Dantès non aveva ancora passato un giorno intero a bordo, che
già sapeva con chi aveva che fare. Senza essere stato alla scuola
del vecchio Faria, il degno padrone della _Giovane Amelia_ (era
il nome della tartana genovese) sapeva presso a poco tutte le
lingue che si parlano intorno a questo gran lago, chiamato il
Mediterraneo, dall’araba fino alla provenzale; perciò senza aver
bisogno d’interpreti, persone talvolta noiose, tal altra indiscrete;
questa conoscenza delle lingue gli offeriva grandi facilitazioni
per conferire, sia coi bastimenti che incontrava in mare, sia colle
piccole barche che rilevava lungo le coste, sia finalmente con quella
gente senza nome, senza patria, senza stato apparente, che è sempre in
gran numero sulle spiagge vicine ai porti di mare, e che vive di quei
misteriosi e celati mezzi, che bisogna credere le vengano dall’alto,
poichè non hanno alcun mezzo di esistenza visibile ad occhio nudo.
S’indovinerà facilmente che Dantès era a bordo di un bastimento di
contrabbandieri. Per questo il padrone, sulle prime, lo aveva ricevuto
a bordo con una specie di diffidenza, egli era molto conosciuto da
tutti i doganieri della costa, e siccome v’era fra lui e questi signori
un perfetto accordo di furberie più destre le une delle altre, così
aveva per un momento pensato che Dantès non fosse che un emissario
della signora gabella, la quale impiegasse questo ingegnoso mezzo per
scoprire qualcuno dei segreti del mestiere; ma il modo brillante con
cui Dantès si era tratto d’impaccio nella prova di dirigere il cammino
più rettamente, l’aveva del tutto convinto; in seguito poi quando aveva
veduto quella nube bianca che ondeggiava qual pennacchio sul bastione
del castello d’If, ed aveva inteso la lontana esplosione, ebbe per
un momento l’idea d’aver ricevuto a bordo colui al quale, come per
l’entrata dei re in una città, viene accordato l’onore dello sparo del
cannone.
Bisogna però dirlo, ciò lo avrebbe inquietato meno, di quel che se il
sopraggiunto fosse appartenuto alla dogana; ma anche questa seconda
supposizione era tosto svanita, come la prima, alla vista della
perfetta tranquillità della sua recluta.
Edmondo aveva dunque il vantaggio di conoscere ciò che era il suo
padrone, mentre questi non sapeva chi egli fosse.
Da qualunque lato veniva preso dal padrone, o dai camerati, egli tenne
fermo, e non fece alcuna confessione dando moltissimi particolari su
Napoli e su Malta, che conosceva al pari di Marsiglia, e sostenendo
sempre con precisione la narrazione in modo da fare onore alla memoria.
I Genovesi adunque per quanto siano accorti, si lasciarono gabbare
da Edmondo, in favor del quale parlavano la sua affabilità, la sua
esperienza nautica, e soprattutto la saggia sua simulazione. Forse
ancora quei Genovesi eran come quelle persone di mondo che non sanno
se non quel che devono sapere, e non credono mai che quello che loro
importa di credere.
In questa reciproca situazione giunsero a Livorno. Edmondo doveva
tentare ivi una prima prova, ed era di sapere s’egli riconoscerebbe
sè stesso dopo 14 anni che non si era veduto: aveva conservata
un’idea abbastanza precisa di ciò che era da giovinotto, voleva
vedere ciò che era divenuto da uomo. Agli occhi dei suoi camerati,
il suo voto era terminato; aveva già preso terra più di venti volte
a Livorno. Conosceva un barbiere nella via Ferdinanda, entrò da
quello per farsi tagliare la barba ed i capelli. Il barbiere guardò
con meraviglia quest’uomo dalla barba folta e nera e dai lunghi
capelli, che rassomigliava ad una delle belle teste del Tiziano. A
quest’epoca non era ancora venuta la moda della barba e dei capelli
così lunghi, oggi un barbiere si maraviglierebbe soltanto, se qualcuno
dotato di sì grandi vantaggi naturali acconsentisse volontariamente
a privarsene. Il barbiere livornese però si mise all’opera senza
fare osservazioni. Allorchè l’operazione fu compita, quando Edmondo
sentì il mento perfettamente raso, quando i capelli furon ridotti
alla ordinaria lunghezza, domandò uno specchio e si guardò. Come
si disse, egli avea allora 33 anni, ed i suoi quattordici anni di
prigionia avevano apportato, per dir così, un gran cambiamento morale
nella sua fisonomia. Dantès era entrato nel castello d’If con quel
viso rotondo, ridente, aperto, che è proprio del giovine felice, al
quale i primi anni della vita sono stati avventurosi, e che calcola
sull’avvenire come sopra una naturale deduzione del passato. Tutto
ciò era molto cangiato. L’ovale del volto si era di molto allungato;
la bocca ridente aveva assunte quelle linee serrate che indicano la
risoluzione, le sopracciglia si erano inarcate sotto una ruga unica e
pensante, gli occhi si erano abituati ad una profonda tristezza, dal
fondo della quale trasparivano a quando a quando i cupi baleni della
misantropia e dell’odio; la carnagione priva da sì lungo tempo della
luce del giorno e dei raggi del sole, aveva preso quel color pallido
che fa, quando il viso è circondato da capelli e barbette nere, la
bellezza aristocratica degli abitanti del Nord. La scienza profonda,
che aveva acquistata, ripercuotendo per tutto il viso, lo aveva ornato
di un’aureola d’intelligente sicurezza. Inoltre, quantunque molto alto,
aveva acquistato quel vigore membruto di un corpo avvezzo sempre a
concentrare le forze su sè stesso. All’eleganza delle forme nervose e
gracili, era succeduta la solidità delle forme arrotondite e muscolari.
Quanto alla voce, le preghiere, i singhiozzi, e le imprecazioni,
l’avevano cambiata in modo tale, che ora si presentava di un suono di
strana dolcezza, ed ora di un accento rozzo e quasi rauco. Inoltre
gli occhi mantenuti costantemente o nella oscurità, o in una debole
luce, avevano acquistato la facoltà di distinguere nella notte gli
oggetti a guisa della iena e del lupo. Edmondo sorrise nel vedersi, era
impossibile che il suo miglior amico, se pure gliene rimaneva uno, lo
avesse riconosciuto; perchè non si conosceva da sè stesso.
Il padrone della _Giovane Amelia_, che aveva molta premura a mantenere
fra’ suoi un uomo del merito di Edmondo, gli aveva proposto qualche
anticipazione sulla parte dei futuri benefici, ch’egli, Dantès, aveva
accettata. Sua prima cura, uscendo dal barbiere che aveva operata in
lui questa metamorfosi, fu di entrare in un magazzino, e di comprarsi
un vestito completo da marinaio: vale a dire un calzone bianco, una
camicia a righe, ed un berretto rosso. Così vestito, e riportando a
Jacopo la camicia ed i calzoni, egli si presentò nuovamente al padrone
della _Giovane Amelia_ al quale fu obbligato di ripetere la sua
storia. Il padrone non voleva riconoscere in questo marinaio zerbino
ed elegante, l’uomo dalla folta barba, dai capelli misti all’alga, e
dal corpo bagnato d’acqua di mare, che aveva raccolto nudo e semivivo
sul ponte del suo naviglio. Spinto dalle sue buone sembianze, rinnovò
adunque a Dantès le proposizioni d’ingaggio; ma Dantès che aveva le sue
mire non voleva accettarle che per tre mesi.
Del resto l’equipaggio della _Giovane Amelia_ era molto attivo, perchè
sottoposto agli ordini di un capitano che aveva presa l’abitudine di
non perdere il suo tempo. Non era da otto giorni giunto a Livorno, che
già gli sporgenti fianchi del naviglio erano riempiti di mussoline
colorate, di cotoni proibiti, di polvere inglese e di tabacco, su
i quali oggetti la dogana aveva dimenticato di porre il bollo. Si
trattava di far uscire ciò da Livorno, porto franco, per sbarcarlo
sulle rive della Corsica, di dove alcuni speculatori s’incaricavano di
passare il carico in Francia.
Si partì. Edmondo solcò questo mare azzurro, primo orizzonte della sua
gioventù, che aveva riveduto tanto spesso nei sogni della sua prigione.
Lasciò a destra la Gorgona, a sinistra la Pianosa, e si avanzò verso
la patria di Paoli e di Napoleone. La dimane salendo sul ponte, il
che faceva sempre di buon’ora, il padrone ritrovò Dantès appoggiato al
parapetto del bastimento con istrana espressione guardando un ammasso
di scogli di granito, che il sole nascente coloriva di rosea tinta: era
l’isola di Monte-Cristo. La _Giovane Amelia_ la lasciò a tre quarti di
miglio sulla sinistra, e continuò il suo viaggio verso la Corsica.
Dantès pensava nel passare lungo questa isola (che per lui aveva un
nome tanto sonoro) non aver che a balzare in mare, e in mezz’ora
sarebbe su quella terra promessa. Ma giunto là, che farebbe egli
senza gli utensili necessari per iscoprire il tesoro; senza armi per
difenderlo? D’altra parte che direbbero i marinari? che penserebbe il
padrone? Era d’uopo aspettare. Egli aveva aspettata la libertà per 14
anni, poteva bene aspettare or che era libero, sei mesi ed anche un
anno le ricchezze. Non avrebbe accettata la libertà senza le ricchezze,
se gli fosse stata proposta? del resto questa ricchezza non era ancor
del tutto chimerica? Nata nel cervello malato del povero Faria, non
era fors’anche morta con lui? È vero che quella lettera di Guido Spada
era stranamente precisa, e Dantès la ripeteva da un capo all’altro non
avendone dimenticata una parola. Giunse la sera, Edmondo vide l’isola
passare per tutte quelle tinte e gradazioni di colori che il crepuscolo
porta seco, e perdersi del tutto nelle tenebre: ma non per lui che
aveva lo sguardo abituato all’oscurità del carcere; egli senza dubbio
continuò a scorgerla, perchè fu l’ultimo a discendere dal ponte.
La dimane si svegliarono all’altezza d’Aleria: bordeggiarono tutta la
giornata; la sera si videro dei fuochi sulla costa. Alla disposizione
di questi fuochi fu riconosciuto che senza dubbio si sarebbe sbarcato,
perchè un fanale salì nel posto della bandiera al corno del piccolo
bastimento, che si accostò a tiro di fucile alla riva.
Dantès si accorse che il padrone della _Giovane Amelia_ aveva portato
sopra ponte, nell’eseguire la manovra per accostarsi a terra, alcune
colubrine, simili ai fucili da cavalletto, che senza fare gran rumore
potevano cacciare alla distanza di un miglio una palla da 4 a 12
once. Questa cautela però fu inutile; per quella sera si compì tutta
la operazione pulitamente e tranquillamente. Quattro scialuppe si
accostarono con poco rumore al piccolo bastimento, che, certamente per
far loro onore, mise in mare la propria; e queste cinque scialuppe
si portarono tanto bene, che a punta di giorno tutto il carico dal
bordo della tartana genovese era passato in terra ferma. Il padrone
della _Giovane Amelia_ era uomo di tanto ordine nelle sue cose, che la
stessa notte si fe’ il reparto dei guadagni del primo scarico; ciascun
marinaro ebbe cento lire toscane di sua parte.
Ma la spedizione non era finita: si volse la prua verso la Sardegna; si
trattava di ritornare a caricare il bastimento che era stato scaricato.
La seconda operazione si fece tanto felicemente quanto la prima; la
_Giovane Amelia_ era secondata dalla fortuna. Il nuovo carico fu pel
ducato di Lucca.
Questo si componeva quasi esclusivamente di sigari dell’Avana e di vino
di Xeres e di Malaga. Là però ebbero a battersi colla dogana, l’eterna
nemica del padrone della _Giovane Amelia_. Un doganiere rimase sul
terreno, e due marinari furono feriti, Dantès era uno dei due: una
palla gli aveva trapassata la spalla sinistra.
Dantès era felice per questa scaramuccia, e quasi contento della sua
ferita: questa esperienza gli aveva con fermezza fatto conoscere di
qual occhio sapesse guardare il pericolo, e con qual cuore tollerarne
i patimenti. Aveva guardato il pericolo ridendo, e ricevendo il colpo
aveva detto come il greco filosofo. «Dolore, tu non sei un male.»
Inoltre, guardando il doganiere ferito e morto, fosse calore del
sangue nell’azione, o freddezza di umani sentimenti, non aveva provato
che una leggerissima impressione. Dantès era sulla strada che voleva
percorrere, e che tendeva alla meta cui voleva giungere: cioè sulla
via di petrificarsi il cuore in petto. Del resto, Jacopo che vedendolo
cadere lo aveva creduto morto, si era precipitato su di lui, e gli
aveva prodigato tutte quelle cure proprie di un buon camerata.
Questa gente non era adunque così buona come avrebbe voluto il dottore
Pangloss; ma non era così cattiva come avrebbe creduto Dantès: poichè
quest’uomo, che null’altro poteva aspettarsi dal suo compagno che di
ereditare la sua parte di guadagno, provava una viva afflizione di
vederlo ucciso, fortunatamente però, come si disse, Dantès non era che
ferito. Mercè alcune erbe, raccolte in certe congiunture, e vendute ai
contrabbandieri da certe vecchie Sarde, la ferita si cicatrizzò ben
presto; Edmondo allora volle tentare Jacopo, offrendogli in compenso
delle sue cure, una porzione della sua presa; ma Jacopo la ricusò con
indignazione. Questo era il risultato di una specie di devozione, che
Jacopo aveva consacrata ad Edmondo fin dal primo momento che lo aveva
veduto, e di una certa affezione che Edmondo portava a Jacopo. Ma
quest’ultimo non voleva di più, egli aveva indovinato istintivamente in
Edmondo quella superiorità alla sua posizione, che Dantès era giunto a
nascondere agli altri: ed il bravo marinaro era contento di quel poco
di affezione che gli veniva concessa.
Così nelle lunghe giornate che passavano a bordo, quando il naviglio
scorreva con sicurezza su l’azzurro mare, e che non aveva bisogno, pel
vento che spirava, che del solo timoniere per dirigerlo, Edmondo si
faceva istruttore di Jacopo con una carta alla mano, come Faria aveva
fatto con lui. Gli mostrava la sporgenza delle coste, le variazioni
della bussola, gl’insegnava a leggere in quel gran libro aperto al di
sopra delle nostre teste, che si chiama cielo, e dove Dio ha scritta la
sua onnipotenza sull’azzurra volta con lettere di brillanti.
E quando Jacopo gli domandava. «A che serve imparare tutte queste
cose ad un povero marinaro come sono io?» Edmondo rispondeva «chi lo
sa? forse un giorno potresti essere capitano di bastimento; il tuo
compatriotta Bonaparte non divenne imperatore?»
Dimenticammo di dire che Jacopo era Corso.
Due mesi e mezzo erano già passati in queste gite successive. Edmondo
era divenuto così bravo contrabbandiere, come altra volta era stato
ardito marinaro: aveva fatto conoscenza con tutti i contrabbandieri
della costa: aveva imparati quei segni massonici, per mezzo dei quali
questi semi-pirati si riconoscono fra di loro. Era passato e ripassato
venti volte innanzi l’isola di Monte-Cristo, ma non aveva mai trovato
l’occasione di potervi sbarcare: aveva per ciò presa una risoluzione,
ed era, (terminato il suo impegno col padrone della _Giovane Amelia_)
noleggiare una piccola barca per proprio conto, avendo già economizzato
un centinaio di piastre nelle sue corse, e con un pretesto qualunque
recarsi all’isola di Monte-Cristo. Là farebbe le sue ricerche in tutta
libertà... ma non interamente, che le sue azioni sarebbero state spiate
da chi conduceva seco... in questo mondo qualche cosa bisogna pure
arrischiare.
La prigione aveva reso Edmondo prudente, ed avrebbe voluto non
essere obbligato ad arrischiar nulla: aveva un bel cercare; nella sua
immaginazione, per quanto fervida, non poteva ritrovare altro mezzo di
giungere all’isola di Monte-Cristo, che facendovisi trasportare. Dantès
ondeggiava in questa esitazione, allorchè il padrone che aveva in lui
posta molta confidenza, e che aveva gran volontà di conservarselo da
presso, lo prese una sera pel braccio, e lo condusse in una osteria in
via dell’Olio, nella quale erano abituati di radunarsi quanto vi ha
di meglio in contrabbandieri a Livorno. Là d’ordinario si trattavano
gli affari della costa. Dantès era già entrato altre due o tre volte
in questa borsa marittima, e vedendo questi arditi corsari forniti da
tutto un littorale due mila leghe circa di circonferenza, domandava a
sè stesso di qual forza potrebbe disporre quell’uomo, che giungesse
a dare l’impulso della sua volontà a tutte quelle fila riunite o
divergenti. Questa volta trattavasi di un affare di grande importanza;
di un bastimento carico di drappi turchi, stoffe di levante, e di
casimiro; bisognava ritrovare un terreno neutro ove operare il cambio,
poi tentare di gettare questi oggetti sulle coste di Francia. Il premio
era enorme se vi fossero riusciti, circa 50, o 60 piastre per ciascuno.
Il padrone della _Giovane Amelia_ propose l’isola di Monte-Cristo per
luogo di sbarco, perchè essendo completamente deserta, e non avendo nè
soldati, nè doganieri, sembra posta in mezzo al mare, fino dai tempi
dell’Olimpo dei pagani, da Mercurio, questo dio dei commercianti e dei
ladri, classi da noi separate, se non distinte, ma che l’antichità, a
ciò che sembra, metteva nella stessa categoria.
Al nome di Monte-Cristo, Dantès fremè di gioia, si alzò per nascondere
la sua emozione, fe’ un giro in quella affumicata taverna, ove tutti
gl’idiomi conosciuti di questo mondo venivano a fondersi nella lingua
francese. Quando ritornò ad avvicinarsi ai due interlocutori, era già
stabilito di prender terra all’isola di Monte-Cristo, e di partir
per questa spedizione la notte seguente. Consultato Edmondo, egli
fu d’avviso che l’isola offriva tutte le sicurezze possibili, e che
le grandi imprese per riuscir bene, abbisognavano di essere mandate
presto ad effetto. Non fu dunque cambiata cosa alcuna allo stabilito
programma. Rimase convenuto che si sarebbero fatti i necessari
apparecchi per la dimane a sera, e che si procurerebbe, se il mare
era buono ed il vento favorevole, di essere la sera dopo nelle acque
dell’isola neutra.