redini, lo legò ad un arpione di
uno sportello rovinato, che non reggeva più se non sopra un cardine;
quindi avanzandosi verso la porta, e asciugandosi la fronte grondante
sudore con un fazzoletto di cotone rosso, l’abate battè tre colpi sul
limitare, col puntale di ferro del bastone che aveva in mano.
Tosto il gran cane nero si alzò, fece qualche passo, abbaiando e
mostrando i denti bianchi ed acuti, doppia dimostrazione ostile, che
provava la poca abitudine che aveva della società. Subito dopo, un
passo grave rumoreggiò sulla scala di legno che si arrampicava lungo
il muro, e per la quale discendeva, curvandosi all’indietro, l’oste del
povero albergo, sulla soglia del quale stava il prete.
— Eccomi! diceva Caderousse tutto maravigliato; eccomi! vuoi tu
tacerti, Margotin! non abbiate paura, signore, egli abbaia, ma non
morde. Voi desiderate del vino, n’è vero? perchè fa un sole tremendo...
Ah! perdono, interruppe Caderousse, vedendo con quale specie di
passeggiere parlava; perdono, io non sapeva chi avevo l’onore di
ricevere. Che desiderate, sig. abate? sono ai vostri ordini.
Il prete guardò quest’uomo per due o tre secondi con una attenzione
straordinaria, e sembrò cercasse ancora di attirare sopra di sè
l’attenzione dell’albergatore; ma vedendo che i lineamenti di costui
non esprimevano altro sentimento che la sorpresa di non avere una
risposta, giudicò fosse tempo di finirla e disse con un accento
italiano ben pronunziato: — Non siete voi il sig. Caderousse?
— Sì signore, disse l’oste, forse meravigliato ancora più della domanda
che del silenzio; sono effettivamente Gaspero Caderousse per servirvi.
— Gaspero Caderousse?... Sì,... credo bene che sia questo il nome e
cognome. Voi dimoravate in altro tempo sui viali di Meillan, n’è vero,
al quarto piano? — Precisamente.
— Ed esercitavate la professione di sartore?
— Sì, ma la mia professione andò male, fa tanto caldo in Marsiglia, che
credo, finirà che nessuno si vestirà più. Ma a proposito di calore, non
volete voi prender qualche cosa per rinfrescarvi, signor abate?
— Sia pure. Datemi una bottiglia del miglior vino che abbiate, e poi
riprenderemo la conversazione, se non vi dispiace, al punto in cui la
lasciamo.
— Come vi farà più piacere, sig. abate, — disse Caderousse, e per non
perdere l’occasione di esitare una delle ultime bottiglie di vino di
Cahors che gli restavano, Caderousse si affrettò ad alzare una botola
che copriva un’apertura fatta nel pavimento della camera a pian terreno
che serviva ad un tempo di sala e di cucina. Allorchè in capo a cinque
minuti ricomparve, ritrovò l’abate assiso sur uno sgabello col gomito
appoggiato su di una lunga tavola; mentre che Margotin, sembrando aver
fatto pace con lui, aspettava, che contro il solito questo singolare
viaggiatore prendesse qualche cosa, allungava su la coscia il suo collo
scarno, e l’occhio languente.
— Siete solo? domandò l’abate all’oste, mentre che questi gli metteva
davanti la bottiglia, ed il bicchiere.
— Oh! mio Dio, sì solo o circa, poichè io ho una moglie che non mi può
aiutare in cosa alcuna, attesochè la povera Carconta è quasi sempre
malata.
— Ah! siete ammogliato, disse l’abate con una specie d’interessamento,
girando intorno a sè uno sguardo, che sembrava stimare il tenue valore
del meschino mobilio della camera.
— Vi accorgete che non sono ricco, n’è vero? disse sospirando
Caderousse, ma per essere fortunato in questo mondo non basta sempre
l’essere onesto uomo.
L’abate fissò uno sguardo indagatore su di lui.
— Sì, un onesto uomo; di ciò posso vantarmi, disse l’oste sostenendo
lo sguardo dell’abate, con una mano sul petto e alzando la testa di
basso in alto, e, ai giorni nostri non tutti possono dire altrettanto.
— Tanto meglio, se è vero ciò, di cui vi vantate; poichè io ho la ferma
convinzione che presto o tardi l’uomo onesto viene ricompensato, ed il
perverso punito.
— Il vostro stato vi fa dir così, sig. abate, il vostro stato vi fa
dir così, ripetè Caderousse con un’amara espressione. Il fatto però ci
mostra che noi siamo liberi di poter credere il contrario di ciò che
dite. — Avete torto di parlar così, disse l’abate, perché forse fra
momenti sarò per voi una prova di ciò che asserisco. — Che volete dire?
domandò Caderousse con meraviglia. — Voglio dire, che prima di tutto
bisogna che mi assicuri se voi siete realmente quello col quale devo
aver che fare. — Quali prove volete che io vi dia?
— Avete voi conosciuto nel 1814, o 1815, un marinaio che si chiamava
Dantès?
— Dantès! se io ho conosciuto il povero Edmondo? Lo credo bene! era
anzi uno dei miei migliori amici! gridò Caderousse il cui volto erasi
fatto color di porpora, mentre che l’occhio chiaro e sicuro dell’abate
sembrava dilatarsi per coprire interamente colui che interrogava. —
Sì, io credo che infatto si chiamasse Edmondo. — Se egli si chiamava
Edmondo? il giovinotto! lo credo bene! tanto è vero, quanto io mi
chiamo Gaspero Caderousse. E che n’è divenuto, signore, di questo
povero Edmondo? continuò l’albergatore, l’avreste voi conosciuto? ov’è
al presente? è libero? è felice?
— È morto prigioniero, più disperato e più miserabile dei forzati che
trascinano la catena al bagno di Tolone.
Un pallore mortale successe al rossore che si era sparso sulle prime
sul viso di Caderousse. Egli si alzò, e l’abate lo vide asciugarsi
una lagrima con un canto del fazzoletto che gli serviva di berretto.
— Povero giovinotto, mormorò Caderousse. Ebbene ecco ancora un’altra
prova di ciò che io vi diceva, che il destino in questa vita non
è favorevole che ai malvagi... Ah! continuò Caderousse con quel
linguaggio animato delle genti del mezzogiorno, questo mondo va di male
in peggio. Che piova dunque una volta dal cielo per due giorni polvere
da cannone, e poi subito dopo, un’ora di fuoco! così sarà tutto finito.
— Sembra che voi amaste molto di cuore questo giovine? domandò
l’abate. — Sì, io lo amava molto, disse Caderousse, quantunque debba
rimproverarmi di averne per un momento invidiata la felicità. Ma
dopo, ve lo giuro, parola di Caderousse, ne ho pianto molto la sorte
infelice.
Fecesi un momento di silenzio, durante il quale lo sguardo fisso
dell’abate non cessò di studiare la fisonomia mobile dell’albergatore.
— E voi lo avete conosciuto, il povero giovine? continuò Caderousse. —
Io fui chiamato al suo letto di morte per prestargli gli ultimi uffici,
rispose l’abate.
— E di che male è morto? domandò Caderousse con voce soffocata. — E
di qual male si muore in prigione all’età di trent’anni, se non è la
prigione stessa che uccide?
Caderousse asciugò il sudore che gli cadeva dalla fronte.
— Ciò che vi ha di strano in tutto questo, riprese l’abate, si è che
Dantès, al letto di morte, mi ha giurato di non sapere, la vera causa
della sua prigionia.
— È vero, è vero, mormorò Caderousse, egli non poteva saperla; no, il
povero giovine non mentiva.
— Ed è appunto perciò che mi ha incaricato di porre in chiaro ciò che
non aveva mai potuto rischiarare da sè stesso; e di riabilitare la sua
memoria, se questa avesse ricevuta qualche macchia.
E lo sguardo dell’abate divenendo sempre più fisso, divorò
l’espressione quasi tetra che apparve sul viso di Caderousse.
— Un ricco inglese, continuò l’abate, che fu suo compagno di prigione,
e che venne liberato alla seconda restaurazione, era possessore di un
diamante di gran valore. Uscendo di prigione, siccome Dantès lo aveva
assistito come un fratello in una lunga malattia che aveva sofferto,
volle lasciargli una testimonianza della sua riconoscenza, e gli regalò
questo diamante. Dantès invece di servirsene per sedurre i carcerieri,
che d’altra parte potevano prenderlo, e poi tradirlo, lo custodì sempre
gelosamente pel caso che uscisse di prigione; poichè se fosse uscito la
sua fortuna era assicurata colla vendita di quel solo diamante.
— Era dunque, domandò Caderousse con occhi ardenti, un diamante di
sommo valore?
— Tutto è relativo, rispose l’abate; era di gran valore per Edmondo; è
stato stimato 50 mila franchi.
— 50 mila franchi! esclamò Caderousse; sarà stato grosso come una noce?
— No, disse l’abate, ma ne potrete giudicare da voi stesso avendolo
io in dosso. — Caderousse sembrò cercare con gli occhi sotto le vesti
dell’abate il deposito di cui parlava. L’abate cavò di saccoccia una
scatolina di marrocchino nero, l’aprì, e fece brillare innanzi agli
occhi abbagliati di Caderousse la sfavillante meraviglia, legata sopra
un anello di lavoro ammirabile.
— E questo vale 50 mila franchi? domandò avidamente Caderousse. —
Senza la legatura, che ancor essa è di un certo valore; — indi chiuse
la scatoletta, e rimise in saccoccia il diamante che continuava a
sfavillare nel fondo della immaginazione di Caderousse. — Ma come vi
trovate possessore di questo diamante? domandò Caderousse; Edmondo vi
ha dunque costituito suo erede?
— No, ma suo esecutore testamentario. Io aveva tre buoni amici ed una
fidanzata, mi diss’egli; tutti e quattro, ne son certo, mi compiangono
amaramente; uno di questi miei buoni amici si chiama Caderousse.
(Caderousse fremè).
— L’altro, continuò l’abate senza mostrare di essersi accorto
dell’emozione di Caderousse, si chiamava Danglars; il terzo, soggiunse,
benchè mio rivale, mi amava egualmente.
Un sorriso diabolico illuminò la fisonomia di Caderousse, che fece un
movimento per interrompere l’abate.
— Aspettate, disse l’abate, lasciatemi finire, e se avrete qualche
osservazione a farmi, la farete in breve. «L’altro, sebbene mio
rivale, mi amava egualmente, e si chiamava Fernando; in quanto alla
mia fidanzata, il suo nome era....» Io non mi ricordo più il nome della
fidanzata, disse l’abate.
— Mercedès, soggiunse Caderousse.
— Ah sì, è vero, riprese l’abate con sorriso soffocato, Mercedès...
— Ebbene? dimandò Caderousse. — Datemi una bottiglia d’acqua, disse
l’abate. — Caderousse si sollecitò ad obbedire. L’abate empì il
bicchiere, e bevette qualche sorso. — A che n’eravamo noi? domandò
di poi posando il bicchiere sulla tavola. La fidanzata si chiamava
Mercedès; sì, è questo. «Voi andrete da Mercedès... (è Dantès che
parla, capite bene?). E venderete questo diamante, ne farete cinque
parti, e le dividerete fra questi miei buoni amici, i soli esseri che
mi hanno amato su questa terra!»
— In che modo cinque parti? disse Caderousse; non avete nominate che
quattro persone.
— Perchè la quinta è morta, da quanto mi è stato detto... era essa il
padre di Dantès.
— Pur troppo, è vero! disse Caderousse commosso dalle passioni che si
urtavano nel suo cuore; pur troppo! sì, il pover’uomo è morto!
— Ho saputo quest’avvenimento a Marsiglia, rispose l’abate sforzandosi
di comparire indifferente; ma è tanto tempo che è avvenuta questa
morte, che non ho potuto raccogliere nessun particolare.... sapreste
voi dirmi qualche cosa di quel vecchio?
— Eh! disse Caderousse, chi lo può sapere meglio di me? Io abitava
porta a porta col buon uomo... Oh mio Dio! sì, un anno appena dopo la
sparizione di suo figlio, morì il povero vecchio!
— Ma di che morì?
— I medici nominarono la sua malattia; è morto di una gastro-enterite,
credo: quelli che lo conoscevano dicevano che era morto di dolore... e
io, che l’ho quasi veduto morire, dico che è morto... — Caderousse si
fermò.
— Morto di che? riprese con ansietà l’abate.
— Morto di fame.
— Di fame! gridò l’abate scuotendosi sullo sgabello... di fame!... il
più vile degli animali non muore di fame; i cani che vanno errando per
le contrade trovano una mano compassionevole che loro getta un tozzo di
pane! e un uomo, un cristiano è morto di fame in mezzo ad altri uomini,
che si dicono cristiani come lui! impossibile! oh! ciò è impossibile!
— Dissi ciò che dissi, riprese Caderousse.
— Tu hai torto, disse una voce dalle scale; di che ti mischi? — I
due uomini si voltarono e videro tra le sbarre della scala la testa
malaticcia della Carconta. Essa erasi trascinata fin là, ed ascoltava
la conversazione, assisa sull’ultimo scalino colla testa appoggiata
sulle ginocchia.
— Di che vieni tu a mischiarti, o moglie? disse Caderousse. Questo
signore domanda delle informazioni, la cortesia vuole che gli si diano.
— Ma prudenza vuole che ti taccia. Chi ti dice con quali intenzioni ti
si vuol far parlare, imbecille!
— Con una intenzione eccellente, ve ne rispondo io, disse l’abate.
Vostro marito adunque non ha nulla a temere, purchè mi risponda
francamente.
— Nulla a temere... Sì, si comincia con delle belle promesse, poi uno
si contenta di dire che non vi ha nulla a temere, quindi se ne va senza
custodir una parola di ciò che è stato detto, e un bel mattino cade la
disgrazia sopra una povera famiglia senza che si sappia da che parte
viene.
— State tranquilla, buona donna, rispose l’abate, la disgrazia non vi
verrà da parte mia, ve lo garantisco.
La Carconta brontolò qualche parola che non si potè capire, lasciò
ricadere sulle ginocchia la testa che per un momento aveva sollevata,
e continuò a tremare per la febbre, lasciando suo marito libero di
continuare la conversazione, ma situandosi in modo da non perderne una
parola.
Frattanto l’abate aveva bevuto qualche sorso d’acqua e si era rimesso.
— Ma, riprese egli, questo disgraziato vecchio era adunque talmente
abbandonato da tutti che dovè perire di una tal morte?
— Oh! signore, riprese Caderousse, Mercedès la catalana ed il sig.
Morrel non lo avevano abbandonato; ma il povero vecchio aveva presa una
profonda antipatia per Fernando, quello stesso, continuò Caderousse con
sorriso ironico, che Dantès vi disse essere uno dei suoi amici.
— Ma dunque non lo era? domandò l’abate.
— Gaspero, Gaspero, mormorò la donna dall’alto della scala; fa bene
attenzione a ciò che stai per dire. — Caderousse fece un movimento
d’impazienza e senza dare veruna risposta a quella che lo interrompeva:
— Si può egli mai essere l’amico di quello a cui si vuol portar via la
fidanzata? rispose egli all’abate. Dantès, che aveva il cuore d’oro,
chiamava tutti coloro suoi amici... povero Edmondo... eppure è meglio
che non abbia saputo nulla, avrebbe durata troppo fatica a perdonar in
punto di morte... quantunque, che che se ne dica, continuò Caderousse
col suo linguaggio che non mancava di una specie di rozza poesia, ho
più paura della maledizione dei morti che dell’odio dei vivi.
— Imbecille, gli disse la Carconta.
— Sapete voi dunque, continuò l’abate, ciò che questo Fernando ha fatto
contro Dantès?
— Se lo so? lo credo bene!
— Parlate allora.
— Gaspero, fa ciò che vuoi, sei il padrone, disse la moglie, ma se mi
dai retta, non dirai nulla.
— Questa volta, moglie mia, credo che tu abbia ragione.
— Così voi non volete dir nulla, riprese l’abate.
— E a che serve? disse Caderousse. Se Edmondo fosse vivo, e che una
volta per tutte venisse da me per conoscere tutti i suoi amici e
nemici, io parlerei; ma egli ora è sotterra, per quanto mi avete detto,
non può più avere odii, non può più vendicarsi, dimentichiamo tutto.
— Volete allora, disse l’abate, che io dia a questi individui, che
voi mi qualificate per indegni e falsi amici, una ricompensa destinata
alla fedeltà? — È vero, avete ragione, disse Caderousse. D’altra parte
ora a che servirebbe loro, il legato del povero Edmondo, sarebbe una
goccia d’acqua caduta in mare. — Senza calcolare che quella gente può
schiacciarti con un gesto, disse la moglie.
— Ed in qual modo? coloro adunque sono divenuti ricchi e potenti? — Voi
dunque non sapete la loro storia?
— No, raccontatemela.
Caderousse parve riflettere un momento.
— No, in verità, diss’egli, sarebbe troppo lunga.
— Siete libero di tacervi, amico mio, disse l’abate con l’accento della
più grande indifferenza, ed io rispetto i vostri scrupoli, d’altra
parte il vostro modo di condurvi è veramente da uomo dabbene; non ne
parliamo adunque più. Di che cosa era io incaricato? di una semplice
formalità: venderò adunque questo diamante. — E lo cavò di saccoccia
facendolo brillare una seconda volta innanzi agli occhi di Caderousse.
— Vieni adunque a vedere, moglie mia, disse questi con voce rauca.
— Un diamante! disse la Carconta levandosi e discendendo, con passo
abbastanza fermo, la scala. E che cosa è dunque questo diamante?
— Ah! tu non hai inteso? disse Caderousse; è un diamante che il giovine
ci ha lasciato in legato; prima a suo padre, poi ai suoi tre amici
Fernando, Danglars ed io, e a Mercedès sua fidanzata; questo diamante
costa 50mila fr.
— Oh! il bel gioiello! diss’ella. — Il quinto allora di questa somma
appartiene a noi? disse Caderousse.
— Sì, rispose l’abate, e più la parte del padre che mi credo
autorizzato a ripartire su voi quattro.
— E perchè su noi quattro? domandò la Carconta.
— Perchè voi siete i quattro amici d’Edmondo.
— Non sono amici coloro che tradiscono, mormorò sottovoce a sua volta
la donna. — Sì, sì, disse Caderousse, e ciò diceva anch’io. È quasi
una profanazione, quasi un sacrilegio, il dare una ricompensa al
tradimento e fors’anche al delitto. — Siete voi che lo volete, rispose
tranquillamente l’abate, rimettendo il diamante nella tasca della
sottana; ora datemi l’indirizzo degli amici di Edmondo affinchè io
possa eseguire le sue ultime volontà.
Il sudore colava a grosse gocce dalla fronte di Caderousse; egli vide
l’abate alzarsi, e dirigersi verso la porta, come per dare un’occhiata
d’avviso al cavallo e ritornare. Caderousse e sua moglie si guardavano
con una espressione indicibile. — Il diamante sarebbe tutto nostro...
per intero! disse Caderousse. — Lo credi tu, rispose la donna. — Un
uomo del suo sacro carattere non vorrà ingannarci. — Fa come vuoi,
disse la donna: in quanto a me, non me ne mischio. — E tutta tremante,
riprese la via delle scale, i denti le battevano, ad onta che facesse
un caldo ardente. Sull’ultimo scalino si fermò un momento:
— Rifletteteci bene, Gaspero, diss’ella.
— Io sono risoluto, rispose Caderousse. — La Carconta rientrò
sospirando nella sua camera: il piancito si sentì stridere sotto i suoi
passi fino a che ebbe raggiunto il sofà sul quale cadde assisa come un
corpo morto.
— A che siete voi risoluto? domandò l’abate.
— A dirvi tutto, rispose Caderousse.
— In verità, credo che sia ciò che vi ha di meglio a farsi; non che io
abbia alcuna importanza a saper cose che voi vorreste nascondere, ma
finalmente, se potreste condurmi a distribuire i legati secondo i voti
del testatore, ciò sarebbe molto meglio.
— Lo spero, rispose Caderousse con le guance infiammate dal rossore
della speranza e della cupidigia.
— Io vi ascolto, disse l’abate.
— Aspettate, riprese Caderousse, potremmo essere interrotti nel punto
più importante, e sarebbe disgradevole; d’altra parte è inutile che si
sappia, che voi siete venuto qui. — Andò alla porta dell’albergo che
chiuse, e per maggior cautela vi mise la sbarra della notte. In questo
intervallo l’abate scelse il posto per ascoltare a suo bell’agio; si
assise in un angolo in modo da rimanere nell’ombra, mentre che la luce
sarebbe caduta pienamente sul viso del suo interlocutore. In quanto
a lui colla testa inclinata, le mani giunte o piuttosto serrate, si
preparava ad ascoltare attentamente.
Caderousse avvicinò uno sgabello, e si assise in faccia all’abate.
— Sovvienti che io non ti ho spinto a nulla, disse la voce tremolante
della Carconta, come se, attraverso al pavimento, avesse potuto vedere
la scena che si stava preparando.
— Sta bene, sta bene, disse Caderousse; non ne parliamo più; prendo
tutto su di me. — E incominciò così.