ESAME DI ALCUNE OBBIEZIONI CONTRO L’ELEZIONE NATURALE.

Forme intermediarie. — Il caos nelle forme di vita; divergenza dei

caratteri. — L’isolamento. — Obbiezioni del Kölliker. — Le specie

morfologiche. — La sterilità degli ibridi. — Insufficienza del

tempo trascorso.

Contro la teoria dell’elezione naturale furono esposte molte

obbiezioni, alcune insignificanti che non meritano di essere discusse,

altre di molto peso, così che il Darwin stesso ha creduto di doverle

confutare nel settimo capitolo della _Origine delle specie_[223].

Non ripeteremo qui quanto fu esposto nel citato capitolo, diretto

principalmente contro il Mivart; ma prenderemo in esame altre

obbiezioni, prescegliendo quelle che sono le più ripetute, o più

recenti, o ci dànno occasione di chiarire qualche parte della teoria.

Forme intermediarie.

L’asserzione che la geologia non abbia fornito delle forme

intermediarie, viene spesso ripetuta anche in Italia. Quanto alle

specie estinte, udiamo il Lyell[224], il quale dice: «Nella lista

dei proboscidei vediamo disposte cronologicamente più di trenta

specie distinte, cominciando dai mastodonti del miocene medio,

trovati in Francia, e continuando con quelli del miocene superiore

di Ava, dei monti Siwalik, di Pikermi ed Eppelsheim, fino alle forme

plioceniche dell’India meridionale, Italia ed Inghilterra, dove

occorrono tanto mastodonti quanto elefanti. Arriviamo finalmente alle

specie postplioceniche o quaternarie dell’Europa e dell’America, per

terminare coi due attuali elefanti dell’India e dell’Africa. Parimenti

si enumerano nella famiglia dei rinoceronti, oltre le cinque specie

viventi, quindici altre estinte, e oltre a queste, alcune forme

generiche di data più antica ed eocenica, appartenenti alla stessa

famiglia. La geneologia fossile della tribù del cavallo è altrettanto

istruttiva, tracciata dall’_Hipparion_ del miocene medio e superiore

della Francia, Germania, Grecia, India ed America, fino all’odierno

cavallo ed asino. Ma le dodici specie equine riferite da Leidy a sette

generi, scoperte nella valle di Niobrara in formazioni plioceniche

o posterziarie, sono omesse in questa tavola, per non essere state

ancora descritte con sufficienti particolari, ed inserite nella tavola

del Gaudry riempirebbero certamente molti vuoti fra le forme da lui

riconosciute. La famiglia dei porci, come pure alcuni carnivori, per

esempio la iena, forniscono altresì ampi materiali per illustrare la

medesima legge di un graduale cangiamento di struttura».

«Anche i quadrumani cominciano ad offrir prove del modo, in cui le

scimie esistenti si diramano dai loro prototipi estinti, benchè le

nostre cognizioni rispetto ad essi, sia di Pikermi o di altrove,

derivino finora quasi esclusivamente da latitudini extratropicali, in

cui non esistono adesso rappresentanti viventi dell’ordine. Fin qui

si scoprirono allo stato fossile soltanto quattordici specie della

tribù delle scimie e bertuccie, e ognuna di queste per lo più appena

fornì agli osteologi poche ossa dello scheletro. Eppure esse non

hanno mancato di gettar molta luce sull’ipotesi della trasmutazione.

Il Dryopithecus del miocene del sud di Francia, sebbene distinto

specificamente da ogni scimia odierna, si approssima tanto al vivente

gibbone, o scimia dalle lunghe braccia, da non meritare, secondo

l’opinione del prof. Owen, la separazione generica assegnatagli

dal Lartet. Tutti gli altri fossili (di quadrumani) dell’Europa e

dell’Asia hanno affinità alle specie o generi attuali della divisione

_Catarrhina_; e quei d’America, trovati nelle caverne brasiliane,

alle specie o generi attuali della divisione _Platirrhina_. Rispetto

al _Mesopithecus_ di Pikermi, lo scheletro è quasi completo, più

che qualunque altro di scimia fossile, portato alla luce fin qui.

Differisce genericamente da ognuna delle viventi forme indiane, non

tanto perchè presenti nuove strutture, quanto per la combinazione di

caratteri che appartengono ora a due distinti tipi indiani. Perciò

si può dire, con Gaudry, che gli attuali _Semnopitheci_ della India

hanno preso a prestito da questo tipo miocenico la testa, e gli

attuali Macachi gli arti. In quale diversa luce, esclama questo

eminente paleontologo, ci si presenta ora la questione sulla natura

delle specie, di fronte a quel che appariva solo vent’anni fa, prima

che avessimo studiati gli avanzi fossili di Grecia e le forme affini

di altri paesi; quanto chiaramente questi avanzi accennano all’idea

che specie, generi, famiglie ed ordini, oggi tanto distinti, ebbero

progenitori comuni! Quanto più avanziamo, e riempiamo le lacune, tanto

più ci sentiamo persuasi che i rimanenti vuoti esistono piuttosto nelle

nostre cognizioni che nella natura».

Simile convinzione esprime anche il Lubbock[225]. Egli dice: «Mano

mano che noi studiamo le forme estinte, tutte le linee di separazione

vanno sempre facendosi più lievi. Per esempio, le specie più grosse

di mammiferi sono oggi in molti casi ben distinte, ma diviene sempre

più difficile distinguerle in modo soddisfacente quando noi studiamo

gli esemplari fossili e i viventi. Prendiamo, per esempio, soltanto

due casi del gruppo dei mammiferi quaternari, e vedremo che, secondo

Rütimeyer, il bisonte d’Europa e quello d’America, che ora sono al

tutto distinti, erano collegati fra loro dal Bison priscus, mentre

tra il nostro orso bruno e l’orso grizzly delle Montagne Rocciose si

è rinvenuta una lunga serie di anelli che li collegano insieme fra i

numerosi avanzi delle nostre caverne ossifere».

Abbiamo riportato questi passi, perchè l’autorità del Lyell e quella

del Lubbock e del Gaudry sono certamente di peso. Ma si conoscono

molte altre forme di transizione. L’_Archaeopteryx_, che dapprima fu

creduto un pterodattilo pennuto, ma che è un uccello, congiunge insieme

la classe dei rettili e quella degli uccelli. Le diverse specie di

ammoniti, come dissero il Cotta[226] e più recentemente il Meneghini,

sono congiunte insieme da numerose forme di passaggio. Il _Belemnites

dilatatus_ costituisce un gruppo di forme, in cui il Raspail distinse

43 specie, le quali dal D’Orbigny, colla dimostrazione delle forme

intermediarie, vennero ridotte ad una sola. La schiera delle ostriche

(Ostrea), che crebbe continuamente dall’epoca secondaria in poi,

presenta delle enormi differenze tra le varie forme, ma queste sono

collegate insieme da un numero sì grande di anelli che, considerando

le forme fossili di tutti i tempi, riesce impossibile di tenere

rigorosamente separate le singole specie[227].

Noi abbiamo sopra menzionato l’_Archaeopteryx_; esso fu trovato fossile

a Solenhofen e venne dapprima descritto da A. Wagner come un rettile

pennuto col nome di _Griphosaurus_, ma più tardi l’Oppel ed altri

riconobbero che si trattava di un uccello con alcuni caratteri di

rettile. Gli uccelli attuali hanno una coda poco sviluppata, mentre

nell’_Archaeopteryx_, uccello primitivo, esiste una coda, lunga

sette pollici e mezzo, la quale è formata di parecchie vertebre ben

sviluppate e porta ai lati delle lunghe penne. Gli arti toracici sono

trasformati in organi atti al volo (ali), e la bocca sembra armata

di denti. Quando vediamo gli uccelli attuali, allo stato embrionale,

possedere una coda a più articoli, non possiamo non pensare all’uccello

primitivo a coda lunga, e ritenere di avere davanti a noi un fenomeno

simile a quelli, di cui abbiamo parlato al capitolo III, a proposito

dello sviluppo degli animali.

È stato più volte asserito che gli uccelli costituiscano una classe

molto isolata, e nettamente separata tanto dai mammiferi, come dai

rettili. Tale asserzione non può essere ripetuta oggidì, sia perchè

l’oviparo ornitorinco unisce gli uccelli ai mammiferi, sia perchè

i generi fossili _Archaeopteryx, Campsognathus, Hesperornis_ e

_Ichthyornis_ colmano la lacuna oggi esistente fra gli uccelli ed i

rettili. Gli uccelli odierni hanno una coda rudimentale e mancano di

denti; ma l’Archaeopteryx, come dicemmo, ha una coda bene sviluppata,

e l’_Hesperornis_ porta dei denti collocati entro un solco, e

l’_Ichthyornis_ dei denti posti entro alveoli[228].

Il fatto precitato è analogo a quello da me riscontrato negli

ippocampi[229]. È noto che gli ippocampi si distinguono dai sifonostomi

e signati per essere privi di pinna caudale; ma tale mancanza non

caratterizza senonchè gli individui adulti. Io ho esaminato degli

embrioni di _Hippocampus brevirostris_, lunghi millimetri 5-3/4 allo

stato di massima distensione, ed ho trovato che essi possiedono

una pinna caudale, la quale è bensì poco sviluppata, ma tuttavia

sufficientemente distinta. Essa è formata da un prolungamento in

addietro della cute che riveste l’estremità posteriore dell’animale, ed

è puramente membranosa, non potendosi in essa scorgere alcuna traccia

di raggi. Le macchie pigmentate, che sono sparse riccamente su tutta

la superficie del corpo, si estendono anche sopra quest’appendice

caudale. Se vuolsi è un rudimento di pinna, destinato a scomparire nei

successivi stadi della vita, ma è una pinna, la quale ravvicina gli

embrioni degli ippocampi a quelli dei sifonostomi e signati. Noi siamo

dunque nuovamente ricondotti al principio, che cioè gli embrioni di una

classe, anche se appartengono ad ordini o generi diversi, sono tra loro

somigliantissimi. Il fatto ora esposto, della presenza di una pinna

caudale negli ippocampi embrionali, ha una non lieve importanza, poichè

la paleontologia c’insegna che durante l’epoca eocenica sono esistiti

degli ippocampi, i quali possedevano una pinna caudale e furono per

questo solo carattere dai paleontologi separati genericamente dagli

ippocampi ora viventi ed ebbero dall’Agassiz il nome di _Calamostomi_.

Il monte Bolca ci ha appunto fornito allo stato fossile il _Calamostoma

breviculum_ Ag., il quale all’estremità della coda portava, anche

adulto, una distinta pinna rotonda.

Mentre le cose predette possono gettare della luce sull’origine del

genere _Hippocampus_, non mancano altri studi intorno alla embriologia

dei lofobranchi, i quali fanno scomparire i limiti tracciati dagli

zoologi tra il genere _Nerophis_ ed il genere _Syngnathus_. Questo

secondo genere differisce dal primo pel possesso delle pinne pettorali

e di una distinta caudale; mentre nella Nerophis le pinne pettorali

mancano, e la caudale è mancante o rudimentale. Ora il dott. Fries,

nel 1838, ha trovato che la _Nerophis lumbriciformis_ subisce una

metamorfosi, giacchè allo stato giovanile possiede delle pinne

pettorali distintissime ed una pinna embrionale racchiudente la codale;

mentre allo stato adulto è interamente mancante delle pinne, e non

possiede che un avanzo della seconda in forma di pinna dorsale.

Noi possiamo domandarci, quale più profondo significato abbiano

questi fatti, dei quali ognuno può convincersi coll’osservazione. Io

vedo in essi la prova, che le nerofidi sono discese dai signati, e

gli ippocampi dai calamostomi. I signati perdendo le pinne pettorali

e la codale hanno dato origine alle nerofidi, le quali conservano,

come attestato della loro provenienza, nell’età embrionale le pinne

pettorali dei loro progenitori.

Vi sarà forse taluno, cui queste conclusioni potranno sembrare

immature, e domanderà, dove siano gli anelli di transizione, quegli

anelli che nel caso nostro dovrebbero congiungere insieme lo stipite,

ossia il genere _Syngnathus_, e la forma derivata, ossia il genere

_Nerophis_. Noi ci troviamo nel caso fortunato di poter rispondere a

questa domanda, poichè tra i signati forniti di codale bene sviluppata,

e le nerofidi onninamente prive di codale, esistono delle altre

nerofidi che sono munite, allo stato adulto, di codale rudimentale,

e costituiscono così un passaggio tra le estreme forme citate. In

appoggio di quest’asserzione menzionerò le specie _Nerophis anguinea,

N. Heckeli_ e _N. aequorea_, nelle quali tutte ed in qualche altra

specie ancora la pinna caudale è rudimentale.

Si può dire con una certa sicurezza che il genere _Nerophis_ è un

genere in via di formazione. Quando la codale, già ora tutt’al più

rudimentale, sarà interamente scomparsa in tutte le specie, e non si

presenterà nemmeno negli embrioni; allora potremo dire che il genere

_Nerophis_ è buono, perchè ben distinto dall’affine _Syngnathus_.

Al presente non può dirsi altrettanto, e prova ne sia l’incertezza

degli autori nella classificazione di alcune specie; il Kaup, per

es., colloca le nerofidi a codale rudimentale nel genere _Nerophis_,

mentre Rafinesque e Bonaparte riferiscono le medesime specie al genere

_Syngnathus_. In modo analogo i calamostomi terziari, perdendo la pinna

codale, si sono trasformati negli ippocampi attualmente viventi, i

quali sono privi di detta pinna; ma questi ultimi conservano ancora

allo stato embrionale la pinna codale che i calamostomi portavano per

tutta la vita.

È sommamente probabile che la pinna codale, prima di scomparire negli

adulti, sia stata in essi rudimentale, come lo è nelle su citate specie

di _Nerophis_. Qui debbo confessare che non conosco alcun ippocampo in

questa guisa conformato; ma si può nutrire fondata speranza, che si

scopriranno degli ippocampi viventi o fossili posteocenici, possedenti

in età adulta una pinna caudale rudimentale.

Nel caso speciale che ci occupa, possiamo andare anche più oltre,

ed indicare la causa, per cui la pinna caudale è scomparsa negli

ippocampi. È noto a tutti gli ittiologi che la codale nei pesci è

un potente organo della locomozione, poichè il movimento in avanti

succede in seguito alle rapide oscillazioni orizzontali della coda,

la cui superficie è resa significante dalla presenza della relativa

pinna. Battendo il pesce rapidamente e vigorosamente l’acqua da

destra a sinistra, e da sinistra a destra, il centro di gravità

dovrebbe muoversi contemporaneamente in due direzioni diverse ma non

opposte, per cui si muoverà nel senso della diagonale. Eccezione per

tale rapporto fa l’ippocampo, il quale, siccome nuota in posizione

verticale, ossia colla testa in alto e la coda in basso, effettua

i suoi movimenti principalmente coll’aiuto della dorsale. La pinna

codale gli è quindi inutile, o pressochè tale, e se nei calamostomi è

esistita, perchè fu ereditata da altri pesci, negli ippocampi ha subito

gli effetti di quella legge, la quale condanna gli organi inutili

a farsi dapprima rudimentali, di poi a scomparire negli adulti, ed

in fine a perdersi anche negli embrioni. Gli ippocampi ora viventi

trovansi precisamente nel secondo dei predetti tre stadi. Come dunque

l’_Archaeopteryx_ fu il precursore degli uccelli attuali, così il

_Calamostoma_ fu il precursore dell’_Hippocampus_, ed ambedue le forme

ora viventi conservano ne’ loro embrioni le vestigia di un remoto

passato; e come l’_Archaeopteryx_ congiunge insieme due grandi classi

di Vertebrati, i rettili cioè e gli uccelli, così il _Calamostoma_ è

una forma intermediaria fra i generi _Hippocampus_ e _Syngnathus_,

avendo la forma generale del primo e la pinna caudale del secondo.

Hilgendorf ci ha fatto conoscere la _Planorbis multiformis_ del calcare

di Steinheim, ed un illustre paleontologo, il Quenstedt, ha sostenuto

che di questa specie se ne sarebbero di certo fatte moltissime, se

nella stessa località non fossero state rinvenute numerose forme di

transizione, e soggiunge: «Si suol dire che tutte le forme, che sono

congiunte insieme da forme intermediarie, appartengono ad una medesima

specie. Quest’asserzione è bella, ma non vera; datemi un sufficiente

materiale, e le forme di transizione non mancheranno forse mai»[230].

Negli esempi su citati, le forme intermediarie sono fossili; numerosi

altri esempi potrebbero addursi. Vediamo ora, se tra le forme viventi

esistano delle forme di transizione pure viventi. La lepidosirena,

scoperta dal Natterer nel 1837, deve dirsi una forma di transizione;

tant’è vero ch’essa fu classificata ora tra gli anfibi ed ora tra

i pesci. Ed è certo ch’essa congiunge insieme gli uni cogli altri.

Huxley[231], nella sua _Anatomia dei vertebrati_, dice in proposito:

«È notevole che, mentre i _Dipnoi_ costituiscono sotto molti rapporti

un passaggio fra il tipo degli anfibi e quello dei pesci, la colonna

vertebrale e gli arti non solo sono conformati come nei pesci, ma

s’accostano più alle parti omologhe degli antichissimi _Crossopterygi_

fra i ganoidi che a quelle d’altri pesci». Un’altra forma di passaggio

è indubbiamente l’ornitorinco, il quale in essenza è un mammifero, ma

concorda in molti caratteri anatomici cogli uccelli. A nessun anatomico

sfuggirà l’importanza dei seguenti caratteri dell’ornitorinco. Mancano

i capezzoli delle mammelle, ed appariscono solamente capezzoli

temporanei. L’ovario sinistro è più sviluppato del destro, ed all’epoca

della maturità assume l’aspetto di grappolo. Esiste una cloaca, in cui

sboccano il retto ed il canale urogenitale. La valvola tricuspidale

del cuore si compone di parti membranose e carnose. Lo sterno presenta

un episternale. Esistono, oltre la forchetta, le clavicole coracoidee.

Le ossa del cranio subiscono una precoce sinostosi. V’ha una terza

palpebra. Nell’apparato uditivo, l’incudine ed il martello sono fusi

in un unico osso. Si può quindi dire, che la classe dei mammiferi è

congiunta a quella degli uccelli a mezzo dell’ornitorinco.

Recentemente fu scoperto dal Forster nell’Australia un pesce molto

singolare, che sembra appartenere ad un genere da lungo tempo estinto,

e che ne’ suoi caratteri è intermediario fra parecchie forme oggi

esistenti. È il Ceratodus, di cui si scopersero due specie, _C.

Forsteri_ e _C. miolepis_. Lo attuale _Ceratodus_ concorda nei suoi

caratteri principali coi _Dipnoi_, ma ha dietro la cloaca due aperture

peritoneali invece di una sola; il bulbo arterioso è conformato come

nei _Ganoidi_, ossia porta parecchie serie di valvole; il polmone è

semplice e non doppio; e le branchie si avvicinano a quelle della

_Chimaera_. I vasi deferenti somigliano ad ovidotti, e sboccano nella

cavità ventrale come nei _Ganoidi_. Il sangue è condotto da una vena

polmonale dal sacco polmonale nella semplice orecchietta del cuore;

ma una vera arteria polmonale manca, giacchè sono i rami dell’aorta

dorsale che conducono il sangue al polmone; «in tale modo il sacco

polmonale sta nel mezzo tra una vescica natatoria ed un polmone»[232].

Non v’ha gruppo di animali, in cui non si riscontrino delle forme

intermediarie. Citerò ancora due esempi, tolti dagli invertebrati.

Nei miriapodi i _Blanjulidi_ rappresentano un anello di passaggio

tra il vero _Julus_ e gli _Strongylosoma_, i quali discesero dai

_Craspedosoma_, e questi, per la trafila di altre forme transitorie,

dai _Polydesmus_. Sono anelli di passaggio, avuto riguardo alla forma

generale dei segmenti, che regolari e rotondi nei primi, si fanno

globosi ai lati negli _Strongylosoma_, presentano un tubercolo nei

Cordeuma, che si fa maggiore nei _Craspedosoma_. Nei _Dolistenus_

ed altri compariscono le carene, ma piccolissime, più ampie nei

_Polydesmus_. Questi, per la via dei _Cyrtodesmus_, delle _Fontarie_,

degli _Oniscodesmus_, derivarono dalle _Glomeridi_, e così, seguendo

il graduato allargarsi delle carene, si viene a designare un quadro

genealogico dei chilognati, il cui capostipite, la _Glomeris_, passa

lentamente cogli _Asellus, Porcellio_, e generi affini, nei Crostacei.

Questa genealogia potrà essere accolta o meno; certo si è che chi

imprende degli studi speciali sopra un qualsiasi gruppo di animali,

giunge facilmente alla convinzione profonda che le forme intermediarie

non sono rare.

Citerò un altro esempio. Il _Caeculus_ fra gli acari s’accosta al

genere _Trogulus_ tra gli opilionidi per l’integumento coriaceo; per

la piastra cefalica che, allargandosi a spatola, si prolunga in avanti

a segno da coprire interamente i palpi e gli organi boccali; e perchè

l’addome, specialmente verso la sua estremità posteriore, mostra una

distinta segmentazione trasversale. Ma d’altra parte esso si stacca

dagli opilionidi, per avere le mandibole uncinate[233], composte di

un solo articolo e non piegate a ginocchio; inoltre per avere le

mascelle tra loro accostate in guisa da costituire una specie di labbro

inferiore; finalmente perchè le coscie delle zampe del primo paio

mancano di appendice o lobo mascellare. Per questi caratteri non si

può esitare a porre il _Caeculus_ tra gli acari, fra i quali, secondo

la mia classificazione, costituisce una famiglia a sè, quella degli

_Hoplopini_, affine a quella dei _Rhyncholophini_[234].

Gli studi fatti recentemente dal Grassi[235] hanno pure condotto alla

scoperta di forme intermedie fra alcuni gruppi degli artropodi. Così

dal genere _Machilis_, attraverso i generi _Iapyx, Campodea, Lepismina_

e _Nicoletia_, si passa al genere _Blatta_ fra gli ortotteri. Del pari

le _Scolopendrelle_ hanno intimi rapporti cogli atteri e coi miriapodi;

e la _Koenenia mirabilis_ ha molta affinità coi telifoni e colle

solpughe, mentre in alcuni caratteri differisce talmente dagli uni e

dalle altre, che si credette necessario di istituire per essa il nuovo

ordine dei microtelefonidi.

Delle forme di passaggio esistono dunque tanto tra le specie fossili,

come tra le viventi. Relativamente a queste ultime ogni zoologo

o botanico, che abbia studiato a fondo una famiglia od un genere

qualsiasi, può addurre degli esempi. Si provi il lettore a studiare

le spugne, oppure il genere _Lithobius_ fra i miriapodi, od il genere

_Eupodes_ fra gli acari, e vedrà quanto giusta sia l’asserzione sopra

esposta. «In tutte le opere sistematiche, che trattano la materia

profondamente, dice Haeckel[236], incontriamo lamenti continui sulla

difficoltà di separare le specie, perchè le forme di transizione sono

assai numerose. E perciò ogni naturalista dissente dagli altri intorno

ai limiti ed al numero delle specie».

Ma ora sorge un’altra obbiezione. Ammesso che le forme intermediarie

sieno esistite, non è probabile che sieno state vantaggiose sulle

precedenti, ciò che non concorda colla dottrina dell’elezione naturale.

Udiamo ciò che dice in proposito un illustre nostro filosofo, il

Mamiani[237]. Egli dice: «Ben scrisse il Pictet che il sauride, a cui

principiarono gli arti d’innanzi a mutarsi per divenire ali e penne,

era l’animale il più impacciato ed inetto del mondo. Nè il Darwin,

citando l’esempio di non so quale pinguino del sud, chiamato in Francia

Manchot, rompe e dilegua per nulla l’istanza. Conciossiachè quel

pinguino, ancora che non si serva delle ali, pure ne ha i rudimenti ben

contornati e vestiti di penne come l’intero suo corpo, e la struttura

interna delle ossa a disposizione di ala non di gamba e di piede. Per

simile, la conformazione fissa e ben definita del corpo e dei piedi

palmati lo abilitano a reggersi e camminare sopra essi diritto ed

equilibrato. Ma pel sauride che compie la sua metamorfosi a piccole

varietà e a minimi gradi l’uno congiunto con l’altro, tutto ciò deve

diventare implicato, sfigurato e confuso; e non solo al di fuori, ma

dentro; perchè eziandio le vene, le arterie, il cuore e i polmoni

s’inforsano fra le strutture che appartengono alla circolazione a

sangue freddo e quella a sangue caldo. E nondimeno, l’animale non pur

dee vivere, ma vivere anche più avvantaggiato che quando era sauride

schietto; e nota che per ciascuna varietà sopravvenutagli e la quale

confonde viepiù le due specie, deve crescere parimente l’utilità,

essendo tale il principio supremo del Darwin che quelle sole varietà

si trasmettono e durano per cui sia migliorata in qualche maniera

l’esistenza dell’individuo nel quale succedono. Onde non è il caso

nemmanco di pensare al termine della trasmutazione, e dire che quella

bestiuola sarà disgraziata assai, fluttuando, a così parlare, tra le

due nature di rettile e di uccello, nè sapersi bene immaginare come

potrà sussistere; ma che una volta trasfigurato con le sue brave ali,

il suo becco e la sua coda pennuta, si consolerà presto dei travagli

passati».

Ho voluto trascrivere queste parole, affinchè il lettore veda, come

ragioni un nostro grande filosofo (pur troppo ora rapito dalla morte)

sopra un argomento che parmi serio. Il passo citato mi chiama alla

memoria un discorso del Settembrini contro Herzen, ed una poesia del

Prati. Ognuno è persuaso che il Mamiani, se trattavasi di ragionare,

era uomo da fare la parte sua; ma per concludere, occorre un certo

corredo di cognizioni di storia naturale, che in generale i filosofi

e poeti non possedono. Nel caso presente la risposta può essere

breve. È un fatto innegabile che l’_Archaeopteryx_ è esistito, e che

radunava in sè i caratteri di due classi di Vertebrati, dei rettili

e degli uccelli. Ora i sostenitori delle creazioni indipendenti e

separate asseriscono, che un animale con tale struttura mista sarebbe

un essere molto imperfetto, disgraziato ed inetto a vivere. Ma i

fatti stanno contro di loro, perchè l’_Archaeopteryx_ è vissuto

lungamente, e l’ornitorinco, altra forma intermediaria, vive ancora

e forse non iscomparirà sì presto dalla superficie del globo. Quanto

all’imperfezione che a queste forme si attribuisce, noi possiamo

rivolgere ai sostenitori delle creazioni indipendenti la domanda;

come mai il Creatore abbia messo al mondo esseri cotanto imperfetti?

Questa imperfezione però in realtà non sussiste, perchè un animale

intermediario può essere bene adattato alle condizioni di vita,

nelle quali si trova. Non è difficile comprendere che ad un animale

può tornare utile essere fornito di organi tali da poter occupare,

secondo le circostanze, parecchi posti nella natura, ad esempio,

vivere nell’acqua ed in determinate epoche in terraferma, o nell’aria

volando; nella stessa guisa come ad un uomo, in certi luoghi ed in

certe località, poteva essere di vantaggio esercitare la professione

del farmacista ed insieme quella del pizzicagnolo!

Anche il Bianconi[238] ha sollevato un’obbiezione, la quale si

riferisce alle strutture intermediarie. Egli dice: «J’ai dit, le pied

ambulatoire de l’homme, et le pied préhensile du singe sont deux

instruments mécaniquement éloignés l’un de l’autre. Des instruments

intermédiaires, ou de passage, n’ont pas de possibilité mécanique. Un

pied, qui cesse d’être préhensile et va être ambulatoire, n’est ni

préhensile ni ambulatoire; et l’animal alors ne peut ni ramper ni se

promener; il n’est ni acrobate, ni pédestre. Sa construction serait

un absurde, et l’animal n’aurait pas ses conditions d’existence. Il

faut qu’il soit décidément rampant ou décidément ambulatoire». I

fatti però non confermano queste idee teoriche. Ben pochi animali,

ad esempio, sanno rampicare con maggiore agilità dello scoiattolo,

e nondimeno questo roditore cammina e corre benissimo sul terreno;

egli è dunque acrobata e pedestre insieme. Anche le scimie, che sono

animali eminentemente rampicanti, possono correre agilmente su tutti e

quattro gli arti; ed alcune, sebbene a stento, sanno anche camminare

sui soli arti posteriori. Perfino l’uomo, il cui incesso naturale è

l’eretto, con un po’ di esercizio impara a rampicare con agilità. Non è

impossibile che un animale, il quale possieda due modi di locomozione,

coll’esercizio e coll’abitudine si perfezioni in uno di essi, ed

acquisti gradatamente una struttura diversa negli organi stessi della

locomozione.

Il Bianconi ha posto un dilemma. Un’asta, o è sufficientemente

appoggiata, e sta; o non è appoggiata abbastanza, e cade. Tra questi

due termini non è possibile una via di mezzo. Ma l’animale vive, e non

è un’asta rigida, per cui il dilemma non può applicarsi alla di lui

natura. Ad esempio, il canguro cammina sulle sole estremità posteriori,

essendo brevi e deboli le anteriori. Ora è probabile che il canguro sia

arrivato per gradi a questa struttura, indebolendosi ed accorciandosi

sempre più le estremità anteriori, mentre le posteriori si adattavano

a portare da sole tutto il peso del corpo; egli sarebbe quindi passato

per quello stadio che oggi presenta il lepre, in cui gli arti anteriori

sono brevi e deboli di fronte ai posteriori.

Qui non sarà inutile riflettere sulla natura delle forme intermediarie.

Udiamo ciò che dice il Darwin[239] su questo soggetto. «Se noi

consideriamo le forme affatto distinte, per esempio il cavallo ed il

tapiro, non abbiamo alcun motivo di supporre che vi siano mai stati

dei legami _direttamente_ intermedi fra le medesime, ma bensì fra

ognuna di esse ed il comune loro progenitore che ci è ignoto. Il comune

progenitore avrà presentato, nella intera sua organizzazione, molta

rassomiglianza generale col tapiro e col cavallo; ma in alcuni punti

della sua struttura avrà differito notevolmente da ambedue e fors’anche

più di quello che essi diversificano fra loro. Perciò in tutti i casi

analoghi, noi saremo incapaci di riconoscere la forma madre di due o

più specie quali si vogliano, ancorchè noi confrontassimo accuratamente

la struttura del progenitore con quella dei discendenti modificati,

senza possedere contemporaneamente una catena quasi perfetta di forme

intermedie. È però possibile che di due forme viventi una sia derivata

dall’altra, per esempio il cavallo dal tapiro; e in tale caso bisogna

ammettere nel passato l’esistenza di legami _direttamente_ intermedi

fra i medesimi. Ma quest’ipotesi implicherebbe allora che una forma

sia rimasta inalterata per un periodo molto lungo, mentre i suoi

discendenti andarono soggetti ad una grande quantità di cambiamenti;

ed il principio di lotta fra organismo ed organismo, fra la prole e

i genitori, renderà questo evento assai raro; perchè in ogni caso le

forme di vita nuove e perfezionate tenderanno a prendere il posto delle

forme vecchie ed imperfette».

Il caos nelle forme di vita.

Le forme intermediarie hanno dato origine ad un’obbiezione di altro

genere. Si è detto: «Se le specie derivano da altre specie, per mezzo

di gradazioni intermedie, perchè la natura non ci presenta un caos

inestricabile di forme?» Ciò che noi effettivamente osserviamo nella

natura, non è nè una precisa limitazione di ogni singola specie di

fronte alle congeneri, nè il predetto caos inestricabile. La ragione

sta nella breve durata delle forme intermediarie per effetto della

elezione naturale.

Dobbiamo premettere che la lotta per l’esistenza si farà più viva tra

forme affini e di eguali abitudini, che non tra forme di abitudini e

struttura diverse. Alcunchè di simile vediamo nella società umana,

dove esiste la gelosia di mestiere. Un medico ed un avvocato, un

falegname ed un orologiaio, non si faranno che una concorrenza

debolissima; mentre tra medico e medico, tra avvocato ed avvocato, ecc.

la concorrenza potrà essere intensa. Supponiamo ora che una specie

abbia dato origine a dieci varietà, le quali si allontanino alcune

più ed altre meno dallo stipite comune e tra di loro. In tale caso e

supponendo che tutte queste varietà abitino un medesimo distretto,

la lotta fra le varietà estreme, ossiano le più differenti tra loro,

sarà meno viva che fra le varietà intermedie, le quali per conseguenza

tenderanno in generale a scomparire, e dopo un tempo più o meno

lungo le forme estreme appariranno fino ad un certo grado distinte

ed isolate. Così l’organizzazione progredisce, e siccome le forme

intermedie hanno in generale una breve durata, pare che cammini a

salti, mentre in realtà il progresso è lento e continuo. In tale modo

possiamo spiegare anche la _divergenza dei caratteri_, che scaturisce

dalla lotta per l’esistenza, e dalla maggiore intensità della lotta tra

forme affini che non tra forme diverse. Ognuno comprende di leggieri

che quanto più due forme diversificano nella loro struttura, nelle loro

abitudini e ne’ loro istinti, tanto più sono atte ad occupare posti

diversi nell’economia della natura.

Il prof. Jäger[240] cita un esempio che giova qui riferire. Supponiamo

che un ruminante riceva delle corna, la quale arma lo renda atto a

sfidare i pericoli di un terreno scoperto. D’altra parte, le corna

sono moleste nelle selve, perchè un animale, che ne sia fornito,

urta facilmente contro i rami ed è inceppato nei suoi movimenti. Noi

troviamo qui un motivo che può condurre a scindere un ruminante inerme

in animali da foresta inermi ed animali da landa armati. A questa

differenza biologica s’associa una differenza morfologica per effetto

dell’uso. Se l’animale armato adopera le sue corna al combattimento,

che è lavoro di tutto il corpo, aumenterà di taglia, mentre l’animale

inerme resterà piccolo. Per quello da foresta la piccola statura è

un vantaggio, perchè più facilmente attraversa le macchie e vi si

nasconde; per l’animale cornuto la grande taglia sarebbe un impaccio

nella selva, ma gli è vantaggioso nella landa che è il suo campo di

battaglia. Questo esempio ci spiega lo stato inerme e la piccola

statura delle specie di Tragulus, che abitano le selve; e lo stato

armato e la grande statura dei buoi, delle antilopi, delle pecore e

capre, che abitano i luoghi scoperti; i cervi stessi, se sono posti in

condizioni naturali, preferiscono i terreni scoperti alle foreste. In

questo caso un cambiamento nella struttura ha prodotto un cambiamento

di stazione, il quale alla sua volta ha determinato altri notevolissimi

cambiamenti di struttura. Ma anche senza mutare l’antico territorio può

una specie profittare di qualche posto che per avventura fosse vuoto

nella economia naturale. Così un carnivoro può divenire atto a nutrirsi

di nuove sorta di preda viva o morta, o rendersi capace di rampicare

sugli alberi, o di frequentare le acque, o di farsi meno carnivoro. Ed

un insetto, discendente da genitori che vivono sui cespugli, può farsi

atto a vivere sotto le pietre, nel musco, ecc., e perfino a rendersi

ipogeo e cavernicolo.

Ricorriamo ad un caso molto semplice. Noi abbiamo ragioni per supporre

che la vita, originariamente, sia sorta nell’acqua; e quindi vi

sarà stato un tempo, in cui gli animali acquatici erano numerosi,

mentre la terraferma era deserta. Di certo ad un animale acquatico

sarà tornato allora di grande vantaggio di poter abbandonare l’acqua

anche temporaneamente, per venire a terra, dove nessun organismo gli

faceva concorrenza. E quindi si sarà moltiplicato, ed avrà trasmesso

quella sua attitudine ai discendenti. Ma allorchè la prole sarà stata

numerosa, saranno apparse variazioni anche più utili, tali cioè da

rendere gli individui più adattati ancora alla vita terrestre; ed i

primi saranno stati da questi ultimi soppiantati. Alla loro volta le

forme acquatiche potranno perfezionarsi per la vita acquatica. Per

cui noi abbiamo qui una divisione di stazione, ed un progresso in due

direzioni divergenti; oltre ciò l’estinzione delle forme meno perfette,

tanto acquatiche che terrestri, renderà le due specie o gruppi

qualsiensi di specie, discesi dalla presupposta acquatica, più o meno

distinti di fronte allo stipite e tra loro. Senonchè si dirà, che dei

posti nell’economia della natura ve ne sono pochi; ma tale asserzione

non sarebbe esatta. Un animale può vivere nell’acqua od in terraferma;

può rampicare, scavare o volare; essere diurno, crepuscolario, o

notturno; carnivoro, insettivoro, fitofago, od onnivoro; libero o

parassita, ecc. Ed in ciascuna di queste categorie vi sono diversi

posti da occupare; in taluna alcuni pochi, in altre molte migliaia.

Una delle condizioni più favorevoli alla divergenza dei caratteri

è il mutamento, anche leggero, di istinto o di abitudini. Si può

domandare, se tali cambiamenti avvengano in natura, e se avvengano

frequentemente. Faremo osservare innanzi tutto che gli istinti più

perfetti, come quello dell’ape di fabbricare celle, o quello delle

formiche di tenere schiavi, secondo la teoria che qui discutiamo, non

possono essersi sviluppati che a gradi, locchè implica una certa loro

variabilità. Questo argomento fu discusso diffusamente dal Darwin nella

sua _Origine delle specie_[241]. Numerosi esempi di variazione negli

istinti ci forniscono inoltre gli animali domestici; così i conigli

di alta razza non scavano; tutti i nostri animali domestici hanno

perduto, almeno in gran parte, il timore dell’uomo; i cani si cibano

anche di sostanze vegetali, ed alcuni furono perfino abituati al vino;

il colombo tomboliere fa dei capitomboli singolari, ecc. Non v’ha

dubbio che simili variazioni avvengano anche allo stato di natura, in

dipendenza dalle condizioni di vita. Così lo struzzo in alcuni luoghi

cova le sue uova, in altri le abbandona all’azione del sole; i nidi

di una stessa specie variano nel materiale, di cui sono costruiti, ed

anche leggermente nella forma, come lo provano quelli del pendolino; i

molluschi polmonati s’abituano a vivere sommersi nell’acqua, come lo

ha dimostrato il Forel per la _Limnaea abyssicola_, ed il Siebold per

alcune specie di _Limnaea_ (_auricularia, mucronata, stagnalis_) e di

_Planorbis_ (_carinatus, laevis_). Naturalmente in quest’ultimo caso è

avvenuto un cambiamento di struttura, essendosi i polmoni trasformati

in una camera branchiale. Molti altri esempi analoghi potrebbero

citarsi.

Qui possono farsi due domande, alle quali risponderemo con poche

parole. Primieramente, come è possibile che da una forma adattata

alle sue condizioni di vita ne sorga un’altra per elezione naturale,

senza che la prima scomparisca? Ciò è reso possibile dal passaggio

della forma più elevata ad altre abitudini di vita. Nell’esempio su

citato di un animale acquatico che si fa terrestre ne’ suoi discendenti

modificati, la forma genitrice può rimanere per lungo tempo inalterata,

perchè non ha da lottare colla sua progenie divenuta terrestre; e

se progredisce, vi è spinta non già dalle sue forme generate, ma da

altre che convivono nello stesso elemento. In secondo luogo, perchè

la forma inferiore non si eleva all’altezza della superiore, e (ad

esempio) non diventa terrestre? A questa domanda risponde il prof.

Jäger[242]dicendo: «Nessun motivo spinge gli individui non modificati

ad occupare la terraferma; anzi ciò è loro vietato della propria

organizzazione. E se più tardi ne facessero la prova, dovrebbero

entrare in concorrenza con quei primi individui che frattanto si

saranno perfezionati».

L’isolamento.

Se una varietà non apparisce con un grande numero di individui,

l’incrociamento colla forma madre cancellerà in parte od interamente

il nuovo carattere, e la formazione di una nuova specie sarà resa

difficile. Questa considerazione ha condotto M. Wagner[243] a stabilire

la sua legge di migrazione, ed a sostenere che solo allora possano

formarsi nuove specie, quando alcuni pochi individui, in via di

variazione, sieno geograficamente isolati, perchè in tale caso sarà

impedito l’incrociamento colla forma madre, e non potrà effettuarsi

la riversione. Il Wagner ha certamente una parte di ragione, che

ognuno gli acconsente. L’isolamento è una condizione favorevole alla

produzione di nuove varietà e di nuove specie, ed il Darwin[244]

confessa di non averne tenuto il debito conto. «L’isolamento, egli

dice, è un elemento importante nel processo della elezione naturale.

In un’area isolata e circoscritta, quando non sia molto estesa, le

condizioni di vita organiche hanno in generale una grande uniformità;

per modo che l’elezione naturale tende a modificare tutti gli individui

di una specie variabile, nella regione interna, analogamente alle

condizioni uguali. Di più gl’incrociamenti fra individui di una

stessa specie, che altrimenti avrebbero abitato i distretti vicini,

verranno impediti. Moritz Wagner ha publicato recentemente una Memoria

interessante su quest’argomento, ed ha dimostrato che l’isolamento

coll’impedire gl’incrociamenti fra le varietà di recente formazione,

fa dei servizi probabilmente ancor maggiori di quanto io ho presunto;

ma non posso acconsentire all’opinione di questo naturalista, che cioè

la migrazione e l’isolamento siano due condizioni necessarie per la

formazione di nuove specie».

Per infirmare la conclusione del Wagner possono addursi molte

ragioni[245]. Ammessa in generale l’utilità dell’isolamento, devesi

peraltro soggiungere, che essa non scaturisce solamente dall’impedito

incrociamento, di cui sopra si è parlato; ma anche dal fatto ch’è tolta

l’immigrazione di organismi più adatti dopo ogni cambiamento fisico,

ed è così agli antichi abitatori lasciato tempo per acconciarsi alle

nuove condizioni. Se la regione isolata è troppo piccola, la produzione

di nuove specie trova un impedimento nello scarso numero degli

individui che l’abitano, essendo scemata la probabilità che appariscano

variazioni favorevoli.

Se una varietà presenta un carattere utile, non si comprende perchè

non abbia a conservarsi anche senza l’aiuto dell’isolamento. È vero

ch’essa può incrociarsi con una varietà che non abbia il carattere

utile suddetto, ma questo potrà nondimeno apparire nei discendenti

intatto, poichè sappiamo che certi caratteri sono trasmessi ai figli

anche da uno solo dei sessi, di che abbiamo molte prove nei nostri

animali domestici; oppure potrà apparire indebolito, ma siccome reca

tuttavia un vantaggio, nel corso delle generazioni si estenderà a molti

individui, e sarà in tal guisa aumentata la probabilità che ambedue i

genitori lo possedano. Si rifletta inoltre che le differenze sessuali

secondarie sono talvolta maggiori che le specifiche di altre forme,

e talmente rilevanti che ognuno classificherebbe il maschio in una

specie diversa dalla femmina, se non ne conoscesse il rapporto. Ora se

coteste differenze poterono svilupparsi senza l’aiuto dell’isolamento,

non sembra impossibile che abbiano potuto formarsi anche le specie. È

evidente ancora che sugli animali, che si riproducono in via agamica o

che sono ermafroditi autogami, l’isolamento non può esercitare alcuna

azione, e quindi non può essere indispensabile per la produzione di

nuove specie. A cotesti animali non può essere applicata la legge di

migrazione. Mentre l’isolamento non sembra necessario alla produzione

delle nuove specie, si hanno d’altra parte dei fatti, i quali provano

che l’isolamento non conduce sempre alla formazione di nuove varietà o

specie; così la _Vanessa cardui_ vive in tutti e cinque i continenti ed

in molte isole, e tuttavia nei diversi luoghi si conserva costante nei

suoi caratteri. Relativamente alle piante, un botanico competentissimo,

il Nägeli[246], ha dimostrato che per la produzione di nuove specie la

convivenza è più utile dell’isolamento.

Obbiezioni del Kölliker.

Il Kölliker non ammette la teoria dell’elezione naturale. Già nel 1864

espose alcune obbiezioni contro questa dottrina, e ci fece conoscere le

sue idee intorno all’evoluzione delle specie[247]. Siccome, a suo dire,

la creazione diretta degli organismi non merita alcuna discussione,

siamo ridotti al seguente dilemma: o di ammettere che gli organismi

siensi sviluppati per generazione spontanea, ciascuno indipendentemente

dagli altri; oppure di sostenere la generazione eterogena, secondo la

quale gli organismi, sotto l’azione di una legge generale di sviluppo,

produssero col mezzo de’ loro germi degli organismi differenti. In

favore della sua dottrina, il Kölliker cita la metagenesi, nella quale

un animale, ad esempio la _Planula_, produce per via agamica una

specie affatto differente, e cioè un’idra, e questa alla sua volta una

medusa. Il Kölliker nega le variazioni utili ed ammette lo sviluppo

saltuario delle specie. Egli dice: «Il mio pensiero fondamentale si è

che la creazione degli esseri organici è diretta da una grande legge

di sviluppo, che spinge le forme semplici a produzioni più svariate.

Come agisca quella legge, quali cause dirigano lo sviluppo delle uova

e dei germi e la loro trasformazione in organismi più perfetti, non

posso dire nemmeno io, ma so che tutta la metagenesi milita in mio

favore. Se una _Bipinnaria_, una _Brachiolaria_, un _Pluteus_ possono

trasformarsi in un echinoderma tanto diverso; se un polipo idroide può

darmi una medusa; se lo scolice vermiforme dei trematodi produce una

cercaria, non apparirà impossibile, che l’uovo e l’embrione cigliato

di una spugna abbia potuto trasformarsi, in determinate condizioni, in

un polipo idroide, oppure che l’embrione della medusa sia diventato un

echinoderma».

Le obbiezioni ch’egli fa alla teoria della elezione naturale sono le

seguenti:

1º Che non è dimostrato un graduato passaggio da una specie in un’altra.

2º Che la paleontologia non scoperse le forme intermedie tra le varie

specie.

3º Che non si conoscono varietà che sieno durevolmente infeconde tra

loro come le specie.

Se fosse dimostrato il graduale passaggio, di cui si parla nella prima

obbiezione, la nostra non sarebbe una teoria, un’ipotesi, ma una verità

indiscutibile; ed altrettanto dicasi delle forme intermedie della

seconda obbiezione. Relativamente a queste ultime, noi abbiamo visto

che delle forme di transizione furono scoperte dai geologi, sebbene non

in quel numero che richiede la nostra teoria; ma Lyell dice con ragione

che il museo di fossili da noi posseduto compie a stento una pagina

del grosso libro del mondo antediluviano. Il Mamiani[248] non accetta

questa spiegazione del Lyell, e dice: «Detto da savio; e nessuno nega

la sproporzione che passa fra gli avanzi da noi posseduti del mondo

antico e la immensa congerie o distrutta o ancora sepolta delle morte

spoglie de’ suoi vetusti abitanti. Ciò non ostante, è per riuscire poco

probabile e quasi incredibile che delle serie sconfinate di specie

intermedie accadute per ciascun passaggio di classe e di genere,

neppure una sia giunta alle nostre mani intera o pressochè intera».

Già nell’epoca, in cui il Mamiani dettava queste parole, alcune

specie intermedie fossili erano conosciute: al presente se ne conosce

un grande numero. Quanto alla terza obbiezione del Kölliker, noi

conosciamo specie distinte che nell’incrocio sono feconde; e d’altra

parte è impossibile di trovare delle varietà tra loro infeconde,

fintantochè la fecondità sia considerata come il miglior criterio della

specie.

Nel 1872 il Kölliker[249] ha sollevato altre obbiezioni. Egli crede

che se anche apparissero delle variazioni, l’incrocio libero dovrebbe

cancellarle, opinione che abbiamo già dimostrato inesatta. Egli si

associa quindi al Wagner nel ritenere che, ammessa la variazione degli

organismi e la elezione naturale, l’isolamento dovrebbe essere una

condizione indispensabile per la produzione di nuove specie, obbiezione

confutata dal Darwin, dal Claus, dal Weismann e dal Nägeli. Infine

egli non crede possibile che l’elezione naturale possa produrre nuovi

organi, perchè gli stadi incipienti non sarebbero utili. L’obbiezione

più seria è appunto questa che si riferisce all’utilità degli organi

incipienti, obbiezione già sollevata dal Mivart[250], cui rispose il

Darwin[251]. La spiegazione invero non è facile, e non può essere

modellata sopra un unico stampo. Gli avversari dicono: «un organo che

non è compiuto, non serve a nulla; l’elezione naturale non può quindi

agire su di esso. E per conseguenza, il lento e graduale suo sviluppo è

impossibile». Eccoci di nuovo davanti all’asta del Bianconi.

In certi casi un organo può essere utile fino dal suo primo apparire, e

va per conseguenza perfezionandosi coll’andare delle generazioni e col

progredire degli organismi. Così una piega cutanea al dorso, per quanto

fosse sottile e bassa, aumenta sempre la superficie con cui un pesce

viene a contatto coll’acqua; essa gli è quindi utile, e la elezione

naturale l’ha portata a quello sviluppo che noi troviamo nella pinna

dorsale dei pesci. Altrettanto può essere avvenuto delle pinne caudale

ed anale, ciò che sta in accordo col fatto che negli embrioni dei

pesci quelle tre pinne rappresentano un leggero rialzo membranoso che

dall’occipite, girando attorno alla coda, si estende fino all’ano.

In altri casi un organo, che compieva due funzioni, si è scisso in due

organi, di cui ciascuno s’è assunto una funzione. Per quanto agisse

poco il nuovo organo, la divisione del lavoro è di tale importanza per

l’organismo, che l’elezione naturale poteva di certo trarne profitto.

Gli infusorii hanno una unica cavità del corpo. Ora supponiamo che essa

si divida incompletamente in due, di cui l’una si adatti principalmente

alla digestione, l’altra a promuovere la circolazione. Queste due

funzioni saranno di certo compiute meglio da un animale così diviso

che da un altro privo di tale carattere; e ciò basta perchè possa

agire l’elezione naturale. Ecco abbozzata l’origine dell’apparato

gastrovascolare dei Celenterati.

Può anche avvenire che un organo, bene sviluppato per un determinato

uffizio, ne assuma un nuovo gradatamente. Nello studiare il collo

della giraffa, non dobbiamo partire da un ruminante senza collo, ma

da un ruminante con collo di ordinaria grandezza. Partendo da questo

punto, egli è certo che ogni allungamento del collo, fosse anche di

pochi millimetri, doveva tornare utile al possessore, perchè questo era

reso atto a cogliere le foglie ed i ramoscelli da un’altezza maggiore

che non gli altri individui aventi un collo ordinario. E così questa

parte del corpo allungandosi sempre più avrà potuto raggiungere quelle

dimensioni che vediamo nella giraffa.

In altri casi ancora un organo può gradatamente cambiare la sua

funzione a mano a mano che la vecchia da lui compiuta diviene superflua

od inutile. Così i piedi anteriori possono lentamente assumere

l’uffizio di mani, in quella misura che i posteriori si rendono atti

a portare da soli tutto il peso del corpo. Ed una vescica natatoria

può convertirsi in un polmone, mentre un animale si rende atto a

passare degli intervalli viepiù lunghi in terraferma. Esempi molto

calzanti della sostituzione degli organi e di mutamento di funzione

ci offre l’embriologia, come ha recentemente dimostrato il prof. N.

Kleinenberg[252].

In alcuni casi sembra aver agito l’abitudine. I pleuronettidi, finchè

sono giovani e simmetrici, ed hanno gli occhi ai due lati del corpo,

non possono lungamente conservare una posizione verticale, sia per

l’eccessiva altezza del corpo, sia pel leggero sviluppo delle pinne

orizzontali, sia per la mancanza della vescica natatoria; perciò si

stancano assai presto, e cadono sopra uno dei lati al fondo. Mentre

stanno quieti in tale posizione, volgono spesso l’occhio inferiore

in alto per vedere sopra di sè, e lo fanno così vigorosamente che

l’occhio è premuto con forza verso la parete superiore dell’orbita.

Essendo il cranio nella gioventù cartilagineo, perseverando

quest’abitudine e facendosi ereditaria, può effettuarsi uno spostamento

dell’occhio inferiore[253]. Anche la coda prensile di alcune scimie

americane può spiegarsi in simile modo, ammettendo cioè che queste

scimie si servissero dapprima della coda come organo prensile solo

occasionalmente, e che poi quest’atto diventasse abitudine ereditaria;

il resto sarebbe stato un effetto dell’uso. Ed in appoggio di tale

opinione può dirsi che al presente parecchi animali impiegano la coda

nel rampicare come organo ausiliario. Così il Brehm vide i giovani di

una scimia africana (_Cercopithecus_) attaccarsi colle mani alla faccia

inferiore della madre, e contemporaneamente abbracciarla colle loro

piccole code; il _Mus messorius_ abbraccia talvolta colla coda i rami

degli arbusti, ed altrettanto fanno all’occasione altre specie di sorci

e di ratti.

Le specie morfologiche.

Parecchi naturalisti, come Nägeli, Broca, Pringsheim e Askenasy, sono

della opinione che la elezione naturale sia incapace a spiegare alcuni

dettagli di forma, i quali, per quanto noi possiamo giudicare, non

sono nè utili, nè dannosi. Le specie di eguale valore fisiologico,

ma tuttavia diverse morfologicamente, ossiano le così dette specie

morfologiche, costituirebbero, secondo i naturalisti su citati ed

altri, una obbiezione alla teoria della elezione naturale.

Il Darwin[254] riconosce il valore di questa obbiezione, e dice: «Ora

riconosco, dopo aver letto il saggio di Nägeli sulle piante e le

osservazioni di vari autori rispetto agli animali, e più specialmente

quelle fatte di fresco dal prof. Broca, che, nelle prime edizioni della

mia _Origine delle specie_, ho forse attribuita una troppo larga azione

alla scelta naturale o sopravvivenza dei meglio provveduti. Ho corretto

la quinta edizione dell’_Origine_, limitando le mie osservazioni ai

mutamenti nella disposizione della struttura. Io non aveva dapprima

considerato sufficientemente l’esistenza di molte strutture che non

sembrano essere, per quanto possiamo giudicare, nè benefiche nè

dannose; e questo io credo sia uno dei più grandi errori che io abbia

finora trovato in quel mio lavoro».

È certo che nel regno vegetale, più che nel regno animale, esistono

delle specie che differiscono tra loro per certi caratteri, che allo

stato attuale delle nostre cognizioni non possono considerarsi nè

come benefici nè come nocivi, e che quindi differiscono tra loro

per ragioni morfologiche e non fisiologiche. Si pensi, ad es., alla

forma della foglia, alla disposizione dei nervi nella foglia stessa,

al di lei margine (se intero, lobato, dentellato, seghettato, ecc.),

alla disposizione delle foglie sul caule in 2, 3, 4, 5 o più serie,

alla forma dei petali o sepali, ecc. Si pensi inoltre al colore di

certi minimi animali, invisibili ad occhio nudo od appena visibili,

ad esempio, l’_Euglena_ tra gli infusorii, oppure i _Tetranychus_ e

_Caligonus_ tra gli acari, che hanno colori vivissimi, e si richiami

alla memoria il fatto che anche tra i minerali ve ne hanno di quelli a

colori vivi, evidentemente non per ragioni di utilità: e si converrà

forse nell’idea, che non tutti i caratteri delle piante e degli animali

trovano oggi una spiegazione in quella teoria utilitaria che si fonda

sulla elezione naturale.

Tuttavia un distinto botanico, il Dodel[255], in questa questione, in

cui i botanici sono più che gli altri naturalisti giudici competenti,

non ostante la concessione che il Darwin fece nella sua modestia, si

stacca dai suoi colleghi Nägeli, Pringsheim ed Askenasy, e sostiene

che l’ultima parola non sia ancora pronunciata su questo soggetto.

Egli ritiene che alcuni caratteri, che oggi la storia naturale chiama

puramente morfologici, domani possono essere riconosciuti di grande

importanza fisiologica. Perchè oggi non ne comprendiamo l’utilità,

domanda egli, siamo noi autorizzati a crederli affatto inutili? Dopo

che sorse la teoria evoluzionista, dice il Dodel, molti caratteri,

prima considerati come indifferenti, furono riconosciuti di alto

interesse fisiologico. E perciò non dobbiamo perdere la speranza, che

i caratteri creduti oggi puramente morfologici, siano dai naturalisti

dell’avvenire classificati sotto un altro punto di vista, tanto più che

al presente molti capitoli della fisiologia vegetale sono assai oscuri.

Giova per altro riflettere che se un carattere fosse eminentemente

utile ad un organismo, ed indissolubilmente legato ad altri caratteri

indifferenti od anche leggermente nocivi, l’elezione naturale

conservando il primo dovrebbe necessariamente conservare anche

questi ultimi. Perchè un organismo vinca i suoi avversari, non è

necessario che ogni singolo suo carattere sia assolutamente più

utile; ma si richiede che nel complesso della sua organizzazione sia

meglio provveduto. Noi possiamo trovare degli argomenti in appoggio

di questa opinione tanto nella specie umana, come negli animali

domestici. Un uomo agile ed ardito può essere vittorioso di fronte ad

un altro alquanto meglio armato, ma lento ne’ suoi movimenti, timido

ed indeciso. L’elezione artificiale ha reso grandi, pieni, belli ed

odorosi i fiori della rosa, ma non ha tolto gli aculei a tutte le

varietà; questi aculei non sono utili alla rosa quando viva sotto la

protezione dell’uomo, anzi possono dirsi dannosi, perchè l’uomo al

certo non li desidera. Eppure esistono, perchè l’uomo, tutto assorto

nel perfezionamento del fiore, li ha trascurati.

Alcuni naturalisti esitano ad ammettere che i caratteri minuti, i quali

in parecchi gruppi di animali sono di grande importanza sistematica,

possano essere stati prodotti dall’elezione naturale. È noto che le

specie elmintologiche si distinguono spesso per caratteri puramente

microscopici; in molti molluschi la radula fornisce pure caratteri

specifici; ed il prof. Trinchese, che studia da molto tempo gli Eolidi,

dà in questo gruppo di animali grande peso alla forma del pene, al

modo con cui è armato di spine, ecc. Ma nessuno vorrà affermare che

l’importanza fisiologica di un organo dipenda dalla di lui grandezza;

organi piccolissimi possono essere assai importanti nella vita

dell’individuo e della specie, e quindi non può sostenersi, che su

tali organi l’elezione naturale non abbia agito. Ammessa quest’azione,

l’esitanza su citata non ha più ragione di sussistere.

La sterilità degli ibridi.

La sterilità degli ibridi fu più volte messa innanzi come una

obbiezione alla nostra teoria per due motivi, in primo luogo, perchè la

sterilità delle specie al primo incrociamento e de’ loro discendenti

ibridi non può essere derivata da una continua preservazione di

successivi stadi giovevoli di sterilità; in secondo luogo, perchè si è

creduto di poter definire le specie appoggiandosi all’inefficacia degli

accoppiamenti fra specie diverse. Noi abbiamo già altrove avvertito,

come questo carattere sia vizioso; ora vogliamo conoscere alcuni dei

fatti, i quali dimostrano che la sterilità delle specie incrociate

soffre delle eccezioni e non può considerarsi come una qualità insita

negli organismi, ma come il risultato incidentale di differenze nel

sistema riproduttivo delle specie incrociate.

Le diverse specie equine sono certamente specie distinte: eppure il

loro incrocio è spesso seguito da concepimento. Il cavallo e l’asina

dànno i bardotti, l’asino e la cavalla producono i muli. Furono

descritti degli ibridi provenienti dal cavallo e dall’emiona, come

anche dall’emione e dalla cavalla; si conoscono anche ibridi generati

dalle specie equine seguenti: quagga e cavalla, cavallo e zebra, asino

e zebra o zebro ed asina, asino ed emiona od emione ed asina, emione

e zebra, emione e quagga, finalmente asino e dauw[256]. Del pari sono

buone specie il lepre ed il coniglio, perchè differiscono tra di

loro non solo nei caratteri esterni, ma anche nelle abitudini, negli

istinti, ed in parecchi caratteri anatomici; inoltre già i neonati

delle due specie sono differenti, perchè il lepre nasce peloso e cogli

occhi aperti, mentre il coniglio nasce nudo e cogli occhi chiusi.

Tuttavia queste due specie si sono accoppiate, sebbene raramente, con

successo.

Nessuno vorrà sollevare dei dubbi intorno alla bontà specifica del

colombo domestico e della tortora domestica, che il prof. Bonizzi di

Modena ha incrociato con successo. «Ciò che, egli dice, richiamava di

più la mia attenzione in questo incrociamento, era il conoscere, se le

uova venivano fecondate o no. E per quattro o cinque covate verificai

sempre, che le uova erano state fecondate e già stava svolgendosi

l’embrione. Quest’anno (1874) ho incrociato altri colombi con altre

tortore, ed ho sempre osservato che la fecondazione delle uova avviene

costantemente; laonde io posso conchiudere che nell’incrociamento

del colombo domestico maschio colla tortora domestica femmina la

fecondazione delle uova è un fatto comunissimo e costante, come avviene

tra gli individui di una stessa specie». Lo stesso Bonizzi ottenne dal

suddetto incrociamento cinque ibridi, di cui due perirono dopo pochi

giorni di vita, due nell’età di cinquanta a sessanta giorni, ed uno

divenne adulto.

Riassumendo i risultati delle osservazioni, egli stabilisce quanto

segue:

1º È sempre possibile di ottenere l’accoppiamento di un colombo

domestico, almeno della razza triganina, con una tortora domestica

(_Turtur risoria_); e forse potrà fare eccezione qualche individuo

dell’una o dell’altra specie per circostanze affatto speciali.

2º Tale accoppiamento è sempre fecondo, in altri termini, la fecondità

tra il colombo e la tortora suddetti è perfettamente eguale a quella

delle due specie separatamente.

3º Nelle esperienze eseguite, molte volte l’embrione era già sviluppato

nell’uovo, ma periva nei primordi della sua vita.

4º Gli ibridi provenienti da questo incrociamento partecipano dei

caratteri della tortora e di quelli del colombo, ne hanno però alcuni

propri ad essi solamente. Tuttavia si nota una certa prevalenza della

specie madre tortora.

5º L’ibrido maschio proveniente dall’incrociamento del colombo colla

tortora suddetti è dispostissimo ad unirsi tanto colla tortora femmina,

quanto colla colomba, ma quest’ultima non vi si unisce se non in certo

modo forzandola.

È molto probabile che anche nei pesci avvengano degli incrociamenti

fra specie diverse. Per citare un esempio, l’_Alburnus fracchia_,

sembra un ibrido, proveniente dall’_Alburnus alborella_ e dal _Leucos

aula_. Nè siffatti incrociamenti sono rari fra gli Insetti; parecchi

entomologi descrissero degli ibridi. Molti altri esempi possono citarsi

in appoggio della stessa asserzione, tra cui alcuni sono noti a tutti,

come l’incrocio del canarino col lucarino, e simili.

Ma ciò che interessa maggiormente è la fecondità degli ibridi, quando

si accoppiano colla forma madre. Si conoscono prodotti di bardotta e

asino, di mula e cavallo (mionippo), di mula e asino (onomione); il

Panceri cita altri ibridi ancora di seconda generazione nel genere

equino[257].

Tempo fa divennero rinomati i Leporidi, così chiamò il Broca i

discendenti degli ibridi di lepre e coniglio. Zürn diede loro il nome

_Lepus Darwinii_. Secondo le notizie critiche del Nathusius[258] non

sembra facile di ottenere i Leporidi; il Sanson però ne allevò quattro

generazioni, ed il Gayot li seguì fino alla settima generazione.

Molto interessanti sono le notizie che ci dà il Darwin[259] intorno

all’incrociamento delle piante, dove gli ibridi sono assai frequenti.

Si hanno esempi di piante, le quali fecondate col polline di una

specie diversa producono maggiore quantità di semi che non nel caso di

fecondazione col proprio polline. Ciascun ovulo del _Crinum capense_,

fecondato dal _Crinum revolutum_, produce una pianta, locchè non

si trova nel caso della sua fecondazione naturale. Certe specie di

_Lobelia_, di _Verbascum_ e di _Passiflora_ possono essere fecondate

assai più facilmente dal polline di altre specie distinte che dal

proprio. Altrettanto sembra avvenire nel genere _Hippeastrum_. Inoltre

sono spesso fecondi anche gli ibridi. Herbert asserisce che un ibrido

della _Calceolaria integrifolia_ colla _C. plantaginea_, specie le

più dissomiglianti per le loro generali abitudini, si riproduca

perfettamente, non altrimenti che se fosse una specie naturale

delle montagne del Chilì. Sono fecondi anche gli ibridi nel genere

_Rhododendron_. La _Mirabilis jalapa_ può facilmente essere fecondata

dal polline della _M. longiflora_, e gli ibridi sono sufficientemente

fecondi. Il Noble allevava un ibrido ricavato dall’incrocio del

_Rhododendron ponticum_ col _Rh. catawbiense_, e questo ibrido dava

semi con tanta abbondanza quanta si può immaginare.

Nel 1865 si è occupato di questo argomento un eminente botanico, il

Nägeli[260], ed ha stabilita la così detta affinità sessuale che

non coincide sempre esattamente coll’affinità sistematica. Così è

impossibile l’incrocio fra il melo ed il pero, mentre può effettuarsi

tra il cotogno ed il pero, oppure fra il cotogno ed il melo. Talvolta

le piante simili non s’incrociano, come la _Primula elatior_ e la _P.

officinalis_, oppure l’_Anagallis arvensis_ e l’_A. caerulea_. Nemmeno

le varietà di una stessa specie possono sempre incrociarsi; così è

impossibile l’incrocio fra la _Silene inflata_ varietà _alpina_ e la

_Silene inflata_ varietà _angustifolia_. E d’altra parte sono feconde

nell’incrocio specie talvolta molto dissimili, come la _Lychnis diurna_

e la _L. flos cuculi_. Nell’incrocio non è sempre indifferente, quale

delle due specie fornisca l’elemento maschile, e quale il femminile.

Così gli ovuli del _Fucus vesiculosus_ possono essere fecondati dagli

elementi maschili del _Fucus serratus_, ma non gli ovuli di questo

dalle cellule spermatiche di quello[261]. La _Nicotiana paniculata_

può essere fecondata dal polline della _N. Langsdorfii_, ma non questa

dal polline di quella. Il simile, secondo Haeckel[262], avviene nella

pecora e capra; il caprone dà colla pecora degli ibridi fecondi, mentre

il montone non s’accoppia che raramente, e sempre senza successo, colla

capra.

Questi fatti, e molti altri simili che potrebbero citarsi, ci

autorizzano a fare le seguenti conclusioni:

I. Sta come regola che solo gli individui di una medesima specie

possono accoppiarsi insieme con esito felice; ma mentre da un lato

s’incrociano con successo individui di specie e perfino di generi

differenti, dall’altro sono talvolta infecondi nell’incrocio gli

individui di varietà diverse di una stessa specie.

II. È pure regola che gli ibridi sono infecondi e fra loro e incrociati

colla forma madre, ma tanto il regno animale che il vegetale forniscono

delle eccezioni a questa regola.

III. La specie non può quindi essere esattamente definita con criteri

tolti dalla fecondità o sterilità degli individui incrociati o degli

ibridi. Nè può ritenersi che la fecondità, la quale generalmente

accompagna l’accoppiamento degli individui di una medesima specie, sia

una qualità peculiare costante, insita in questi individui, ma sembra

invece una conseguenza della struttura del loro apparato sessuale.

Tant’è vero che l’affinità sessuale non collima sempre coll’affinità

sistematica.

È poi degno di menzione il fatto che la massima fecondità si ottiene

nell’accoppiamento di individui che non sieno nè troppo, nè troppo poco

affini. Infatti nell’incrocio di due specie essa è in regola diminuita,

minima in quello di due generi, nulla nell’incrocio di categorie più

elevate; e d’altra parte il matrimonio incestuoso è accompagnato da

una diminuzione di fecondità. Perciò nelle piante, come il Darwin[263]

ha dimostrato in un lavoro apposito, la natura cerca di ottenere che

un individuo non fecondi se stesso, ma che si compia sempre, o di

frequente, od almeno a lunghi intervalli, l’incrocio di individui

diversi.

Insufficienza del tempo trascorso.

È questa una vecchia obbiezione, sulla quale non conviene oggi

insistere lungamente. Chi vede organi così complicati, come, ad

esempio, è l’occhio umano, o considera le innumerevoli specie che

si rinvengono in alcune classi di animali (ad es. gli insetti), e

deve immaginarsi queste così perfette strutture derivate da altre

semplicissime, e tutte queste specie discese da un unico stipite per

gli effetti della variabilità e dell’elezione naturale: non può non

rivolgere a se stesso la domanda, se il tempo trascorso dall’alba della

vita fino ad oggi sia stato sufficiente a tanto effetto. Chi si attiene

alle idee bibliche e fa ascendere l’origine della vita a poche migliaia

d’anni, quegli di certo non accoglierà le nostre conclusioni; e sarà

confermato nelle sue opinioni da alcuni fatti esposti da Cuvier ed

Heer. Il primo trovò che gli antichi animali imbalsamati dell’Egitto,

come l’_Ibis_, sono identici agli odierni; ed il secondo riconobbe

negli avanzi vegetali, estratti da antichissimi monumenti egiziani, le

specie ancora oggi viventi. Ma che cosa ci rappresentano tre o quattro

mila anni nella vita del mondo organico? Forse un’ora sola della vita

dell’individuo! Ma non è su questa considerazione che noi vogliamo qui

insistere; giova piuttosto rammentarsi che quando una specie è adattata

alle condizioni di vita, in cui si trova, essa rimane immutabile fino

a tanto che rimangano costanti le condizioni stesse. Ora l’Egitto, per

quanto consta, negli ultimi tre o quattro mila anni non fu soggetto a

grandi cambiamenti fisici, ossia di livello, di temperatura, ecc., nè

si conoscono cause che abbiano favorita una insolita immigrazione; noi

non possiamo quindi rimanere sorpresi nel vedere che l’Ibis d’allora

esiste ancor oggi, e che alcuni vegetali si conservarono identici o

quasi identici.

L’esprimere con un numero d’anni la lunghezza del tempo trascorso, è

oggi un’impresa superiore alle nostre cognizioni. Noi non possiamo

farcene che un’idea vaga imparando a conoscere le superficie che

vennero denudate, e la quantità dei sedimenti depositati. Il Mayer[264]

ha fatto un tentativo per esprimere in anni la durata dell’epoca

terziaria. Egli scinde quest’epoca in quattordici zone, indicando la

singola potenza massima ed assegnando a ciascuna di esse la durata

minima. Eccone il quadro:

TERRENI Potenza massima Durata minima

in metri in anni

1º Terreno flandriano 100 20000

2º Terreno sassoniano 100 30000

3º Terreno londoniano 260 30000

4º Terreno parigiano 300 50000

5º Terreno bartoniano 1200 40000

6º Terreno liguriano 500 30000

7º Terreno tongriano 600 40000

8º Terreno aquitaniano 3000 60000

9º Terreno langhiano 1000 50000

10º Terreno elveziano 800 40000

11º Terreno tortoniano 300 30000

12º Terreno messiniano 300 20000

13º Terreno astiano 200 30000

14º Terreno saariano 100 20000

———— ——————

8760 490000

Secondo il Mayer adunque la potenza massima complessiva dei terreni

terziari sarebbe di metri 8760, e la loro durata minima di anni

490,000. Ora il Dana, paragonando lo spessore degli strati formati in

ciascuna epoca, ha trovato che le durate delle epoche quaternaria,

terziaria, secondaria e paleozoica stanno fra loro nel rapporto di

1:2:4:17. In base a ciò ed alle cifre complessive date dal Mayer

riguardo ai terreni terziari, si otterrebbe quanto segue:

EPOCHE Potenza massima Durata minima

in metri in anni

Epoca quaternaria 4380 245000

Epoca terziaria 8760 490000

Epoca secondaria 17520 980000

Epoca paleozoica 74460 8330000

—————— ————————

105120 10045000

Per cui si ha uno spessore complessivo delle epoche geologiche di metri

105,120; ed una durata minima complessiva di esse di anni 10,045,000.

Codesto calcolo però è assolutamente ipotetico, imperocchè moltissime

circostanze possono aver influito ad accelerare o a rallentare la

formazione dei singoli strati. Le stesse cifre esposte dal Mayer ci

mostrano ad evidenza, come non ci sia alcun rapporto costante fra

lo spessore di ciascun terreno e la durata assegnatagli. La durata

sopra calcolata è la minima che si possa ammettere; alcuni geologi

la ritengono ben maggiore, così il Croll la calcola di 60 milioni di

anni, ed in generale si ritiene che non possa trovarsi fuori dei limiti

estremi segnati dalle due cifre di 20 milioni e 200 milioni di anni.

Chi voglia considerare attentamente il significato di queste cifre, ben

difficilmente sosterrà, che sia mancato il tempo al perfezionamento

degli organi ed alla produzione di specie.

Il prof. Jäger[265] ha fatto un calcolo che merita di essere qui

riferito. Supponiamo, egli dice, che la specie umana, per arrivare

allo sviluppo odierno, abbia dovuto percorrere 25 stadi; supponiamo

ancora che uno stadio sia stato percorso in due milioni di anni, tempo

all’uopo più che sufficiente. Il massimo progresso, fatto dalla natura,

incominciando dal _Bathyplasmodium_ e dalla _Monera_ fino all’uomo,

sarebbesi quindi compiuto in 50 milioni di anni. «Ora ammettiamo la

minima misura di divergenza, ossia che in ogni stadio il numero delle

specie siasi raddoppiato, noi otteniamo così un numero di specie

che si può esprimere col numero 2^{25}, che è quanto dire, in cifra

rotonda, non meno di 32 milioni di specie, cifra che supera d’assai la

somma di tutte le specie viventi e fossili. Se invece si ammette una

divergenza di 3, noi otteniamo 3^{25}, ossia 111 miliardi di specie.

Di fronte a queste considerazioni l’obbiezione, che il tempo sia stato

insufficiente, è priva di senso»[266].

La teoria dell'evoluzione · 第 20 / 52 题