XXII. — I CONTRABBANDIERI.

Dantès non aveva ancora passato un giorno intero a bordo, che

già sapeva con chi aveva che fare. Senza essere stato alla scuola

del vecchio Faria, il degno padrone della _Giovane Amelia_ (era

il nome della tartana genovese) sapeva presso a poco tutte le

lingue che si parlano intorno a questo gran lago, chiamato il

Mediterraneo, dall’araba fino alla provenzale; perciò senza aver

bisogno d’interpreti, persone talvolta noiose, tal altra indiscrete;

questa conoscenza delle lingue gli offeriva grandi facilitazioni

per conferire, sia coi bastimenti che incontrava in mare, sia colle

piccole barche che rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella

gente senza nome, senza patria, senza stato apparente, che è sempre in

gran numero sulle spiagge vicine ai porti di mare, e che vive di quei

misteriosi e celati mezzi, che bisogna credere le vengano dall’alto,

poichè non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad occhio nudo.

S’indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di

contrabbandieri. Per questo il padrone, sulle prime, lo aveva ricevuto

a bordo con una specie di diffidenza, egli era molto conosciuto da

tutti i doganieri della costa, e siccome v’era fra lui e questi signori

un perfetto accordo di furberie più destre le une delle altre, così

aveva per un momento pensato che Dantès non fosse che un emissario

della signora gabella, la quale impiegasse questo ingegnoso mezzo per

scoprire qualcuno dei segreti del mestiere; ma il modo brillante con

cui Dantès si era tratto d’impaccio nella prova di dirigere il cammino

più rettamente, l’aveva del tutto convinto; in seguito poi quando aveva

veduto quella nube bianca che ondeggiava qual pennacchio sul bastione

del castello d’If, ed aveva inteso la lontana esplosione, ebbe per

un momento l’idea d’aver ricevuto a bordo colui al quale, come per

l’entrata dei re in una città, viene accordato l’onore dello sparo del

cannone.

Bisogna però dirlo, ciò lo avrebbe inquietato meno, di quel che se il

sopraggiunto fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa seconda

supposizione era tosto svanita, come la prima, alla vista della

perfetta tranquillità della sua recluta.

Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere ciò che era il suo

padrone, mentre questi non sapeva chi egli fosse.

Da qualunque lato veniva preso dal padrone, o dai camerati, egli tenne

fermo, e non fece alcuna confessione dando moltissimi particolari su

Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, e sostenendo

sempre con precisione la narrazione in modo da fare onore alla memoria.

I Genovesi adunque per quanto siano accorti, si lasciarono gabbare

da Edmondo, in favor del quale parlavano la sua affabilità, la sua

esperienza nautica, e soprattutto la saggia sua simulazione. Forse

ancora quei Genovesi eran come quelle persone di mondo che non sanno

se non quel che devono sapere, e non credono mai che quello che loro

importa di credere.

In questa reciproca situazione giunsero a Livorno. Edmondo doveva

tentare ivi una prima prova, ed era di sapere s’egli riconoscerebbe

sè stesso dopo 14 anni che non si era veduto: aveva conservata

un’idea abbastanza precisa di ciò che era da giovinotto, voleva

vedere ciò che era divenuto da uomo. Agli occhi dei suoi camerati,

il suo voto era terminato; aveva già preso terra più di venti volte

a Livorno. Conosceva un barbiere nella via Ferdinanda, entrò da

quello per farsi tagliare la barba ed i capelli. Il barbiere guardò

con meraviglia quest’uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi

capelli, che rassomigliava ad una delle belle teste del Tiziano. A

quest’epoca non era ancora venuta la moda della barba e dei capelli

così lunghi, oggi un barbiere si maraviglierebbe soltanto, se qualcuno

dotato di sì grandi vantaggi naturali acconsentisse volontariamente

a privarsene. Il barbiere livornese però si mise all’opera senza

fare osservazioni. Allorchè l’operazione fu compita, quando Edmondo

sentì il mento perfettamente raso, quando i capelli furon ridotti

alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò. Come

si disse, egli avea allora 33 anni, ed i suoi quattordici anni di

prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale

nella sua fisonomia. Dantès era entrato nel castello d’If con quel

viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovine felice, al

quale i primi anni della vita sono stati avventurosi, e che calcola

sull’avvenire come sopra una naturale deduzione del passato. Tutto

ciò era molto cangiato. L’ovale del volto si era di molto allungato;

la bocca ridente aveva assunte quelle linee serrate che indicano la

risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate sotto una ruga unica e

pensante, gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal

fondo della quale trasparivano a quando a quando i cupi baleni della

misantropia e dell’odio; la carnagione priva da sì lungo tempo della

luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido

che fa, quando il viso è circondato da capelli e barbette nere, la

bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda,

che aveva acquistata, ripercuotendo per tutto il viso, lo aveva ornato

di un’aureola d’intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque molto alto,

aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a

concentrare le forze su sè stesso. All’eleganza delle forme nervose e

gracili, era succeduta la solidità delle forme arrotondite e muscolari.

Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi, e le imprecazioni,

l’avevano cambiata in modo tale, che ora si presentava di un suono di

strana dolcezza, ed ora di un accento rozzo e quasi rauco. Inoltre

gli occhi mantenuti costantemente o nella oscurità, o in una debole

luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli

oggetti a guisa della iena e del lupo. Edmondo sorrise nel vedersi, era

impossibile che il suo miglior amico, se pure gliene rimaneva uno, lo

avesse riconosciuto; perchè non si conosceva da sè stesso.

Il padrone della _Giovane Amelia_, che aveva molta premura a mantenere

fra’ suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva proposto qualche

anticipazione sulla parte dei futuri benefici, ch’egli, Dantès, aveva

accettata. Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operata in

lui questa metamorfosi, fu di entrare in un magazzino, e di comprarsi

un vestito completo da marinaio: vale a dire un calzone bianco, una

camicia a righe, ed un berretto rosso. Così vestito, e riportando a

Jacopo la camicia ed i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone

della _Giovane Amelia_ al quale fu obbligato di ripetere la sua

storia. Il padrone non voleva riconoscere in questo marinaio zerbino

ed elegante, l’uomo dalla folta barba, dai capelli misti all’alga, e

dal corpo bagnato d’acqua di mare, che aveva raccolto nudo e semivivo

sul ponte del suo naviglio. Spinto dalle sue buone sembianze, rinnovò

adunque a Dantès le proposizioni d’ingaggio; ma Dantès che aveva le sue

mire non voleva accettarle che per tre mesi.

Del resto l’equipaggio della _Giovane Amelia_ era molto attivo, perchè

sottoposto agli ordini di un capitano che aveva presa l’abitudine di

non perdere il suo tempo. Non era da otto giorni giunto a Livorno, che

già gli sporgenti fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline

colorate, di cotoni proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su

i quali oggetti la dogana aveva dimenticato di porre il bollo. Si

trattava di far uscire ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo

sulle rive della Corsica, di dove alcuni speculatori s’incaricavano di

passare il carico in Francia.

Si partì. Edmondo solcò questo mare azzurro, primo orizzonte della sua

gioventù, che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua prigione.

Lasciò a destra la Gorgona, a sinistra la Pianosa, e si avanzò verso

la patria di Paoli e di Napoleone. La dimane salendo sul ponte, il

che faceva sempre di buon’ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al

parapetto del bastimento con istrana espressione guardando un ammasso

di scogli di granito, che il sole nascente coloriva di rosea tinta: era

l’isola di Monte-Cristo. La _Giovane Amelia_ la lasciò a tre quarti di

miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica.

Dantès pensava nel passare lungo questa isola (che per lui aveva un

nome tanto sonoro) non aver che a balzare in mare, e in mezz’ora

sarebbe su quella terra promessa. Ma giunto là, che farebbe egli

senza gli utensili necessari per iscoprire il tesoro; senza armi per

difenderlo? D’altra parte che direbbero i marinari? che penserebbe il

padrone? Era d’uopo aspettare. Egli aveva aspettata la libertà per 14

anni, poteva bene aspettare or che era libero, sei mesi ed anche un

anno le ricchezze. Non avrebbe accettata la libertà senza le ricchezze,

se gli fosse stata proposta? del resto questa ricchezza non era ancor

del tutto chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non

era fors’anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada

era stranamente precisa, e Dantès la ripeteva da un capo all’altro non

avendone dimenticata una parola. Giunse la sera, Edmondo vide l’isola

passare per tutte quelle tinte e gradazioni di colori che il crepuscolo

porta seco, e perdersi del tutto nelle tenebre: ma non per lui che

aveva lo sguardo abituato all’oscurità del carcere; egli senza dubbio

continuò a scorgerla, perchè fu l’ultimo a discendere dal ponte.

La dimane si svegliarono all’altezza d’Aleria: bordeggiarono tutta la

giornata; la sera si videro dei fuochi sulla costa. Alla disposizione

di questi fuochi fu riconosciuto che senza dubbio si sarebbe sbarcato,

perchè un fanale salì nel posto della bandiera al corno del piccolo

bastimento, che si accostò a tiro di fucile alla riva.

Dantès si accorse che il padrone della _Giovane Amelia_ aveva portato

sopra ponte, nell’eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune

colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore

potevano cacciare alla distanza di un miglio una palla da 4 a 12

once. Questa cautela però fu inutile; per quella sera si compì tutta

la operazione pulitamente e tranquillamente. Quattro scialuppe si

accostarono con poco rumore al piccolo bastimento, che, certamente per

far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe

si portarono tanto bene, che a punta di giorno tutto il carico dal

bordo della tartana genovese era passato in terra ferma. Il padrone

della _Giovane Amelia_ era uomo di tanto ordine nelle sue cose, che la

stessa notte si fe’ il reparto dei guadagni del primo scarico; ciascun

marinaro ebbe cento lire toscane di sua parte.

Ma la spedizione non era finita: si volse la prua verso la Sardegna; si

trattava di ritornare a caricare il bastimento che era stato scaricato.

La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima; la

_Giovane Amelia_ era secondata dalla fortuna. Il nuovo carico fu pel

ducato di Lucca.

Questo si componeva quasi esclusivamente di sigari dell’Avana e di vino

di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi colla dogana, l’eterna

nemica del padrone della _Giovane Amelia_. Un doganiere rimase sul

terreno, e due marinari furono feriti, Dantès era uno dei due: una

palla gli aveva trapassata la spalla sinistra.

Dantès era felice per questa scaramuccia, e quasi contento della sua

ferita: questa esperienza gli aveva con fermezza fatto conoscere di

qual occhio sapesse guardare il pericolo, e con qual cuore tollerarne

i patimenti. Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo

aveva detto come il greco filosofo. «Dolore, tu non sei un male.»

Inoltre, guardando il doganiere ferito e morto, fosse calore del

sangue nell’azione, o freddezza di umani sentimenti, non aveva provato

che una leggerissima impressione. Dantès era sulla strada che voleva

percorrere, e che tendeva alla meta cui voleva giungere: cioè sulla

via di petrificarsi il cuore in petto. Del resto, Jacopo che vedendolo

cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, e gli

aveva prodigato tutte quelle cure proprie di un buon camerata.

Questa gente non era adunque così buona come avrebbe voluto il dottore

Pangloss; ma non era così cattiva come avrebbe creduto Dantès: poichè

quest’uomo, che null’altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di

ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione di

vederlo ucciso, fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che

ferito. Mercè alcune erbe, raccolte in certe congiunture, e vendute ai

contrabbandieri da certe vecchie Sarde, la ferita si cicatrizzò ben

presto; Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in compenso

delle sue cure, una porzione della sua presa; ma Jacopo la ricusò con

indignazione. Questo era il risultato di una specie di devozione, che

Jacopo aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva

veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma

quest’ultimo non voleva di più, egli aveva indovinato istintivamente in

Edmondo quella superiorità alla sua posizione, che Dantès era giunto a

nascondere agli altri: ed il bravo marinaro era contento di quel poco

di affezione che gli veniva concessa.

Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio

scorreva con sicurezza su l’azzurro mare, e che non aveva bisogno, pel

vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmondo si

faceva istruttore di Jacopo con una carta alla mano, come Faria aveva

fatto con lui. Gli mostrava la sporgenza delle coste, le variazioni

della bussola, gl’insegnava a leggere in quel gran libro aperto al di

sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritta la

sua onnipotenza sull’azzurra volta con lettere di brillanti.

E quando Jacopo gli domandava. «A che serve imparare tutte queste

cose ad un povero marinaro come sono io?» Edmondo rispondeva «chi lo

sa? forse un giorno potresti essere capitano di bastimento; il tuo

compatriotta Bonaparte non divenne imperatore?»

Dimenticammo di dire che Jacopo era Corso.

Due mesi e mezzo erano già passati in queste gite successive. Edmondo

era divenuto così bravo contrabbandiere, come altra volta era stato

ardito marinaro: aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri

della costa: aveva imparati quei segni massonici, per mezzo dei quali

questi semi-pirati si riconoscono fra di loro. Era passato e ripassato

venti volte innanzi l’isola di Monte-Cristo, ma non aveva mai trovato

l’occasione di potervi sbarcare: aveva per ciò presa una risoluzione,

ed era, (terminato il suo impegno col padrone della _Giovane Amelia_)

noleggiare una piccola barca per proprio conto, avendo già economizzato

un centinaio di piastre nelle sue corse, e con un pretesto qualunque

recarsi all’isola di Monte-Cristo. Là farebbe le sue ricerche in tutta

libertà... ma non interamente, che le sue azioni sarebbero state spiate

da chi conduceva seco... in questo mondo qualche cosa bisogna pure

arrischiare.

La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto non

essere obbligato ad arrischiar nulla: aveva un bel cercare; nella sua

immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro mezzo di

giungere all’isola di Monte-Cristo, che facendovisi trasportare. Dantès

ondeggiava in questa esitazione, allorchè il padrone che aveva in lui

posta molta confidenza, e che aveva gran volontà di conservarselo da

presso, lo prese una sera pel braccio, e lo condusse in una osteria in

via dell’Olio, nella quale erano abituati di radunarsi quanto vi ha

di meglio in contrabbandieri a Livorno. Là d’ordinario si trattavano

gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte

in questa borsa marittima, e vedendo questi arditi corsari forniti da

tutto un littorale due mila leghe circa di circonferenza, domandava a

sè stesso di qual forza potrebbe disporre quell’uomo, che giungesse

a dare l’impulso della sua volontà a tutte quelle fila riunite o

divergenti. Questa volta trattavasi di un affare di grande importanza;

di un bastimento carico di drappi turchi, stoffe di levante, e di

casimiro; bisognava ritrovare un terreno neutro ove operare il cambio,

poi tentare di gettare questi oggetti sulle coste di Francia. Il premio

era enorme se vi fossero riusciti, circa 50, o 60 piastre per ciascuno.

Il padrone della _Giovane Amelia_ propose l’isola di Monte-Cristo per

luogo di sbarco, perchè essendo completamente deserta, e non avendo nè

soldati, nè doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi

dell’Olimpo dei pagani, da Mercurio, questo dio dei commercianti e dei

ladri, classi da noi separate, se non distinte, ma che l’antichità, a

ciò che sembra, metteva nella stessa categoria.

Al nome di Monte-Cristo, Dantès fremè di gioia, si alzò per nascondere

la sua emozione, fe’ un giro in quella affumicata taverna, ove tutti

gl’idiomi conosciuti di questo mondo venivano a fondersi nella lingua

francese. Quando ritornò ad avvicinarsi ai due interlocutori, era già

stabilito di prender terra all’isola di Monte-Cristo, e di partir

per questa spedizione la notte seguente. Consultato Edmondo, egli

fu d’avviso che l’isola offriva tutte le sicurezze possibili, e che

le grandi imprese per riuscir bene, abbisognavano di essere mandate

presto ad effetto. Non fu dunque cambiata cosa alcuna allo stabilito

programma. Rimase convenuto che si sarebbero fatti i necessari

apparecchi per la dimane a sera, e che si procurerebbe, se il mare

era buono ed il vento favorevole, di essere la sera dopo nelle acque

dell’isola neutra.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 32 / 140 题