V. — IL PRANZO DEGLI SPONSALI.

Il dì seguente fu un bel giorno. Il sole si alzò puro e rilucente, e

i suoi primi raggi di un rosso purpureo screziavano di un bel color

rubino le spumose cime delle onde. Il pranzo era stato preparato al

primo piano di quella stessa _Réserve_ col pergolato della quale abbiam

di già fatto conoscenza. Era una gran sala illuminata da cinque o

sei finestre al di sopra di ciascuna delle quali, (non si sa perchè)

stava scritto il nome di una delle grandi città della Francia; una

balaustrata di legno passava avanti e univa queste finestre. Quantunque

il pranzo non fosse fissato che pel mezzogiorno, fin dall’undici

del mattino questa balaustrata era sopraccaricata di persone che

vi passeggiavano con impazienza. Erano i marinai privilegiati del

_Faraone_ e qualche soldato amico di Dantès. Tutti per fare onore

al fidanzato erano vestiti dei loro migliori abiti. Correva voce fra

i convitati che gli armatori del _Faraone_ avrebbero onorato di lor

presenza gli sponsali del loro secondo. Ma questo, a loro pensare,

era un onore sì grande accordato a Dantès che nessuno osava crederci.

Ciò non ostante Danglars che giungeva in compagnia di Caderousse,

confermò a sua volta la notizia. La mattina aveva veduto lo stesso

sig. Morrel, e questi lo aveva assicurato che sarebbe venuto a pranzo

alla _Rèserve_. Difatti pochi momenti dopo, il sig. Morrel fece il

suo ingresso nella sala e fu salutato dai marinai del _Faraone_ con

un _hourrah_ di unanimi applausi. La presenza dell’armatore era per

essi una conferma della voce che già correva, che Dantès sarebbe

nominato capitano; e siccome Dantès era molto amato dalla ciurma,

così questa brava gente ringraziava in tal modo l’armatore, che, per

caso, l’elezione del capo era una volta in armonia coi desideri dei

subordinati. Appena entrato il signor Morrel, unanimamente furono

incaricati Danglars e Caderousse di andare incontro ai fidanzati,

prevenirli dell’arrivo del personaggio importante, la cui venuta aveva

prodotto sì forte impressione, e dir loro che si sollecitassero.

Danglars e Caderousse partirono a tutta corsa; ma non ebbero fatto

cento passi che all’altezza del magazzino a polvere scorsero la

piccola compagnia che veniva alla loro volta: essa componevasi

di quattro giovinette amiche di Mercedès, catalane come essa, che

accompagnavano la fidanzata cui Edmondo dava braccio. Vicino alla

futura sposa camminava il vecchio Dantès, e dietro loro veniva con

sinistro sogghigno Fernando; i poveri giovinotti erano così felici,

che non vedevano che sè soli ed il bel cielo che li benediva. Danglars

e Caderousse disimpegnarono la loro missione di ambasciatori: quindi

dopo avere cambiata con Edmondo una stretta di mano ben vigorosa ed

amichevole, Danglars prese posto vicino a Fernando, Caderousse si

mise in fila accanto del padre di Dantès, centro dell’attenzione

generale. Il vecchio era vestito del suo bell’abito di taffettà

mischio, guernito di larghi bottoni di acciaio tagliati a faccette.

Le sue gambe sottili, ma nerborute, erano ricoperte da un magnifico

paio di calze di cotone frastagliato, puzzanti un poco di contrabbando

inglese. Dal suo cappello a tre pizzi pendeva una fettuccia bianca

e turchina: finalmente egli si appoggiava sur un bastone di legno

tornito e ricurvo in alto come il _pedum_ degli antichi. Si sarebbe

detto uno di quei zerbinotti che facevano nel 1796 la loro parata,

nei giardini nuovamente riaperti del Lussemburgo, e delle Tuglierie.

Vicino a lui, come si è detto, si era introdotto Caderousse che la

speranza di un buon pranzo aveva riconciliato con Dantès, Caderousse

al quale restava nella mente una vaga memoria di ciò che era accaduto

nel giorno innanzi, come quando allo svegliarsi il mattino si trova nel

proprio spirito l’ombra del sonno che si è fatto la notte. Danglars

nell’avvicinarsi a Fernando aveva gettato sull’amante spregiato uno

sguardo profondo. Fernando camminava dietro ai fidanzati, completamente

dimenticato da Mercedès la quale con quell’egoismo giovanile e caro

dell’amore, non aveva occhi per altri che per Edmondo; Fernando era

pallido, poi rosso a tratti istantanei, che scomparivano per dar posto

ciascuna volta ad un pallore sempre più crescente. A quando a quando

volgeva uno sguardo verso Marsiglia, ed allora un tremito nervoso

ed involontario gli scorreva per tutte le membra. Fernando sembrava

attendere o per lo meno prevedere un qualche grande avvenimento. Dantès

era vestito con semplicità, appartenendo alla marina mercantile, aveva

un abito che teneva il mezzo fra l’uniforme militare ed il costume

borghese, e sotto questo abito il suo portamento che veniva riscaldato

ancora dalla gioia e dalla bellezza della sua fidanzata era superbo.

Mercedès era bella come una di quelle greche di Cipro o di Cèos dagli

occhi d’ebano e dalle labbra di corallo. Essa camminava col passo

franco e libero delle Andaluse. Una cittadina avrebbe forse cercato

di nascondere la sua gioia sotto un velo o almeno sotto il velluto

delle sue palpebre; ma Mercedès sorrideva e guardava tutto ciò che la

circondava, e il suo sorriso ed il suo sguardo dicevano francamente

quanto avrebbero potuto dire le sue parole: «Se voi siete amici

rallegratevi meco, poichè in verità io sono molto felice». Dal momento

che i fidanzati e coloro che gli accompagnavano furono alle viste

della _Rèserve_, Morrel discese, e s’avanzò anch’egli verso di loro,

seguito dai marinari e dai soldati coi quali era rimasto ed a cui aveva

rinnovato la promessa, già fatta a Dantès, ch’egli sarebbe succeduto

al Capitano Leclerc. Edmondo vedendolo venire lasciò il braccio della

sua fidanzata e lo passò sotto a quello di Morrel. L’armatore e la

giovinetta dettero allora l’esempio e salirono pei primi la scala di

legno che metteva alla camera ove era preparato il pranzo, che cigolò

per cinque minuti sotto i pesanti passi dei convitati. — Padre mio,

disse Mercedès, fermandosi alla metà della tavola, voi starete alla

mia destra, alla sinistra vi porrò quello che fin qui mi ha fatto da

fratello, e lo disse con dolcezza tale, che penetrò nel più profondo

del cuore di Fernando a guisa di un colpo di pugnale.

Le sue labbra s’incresparono e sotto la tinta livida del suo viso

maschile, si potè ancora vedere una volta il sangue ritirarsi a poco a

poco, per affluire al cuore. Durante questo tempo Dantès aveva eseguita

la stessa manovra; alla sua destra avea posto Morrel, alla sua sinistra

Danglars; quindi aveva fatto segno colla mano che ciascuno prendesse

posto a suo piacere. Di già circolavano intorno alla tavola i salami di

Arles colle carni brune e affumicate, le raguste ricoperte della loro

rosea corazza, i ricci di mare che sembravano castagne circondate dalla

loro scorza spinosa, le cappe, che hanno l’orgoglio di rimpiazzare

con superiorità, presso i ghiottoni del mezzo giorno, le ostriche del

nord; finalmente tutti quei crostacei, che i flutti gettano sulla riva

sabbiosa e che i pescatori riconoscenti designano col nome generico di

frutti di mare.

— Bel silenzio! disse il vecchio assaggiando un bicchiere di vino

giallo come il topazio, che il papà Panfilo in persona aveva portato

avanti a Mercedès; si direbbe che qui vi sono trenta persone che non

desiderano altro che di ridere?

— Eh! un marito non è sempre allegro, disse Caderousse.

— Il fatto si è, disse Dantès, che io sono troppo felice in questo

momento. Se egli è così che voi lo intendete, o vicino, voi avete

ragione: la gioia qualche volta fa un effetto strano; essa opprime come

il dolore.

Danglars osservò Fernando la cui natura sensitiva riceveva ed espandeva

ciascuna emozione. — Andiamo adunque, diss’egli, avreste forse paura

di qualche cosa? mi sembra al contrario che vada tutto a seconda dei

vostri desideri.

— Ed è precisamente questo che mi spaventa, disse Dantès; mi sembra che

l’uomo non sia fatto per essere così facilmente felice. La felicità

è come quei palazzi dell’isole incantate, le porte dei quali sono

guardate dai Draghi; bisogna combattere per acquistarli, ed io per dir

la verità non so con qual merito mi abbia la felicità di essere marito

a Mercedès.

— Il marito! il marito! disse Caderousse ridendo, non ancora caro

capitano; provati un poco di fare da marito e tu vedrai come sarai

ricevuto. Mercedès arrossì. Fernando si agitava sulla sua sedia,

rabbrividiva al più piccolo rumore e di tempo in tempo asciugava

delle grosse gocce di sudore che gli colavano dalla fronte come le

prime gocce della pioggia di un oragano. — In fede mia, disse Dantès,

vicino Caderousse, non val la pena di darmi una mentita per così poco.

Mercedès non è ancora mia moglie, è vero, cavando l’orologio, ma fra

un’ora e mezzo ella lo sarà. Ciascuno fece un grido di sorpresa eccetto

il padre di Dantès, il cui largo riso mostrava dei denti sempre belli.

Mercedès sorrise e non arrossì più. Fernando afferrò convulsamente

il manico del coltello. — Fra un’ora disse Danglars, impallidendo

anch’egli, e come ciò? — Sì, amici miei, rispose Dantès, grazie al

credito del Sig. Morrel, l’uomo al quale dopo mio padre io debbo il

più a questo mondo, tutte le difficoltà furono appianate; noi abbiamo

pagate le pubblicazioni; e a due ore e mezzo il _Maire_ di Marsiglia ci

aspetta al palazzo di città. Ora essendo un’ora e un quarto, credo di

non essermi sbagliato di molto dicendo che tra un’ora e trenta minuti

Mercedès si chiamerà Madama Dantès.

Fernando chiuse gli occhi; una nube di fuoco gli bruciò le palpebre,

si appoggiò alla tavola per non cadere in deliquio, e ad onta di

tutti gli sforzi non potè ritenere un sordo gemito che si perdè fra il

rumore delle risa e delle felicitazioni dell’assemblea. — È un bel fare

eh! disse il padre di Dantès, vi sembra che questo si chiami perder

tempo? arrivato ieri mattina, maritato oggi a tre ore; parlatemi di

marinari per andar dritti alla meta. — Ma le altre formalità? osservò

timidamente Danglars, il contratto, la scritta? — Il contratto! disse

Dantès ridendo, il contratto è fatto; Mercedès non ha niente ed io del

pari, noi ci maritiamo sotto il regime della comunione, e ciò non è

lungo a scrivere e non sarà costoso a pagare. Questa facezia eccitò una

nuova esplosione di gioia e di evviva.

— Per tal modo quel che noi crediamo un pranzo di sponsali, disse

Danglars, è un pranzo di nozze? — No, disse Dantès, state tranquilli;

non vi perderete niente. Domani mattina parto per Parigi; cinque

giorni per andare, cinque per tornare, un giorno per eseguire

coscienziosamente la commissione di cui sono incaricato, e il 12 marzo

sono di ritorno. Pel 12 marzo adunque vi aspetto al vero pranzo di

nozze!

La prospettiva di un nuovo festino, raddoppiò l’ilarità al punto che

Dantès padre, che al principio del pranzo si lamentava del silenzio,

faceva ora in mezzo della conversazione generale vani sforzi per fare

sentire il suo voto di prosperità in favore dei promessi sposi. Dantès

indovinò i pensieri del padre e vi rispose con un sorriso pieno di

amore. Mercedès cominciò a guardare l’ora sul pendolo della sala e

fece un piccolo segno ad Edmondo. Regnava intorno alla tavola quella

gioia fragorosa, quella libertà individuale, propria della fine dei

pranzi della bassa classe. Quegli che erano malcontenti del loro posto

si erano alzati di tavola, ed erano andati a cercare altri vicini.

Tutti cominciavano a parlare in una volta e nessuno si occupava di

rispondere a ciò che il suo interlocutore gli diceva, ma soltanto alle

proprie idee. Il pallore di Fernando era quasi passato sulle guance

di Danglars; Fernando stesso più non viveva; sembrava un dannato in

un lago di fuoco; si era alzato dei primi e passeggiava in lungo e in

largo nella sala, cercando d’isolare il suo orecchio dal rumore delle

canzoni e dal toccarsi dei bicchieri. Caderousse si avvicinò a lui nel

momento in cui Danglars, che egli sembrava fuggire, lo raggiungeva in

un angolo della sala. — In verità, disse Caderousse, a cui le buone

maniere di Dantès, e più ancora il vino di papà Panfilo, avevan tolto i

resti di quell’odio di cui l’inattesa fortuna di Dantès aveva gettato i

germi nel suo animo; in verità Dantès è un gentil giovinotto, e quando

lo vedo seduto presso la sua fidanzata, dico a me stesso che sarebbe

stato veramente male di fargli quella cattiva burla che gli tramavate

ieri.

— Tu hai veduto, disse Danglars, che la cosa non ha avuto alcuna

conseguenza; questo povero Fernando era così sconvolto che mi aveva

sulle prime fatto pena; ma dal momento che egli ha preso la sua

risoluzione al punto di farsi il primo testimonio delle nozze del suo

rivale, non v’è più nulla a dire. — Caderousse guardò Fernando, egli

era livido.

— Il sacrificio è tanto più grande, continuava Danglars, in quanto che

la giovinetta è molto bella. Che furbo felice è il mio futuro Capitano!

vorrei chiamarmi Dantès, per dodici ore soltanto.

— Partiamo? domandò la dolce voce di Mercedès; suonano le due, e siamo

aspettati a due ore e un quarto.

— Sì, sì, partiamo, disse vivamente Dantès.

— Partiamo, ripeterono in coro, tutti i convitati.

Nel medesimo istante Danglars che non perdeva di vista Fernando assiso

sul parapetto della finestra, lo vide aprire due occhi spaventati,

alzarsi come per un movimento convulsivo e ricadere assiso al suo

posto. Quasi nel medesimo momento un sordo rumore ritronò nelle scale,

un fragor di passi ed un mormorio di voci, confuso all’urtarsi di

armi, coprì le esclamazioni dei convitati per fragorose che fossero,

ed attirò l’attenzione generale, che si manifestò ad un tratto con

un silenzio. Il rumore si avvicinò, tre colpi percossero la porta;

ciascuno guardò il suo vicino con sorpresa.

— In nome della legge! gridò una voce, cui nessuno rispose. Tosto

la porta si aprì, ed un commissario, cinto della sua sciarpa, entrò

nella sala seguito da quattro soldati armati, condotti da un caporale.

L’inquietudine diede luogo al terrore. — Che c’è? domandò l’armatore

facendosi avanti al commissario cui conosceva; qui v’è sbaglio

certamente?

— Se vi è sbaglio, sig. Morrel, rispose il commissario, state sicuro

che sarà tosto riparato. Frattanto io sono portatore di un mandato di

arresto, e quantunque, esegua la mia commissione con dispiacere, pur

non ostante m’è forza l’eseguirla. Chi di voi, è Edmondo Dantès? —

Tutti gli sguardi si diressero verso il giovinotto, che, commosso ma

conservando la sua dignità, fece un passo in avanti e disse: — Son io

signore.

— Edmondo Dantès, riprese il commissario, in nome della legge, io vi

arresto.

— Voi mi arrestate! disse Edmondo con un leggiero pallore; e perchè?

— L’ignoro, ma voi lo conoscerete certamente nel vostro primo

interrogatorio. Morrel capì che non vi era nulla a farsi contro la

riflessione; un commissario cinto di sciarpa non è più un uomo, egli è

la statua della legge fredda, sorda, muta. Il vecchio al contrario si

precipitò verso l’uffiziale; vi sono cose che il cuore di un padre o di

una madre non capiranno mai. Egli pregò e supplicò, lagrime e preghiere

non ebbero alcun potere: e frattanto la sua disperazione era sì grande

che il commissario ne fu commosso. — Signore, diss’egli, calmatevi,

forse vostro figlio avrà trascurato qualche formalità di dogana o di

sanità, e secondo tutte le probabilità, allorchè si saranno ricevuti da

lui gli schiarimenti che si desiderano, sarà messo in libertà.

— Che significa tutto ciò? domandò Caderousse aggrottando le

sopracciglia, a Danglars che fingeva sorpresa.

— Lo so io forse? disse Danglars; io sono come te, guardo ciò che

accade, mi confondo, e non ci capisco niente: Caderousse cercò con gli

occhi Fernando, egli era disparso.

Tutta la scena del giorno avanti si presentò allora a Caderousse con

una spaventevole chiarezza. Si sarebbe detto che la catastrofe alzava

il velo che l’ubriachezza del giorno innanzi aveva posto fra lui e la

sua memoria.

— Oh! oh! diss’egli con voce rauca, sarebbe questa la conseguenza dello

scherzo di cui parlavate ieri, Danglars? In questo caso guai a chi

l’avesse fatto, perchè è ben triste!

— Niente affatto, rispose Danglars, tu sai bene che al contrario io ho

lacerato il foglio.

— Tu non l’hai lacerato, gridò Caderousse, l’hai maltrattato e gettato

in un angolo, ecco tutto.

— Taci, tu non hai veduto nulla, eri ubbriaco.

— Ov’è Fernando? domandò Caderousse.

— E che so io! rispose Danglars, sarà pei fatti suoi probabilmente.

Ma invece di occuparci di ciò, andiamo piuttosto a portare qualche

consolazione a questi poveri afflitti.

Infatti, durante questa conversazione Dantès, aveva stretta la mano

sorridendo ai suoi amici, e si era costituito prigioniero dicendo: —

Siate tranquilli, ben presto si spiegherà l’errore, e probabilmente non

andrò neppur fino alla prigione.

— Oh! sì certamente, io ne risponderei, disse Danglars che in questo

momento si avvicinava, come abbiam detto, al gruppo principale.

Dantès discese la scala preceduto dal commissario di polizia, e

circondato dai soldati. Una carrozza il cui sportello era aperto

aspettava alla porta: egli vi salì, due soldati ed il commissario di

polizia salirono dopo di lui. Lo sportello si chiuse, e la carrozza

riprese la strada di Marsiglia.

— Addio Dantès! addio Edmondo, gridava Mercedès spingendosi fuori della

ringhiera. Il prigioniero intese quest’ultimo grido uscito come un

singhiozzo dal cuore lacerato della fidanzata, cacciò la testa dalla

portiera gridando: a rivederci Mercedès! e disparve dietro uno degli

angoli del forte S. Nicola.

— Aspettatemi qui, disse l’armatore; prendo la prima carrozza che

incontro, corro a Marsiglia, e vi riporterò sue notizie.

— Andate, gridarono tutte le voci: andate e tornate presto. Dopo questa

duplice partenza vi fu un momento di stupore terribile, che invase

tutti coloro che erano rimasti, il vecchio e Mercedès restarono qualche

tempo appartati, ciascuno nel proprio dolore. Ma finalmente i loro

occhi s’incontrarono, essi si riconobbero come due vittime d’uno stesso

colpo, e di un subito si gettarono nelle braccia l’uno dell’altra. In

questo mentre Fernando rientrò, versò un bicchier d’acqua che bevve

e andò ad assidersi ad una sedia. Il caso volle che Mercedès uscendo

dalle braccia del vecchio venisse a cadere in una sedia vicina.

Fernando rabbrividì e con un movimento affatto istintivo dette addietro

con la sua.

— È lui, disse Caderousse a Danglars che non aveva perduto di vista

un momento il Catalano. — Nol credo, rispose Danglars, egli è troppo

stupido. In ogni caso, il colpo ricada sulla testa di chi lo vibrò! —

Tu non parli di colui che lo ha consigliato, disse Caderousse. — Affè,

disse Danglars, se si dovesse mallevar tutto quello che si manda in

aria. — Sì, allorchè ciò che si manda in aria, ricade per la punta.

Durante questo tempo gli altri convitati riunitisi in gruppi

commentavano l’arresto ciascuno secondo la sua opinione.

— E voi Danglars, disse una voce, che pensate di questo accaduto? —

Io disse Danglars, credo che abbia portato qualche balla di merce

proibita. — In questo caso, voi avreste dovuto saperlo; siete lo

scrivano. — Sì è vero, ma lo scrivano non conosce che le balle che gli

vengono dichiarate. Io so che noi abbiamo un carico di cotone, ed ecco

tutto; che abbiamo preso il carico in Alessandria dal sig. Pastret, e a

Smyrne dal sig. Paschal; non mi domandate altro.

— Oh! mi ricordo or bene, mormorò il povero padre, egli mi ha detto

ieri che aveva per me una cassa di caffè ed una di tabacco. — Vedete

dunque! disse Danglars è questo; nella nostra assenza la dogana

avrà fatta una visita a bordo del _Faraone_, e vi avrà scoperto il

contrabbando. — Mercedès non credeva niente di tutto ciò: per il

che compresso il dolore fino a quel momento, scoppiò di repente in

singulti.

— Coraggio, coraggio, speriamo! disse il padre di Dantès senza troppo

sapere ciò che si diceva. — Speriamo! ripetè Danglars. — Speriamo,

tentò di mormorare Fernando: ma questa parola lo soffocava, le sue

labbra si agitarono, e non ne uscì alcun suono. — Amici, gridò uno

dei convitati che era rimasto in vedetta sulla ringhiera, amici, una

carrozza... Ah! è il signor Morrel! coraggio! senza dubbio egli ci

porta qualche buona notizia.

Mercedès ed il vecchio padre corsero verso l’armatore, che incontrarono

sulla porta: il sig. Morrel era pallidissimo. — Ebbene!... gridarono

tutti ad una voce... — Ebbene, amici miei, rispose l’armatore scuotendo

la testa, l’affare è più grave di quello che noi non possiamo pensare.

— Oh! Signore, gridò Mercedès, egli è innocente. — Lo credo, rispose

Morrel; ma è accusato. — Di che dunque? Domandò il vecchio Dantès.

— Di essere un messo bonapartista.

Quegli dei miei lettori che han vivuto ai tempi di cui tratta questa

storia si ricorderanno qual terribile accusa era allora quella che

fu indicata da Morrel. Mercedès gettò un grido; il vecchio si lasciò

cadere sulla sedia.

— Ah! mormorò Caderousse, voi mi avete ingannato, Danglars, quello

che voi chiamate scherzo, fu fatto. Ma io non voglio lasciar morire

di dolore questo vecchio e questa giovinetta, vado a spiegar loro

ogni cosa. — Taci, disgraziato! gridò Danglars afferrando la mano di

Caderousse, o io non rispondo della tua vita. Chi ti dice che Dantès

non sia veramente colpevole? il bastimento si è fermato all’isola

d’Elba, egli è disceso; è rimasto un giorno intero a Porto Ferrajo.

Se si è ritrovata qualche lettera che lo metta in rischio, verrebbero

dichiarati suoi complici coloro che volessero proteggerlo.

Caderousse aveva l’istinto rapido dell’egoismo, e capì tutta la

solidità di questo ragionamento. Egli guardò Danglars con occhi fatti

ebeti dal timore e dal dolore e per un passo che aveva fatto in avanti,

ne fece due in dietro; ed: — Aspettiamo allora, mormorò — Aspettiamo,

disse Danglars: se è innocente sarà messo in libertà, se è reo è

inutile mettersi a rischio, per un cospiratore. — Allora partiamo,

io non posso più lungamente restar qui. — Sì, vieni, disse Danglars,

contento di trovare un compagno nella ritirata: vieni, e lasciamoli

tirarsi d’impaccio come potranno. — Essi partirono. Fernando divenuto

il sostegno della giovinetta, prese Mercedès per mano, e la ricondusse

ai Catalani. Dalla loro parte gli amici di Dantès ricondussero il

vecchio quasi svenuto ai viali di _Meillan_. Ben presto il rumore

che Dantès era stato arrestato come un messo bonapartista, si sparse

per tutta la città. — Avreste voi creduto ciò, caro Danglars? disse

Morrel raggiungendo il suo computista e Caderousse; poichè egli stesso

rientrava con tutta fretta in città per avere qualche notizia diretta

di Edmondo dal sostituto del procuratore del Re, il sig. Villefort,

che conosceva un poco. Avreste mai creduto ciò? — Diamine, signore,

rispose Danglars, io vi aveva detto che Dantès non si sarebbe fermato

senza un motivo all’isola d’Elba, e tal sosta, voi lo sapete, mi era

paruta sospetta. — Ma avete voi fatto parte ad alcuno, fuori che a

me di questo vostro sospetto? — Me ne sarei ben guardato, soggiunse a

bassa voce Danglars; sapete bene che a cagione di vostro zio il signor

Policar Morrel, che ha servito sotto _l’altro_ e che non nasconde il

suo pensiero, voi siete sospetti di amare Napoleone, e avrei avuto

paura di far torto ad Edmondo non meno che a voi. Vi sono delle cose,

che è un dovere del subordinato di dire al suo armatore, e di tenere

severamente celate agli altri. — Bene! Danglars, bene! disse Morrel,

voi siete un bravo uomo, così io aveva pensato a voi nel caso in cui

questo povero Dantès fosse divenuto capitano del _Faraone_. — Come

signore? — Sì, io aveva già domandato a Dantès ciò che pensava di

voi; e se egli avesse avuto repugnanza a conservarvi il vostro posto;

mentre non so perchè mi era sembrato scorgere qualche ripugnanza fra

voi due. — E che vi ha egli risposto? — Che credeva infatto avere

avuto, in una congiuntura che non mi ha detto, qualche torto con voi,

ma che chiunque avesse avuta la confidenza dell’armatore, avrebbe pur

anche avuta la sua. — L’ipocrita, mormorò Danglars. — Povero ragazzo,

disse Caderousse; è un fatto che egli era un eccellente giovinotto.

— Sì, ma frattanto, disse Morrel, ecco il _Faraone_ senza capitano.

— Oh! bisogna sperare, poichè noi non possiamo ripartire che fra tre

mesi, che di qui allora Dantès sia messo in libertà. — Senza dubbio;

ma fino allora! — Ebbene fino allora eccomi qua, sig. Morrel, disse

Danglars. Sapete che io conosco il modo di menare un bastimento quanto

un capitano venuto da un lungo viaggio. Ciò vi offre nello stesso tempo

un vantaggio di servirvi di me; mentre allora quando Edmondo uscirà

di prigione voi non avrete a licenziare alcuno, egli riprenderà il suo

posto, ed io il mio.

— Grazie, Danglars, disse l’armatore: ecco infatto il modo di conciliar

tutto. Prendete dunque il comando, io ve ne do facoltà e vigilate

lo sbarco; non bisogna mai che per la disgrazia di un individuo ne

soffrano le faccende.

— Siate tranquillo, o signore... si potrà poi almeno vederlo il buon

Edmondo? — Vi risponderò in breve. Vado a cercare di parlare col

sig. de Villefort ed intercederne il favore a pro del prigioniere. Io

so bene che egli è di parte regia, ma che diavolo, quantunque regio

e Procuratore del Re, è ciò non pertanto un uomo e io non lo credo

cattivo. — No, disse Danglars, ma ho inteso dire che è ambizioso; e

malvagio ed ambizioso si assomigliano molto.

— Infine poi, disse Morrel con un sospiro, staremo a vedere; andate a

bordo, vi raggiungo in breve; ed abbandonò i due amici per prendere la

strada del palazzo di Giustizia.

— Vedi, disse Danglars a Caderousse, il giro che prende la cosa: hai

ancora l’intenzione di andare a difendere Dantès? — No certamente;

ciò nonostante è assai terribile che uno scherzo abbia conseguenze sì

triste. — Diamine! e chi lo ha fatto? non siamo stati nè tu nè io,

non è vero? fu Fernando. Tu sai bene che in quanto a me ho gettato

il foglio in un canto: ed anzi credevo di averlo lacerato. — No, no,

disse Caderousse! in quanto a ciò ne sono sicuro, io lo vedo ancora là

nell’angolo del pergolato tutto maltrattato, tutto avvolto, e vorrei

anzi che fosse ancora là ove mi sembra di vederlo. — E che vuoi farci?

Fernando lo avrà raccolto, Fernando lo avrà copiato o fatto copiare,

o forse non avrà avuto neppur questo fastidio. Or che ci penso, mio

Dio! egli avrà forse mandata la mia propria lettera. Fortunatamente che

io aveva cambiato il mio carattere. — Ma tu sapevi dunque che Dantès

cospirava? — Io non sapevo niente affatto. Come ti dissi, ho creduto

di fare uno scherzo e niente altro. Sembra che scherzando, come fa

Arlecchino, io abbia detta la verità. — Tant’è, soggiunse Caderousse,

io pagherei qualche cosa di bello perchè la burla non fosse accaduta,

o almeno per non essermene mischiato: tu vedrai che quest’affare ci

cagionerà qualche disgrazia.

— Se deve portar disgrazia a qualcuno, sarà al vero colpevole, che è

Fernando e non noi. Qual disgrazia vuoi tu che accada? noi non abbiamo

che a starci cheti, e a non dire una parola su quanto è avvenuto, e il

temporale passerà senza che cada il fulmine. — _Amen!_ disse Caderousse

facendo un saluto di addio a Danglars e dirigendosi verso i viali di

_Meillan_ scuotendo la testa e brontolando seco stesso, come è solito

di fare chi è molto preoccupato.

— Buono! disse Danglars, le cose prendono quell’avviamento che io

aveva preveduto; eccomi Capitano provvisorio, e se questo imbecille di

Caderousse può tacere, ben presto capitano effettivo. Non vi sarebbe

dunque altro caso che la giustizia rilasciasse Dantès... Oh! ma,

aggiunse con un sorriso, la giustizia è giustizia ed io mi rimetto ad

essa. Ciò dicendo saltò in una barca dando ordine al battelliere di

portarlo a bordo del _Faraone_ ove l’armatore gli aveva dato posta.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 14 / 140 题