XXIV. — L’ABBAGLIAMENTO.

Il sole era pervenuto a circa un terzo del suo corso, i raggi di

maggio cadevano caldi e vivificanti su queste rocce che sembravano

anch’esse sensibili a questo calore. Migliaia di cicale invisibili

fra i cespugli, facevano sentire il loro mormorio monotono e continuo.

Le foglie dei mirti e degli ulivi si agitavano tremanti, e mandavano

un rumore quasi metallico. A ciascun passo che faceva Edmondo sul

riscaldato granito fuggivano dei mosconi che sembravano smeraldi. Si

vedevano da lungi balzare, sul pendio inclinato dell’isola, le capre

selvagge che vi attirano qualche volta i cacciatori; in una parola

l’isola era abitata, vivente, animata, e ciò non pertanto Edmondo

si sentiva solo, sotto la mano di Dio. Egli provava una non so quale

emozione, molto somigliante alla paura. Era quella diffidenza del pieno

giorno, che fa supporre, anche nel deserto, che vi possano essere degli

occhi inquisitori aperti ad osservarci. Questo sentimento fu sì forte,

che al momento di cominciare il lavoro, Edmondo si fermò, depose la

zappa, riprese il fucile, salì un’ultima volta su la roccia più elevata

dell’isola, e di là girò lo sguardo attentamente su tutto ciò che

lo circondava. Ma, dobbiamo dirlo, ciò che attirò la sua attenzione,

non fu la poetica Corsica di cui egli poteva perfino distinguere le

case, non la Sardegna, a lui quasi sconosciuta, che le fa seguito,

non l’isola d’Elba dai giganteschi ricordi, e finalmente non quella

linea impercettibile che si estende sull’orizzonte, e che, all’occhio

esercitato del marinaro, rivela la situazione della superba Genova,

e della commerciante Livorno; no, ma fu il brigantino ch’era partito

a punto di giorno e la tartana partita da poco. Il primo, stava per

sparire nello stretto di S. Bonifazio; l’altra seguendo la strada

opposta costeggiava la Corsica per oltrepassarla.

Questa vista rassicurò Edmondo: ricondusse allora lo sguardo

sugli oggetti che lo circondavano più da vicino: si vide sul punto

più elevato della conica isola, piccola statua di questo immenso

piedistallo: intorno a lui non v’era un uomo, non una barca: niente

altro che l’azzurro mare che veniva a percuotere la base dell’isola,

ornandola di una eterna frangia d’argento. Allora discese con passo

rapido, ma prudente; temeva troppo in un simile momento un accidente

simile a quello che aveva tanto abilmente e felicemente simulato.

Dantès come abbiamo detto, aveva ripercorso il cammino, guidato dai

solchi scavati sulle rocce, ed aveva veduto che questa linea conduceva

ad un piccolo seno nascosto come un bagno di antica ninfa. Questo seno

era abbastanza profondo nel centro, perchè un piccolo bastimento del

genere delle Speronare potesse entrarvi, e rimanervi nascosto. Allora,

seguendo il filo delle induzioni, quel filo che fra le mani di Faria

aveva veduto guidare in una maniera così ingegnosa fra il dedalo delle

probabilità, pensò che Guido Spada, nello scopo di non farsi vedere,

fosse approdato a questo seno, quivi nascosto il piccolo naviglio,

avesse seguita la linea indicata dalle intaccature, e nella estremità

di essa sepolto il tesoro. Questa supposizione ricondusse Dantès presso

la roccia circolare. Una cosa soltanto lo inquietava, e sconvolgeva

tutte le sue idee in dinamica: come erasi potuto, senza impiegare forze

considerevoli, innalzare questa roccia, che pesava forse cinque o sei

migliaia, sulla specie di base su cui era posta?

D’improvviso fu colpito da un’idea. Invece di farla salire, disse tra

sè, l’avranno fatta discendere. Ed egli stesso si slanciò al di sopra

della roccia, per cercare il posto della sua primitiva base. Infatto

vide ben presto, ch’era stata praticata una leggera inclinazione,

la roccia aveva strisciato sulla base, ed era venuta a fermarsi

nella direzione in cui un’altra roccia, grossa come una pietra da

taglio ordinaria gli aveva servito di base. Erano stati impiegati dei

sassolini e delle pietre per far sparire ogni traccia di mancanza di

continuità, questo piccolo lavoro da muratore era stato ricoperto di

terra vegetabile, vi era nata l’erba, ed il musco vi si era esteso,

qualche seme di mirto e di lentischia vi si erano fermati, e l’antico

avanzo di roccia sembrava attaccato al suolo. Dantès sollevò con

cautela la terra, e riconobbe, o credè riconoscere tutto questo

ingegnoso artificio. Allora si accinse a distruggere colla zappa questo

muro intermediario, cementato dal tempo; dopo un lavoro di dieci minuti

il muro cedè, e rimase aperto un foro pel quale potevasi introdurre un

braccio. Dantès andò a troncare l’olivo più grosso in cui si abbattè,

lo spogliò dei rami, l’introdusse nel foro, e ne fece una leva; ma la

roccia era ad un tempo troppo pesante, e incastrata troppo solidamente

sull’inferiore, che forza umana non era bastante a smuoverla, fosse

stata pur quella d’Ercole.

Dantès riflettè allora esser necessario assaltar la roccia stessa, ma

con qual mezzo? Girò lo sguardo intorno a sè come fanno gli uomini

impacciati, e questo cadde sul corno di bufalo pieno di polvere che

avevagli lasciato Jacopo; egli sorrise: l’invenzione infernale avrebbe

compita l’opera.

Coll’aiuto della zappa, Dantès scavò fra la roccia superiore e

quella sopra cui era posta, un condotto di mina simile a quello

che fanno i guastatori, quando vogliono risparmiare alle braccia

dell’uomo una troppo lunga fatica. Quindi lo riempì di polvere ben

compressa e sfilando il fazzoletto, e immergendolo nella polvere,

ne fe’ una miccia, e messovi fuoco si allontanò. L’esplosione non

si fece attendere; la roccia superiore per un momento fu sollevata

dall’incalcolabile forza, quella inferiore andò in pezzi. Dalla piccola

apertura, che sul principio aveva praticata Dantès, uscì buon numero

d’insetti frementi ed un enorme serpente, guardiano di questo cammino

misterioso, il quale strisciando su sè stesso disparve.

Dantès si avvicinò. La roccia superiore, rimasta ormai senza appoggio

pendeva sull’abisso. L’intrepido cercatore vi girò attorno, scelse il

punto più vacillante, appoggiò la sua leva fra gl’intacchi, e a guisa

di Sisifo s’incurvò con tutta la forza contro la roccia, la quale di

già spostata dall’esplosione traballò. Dantès raddoppiò di sforzi. Si

sarebbe detto ch’egli era un nuovo Titano che sradicava le montagne per

far la guerra al padre degli Dei. Finalmente la roccia cedè, rotolò,

balzò, si precipitò, e disparve immergendosi nel mare. Essa lasciò

scoperto un vano circolare che metteva in vista un anello di ferro

impiombato nel mezzo di una pietra quadrata.

Dantès gettò un grido di gioia e di stupore. Giammai più magnifico

risultato aveva coronato un primo tentativo. Volle continuare, ma le

gambe gli tremavano così fortemente, il cuore gli batteva con tanta

violenza, una nube gli passava tanto ardente davanti agli occhi, che fu

costretto di fermarsi. Questo momento di esitazione però durò quanto

un lampo. Edmondo passò la leva nell’anello, l’alzò vigorosamente, e

la pietra spostata si aprì, scoprendo il rapido pendìo di una specie di

scala infossantesi nell’ombra di una grotta di più in più oscura.

Un altro vi si sarebbe precipitato, avrebbe gettato grida di esultanza

e di gioia: Dantès si fermò, impallidì, dubitò.

— Vediamo, diss’egli, siamo uomini. Avvezzi all’avversità, non ci

lasciamo abbattere da un disinganno, o senza questo avrei io tanto

sofferto? Il cuore si rompe allorchè, dopo essere stato dilatato oltre

misura dalla speranza, ritorna su sè stesso e si ricompone nella fredda

realtà. Faria non fe’ che un sogno; Guido Spada nulla ha seppellito in

questa grotta; forse anche non vi è mai venuto, o se vi venne, Cesare

Borgia, l’intrepido avventuriere, l’infaticabile capo ladrone vi sarà

approdato dopo di lui, avrà seguiti i medesimi segni che ho seguiti io,

avrà come me sollevata questa pietra, e, disceso prima di me, nulla

avrà lasciato da prendere a chi veniva dopo lui. — Dantès restò un

momento immobile, pensieroso, cogli occhi fissi sopra quest’apertura

tenebrosa e continua.

— Sì, sì, questa è un’avventura da trovar posto nella vita, mista di

oscurità e di luce, di questo reale bandito. In quel tessuto di strani

casi che compose la trama diaspra della sua esistenza, questo favoloso

avvenimento ha dovuto incatenarsi invincibilmente ad altri fatti.

Sì, Borgia è venuto una notte qui, tenendo in una mano una fiaccola,

nell’altra una spada, nel mentre che a venti passi da lui distante,

forse a piedi di quello scoglio, stavano cupi e minacciosi due sgherri

spiando la terra, l’aria ed il mare, mentre che il padrone entrava,

come sto per fare io, in quest’antro scuotendo le tenebre col suo

formidabile e fiammeggiante braccio. Sì, ma di quei sgherri ai quali

avrà dovuto comunicare il segreto, che ne avrà fatto Borgia? si domandò

Dantès. Ciò che fecero, rispose egli stesso sorridendo, dei becchini

d’Alarico, che vennero sotterrati col seppellito. Ora che io non

calcolo più su nulla, ora che sarebbe pazza cosa il conservar qualche

speranza, questa avventura non è più per me che una mera curiosità.

E restò ancora per poco tempo immobile e meditabondo.

— Però se vi fosse venuto, riprese Dantès, se avesse ritrovato e

portato il tesoro, Borgia, l’uomo che paragonava l’Italia ad un

carciofo, e che la mangiava foglia per foglia, Borgia sapeva troppo

bene impiegare il tempo per non perderne a rimettere questa roccia

sulla base... discendiamo.

Allora discese, il sorriso del dubbio sfiorava sulle sue labbra che

mormoravano quest’ultima parola dell’umana saggezza: — Può darsi!...

Ma in vece delle tenebre che si aspettava di ritrovare, in vece

di un’atmosfera opaca e trista, Dantès non vide che una gran luce

decomposta in un chiarore azzurrognolo; l’aria e la luce filtravano non

solo dall’apertura da lui praticata, ma ancora per delle screpolature

invisibili fra le rocce dalla parte esterna, e attraverso le quali si

vedeva il colore turchino del cielo, e ove si congiungevano i rami

tremolanti dei verdi cespugli e i ligamenti spinosi e parassiti dei

rovi. Dopo qualche secondo di dimora in questa grotta, la cui atmosfera

piuttosto odorosa che fetida, stava alla temperatura dell’isola come

l’ombra al sole, lo sguardo di Dantès, abituato come si disse, alle

tenebre, potè esplorare gli angoli più reconditi della caverna; essa

era di granito di cui le faccette sparse di pagliuole risplendevano

come diamanti.

— Ahimè! esclamò Dantès sorridendo, ecco senza fallo i tesori che

avrà lasciato lo Spada, e il buon Faria vedendo in sogno questi muri

risplendenti, si sarà fermato in queste ricche speranze!... — Si

ricordò poi le precise parole del testamento che sapeva a memoria.

«Nell’angolo più lontano della seconda apertura». Or Dantès non era

penetrato che nella prima grotta, gli abbisognava dunque cercare

l’entrata della seconda.

Si orizzontò allora. Questa seconda grotta doveva naturalmente

internarsi verso il centro dell’isola. Esaminò gli strati delle pietre,

e andò a battere sur una delle pareti che gli parve quella ove doveva

essere l’apertura, nascosta senza dubbio per maggior cautela. Con la

zappa ripercosse le pareti ad intervalli, tramandando la roccia un

rumore sì sordo e debole che faceva scorrere il sudore sulla fronte di

Dantès. Finalmente sembrò al perseverante minatore che una parte del

muro di granito risuonasse, e rispondesse con un eco più sordo e più

profondo all’appello che gli veniva fatto. Avvicinò lo sguardo ardente

al muro, e ritrovò, col tatto da prigioniero, ciò che niun altro

avrebbe forse riconosciuto: cioè che là doveva essere un’apertura.

Però, onde non fare un lavoro inutile, Dantès, che, a guisa di Cesare

Borgia, aveva studiato il valore del tempo, esplorò le altre pareti

colla zappa, percosse il suolo col calcio del fucile, smosse la sabbia

nei luoghi sospetti, e non avendo ritrovato nè riconosciuto nulla,

ritornò alla parte di muro che rendeva quel suono consolatore. Egli la

percosse di nuovo e con maggior forza.

Allora vide una cosa singolare; sotto i colpi dell’istrumento, una

specie d’intonaco come quello che si applica sui muri per dipingervi

a fresco, si sollevava e cadeva in croste, scoprendo una pietra

biancastra e granellosa, come quelle da taglio. L’apertura della roccia

era stata chiusa con pietre di altra natura, quindi vi avevano steso

l’intonaco, era stata imitata la tinta e la cristallizzazione del

granito. Dantès percosse allora colla parte tagliente della zappa,

questa penetrò per un pollice nella porta a muro.

Era là che bisognava lavorare.

Per uno strano mistero dell’umana organizzazione, più si avveravano, e

si accumulavano le prove che Faria non doveva essersi ingannato, e più

il cuore di Dantès indebolito e stanco si lasciava andare in preda al

dubbio, e quasi allo scoramento. Questa nuova esperienza, che avrebbe

dovuto infondergli forza novella, gli tolse al contrario quella che

rimanevagli; la zappa discendendo sfuggivagli quasi dalle mani, la

depose al suolo, si asciugò la fronte, e risalì la scala, sul pretesto

di vedere se qualcuno lo spiava, ma in realtà perchè aveva bisogno

d’aria, perchè si sentiva sul punto di svenire.

L’isola era deserta, e il sole nel suo zenit sembrava coprirla col

suo occhio di fuoco; in lontano alcune piccole barche pescherecce

spiegavano le vele su di un mare azzurro come il zaffiro.

Dantès non aveva ancora mangiato nulla: ma in questo momento era

ben lontano dall’aver voglia di mangiare; trangugiò un po’ di rum, e

rientrò nella grotta col cuore serrato. La zappa che gli era sembrata

così pesante era ridivenuta leggiera; egli la sollevò come avrebbe

fatto di una piuma, e si mise vigorosamente al lavoro. Dopo qualche

colpo, si accorse che le pietre non erano cementate, ma soltanto le

une poste sulle altre, e ricoperte da quell’intonaco di cui abbiamo

parlato; introdusse in una fessura la punta dell’istrumento, gravitò

col corpo sul manico, e vide con gioia la pietra girare, come su i

cardini, e cadere ai suoi piedi.

Da quel momento Dantès non ebbe più che a tirare a sè col ferro della

zappa ciascuna pietra, che a sua volta rotolò vicino alla prima.

Egli avrebbe potuto entrare fin dalla prima apertura, ma ritardando

di qualche minuto aveva prolungato la certezza aggrappandosi alla

speranza. Finalmente dopo una nuova esitazione di un minuto, Dantès

passò dalla prima nella seconda grotta; questa era più bassa, più

oscura, e di un aspetto più spaventoso della prima. L’aria, che non vi

era penetrata che dall’apertura testè fatta, conservava quello odore

mefitico, che Dantès si era meravigliato di non ritrovare nella prima:

aspettò allora che l’aria esterna ravvivasse questa morta atmosfera,

quindi entrò a sinistra dell’apertura. Eravi un angolo profondo e

oscuro; ma, per l’occhio di Dantès non v’erano tenebre. Scandagliò la

seconda grotta: era vuota come la prima. Il tesoro, se v’era, stava

seppellito in quest’angolo oscuro.

L’ora dell’angoscia era giunta; due piedi di terra da scavarsi era

tutto ciò che restava a Dantès fra il sommo della gioia e il sommo

della disperazione. Egli si avanzò verso l’angolo, e, come preso

da una momentanea risoluzione, si diè al lavoro. Al quinto o sesto

colpo di zappa il ferro risuonò sopra un altro ferro. Giammai tocco

funebre di campana a stormo produsse un simile effetto su colui che

l’intese. Dantès non avrebbe ritrovato altra cosa che lo avesse potuto

far diventar più pallido. Egli osservò ai lati del luogo da lui già

esplorato, ritrovò lo stesso suono.

— È un baule di legno cerchiato di ferro, diss’egli.

Passò in quel punto un’ombra rapida intercettando la luce: Dantès

lasciò cadere la zappa, afferrò il fucile, ripassò per l’apertura, e

si slanciò all’aperto. Era una capra selvaggia che aveva saltato la

prima entrata della grotta, e mangiava a qualche passo di distanza.

Sarebbe stata una bella occasione per assicurarsi il pranzo; ma Dantès

ebbe timore che lo sparo del fucile richiamasse qualcuno. Riflettè un

momento, tagliò dei rami di un albero resinoso, e andò ad accenderli al

fuoco ancor fumante, ove i contrabbandieri avevano cotto il pranzo, e

ritornò con questa torcia: non voleva perdere alcuna particolarità di

ciò che stava per vedere.

Avvicinò la torcia alla buca informe e non compita, e riconobbe che

non si era ingannato; i colpi avevano alternativamente colpito sul

ferro e sul legno. Piantò la torcia in terra, e si rimise all’opera.

In un momento fu scavata una fossa di tre piedi di lunghezza e due di

larghezza, e potè allora riconoscere un baule di legno di quercia con

cerchi di ferro cesellato. Nel mezzo del coperchio risplendeva, sopra

una placca d’argento che la terra non aveva potuto arrugginire, l’arme

della famiglia Spada, cioè una spada messa di piatto sopra uno scudo

ovale, come sono gli scudi italiani. Dantès la riconobbe facilmente,

perchè Faria l’aveva più volte a lui disegnata. Da quel momento non vi

era più dubbio, il tesoro v’era in effetti; non avrebbero prese tante

cautele per rimettere in quel posto un baule vuoto.

In un momento tutti i lati del baule o forziere furono messi allo

scoperto, ed ei vide poco alla volta, comparire la serratura nel mezzo,

posta fra due cinte di ferro, e le maniglie alle pareti laterali;

tutto era cesellato, come si usava in quell’epoca in cui l’arte

rendeva preziosi anche i più vili metalli. Dantès prese il baule per

le maniglie, e si provò a sollevarlo, era impossibile. Allora tentò di

aprirlo: la serratura e le cinte lo tenevano ben chiuso: questi fedeli

custodi sembravano non voler rendere il tesoro: Dantès introdusse

la parte tagliente della zappa tra il fondo ed il coperchio, gravitò

con tutto il corpo sul manico di quella, ed il coperchio, dopo aver

prodotto un forte rumore, andò in pezzi. Una larga apertura dell’asse

rendeva i ferramenti inutili, caddero anch’essi, stringendo tuttavia

con le loro unghie tenaci gli avanzi del coperchio caduto con essi,

ed il baule fu aperto. Una febbre vertiginosa s’impadronì di Dantès;

egli prese il fucile, lo caricò, e se lo pose vicino. Dapprima chiuse

gli occhi come fanno i fanciulli, per scorgere nella notte sfavillante

della loro immaginazione più stelle che non possono contarsi in un

cielo ancora illuminato, quindi li riaprì, e rimase abbagliato.

Tre divisioni compartivano il baule; nella prima brillavano dei fulgidi

scudi d’oro dai gialli riflessi; nella seconda delle verghe d’oro non

brunite, ma disposte in buon ordine, esse però non avevano dell’oro che

il peso ed il valore; nella terza finalmente, piena a metà, Edmondo

rimosse ed alzò a manate i diamanti, le perle e i rubini che qual

cascata sfavillante facevano nel ricadere gli uni sugli altri il rumore

della grandine sui vetri. Dopo aver toccato, palpato, immerso le mani

tremanti nell’oro e nelle pietre, Edmondo si rialzò e si diè a correre

attraverso la caverna colla fremente esaltazione di un uomo che sta

per diventar pazzo. Saltò sopra una roccia da cui poteva scoprire il

mare, e non vide nulla; egli era solo, solissimo con queste ricchezze

incalcolabili, inaudite, favolose, che gli appartenevano. Ma sognava o

era sveglio?

Aveva bisogno di rivedere il suo oro, e nello stesso tempo sentiva non

aver la forza di sostenerne la vista; per un momento si compresse le

mani sulla testa come per impedire che la ragione andasse via, poi si

slanciò attraversò l’isola senza seguire, non dirò un sentiero, perchè

nell’isola di Monte-Cristo non ve ne sono, ma tampoco una direzione

stabilita; faceva fuggire le capre selvagge, e spaventava gli uccelli

marini colle sue grida e col suo gesticolare. Indi, per un altro giro

ritornò, dubitando ancora, e precipitandosi dalla prima grotta nella

seconda, e trovandosi al cospetto di questa cava d’oro e di diamanti,

cadde in ginocchio, comprimendosi con ambe le mani i moti convulsivi

del cuore che balzava, e mormorando una preghiera intelligibile a Dio

soltanto. Poco dopo si sentì più tranquillo, e pertanto più felice;

poichè in quell’ora soltanto cominciava a credere alla sua felicità.

Si mise a contare la sua fortuna; vi erano circa mille verghe d’oro che

pesavano ciascuna da due a tre libbre; quindi ammonticchiò venticinque

mila scudi d’oro che potevano avere il valore ciascuno di ottanta

franchi, moneta di Francia, tutti coll’effigie di Papa Alessandro VI

e dei suoi predecessori, e si accorse che il compartimento non era

vuotato che a metà; finalmente misurò dieci volte la capacità delle

sue due mani in perle, pietre, e diamanti, molti dei quali, legati

dai migliori gioiellieri di quell’epoca, presentavano per questo un

valore considerevole, oltre quello intrinseco. Dantès vide il giorno

abbassarsi ed estinguersi a poco a poco. Temè di esser sorpreso

se restava nella grotta, e ne uscì col fucile alla mano. Un po’ di

biscotto e qualche goccia di vino furono la sua cena. Quindi rimise la

pietra, vi si sdraiò sopra, e dormì appena qualche ora, coprendo col

corpo l’ingresso della grotta. Questa notte fu una di quelle terribili

ad un tempo e deliziose, come quest’uomo dalle grandi emozioni ne aveva

già passate due o tre nella sua vita.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 34 / 140 题