Considerazioni generali. — Correlazione delle parti. — Uso e
non-uso degli organi; organi rudimentali.
Considerazioni generali.
Le leggi della Variazione sono un argomento assai oscuro, non ostante
gli sforzi fatti dal Darwin e dai suoi successori per chiarirlo.
Innanzi tutto giova persuadersi, che il tempo, di per sè, non produce
alcuna variazione. Il Darwin[267] stesso ce lo dice colle seguenti
parole: «La sola lunghezza del tempo non può agire nè in favore
dell’elezione naturale, nè contro di essa. Dico questo, perchè si
è asserito erroneamente ch’io attribuiva all’elemento del tempo
una larga parte nell’elezione naturale, quasichè tutte le specie
fossero necessariamente sottoposte a lenta modificazione per qualche
legge innata. Il corso del tempo influisce solamente nel procurare
una maggiore probabilità alla manifestazione delle variazioni
vantaggiose, le quali vengono prescelte, accumulate, e rese permanenti,
in rapporto alle condizioni organiche ed inorganiche di vita che
variano lentamente. Esso favorisce altresì l’azione diretta delle
nuove o modificate condizioni fisiche della vita». Se l’_Ibis_ è
rimasto costante ne’ suoi caratteri per tre o quattro mila anni, ciò
non costituisce una prova contro la teoria dell’elezione naturale.
Imperocchè non è il numero degli anni che noi dobbiamo contare, ma
occorre vedere se le condizioni di vita sieno rimaste identiche. Non
negheremo che delle variazioni sieno apparse; ma se l’_Ibis_, tale
quale è, è adattato all’ambiente, e se questo ambiente non si è mutato;
ogni variazione sarà inutile, e verrà soppressa, o sarà indifferente,
ed avrà almeno questo svantaggio di non essere trasmessa con una
potenza ereditaria pari a quella dei caratteri antichi.
Il Darwin, nelle sue opere, tutto inteso ad abbattere il dogma della
invariabilità delle specie, non ha sufficientemente espresso il
pensiero, che la specie può avere delle epoche, forse anche lunghe,
di costanza, qualora le condizioni della vita restino invariate.
Quest’idea fu svolta meglio dal prof. Jäger[268] e dal dott. G.
Seidlitz[269]; quest’ultimo dice: «Quando il completo adattamento di
tutti gli organi alle momentanee condizioni della vita sia raggiunto
da un organismo, l’intero meccanismo dell’elezione naturale potrà
bensì continuare la sua azione, ma il suo risultato sarà questo,
che cioè l’adattamento verrà mantenuto all’altezza raggiunta.
Quest’azione dell’elezione naturale noi vogliamo chiamare _adattamento
conservativo_. Come il giardiniere conserva colla forbice ad una
siepe una determinata forma, tagliando i rami che crescono oltre il
livello voluto, così l’elezione naturale distrugge tutti gli individui
che s’allontanano in una direzione o nell’altra dall’adattamento
raggiunto, e mantiene la sequela delle generazioni nelle forme capaci
di perdurare. Da ciò scaturisce la grande somiglianza tra loro degli
animali selvaggi di una specie; da ciò la costanza di ogni forma
che abbia toccato l’adattamento. L’Ibis è divenuto celebre, perchè
lo si addusse pertinacemente contro la variabilità delle specie,
non essendosi modificato per molte migliaia di anni, a giudicare
dalle mummie degli antichi sepolcri egiziani. Appunto l’adattamento
conservativo doveva mantenerlo costante per 3000 anni, se in questi
3000 anni le condizioni di vita rimasero inalterate; e se fossero
restate tali per 20,000 anni, l’Ibis non si sarebbe modificato nemmeno
in 20,000 anni. L’azione conservativa dell’elezione naturale può farsi
progressiva, o regressiva, solo allora quando le condizioni di vita si
mutano».
Qui non sarà inutile dichiarare che cosa s’intenda per queste
«condizioni di vita», poichè sembra che parecchi autori non se ne sieno
fatti un giusto concetto. In ogni caso concreto è assai difficile il
dire, se le condizioni di vita siensi cambiate, o meno. A proposito
dell’Egitto, il Mamiani[270] dice: «La storia c’insegna che l’Egitto
è soggiaciuto in questi ultimi tre mila anni a più mutazioni che
parecchie altre contrade. Da nessuno s’ignora che il Delta tutto quanto
è terreno non molto antico; e d’altra parte, ora sono colà sterminate
distese di arena dove sorgevano per addietro ricche e popolose città
che senz’acqua e vegetazione non avrebbero prosperato; e si dica il
simile dell’alto Egitto, che al dì d’oggi è nuda e sterile roccia».
Ma l’_Ibis_ continuando a prosperare in quelle località ci dimostra,
che le sue condizioni d’esistenza non si sono per tutto ciò mutate.
Noi sappiamo anche che alcuni gasteropodi terrestri si sono estesi da
regioni calde in regioni più fredde, senza punto mutarsi; e che nel
lago Goktschai dell’Armenia il _Limnaeus stagnalis_ ha una conchiglia
assai sottile, mentre tutti gli altri caratteri rimasero costanti.
Le condizioni esterne della vita, come il clima, il terreno, il
nutrimento, ecc., hanno di certo un’azione importante diretta sugli
esseri organici[271], ma una più importante ancora è esercitata dai
mutui rapporti fra gli organismi. Ed è di quest’ultima azione che il
Mamiani, il Baer ed altri non hanno tenuto il debito conto. Questi
mutui rapporti si stabiliscono bensì in seguito alle condizioni
esterne, ma una volta stabiliti, costituiscono una potenza che sembra
indipendente da quelle condizioni.
Fu sostenuto da qualche autore che le variazioni appariscano subitanee,
grandi, e per così dire saltuariamente. Ma tale opinione non sembra
corretta. Gli individui devono adattarsi alle condizioni di vita, in
cui si trovano. Queste condizioni sono soggette a cambiarsi, ma tali
cambiamenti, come ci ha fatto conoscere il Lyell, sogliono avvenire
lentamente. Quindi anche gli organismi devono mutarsi di pari passo,
ossia con estrema lentezza. «La tramutazione, disse recentemente
il Weismann[272], deve andare di pari passo col cambiamento delle
condizioni di vita, imperocchè se queste ultime si mutassero più
rapidamente, la specie non potrebbe durare nella lotta colle specie
concorrenti, ma dovrebbe perire». E si dica il simile, se la specie
subisse dei mutamenti subitanei, troppo rapidi e in disaccordo con
quelli delle condizioni di vita.
Lo Hartmann, e più recentemente il Thorell[273] nell’introduzione ai
suoi _Studi scorpiologici_, hanno sostenuto che la teoria dell’elezione
naturale esiga una variazione indefinita in tutte le direzioni
possibili, perchè possa apparire quel carattere che è necessario
alla conservazione della specie. Ma il Weismann[274] ha dimostrato
che la natura non è un letto di Procuste da lungo tempo preparato,
cui l’organismo debba forzatamente in un modo preciso adattarsi. Le
specie dispongono di molti mezzi per conservarsi in vita, e se non
riesce uno di essi, possono ricorrere ad un altro. Una specie di
farfalla sopravvive perchè raggiunge un colore protettivo, un’altra
perchè è assai feconda, una terza perchè il bruco sa costituirsi una
robusta amaca, un’altra ancora perchè il bruco prende l’abitudine di
nascondersi durante il giorno nelle fessure della corteccia degli
alberi od entro la terra, ecc. Se una regione si è fatta troppo calda
per una specie, questa potrà salvarsi col variare in modo opportuno
nella sua struttura, oppure col migrare verso nord, o coll’elevarsi
sovra il livello del mare. Di più all’apparsa di qualche variazione
utile è concesso un certo tempo, perchè i mutamenti delle condizioni
esterne della vita, come fu detto sopra, si compiono in generale
lentamente. Si può quindi dire, metaforicamente, che la specie sceglie
quelle condizioni esterne della vita che la fanno prosperare; e quanto
ai rapporti tra gli organismi, essi sono reciproci, ossia una specie si
adatta alle sue compaesane, e queste s’adattano a lei.
Mentre sosteniamo che la specie possa variare utilmente in più maniere,
non intendiamo di dire che la variazione sia illimitata. Tutte le
specie non possono variare in tutte le direzioni immaginabili, essendo
la variabilità limitata dalla natura dell’organismo. Noi conosciamo un
grandissimo numero di specie estinte, e la loro morte fu determinata
ora dall’impossibilità assoluta dell’organismo di adattarsi alle nuove
condizioni, oppure dal fatto che queste condizioni apparvero troppo
rapidamente e la specie non ebbe il tempo necessario per adattarvisi.
Il Thorell, seguendo le orme di qualche altro naturalista, ammette un
principio metafisico che spinge le specie a variare in una determinata
direzione e verso uno scopo prefisso; ma fra questo modo di vedere e la
teoria della creazione diretta della specie, la differenza è piccola.
Colla prima ipotesi si ammette, come nella seconda, l’ingerenza nella
natura di una forza sopranaturale; ammettendo la prima ipotesi si
porta quest’ingerenza solamente un passo più in dietro. Naturalmente,
si potrà domandare ai partigiani di quelle idee: come va che le
specie sono adattate alle condizioni di vita in cui si trovano? E non
troverei altra risposta all’infuori di questa: fu prestabilito che si
cambiassero in modo da soddisfare in ogni momento alle esigenze della
specie. Anche in questo modo si spiega l’armonia che domina nella
natura; ma la spiegazione sembra mistica, anzichè scientifica. Oltre
ciò questo modo di vedere non rende conto sufficiente delle cause che
condussero innumerevoli specie alla estinzione.
Noi abbiamo detto sopra, che, in ultima analisi, la variazione debba
considerarsi come prodotta dalle condizioni esterne della vita.
Anche il Darwin[275] dice, essere «probabile che la variabilità
sia causata direttamente o indirettamente da cangiamenti delle
condizioni esteriori, o, per presentare il fatto sotto un’altra
forma, non vi sarebbe variabilità se fosse possibile mantenere per
un grande numero di generazioni tutti gli individui di una specie in
condizioni d’esistenza assolutamente uniformi». Il Seidlitz[276] ed il
Weismann[277] hanno discusso quest’argomento più estesamente e più a
fondo. Noi abbiamo già detto nel primo capitolo, che gli individui di
una specie non sono mai identici; essi possono sembrare tali all’occhio
inesperto, ma non lo sono all’occhio esercitato. Le api di un alveare
si conoscono tutte tra di loro, probabilmente col mezzo dell’olfatto.
Il Lappone conosce e dà il nome a ciascun renne, quantunque Linneo
abbia osservato a questo proposito che la possibilità di distinguere
un individuo dall’altro era per lui incomprensibile. In Germania, dei
pastori hanno guadagnato delle scommesse col riconoscere tutte le
pecore in un gregge di cento capi, che non avevano vedute se non da 15
giorni. Il Verlot parla di un floricultore che poteva distinguere 150
varietà di camelie non fiorite; ed il celebre Voorhelm che possedeva
più di 1200 varietà di giacinti, li riconosceva, senza ingannarsi mai,
dal solo bulbo[278]. Noi possiamo ammettere con piena fiducia che non
esistono due soli individui al mondo che sieno identici.
La ragione deve cercarsi nel fatto che non due individui sono posti
al mondo in condizioni identiche. Se la riproduzione avviene per via
sessuale, i caratteri del padre e della madre si mescoleranno in modo
diverso nei diversi prodotti di uno stesso parto; oltreciò sui vari
feti agirà la diversità della posizione nell’utero, per cui alcuni
saranno meglio nutriti di altri, e subirono gli effetti di pressione
degli organi attigui. Se i figli sono generati in epoche diverse, i
genitori non sono identici nelle varie procreazioni, perchè tanto
l’organismo paterno, come il materno, si cambiano di continuo per
effetto dell’età e di altre cause. Trattandosi di generazione agamica,
i diversi individui sono formati entro la madre in epoche diverse, e
la madre di oggi non è identica a quella di ieri, sia per la diversa
età, sia pel diverso stato di nutrizione, di riposo, mentale, ecc.;
oppure i diversi germi si formano allo stesso tempo entro la madre, ma
sarà diversa la loro posizione nel corpo della generatrice, e quindi
saranno esposti alle cause che determinano una diversa nutrizione e
una differente pressione per parte degli organi attigui. A conferma
di queste asserzioni sta il fatto, che le differenze diminuiscono col
crescere della uniformità di condizioni; così i pesci, procreati da
una stessa femmina in una medesima epoca, presentano delle differenze
impercettibili ai nostri sensi, e nella stessa specie umana i gemelli
sono tra loro molto somiglianti. A queste differenze di prima origine
se ne aggiungono poi delle altre, prodotte dalle diverse condizioni, in
cui gli individui sono allevati
Correlazione delle parti.
Se in un organismo varia una parte, variano spesso anche altre parti,
che perciò diconsi correlative; la conseguenza si è che la somma delle
variazioni viene così aumentata. Ora vogliamo conoscere le principali
categorie di fatti che vi si riferiscono, e che possiamo attingere
alle opere del Darwin, Haeckel, Seidlitz, Weismann, Dodel, ecc. Queste
correlazioni sono per noi di molto interesse, giacchè devesi a loro
attribuire il fatto che le varietà e specie di animali e di piante non
differiscono che raramente o mai in un carattere soltanto.
I. Le parti omologhe tendono a variare nel medesimo modo. Questa regola
è sottoposta alle leggi di simmetria che dominano in molti animali,
tanto vertebrati, che invertebrati, e che si rendono manifeste già
negli embrioni. Un caso semplicissimo noi l’abbiamo nella variazione
correlativa della parte destra e della parte sinistra del corpo. Se
una mano è sedigite, anche l’altra tende a divenirlo, come lo provano
le osservazioni del Perty sopra una famiglia spagnuola e quelle del
Marzolo sopra una famiglia italiana[279].
Anche gli arti toracici e pelvici variano in modo correlativo. Se in
un arto vi sono dita sopranumerarie, esse tendono ad apparire anche
nell’altro paio di arti. Se nei quadrupedi gli arti toracici sono
lunghi, grossi, ecc., anche i pelvici tendono ad assumere carattere
eguale. Il Meckel ha osservato che allorquando i muscoli del braccio
si allontanano per il numero o per la disposizione dal loro tipo
normale, essi tendono quasi sempre ad imitare quelli della gamba, e che
inversamente i muscoli della gamba, allorchè variano, imitano i muscoli
normali del braccio. Alcuni autori hanno fatto osservare che insieme
colle membra suol variare anche la faccia. Ma questa espressione non è
molto esatta. La spiegazione è forse questa. Noi possiamo considerare
il corpo di un vertebrato munito di tre paia di arti che sarebbero i
pelvici o addominali, gli scapolari o toracici, ed i craniali o la
mandibola. Così ad ogni cavità del corpo corrisponderebbe un paio di
arti, e vi sarebbe la relativa cinta ossea cui è appeso. Partendo
da questo punto di vista, noi dobbiamo aspettarci che cogli arti
addominali o toracici varii anche la mandibola, e con essa per una
ulteriore correlazione l’intera faccia. Negli uccelli le gambe alte
sono generalmente accompagnate da rostro lungo. Il levriere che ha le
gambe lunghe e sottili, ha anche un muso allungato e smilzo.
II. Si conoscono degli esempi di correlazione anche nei colori[280].
Nei cavalli una stella bianca frontale apparisce generalmente in
compagnia dei piedi bianchi. Nei conigli e buoi bianchi coesistono
spesso delle macchie oscure sulle orecchie e sui piedi. I cani,
sopratutto i segugi neri, hanno delle macchie gialle oscure sopra gli
occhi. I gatti con piedi bianchi sono spesso macchiati dello stesso
colore sul davanti del collo e del petto. I capelli neri si associano
generalmente ad occhi oscuri, i capelli biondi ad occhi grigi od
azzurri.
III. Correlazione fra le parti di uno stesso sistema. I prodotti
integumentali, come i peli e capelli, le unghie, corna, penne, squame,
ecc., stanno fra loro in correlazione; con essi stanno in correlazione
anche i denti. I peli variano contemporaneamente nello stesso modo in
tutte le parti del corpo. Le corna multiple ed ampiamente sviluppate
sono di frequente accompagnate da vello lungo e grossolano; ed il
dott. Wilckens asserisce che quanto più le corna sono ravvolte a
spira, tanto più la lana è increspata. Nel Paraguay furono osservati
dei cavalli con peli arricciati e criniera e coda brevi; essi avevano
gli zoccoli di forma anormale. Lo sviluppo anormale dei peli è
accompagnato da anomalie nel sistema dentario; così i cetacei e gli
sdentati presentano, tra i mammiferi, dei caratteri insoliti tanto
nell’integumento come nella dentiera. Nella specie umana si sono
osservati dei casi di calvizie congenita, accompagnata da incompleto
sviluppo dei denti; ed è noto che in età avanzata si perdono tanto i
capelli come i denti, ed in casi eccezionali si riproducono in tarda
età gli uni e gli altri.
Una speciale menzione merita il nesso che esiste fra gli organi
sessuali essenziali e i secondari. È noto che i cervi maschi cambiano
le corna annualmente; se noi castriamo un maschio, esso persiste nello
stato cornuto od inerme, in cui si trovava all’epoca della castrazione.
Nel renne invece, in cui ambedue i sessi portano corna, la castrazione
non produce tale effetto. Il gallo castrato perde i suoi caratteri
maschili secondari ed assume perfino qualche istinto femminile, ad
esempio quello di covare le uova. È noto che nell’uomo la barba e la
voce bassa e robusta non appariscono che all’epoca della pubertà; ma se
viene evirato prima di quest’epoca, la barba non cresce e la voce resta
puerile o femminile. Nei tempi andati i migliori soprani delle chiese
erano giovani evirati. È anche noto che gli animali castrati producono
maggiore quantità di grasso, di che trae profitto su vasta scala
l’agricoltore e l’allevatore di bestiame. Negli eunuchi è cambiato
perfino il carattere morale e mentale. È il testicolo che rende l’uomo
coraggioso e forte, come l’ovario rende la donna amabile. Anche le
femmine perdono colla castrazione i loro propri caratteri ed assumono
perfino la livrea ed il temperamento del maschio.
IV. Correlazione fra sistemi diversi. Anche sistemi organici diversi
stanno talvolta in correlazione tra di loro; numerosi fatti potrebbero
citarsi dall’anatomia per dimostrare che i muscoli e le ossa variano
insieme. Così un forte sviluppo della linea aspra o cresta del femore
è segno di grande potenza muscolare nella gamba; la rotula suole
essere tanto maggiore, quanto più i muscoli estensori della gamba sono
sviluppati; una linea semicircolare ben pronunciata del cranio accenna
a forti muscoli temporali; negli uccelli la grandezza della crista
sterni sta in nesso colla potenza dei muscoli pettorali e quindi anche
coll’attitudine al volo.
Le imperfezioni o malattie degli occhi sono talvolta in correlazione
con quelle dell’udito[281]. Liebreich afferma che su 241 sordo-muti a
Berlino, 14 erano affetti di retinite pigmentaria. Il White Cowper ed
il dott. Earle hanno osservato che il daltonismo è spesso accompagnato
da una incapacità corrispondente a distinguere i suoni musicali.
Singolari sono alcuni casi di nesso fra gli occhi ed i denti, o fra
gli occhi ed il colore dei capelli. White Cowper asserisce che tutti
i casi di doppia microftalmia ch’egli ha potuto osservare, sono stati
accompagnati da uno stato difettoso del sistema dentario. Il Darwin
cita il caso di due sposi, ambo robusti, di cui il marito aveva capelli
neri, la moglie capelli biondi; essi ebbero nove figli, cinque dei
quali, a capelli neri ed iride bruna, furono colpiti d’amaurosi, i
quattro altri biondi ad iride azzurra, furono affetti di amaurosi e
cataratta insieme. Più singolare ancora è il caso dei gatti bianchi che
sono quasi sempre sordi quando hanno gli occhi azzurri; si conoscono
oggi moltissimi esempi che confermano questa regola. Il fenomeno può
essere spiegato nel modo seguente[282]. I gattini, durante i nove primi
giorni, allorchè hanno gli occhi chiusi, sembrano affatto sordi, ed in
quest’epoca l’iride è azzurra, giacchè in tutti i giovani gatti questo
colore si conserva per qualche tempo anche dopo che le palpebre si sono
aperte. Se noi supponiamo che lo sviluppo degli organi della vista
e dell’udito si arresti nella fase delle palpebre chiuse, gli occhi
resteranno azzurri per sempre, e l’organo dell’udito sarà incapace di
percepire i suoni.
Interessanti e finora inesplicabili sono i casi di resistenza
all’azione di certi veleni in nesso col colore. I porci della Virginia
si ammalano tutti fortemente se mangiano la radice di _Lachnanthes
tinctoria_, tranne i neri. Si dice anche che il saraceno, quando è in
fiore, è nocivo ai porci bianchi o macchiati di questo colore, se sono
esposti al sole, ma non ha nessuna azione sui porci neri; e secondo
alcuni autori l’_Hypericum crispum_ in Sicilia è velenoso soltanto pei
montoni bianchi.
Molti altri esempi di correlazione si potrebbero citare, cui non
solamente gli animali sono soggetti, ma anche le piante[283].
Quando noi parliamo di correlazione, non vogliamo di certo fare del
misticismo, nè tampoco sostenere che una forza non naturale metta in
nesso alcune parti dell’organismo. Per correlazione intendiamo la
dipendenza di una parte di un organismo da un’altra, l’azione loro
reciproca, la quale scaturisce unicamente da rapporti fisiologici.
Talvolta vi può avere una parte l’atavismo, ma la primitiva dipendenza
fu di certo creata da un nesso anatomico e fisiologico. In alcuni
casi questo nesso è manifesto, ad esempio quando è una conseguenza di
una legge naturale, com’è la simmetria degli organi nella serie dei
Vertebrati e di gran parte degli Invertebrati; oppure lo intravvediamo
appena, come nel caso di correlazione fra il colore degli occhi e la
sordità; o infine è inesplicabile nello stato attuale delle nostre
cognizioni, come si è l’immunità dei porci neri dal veleno della
radice di Lachnanthes. Interessante è sopratutto il vedere, come i
mutamenti nel sistema riproduttivo traggano seco delle modificazioni
notevoli in altre parti dell’organismo; perchè ciò rende probabile che
anche, inversamente, i cambiamenti di alcune parti del corpo agiscano
sull’apparecchio generatore, ciò che contribuisce a raffermare l’idea
che questo sistema sia sensibilissimo ai mutamenti delle condizioni di
vita.
Uso e non-uso degli organi.
L’uso ingrandisce e rafforza, il non-uso impicciolisce ed indebolisce
gli organi. Noi cercheremo di dimostrare questa tesi, che era stata
sostenuta già dal Lamarck nella sua _Philosophie Zoologique_, con
alcuni esempi. Rivolgiamo innanzi tutto lo sguardo agli animali ciechi.
Wyville Thomson ci racconta che in alcuni crostacei gli individui
viventi in acque basse posseggono occhi perfetti, mentre quelli della
medesima specie, che furono dragati da 700 e più _fathom_, erano
privi di occhi ed i loro peduncoli perfino trasformati in antenne.
La presenza o mancanza di occhi hanno un valore assai limitato nella
sistematica, perchè questi organi possono esistere in alcune specie di
un genere e mancare in altre specie del genere medesimo. Nei miriapodi
si hanno cotali esempi. Alcuni _Craspedosoma_ cavernicoli, assai
affini al _C. Wagae_, che ha occhi, sono ciechi. Mentre i _Lithobius_
possiedono in generale occhi distinti, il _L. cavernicolus_ ne è del
tutto privo, e nel _L. speluncarum_ se ne vede appena una traccia.
Il Pavesi osserva che gli _Adelops_ e _Bathyscia_ sono _Catops_
senz’occhi; e che vi sono dei _Trechus_ ad occhi composti, altri ad
occhi assai piccoli, altri ancora affatto ciechi (_Anophthalmus_).
Fra le _Reicheia_, ad occhi minimi, fu scoperta nel 1870 la _R.
Usslaubi_, nella quale mancano totalmente. Inoltre sono cieche soltanto
le femmine nei generi di Crostacei _Jone_ e _Bopyrus_, di tutti gli
isopodi sedentari. Il quale fatto trova riscontro nell’altro che nei
_Machoerites_, fra i coleotteri pselafidi, i maschi hanno occhi assai
grandi e le femmine eccessivamente piccoli e difficili a vedersi,
talvolta soltanto da un lato, ed alcuni individui ne sono privi
del tutto. E nelle formiche, le operaie hanno spesso occhi piccoli
o ne mancano, mentre i maschi e le femmine della stessa specie ne
sono provvisti. Molte larve d’insetti a metamorfosi completa non
hanno occhi, i quali esistono nella forma perfetta; le lerneidi ed i
cirripedi invece li presentano soltanto nelle prime fasi di sviluppo.
In questi ed in altri consimili casi la mancanza o rudimentalità degli
occhi non è un carattere ereditato da lontani progenitori, ma questi
organi sono scomparsi o trovansi in via di scomparire per effetto del
non-uso. E siccome specie molto affini possono avere abitudini diverse
di vita, ossia una specie essere cavernicola od ipogea e l’altra
abitare a piena luce, così noi comprendiamo, come entro lo stesso
genere questo carattere della vita possa variare.
Una serie di fatti, che si spiegano cogli effetti del non-uso,
rinveniamo nei nostri animali domestici. La pendenza delle orecchie in
molte razze di cani, di conigli, ecc., non può spiegarsi altrimenti
che ammettendo essere divenuti deboli o rudimentali i muscoli
auricolari, non avendo gli animali protetti dall’uomo bisogno di stare
continuamente in guardia contro i loro nemici. Il simile dicasi della
ridotta capacità craniana del maiale, determinata dal diminuito volume
del cervello, il quale in molti animali domestici non è impiegato ad
escogitare i mezzi e i modi di far preda. È anche noto che parecchi
uccelli domestici hanno in parte perduta la facoltà del volo, mentre i
loro progenitori selvatici volano bene.
Gli organi rudimentali, per quanto possiamo giudicare, debbono in
massima parte la loro origine al non-uso. Fu già detto in un capitolo
precedente che gli ippocampi attuali devono probabilmente la loro
pinna codale rudimentale al non-uso, avendo la pinna dorsale assunto
l’uffizio della locomozione. Negli uccelli manca il diaframma, di cui
tuttavia esiste una leggera traccia, come ha dimostrato il professore
Atto Tigri di Siena. In questo caso, essendo poco mobili anche le coste
per la presenza dei processi uncinati, furono, a quanto pare, le pareti
addominali che assunsero la funzione del diaframma e resero rudimentale
questo muscolo che negli altri animali serve ai movimenti respiratorii.
In fatti, molti uccelli, quando sono affaticati, muovono rapidamente
le pareti addominali, sollevandole ed abbassandole. Nei serpenti il
polmone sinistro è rudimentale. Noi possiamo ritenere che ambedue non
abbiano potuto funzionare, perchè pigiati in una stretta cavità; quindi
uno di essi sarà divenuto rudimentale per non-uso, e l’altro si sarà
ingrandito per l’aumentato esercizio. Più tardi, quando tratteremo
dell’uomo, impareremo a conoscere altri esempi di organi rudimentali.
Mentre il non-uso indebolisce e riduce, l’uso ingrandisce e rafforza.
Che ciò avvenga nei muscoli, ognuno lo sa, basta confrontare lo
sviluppo muscolare di un ginnastico con quello di una persona che non
lavora fisicamente. Ma anche il cervello s’ingrandisce col lavoro; il
Broca ha dimostrato che in generale la capacità craniana è maggiore
negli uomini di alta intelligenza che in quelli del basso ceto, i
quali non esercitano la mente che poco ed in una ristretta sfera.
Anche le ghiandole s’ingrandiscono col lavoro. Se si distrugge un
rene, l’altro deve compiere maggior lavoro, e cresce notevolmente di
volume. Le mammelle delle vacche, capre, ecc., che si mungono una o due
volte al giorno, aumentano di volume e danno grande quantità di latte;
mentre, se si trascura di mungerle, si atrofizzano e perdono il latte.
L’occhio è reso acuto dal continuo uso; prova ne sia che i montanari
e marinai, che devono guardare spesso a grande distanza, hanno una
vista felicissima per gli oggetti lontani; anche l’udito si rafforza
in maniera simile. In certe malattie di cuore, quando una parte, ad
esempio un ventricolo, deve compiere un lavoro insolito, vediamo le
pareti muscolari di questa parte ingrandirsi e rendersi ipertrofiche.
Gli effetti dell’uso e del non-uso sono per noi interessanti, perchè
alla loro volta producono altri effetti, e si aumenta così il numero
dei caratteri sistematici. Se, ad esempio, le ali di un insetto si
accorciano, una parte dell’addome rimane scoperta, ed all’uopo della
necessaria protezione dei visceri vedremo questa porzione integumentale
indurirsi, rendersi chitinosa. Se un uccello adopera molto le sue
gambe, farà un uso limitato o nullo delle sue ali, e noi vedremo
insieme aumentare di grandezza e robustezza le prime, e ridursi più
o meno, fino alla rudimentalità, le seconde. Il Ranke[284] ha fatto
il tentativo di spiegare questi effetti dell’uso e del non-uso. In
una parte che lavora cresce la quantità del sangue, essa viene per
conseguenza meglio nutrita e si sviluppa ampiamente; una parte invece
che si trovi in continuo riposo, non riceve che una piccola quantità di
sangue, è quindi meno abbondantemente nutrita e perde di volume.