XX. — IL CIMITERO DEL CASTELLO D’IF.

Sul letto, steso nel senso della sua lunghezza e debolmente rischiarato

da un giorno nebbioso che penetrava attraverso la finestra, si vedeva

un sacco di tela grossissima sotto le larghe pieghe del quale si

distingueva confusamente una forma lunga ed irrigidita: questo era

l’involto funebre di Faria, quell’involto che costava sì poco al

dire degli stessi carcerieri. Così tutto era finito: una materiale

separazione esisteva di già fra Dantès ed il vecchio suo amico; egli

non poteva vederne più gli occhi rimasti aperti per guardare al di

là della morte, non poteva più stringere quella mano industriosa

che aveva sollevato il velo che per lui copriva tante cose nascoste.

Faria, l’utile, il buon compagno al quale si era avvezzato con tanto

interessamento non esisteva più che nella sua memoria! Allora si assise

ai piedi di questo letto terribile, e s’immerse in una cupa ed amara

melanconia. Solo! era ritornato solo! era ricaduto nel silenzio, si

trovava in faccia al niente! solo, non più la voce dell’unico essere

umano che ancora lo teneva attaccato alla terra! non era meglio morire

anche col rischio di passare per la lugubre porta dei patimenti? L’idea

di un suicidio, scacciata dal suo amico, allontanata dalla presenza di

lui, ritornava allora a drizzarsi come un fantasma vicino al letto di

Faria.

— Se io potessi morire, diss’egli, andrei ove è andato egli. Ma come si

fa a morire? è ben facile, riprese ridendo. Io resto qui, mi getto sul

primo che entra, lo strangolo e sarò ghigliottinato. Ma siccome accade

che tanto nei grandi dolori, quanto nelle grandi tempeste l’abisso

si trova fra le due sommità dei flutti, così Dantès rinculò all’idea

di questa morte infamante, e precipitosamente discese da questa

disperazione ad una sete ardente di vita e di libertà.

— Morire! oh! no! gridò egli, a che varrebbe di aver vissuto tanto,

di aver tanto sofferto per morire così? Morire era bene, quando avevo

presa la risoluzione l’altra volta, sono diversi anni; ma ora ciò

sarebbe veramente un aggiunger troppo alla mia miserabile situazione.

No, io voglio vivere; no, voglio lottare fino all’ultimo momento, no,

voglio riconquistare quella felicità che mi fu tolta. Prima di morire,

dimenticava che io ho i miei carnefici da punire, e forse anche qualche

amico da ricompensare; ma ora sarò dimenticato qui, e non uscirò dal

mio carcere che nello stesso modo di Faria. — A questa parola Edmondo

restò immobile, cogli occhi fissi, come colui che viene colpito da una

repentina idea, ma però da un’idea che spaventa.

Ad un tratto si alzò, portò la mano alla fronte come se avesse le

vertigini, fece due o tre giri intorno alla camera, e ritornò a

fermarsi davanti al letto. — Oh! oh! chi m’invia questo pensiero?

sei tu, o mio Dio? dappoichè i soli morti escono liberamente di qui,

prendiamo il posto dei morti... e senza aspettare il tempo di pentirsi

di questa risoluzione, e senza pensarvi più oltre per timore di

distruggerla, si chinò sullo schifoso sacco, l’aprì col coltello fatto

da Faria, ne tolse il cadavere, il trascinò nel proprio carcere, lo

depose sul suo letto, gli mise in testa quella tela di cui egli stesso

soleva coprirsi, baciò un’ultima volta quella fronte agghiacciata,

tentò nuovamente di chiuderne gli occhi ribelli, che continuarono a

rimanere aperti, ne volse la testa dalla parte del muro, affinchè il

carceriere, quando gli portava il cibo della sera, avesse creduto che

dormisse (il che non di rado accadeva) rientrò nel sotterraneo, tirò

a sè il letto contro la muraglia, giunse nell’altra camera, prese dal

nascondiglio l’ago e il filo, si tolse i cenci affinchè sotto la tela

si sentissero le carni nude, si adattò dentro il sacco, si pose nella

stessa situazione in cui era il cadavere, e richiuse il sacco con

una cucitura per di dentro. Si sarebbe potuto sentire il battito del

cuore, se per disgrazia in quel momento fosse entrato qualcuno. Dantès

avrebbe potuto aspettare la visita della sera: ma egli temeva che il

governatore cambiasse di risoluzione, e che si trasportasse il cadavere

qualche tempo prima. Allora la sua ultima speranza sarebbe stata

perduta. In ogni evento il suo disegno era stabilito, ecco ciò ch’egli

contava di fare.

Se durante il tragitto i becchini riconoscevano che portavano un vivo

invece di un morto, Dantès non lasciava loro il tempo di verificarlo;

con un vigoroso colpo di coltello apriva il sacco di alto in basso,

approfittava del loro terrore e fuggiva; se avessero voluto fermarlo

si sarebbe servito del coltello. Se lo conducevano fino al cimitero e

lo depositavano in una fossa, vi si lasciava coprir di terra; quindi,

venuta la notte, appena i becchini avessero voltato le spalle, si

apriva un passaggio attraverso la terra molle, e fuggiva. Sperava

che il peso della terra non sarebbe stato tanto grande da non poterla

sollevare. Se poi s’ingannava, se al contrario questo peso era tanto

forte da morirne soffocato, tanto meglio: tutto era finito! Dantès non

aveva mangiato dal giorno innanzi: nel mattino non avea pensato alla

fame, e non vi pensava neppure allora. La sua posizione era troppo

precaria per lasciargli l’agio di fermare il pensiero sopra altre idee.

Il primo pericolo che correva Dantès, era che il carceriere quando

gli portava il vitto alle sette si fosse accorto della sostituzione

fatta. Fortunatamente, più di venti volte, tanto per misantropia che

per stanchezza, Dantès aveva ricevuto il carceriere, addormentato, e

in questi casi, d’ordinario, quest’uomo deponeva il pane e la minestra

sulla tavola, e partiva senza dir parola. Ma questa volta il carceriere

poteva derogare dalle sue abitudini di mutismo, interrogare Dantès, e

vedendo che non gli rispondeva, accostarsi al letto e scoprir tutto.

Allorchè si avvicinarono le sette, cominciarono le angosce di Dantès.

Si sforzava di comprimere colla mano il petto per moderare i palpiti

del cuore, mentre che, con l’altra si asciugava il sudore della

fronte che scorreva lungo le tempie, dei brividi ne agitavano tutto il

corpo, e a quando a quando gli stringevano il cuore come fra una morsa

ghiacciata. Allora egli si credeva sul punto di morire.

Le ore passarono senza alcun movimento nel castello, e Dantès si

persuase di aver sfuggito il primo pericolo, il che eragli di buon

augurio. Finalmente verso l’ora stabilita dal governatore cominciarono

a sentirsi dei passi su per la scala, Edmondo capì che era giunto

il momento. Si armò di tutto il suo coraggio, trattenne il respiro,

e sarebbe stato pienamente contento se avesse potuto trattenere

egualmente le pulsazioni precipitate delle arterie.

Fu fatto alto alla porta; il passo era doppio, Dantès dubitò che

fossero i due becchini che venivano a prenderlo. Questo sospetto si

cambiò in certezza, quando intese il rumore che fecero nel deporre il

cataletto. La porta s’aprì, una luce velata giunse fino agli occhi

di Dantès; attraverso la tela che lo copriva, vide due ombre che

s’avvicinavano al letto. Una terza restava alla porta tenendo in mano

un lanternone. I due uomini che si erano accostati al letto afferrarono

il sacco dalle due estremità.

— Per bacco! per essere un vecchio magro, è ben pesante! disse quegli

che lo sollevava dalla testa.

— Si dice, che ogni anno lo ossa diventino più pesanti mezza libbra,

disse l’altro che lo prendeva pei piedi.

— Hai tu fatto bene il nodo? domandò il primo.

— Sarebbe da bestia il caricarci di un peso inutile, rispose il

secondo, lo farò quando siamo giù.

— Hai ragione, andiamo dunque.

— Perchè questo nodo? domando Dantès a sè stesso.

Il preteso morto fu trasportato dal letto alla bara. Edmondo

s’intirizziva per meglio rappresentare la parte di defunto. Fu posto

sul cataletto, ed il corteggio, rischiarato dall’uomo che portava

il lanternone, e che camminava avanti, salì la scala. D’un subito fu

circondato dall’aria fresca ed aperta della notte. Dantès riconobbe

il maestrale. Questa sensazione così momentanea fu per lui ripiena di

delizia ad un tempo e d’angoscia. I portatori fecero una ventina di

passi, poi si fermarono e deposero al suolo la bara. Uno di essi si

allontanò, e Dantès sentì che gli stivali ripercuotevano sulle pietre.

— Dove sono adesso? chiese Dantès a sè stesso.

— Sai tu che non è leggiero niente affatto? disse quello che era vicino

a Dantès sedendosi sull’orlo del cataletto.

Il primo sentimento di Edmondo fu quello di allontanarsi da lui;

fortunatamente si trattenne. — Fammi luce, animale, disse quello dei

due portatori che si era allontanato, non troverò ciò che cerco. —

L’uomo dal lanternone obbedì, quantunque l’ingiunzione fosse stata

fatta come vedemmo poco convenientemente. — E che cosa cerca? si

domandò nuovamente Dantès; una pala senza dubbio.

Una esclamazione di soddisfazione indicò che il becchino aveva trovato

ciò che cercava. — Finalmente, disse l’altro, ce n’ha voluto. — Sì,

rispose il primo, ma non avrà perduto niente ad aspettare. — A queste

parole si ravvicinò ad Edmondo che intese depositare vicino a sè un

corpo pesante e sonoro: nel medesimo punto una corda gli circondò i

piedi con una viva o dolorosa compressione. — Ebbene! è fatto il nodo?

domandò quel becchino che era rimasto inoperoso.

— Ed è fatto bene, disse l’altro, me ne rendo garante.

— In questo caso, avanti. — E sollevato il cataletto si rimisero in

cammino. Fecero una cinquantina di passi circa, poi si fermarono per

aprire una porta, quindi ripresero il moto: il rumore delle onde che

s’infrangevano contro la roccia sulla quale era fabbricato il castello

giungeva sempre più distintamente all’orecchio di Dantès a seconda che

si avanzavano. — Cattivo tempo! disse uno dei becchini, non è una bella

cosa trovarsi in mare con questa nottata.

— Sì, disse l’altro, il sapiente corre gran pericolo di bagnarsi. — Ed

entrambi scoppiarono in una risata.

Dantès non capì bene la forza dello scherzo, ciò nonostante non gli si

drizzaron meno i capelli sulla testa.

— Va bene! eccoci arrivati, riprese il primo. — Più avanti, più avanti,

disse l’altro; tu sai bene che l’ultimo rimase per via infranto sur uno

scoglio, e che il governatore ci disse la dimane, che non eravamo buoni

a nulla. — Fecero ancora altri quattro o cinque passi sempre salendo,

quindi Dantès si sentì preso per la testa e per i piedi; e tutto il

corpo venne barcollato. — Una! dissero i becchini; due e tre!...

E nello stesso tempo Dantès si sentì lanciato in un enorme vuoto,

traversando lo spazio come un uccello ferito, e cadendo sempre con uno

spavento che gli agghiacciava il cuore. Quantunque tirato in basso da

qualche cosa di pesante che precipitava ancor più il rapido volo, gli

sembrò che questa caduta durasse un secolo. Finalmente, con un rumore

spaventoso, entrò come dardo in un’acqua ghiacciata, che gli fece

gettare un grido che nel medesimo punto fu soffocato dalla immersione.

Dantès era stato lanciato in mare e veniva tratto al fondo da una palla

da 36 legatagli ai piedi....

.... Il mare è il cimitero del castello d’If.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 30 / 140 题