Lo studio delle forme domestiche agevola quello delle selvaggie.
— Mammiferi domestici: cane, gatto, cavallo, asino, porco, bue,
montone, coniglio. — Uccelli domestici: piccione, gallo, anitra,
oca, pavone, tacchino, gallina faraona, canarino. — Pesce dorato.
— Insetti: ape, bombice del gelso. — Piante coltivate. — Effetti
della domesticità.
Lo studio delle forme domestiche agevola quello delle selvaggie.
Nelle pagine che precedono abbiamo fatto più volte allusione agli
animali domestici, nè si poteva fare a meno, perchè si fu lo studio
di questi animali e delle piante coltivate che appianò la via alla
scoperta della elezione naturale. Il Darwin ha trattato a fondo
quest’argomento nella sua opera: _Variazione degli animali e delle
piante allo stato domestico_[194]; noi ci limiteremo a svolgere i punti
essenziali di questo soggetto.
Alcuni autori hanno obbiettato che i risultati ottenuti
coll’osservazione degli animali domestici e delle piante coltivate non
possono esserci una sicura guida nelle nostre ricerche intorno agli
organismi allo stato naturale. Ed appoggiano tale asserzione, dicendo,
che le variazioni, le quali appariscono nelle produzioni domestiche,
sono ben diverse da quelle che si manifestano negli organismi che
trovansi allo stato naturale; che diversi sono inoltre i prodotti,
sussistendo una essenziale differenza fra le razze artificiali e le
specie ed i generi: che diverso infine è il processo che conduce a
quei prodotti, agendo sugli animali domestici e sulle piante coltivate
la elezione artificiale, mentre la elezione naturale nulla avrebbe
con questa di comune all’infuori del termine che sarebbe scelto male
a proposito. Ma il professore Jäger[195] ha svolto le ragioni, per le
quali nello studio delle forme selvaggie noi possiamo trarre profitto
dei risultati ottenuti colla osservazione delle forme domestiche. E
sono le seguenti:
1º Le produzioni domestiche c’insegnano, che gli organismi in generale
sono variabili, e che la loro struttura non è così immutabile come può
sembrare all’osservatore superficiale delle sole forme selvaggie.
2º Siccome le produzioni domestiche discendono da forme selvaggie,
possiamo inferire che gli animali e le piante allo stato di natura
possono subire dei cambiamenti nel corso delle generazioni.
3º Lo stato domestico c’insegna che le variazioni non raggiungono il
loro apice repentemente, ma aumentano di generazione in generazione,
in perfetto accordo colla paleontologia, la quale ci dice che le forme
organiche si svilupparono gradatamente nel corso dei tempi.
4º Lo stato domestico accenna alle cause che producono le variazioni,
e sono l’uso ed il non-uso degli organi, il cambiamento di cibo,
le condizioni di temperatura e di umidità, gl’incrociamenti, e
probabilmente molte altre che ancora non conosciamo.
5º Lo stato domestico ci fa conoscere la forza dell’elezione
artificiale; così che, se potesse provarsi che in natura avvenga pure
un’elezione, i di lei effetti dovrebbero essere tanto superiori a
quelli della artificiale, quanto le opere della natura superano quelle
dell’uomo.
Il prof. Grassi[196], seguendo le orme del Nägeli, ha fatto
recentemente delle obbiezioni a questo modo di vedere. Egli dice: «Le
variazioni naturali non possono paragonarsi alle razze degli animali
e dei vegetali prodotte dagli allevatori di bestiame, o di piccioni,
o dai giardinieri. La selezione artificiale è qualcosa di enormemente
differente dalla selezione naturale, e ciò sopratutto perchè la
selezione artificiale agisce incrociando tra loro soltanto quegli
individui che presentano le variazioni che si vogliono conservare, ciò
che invece non può fare la selezione naturale. Botanica e Zoologia
insegnano, che in natura sopra un dato terreno spesse volte convivono
varietà più o meno prossime e che ivi mancano quasi sempre le forme
intermedie; è vero che qualche rara volta si trovano queste forme
intermedie, esse sono però quasi sempre limitate a pochi esemplari,
e ben studiando si trova che non durano mai per molte generazioni.
Ciò prova che in natura le varietà s’incrociano tra loro molto
difficilmente e non ricevono sangue estraneo in modo efficace, non
s’incrociano quindi nonostante che ne venga loro offerta l’opportunità.
Invece le razze, ossia le varietà artificiali, scompaiono se si lascia
loro opportunità d’incrociarsi».
E prosegue: «Le razze produconsi e alternansi relativamente con grande
facilità; invece le varietà naturali produconsi e alternansi con
estrema lentezza. La razza non è niente di nuovo: essa è semplicemente
la combinazione di proprietà già esistenti con proprietà latenti.
La razza deriva o da incrociamento o da artificiale perpetuamento
d’un alterazione. A differenza delle razze, le varietà naturali sono
qualcosa di nuovo, esprimono una progressione, non derivano nè da
incrociamento, nè da alterazioni perpetuate. Perciò le prove che
il Darwin deduce dalle variazioni sotto la domesticazione non sono
concludenti».
L’elezione artificiale è invero qualche cosa di diverso dalla naturale,
come giustamente rilevano il Nägeli ed il Grassi; ritengo però che
questi autori ne esagerino la differenza. Anche l’elezione naturale
incrocia gli individui che vuole conservare, ciò che ottiene col
lasciar perire gli individui meno adatti all’ambiente; e d’altra
parte anche allo stato domestico si conservano raramente le forme
intermedie pel semplice fatto che gli allevatori di animali ed i
coltivatori di piante amano gli estremi. Quanto alla novità che gli
autori predetti attribuiscono alle specie e negano alla razza, credo di
dover dissentire dalla loro opinione. La specie è soltanto una forma
più stabile della razza, perchè prodottasi nel corso dei secoli e per
opera dell’elezione naturale; mentre la razza è recente, sorse pel
concorso dell’uomo e può essere paragonata alle specie incipienti. Nei
riguardi della novità, sarei inclinato a chiamare piuttosto la razza
qualche cosa di nuovo di fronte alla specie, perchè i caratteri della
prima sono più recenti ed apparvero in tempo più breve che quelli della
seconda, senza dire, che i primi sembrano talvolta perfino strani e
bizzarri, ad esempio nei piccioni o nei fiori o nelle foglie, quando
all’uomo piacque di produrre forme o colori insoliti. Gli autori
asseriscono, che le razze derivano da alterazioni perpetuate, e le
specie mai; ma se essi intendono le alterazioni patologiche, non tutte,
anzi pochissime razze, derivano da esse, e se intendono di alludere
alle alterazioni fisiologiche, non saprei separare nettamente queste
dalle variazioni, le quali appariscono tanto allo stato di domesticità
come a quello di natura. Che l’incrocio abbia una grandissima parte
nella produzione delle razze, non può revocarsi in dubbio; ma non
possiamo negargli una notevole influenza sulle forme naturali, se
pensiamo ai molti apparecchi esistenti nei regni vegetale ed animale
per far sì che possa compiersi fra individui distinti di una stessa o
di diverse varietà (dicogamia, eterostilia, struttura delle Orchidee,
ecc.).
Noi passeremo ora in rivista le principali produzioni domestiche, col
proposito di far conoscere quelle loro qualità, che mettono in evidenza
gli effetti della elezione artificiale.
Mammiferi domestici.
_Cane_. — Il cane è forse l’animale domestico più antico; i suoi
avanzi furono trovati nei Kjoekkenmoeddings (depositi di conchiglie)
della Danimarca e nelle terramare dell’Emilia, e 5000 anni or sono ne
esistevano già parecchie razze domestiche. Attualmente si hanno molte
razze canine. Fra esse, il dingo della Nuova Olanda è semiselvaggio,
porta poca affezione al padrone e provvede spesso da sè al suo
mantenimento. In conformità il muso è allungato, l’orecchio breve,
l’occhio piccolo ed obliquo, la coda pelosa e pendente.
Alcuni cani servono per la caccia. Così il bracco (_Canis avicularius_)
a naso frequentemente fesso, a orecchie lunghe e pendenti, ed a
mantello generalmente bianco con macchie di color marrone, o tutto
grigio o nero; esso apposta il lepre ed i volatili. Il segugio (_C.
sagax_) invece insegue il lepre e la volpe; le sue orecchie sono
grandi e pendenti, la coda è lunga e scarsamente pelosa. I segugi
sono generalmente miopi. Tanto di bracchi, come di segugi, si contano
molte sottorazze. Alla caccia del lepre serve anche il veltro (_C.
grajus_), di corpo assai snello, di muso lungo ed appuntato, con gambe
lunghe e sottili; il suo odorato è piuttosto ottuso, ma tanto più acuta
è la vista. Una sottorazza del medesimo è il cane italiano, che fu
ammaestrato alla caccia dei conigli, ma che per la sua statura delicata
si presta meglio come cane di lusso; in Italia è frequente, sopratutto
nell’armata. Il bassotto (_C. vertagus_) di piccola statura, a gambe
storte, capo ed orecchie grandi e fornito di robusti piedi con unghie
acute, si presta bene alla caccia del tasso.
Fra i cani da guardia citiamo il mastino (_C. laniarius_), noto per
la sua forza e fedeltà. La sua statura è alta, la coda lunga e poco
pelosa, il muso lungo, l’orecchio breve. Di corporatura robusta sono
gli alani (_C. molossus_), a muso breve e come schiacciato, mandibola
prominente, labbra talvolta pendenti ed a fronte saliente; essi sono
pericolosi talvolta al loro stesso padrone. Questa razza ha tutta
l’apparenza di essere mostruosa. Il così detto carlino (_C. fricator_)
è una brutta varietà di alano. Alla guardia delle mandre serve il cane
da pastore (_C. pecuarius_), a muso acuto, di orecchie acute ed erette,
a pelo lungo ed arricciato. Una guardia assai vigile, quantunque
debole, è il pòmero (_C. pomeranus_) che ha le orecchie diritte e
puntute, il muso acuto, il pelo lungo, ma non increspato.
Alcune razze hanno tra le dita una membrana bene sviluppata, per cui
nuotano meglio delle altre; e sono quindi assai ricercate per scopi
diversi. Così il cane di Terra Nuova (_C. aquatilis_) è un fedele
compagno dei marinai; la sua statura è grande, la corporatura robusta,
la coda lunga ed assai pelosa, l’indole buona, però, a giudicare da un
bellissimo individuo che io possiedo, il suo olfatto è poco acuto.
Parecchie razze sono semplicemente di lusso, quantunque servano anche
da guardia o ad altro scopo. Il cane africano (_C. africanus_) è nudo
e di forme snelle. Si fanno rimarcare per pelo lungo e sericeo gli
spagnuoli (_C. extrarius_); per pelo lungo, lanoso ed arricciato il
barbone (_C. genuinus_), che ha odorato finissimo, l’occhio miope,
e grande intelligenza, per cui apprende facilmente ciò che gli
viene insegnato. Cani piccolissimi sono il cagnolino di Malta (_C.
melitaeus_), a muso breve e pelo lungo ed arricciato; il leonino,
con pelo molto lungo sul davanti. Piccoli e vivaci sono i pinci (_C.
gryphus_), riconoscibili pel pelo lungo e cadente sulla fronte in modo
da nascondere gli occhi. Oltre questi ultimi, se ne hanno molti altri
cani piccolissimi, amati sopratutto dalle signore, e che altro non sono
che forme patologiche, rachitiche, oggetti che devono la loro esistenza
ad uno strano capriccio. Fa pena il vedere delle persone intelligenti
nutrire lautamente dei cagnolini, baciarli, farsi leccare, ecc.; mentre
quelle stesse persone rifiutano un tozzo di pane ad una creatura umana
che ne ha bisogno e manifestano in altre faccende una schifiltà che non
sempre può essere giustificata.
I cani servono non solo alla caccia, alla guardia e come animali di
lusso, ma sono impiegati anche per altri scopi. Prova ne è, tra altri,
il cane degli Eschimesi (_C. sibiricus_), di grande statura e di pelo
lungo, che nell’estremo nord serve a tirare le slitte.
Le diverse razze canine diversificano assai tra di loro non solo
nei caratteri esterni di statura, mantello e simili, ma anche nei
caratteri offerti dallo scheletro, dalla dentiera e da altri organi
interni. Per questa ragione, e perchè i cani domestici di un distretto
somigliano assai spesso a qualche specie selvaggia di cani dello stesso
distretto, è sommamente probabile, che le diverse razze domestiche
canine discendano da parecchie specie selvaggie. Quali queste sieno, è
difficile a dirsi; tuttavia possiamo stabilire con qualche probabilità,
che i lupi, lo sciacallo, la volpe e poche altre specie viventi
od estinte abbiano dato origine alle razze attuali: ma sarebbe un
errore il supporre che non vi sia per giunta un grande intervento di
variazioni[197].
_Gatto_. — È molto antico come animale domestico, però meno del cane.
Esso è menzionato in un documento sanscrito di 2000 anni fa; la sua
esistenza in Egitto allo stato domestico risale ad un’antichità anche
più remota. Esistono parecchie razze di gatti domestici. La più
singolare è l’angorese (_Catus angorensis_), di grande statura, con
pelo lungo e sericeo, specialmente fitto al collo, al ventre e sulla
coda; colle piante dei piedi e colle labbra assai grosse. Il gatto
dell’isola di Man è quasi privo di coda, la quale è rappresentata da
un semplice rudimento; inoltre il medesimo ha gli arti posteriori più
lunghi ed il capo più grande del gatto comune. Il gatto dell’Arcipelago
Malese ha la coda breve, che misura in lunghezza solo la metà di
quella del gatto comune. Una razza cinese ha le orecchie pendenti.
Una razza del Capo porta sul dorso una fascia longitudinale. In
generale si può ammettere, che ciascuna regione non ha che una razza
di gatto, la quale può incrociarsi con una o più specie selvaggie
del genere. Così nella Scozia e nell’Ungheria il gatto domestico si
accoppia colla specie selvatica _Felis sylvestris_, nell’Algeria colla
_Felis lybica_, nell’Africa meridionale colla _F. caffra_, nell’India
colla _F. chaus_ e _F. armata_. Questa scarsità di razze diverse in
una medesima regione devesi attribuire all’impotenza dell’uomo di
esercitare una elezione sopra un animale a vita libera e notturna come
è il gatto. Delle variazioni si manifestano anche nel gatto, prova ne
sia che si osservarono degli individui privi di denti, altri con canini
straordinariamente sviluppati, altri con piedi a sei dita, altri ancora
con un ciuffo di peli alle orecchie, ecc.; ma gl’incrociamenti, che
l’uomo non riesce ad impedire, fanno tosto scomparire tali variazioni.
_Cavallo_. — Esso venne addomesticato nella più remota antichità.
Avanzi di questo animale domestico furono trovati nelle palafitte
della Svizzera, che si riferiscono alla fine dell’epoca litica; più
recenti sono gli avanzi scoperti nelle terramare dell’epoca del bronzo
nell’Emilia.
Le razze cavalline sono straordinariamente numerose. I cavalli arabi
si riconoscono ai seguenti caratteri: taglia mediocre; pelle sottile
e morbida con pelo corto e fino; crini rari e finissimi; mantello per
lo più grigio-pomellato o sauro; forme secche e ben marcate, fronte
spaziosa, narici ampie, occhi grandi, collo agile e leggermente arcato,
garrese eminente, torace profondo, ventre smilzo, groppa orizzontale,
gambe lunghe e secche con muscoli e tendini ben rilevati ed espressi
e senza fiocco alla nocca, piede piccolo con unghia liscia e dura;
coda attaccata alta e disposta a tromba. Devono aver larghi la fronte,
il petto, le ànche, le articolazioni; lunghi il collo, il ventre, i
femori, gli avambracci; corti le orecchie, le reni, il pene e la coda.
Abd-el-Kader disse: il cavallo arabo, se mangia orzo quanto vuole,
può fare quanto da lui desidera il suo cavaliere. I cavalli barberi,
che abitano la Barberia, hanno collo lungo, sottile e poco crinito;
testa piccola e leggiadra, sovente montonina; spalle piane, coste ben
arcate, groppa un po’ lunga, gambe asciutte e tendinose, zoccolo duro
e ben conformato. I cavalli persiani sono, dopo gli arabi, i migliori
dell’Oriente. Sono di taglia mediocre, hanno testa leggiera, bella
groppa, gambe sottili, particolarmente agli stinchi, tendini forti e
bene staccati; sono docili, sobrii, robusti. Il cavallo tartaro è una
derivazione dell’arabo, è di piccola taglia, e di una resistenza tale
da superare sotto questo rispetto tutti i cavalli del mondo: esso è
capace di camminare due o tre giorni di seguito, contentandosi di bere
ogni 24 ore, e di passarne altrettante con poche boccate di paglia.
Il cavallo turco deriva da incrociamenti di cavalli arabi, persiani
e tartari, e come questi è sobrio e laborioso. La sua testa ha forme
svelte, fronte spaziosa, narici ampie, ganascie quadre; l’incollatura
però è magra e sottile, il corpo alquanto lungo ed i reni troppo alti.
Le razze più perfezionate in Europa sono le inglesi, di cui se ne
distinguono cinque varietà principali, cioè: i cavalli da corsa, di
puro sangue, in cui spiccano la forza e la leggerezza; quelli da
caccia, di mezzo sangue, pregevoli per robustezza ed armonia di forme;
una terza varietà, robusta e bella, che è destinata per lo più alla
carrozza; una quarta di alta taglia, con grande sviluppo dei sistemi
osseo e muscolare, che serve al tiro dei carri e dei grandi pesi;
infine una quinta, che è la più comune e meno perfezionata. Fra queste
varietà, il cavallo da corsa proviene da una miscela di sangue arabo,
turco e barbero, ed ha superate le razze da cui trasse origine. Il
cavallo _King Herod_ guadagnò dei premi del valore di 261,505 lire
sterline, e generò 497 vincitori; _Eclipse_ ne produsse 334.
Il cavallo irlandese è più piccolo dell’inglese, ha corpo corto e
grosso, la testa piuttosto pesante, le gambe un po’ lunghe ma forti, le
ànche acute ma gagliarde, il petto ampio; offre molta sicurezza sopra
un terreno disuguale.
Le razze francesi da corsa furono di recente assai migliorate. Dalle
belle cavalle da carrozza di Normandia s’è fatta, mediante stalloni
inglesi di puro sangue, una magnifica razza anglo-normanna, da cui
nacque quel celebre _Gladiateur_ che nel 1865 vinse i più famosi
corsieri inglesi. Nacque in Francia nel 1862; la sua statura è di
metri 1,62; mantello baio-ciliegia, con una stella in fronte. Nel 1865
vinse 2000 ghinee nella prima corsa, poscia il 31 maggio ad Empson il
premio Derby, e pochi giorni dopo il gran premio di Parigi: in tutto
441,725 lire italiane. Nel 1872 fu venduto per la monta per 11,000 lire
sterline, ossia 286,000 lire italiane. Nella razza scura normanna,
come nella _limousine_, si allevano superbi cavalli da carrozza. Per
l’agricoltura si prestano bene i cavalli _percherons_. Quelli del
Boulonnais sono vigorosi, docili, ma troppo massicci; quelli delle
Ardennes sono di temperamento rustico, adatti per la grossa artiglieria.
Fra i cavalli della Germania i mecklemburghesi sono i più belli;
nessuna altra razza offre per la carrozza maggiore nobiltà e maestà di
portamento. Ottimi sono i cavalli della Polonia; sono piccoli, robusti
ed agili, hanno testa piccola, fronte diritta, labbra alquanto grosse,
guancie larghe, collo corto e diritto. I cavalli russi sono noti per la
loro grande abilità al trotto. I cavalli ungheresi sono piccoli, veloci
e robusti, e molto adatti per la cavalleria leggera. Fra i cavalli
della Spagna primeggia la razza dell’Andalusia.
Fra i cavalli italiani, i sardi sono sobrii e vivaci e di taglia assai
piccola; i napoletani hanno la testa ben quadrata, l’incollatura
alquanto grossa, e la forma del corpo che partecipa insieme dell’araba
e della spagnuola; i cavalli romani sono più alti e più maestosi dei
napoletani, dei quali però non hanno il brio e l’eleganza. I cavalli
padovani e friulani sono di un pregio non ordinario; alta è la loro
taglia, l’incollatura ben conformata, la testa alquanto grave e
montonina; ma i difetti principali che in essi si riscontrano sono
la piccolezza degli occhi e la strettezza del petto, specialmente al
costato; il mantello di questi cavalli è più comunemente morello[198].
Nell’allevamento dei cavalli il nostro Paese lascia pur troppo ancora
molto a desiderare, nonostante gli sforzi lodevolissimi che fanno il
governo e molte provincie per migliorarne le condizioni. Chi passa
in rassegna un picchetto di cavalleria, ne rimane il più delle volte
sconfortato.
Come fu detto nel capitolo III, a proposito dei fenomeni di atavismo,
si hanno delle ragioni per credere, che tutte le razze cavalline
discendano da una unica specie selvaggia a mantello isabellino e più o
meno rigato. A tale conclusione conduce principalmente il fatto, che in
tutte le parti del mondo le razze cavalline, sieno pure diverse tra di
loro quanto si voglia, assumono talora il mantello isabellino, ed in
questo caso presentano assai di frequente tre sorta di fascie, cioè una
fascia scapolare talvolta doppia o tripla, una fascia spinale e delle
fascie agli arti. Ciò ammesso, è credibile che il clima, il nutrimento,
la qualità del suolo ed altre condizioni esterne, abbiano contribuito
a produrre il grande numero delle razze attuali; ma è poi certo, che
il principale agente della diversità delle razze cavalline è stata
l’elezione lungamente continuata di quelle proprietà che sono utili
all’uomo.
_Asino_. — L’asino era già addomesticato all’epoca del bronzo, poichè
troviamo i suoi avanzi nelle terramare e palafitte di quell’epoca.
Mentre l’asino dell’Europa settentrionale e centrale è un animale
pigro e testardo, quelli dell’Europa meridionale, e più ancora
dell’Egitto, sono vivaci, forti e laboriosi. Ancora più belle sono
le razze dell’Arabia, dove se ne hanno due varietà. Una di esse è
grande, robusta e per la sua celerità impiegata nei viaggi; l’altra,
più piccola e più debole, serve da soma. Nella Siria esistono quattro
razze asinine, cioè una leggera e graziosa, impiegata dalle signore pel
di lei andamento piacevole; una razza araba che si adopera solo come
cavalcatura; una più robusta, con cui si ara e si fanno altri lavori;
infine una grande razza di Damasco con corpo ed orecchie di notevole
lunghezza. Le forme italiane sono essenzialmente due, di cui l’una è
più gentile, l’altra più rustica. La più bella razza italiana è forse
quella dell’isola di Pantelleria; eccone i caratteri[199]: Altezza fino
a metri 1,50; testa piccola; fronte piana e larga; occhi grandi e neri;
orecchie proporzionalmente corte ed affilate; collo lungo, muscoloso;
dorso quasi diritto; petto largo; zampe nerborute ed asciutte; piedi
con alto zoccolo; coda con pochi crini; pelo irto ma lucido. Quantunque
questi animali trottino con celerità e diano ottimo servizio da sella,
eccettuate le persone agiate, tutti li trattano duramente, malamente li
nutrono, e barbaramente li aggravano con lavori e fatiche eccedenti le
loro forze. Siccome il nome di asino s’ebbe significato di ignobile e
di stupido, non è meraviglia se la gente ignorante ne fa mal governo.
I somarelli dell’isola di Sardegna sono graziosi, ed utili nel loro
impiego per la macinazione, ma così piccoli che il Gemelli[200] dice,
che nel Campidano ed in Iglesias li tenevano sotto il letto.
L’asino non produsse razze numerose e ben distinte. La ragione
probabile ne è questa, che esso si trova principalmente nelle mani di
persone povere, che non possono tenerlo in grande numero, nè curarsi
molto della scelta degli individui destinati alla riproduzione. La
piccola statura dell’asino in Inghilterra e nell’Europa settentrionale
è da attribuirsi piuttosto alla mancanza di cura nell’elezione che al
clima freddo; prova ne sia che anche nella India occidentale, dove le
classi basse lo impiegano come bestia da soma, la statura di questo
animale raggiunge appena quella di un cane di Terra Nuova.
L’asino domestico discende dall’_Asinus taeniopus_ dell’Abissinia;
questo è di colore grigio, con fascia spinale, croce scapolare, e
righe trasversali sulla scapola e sugli arti. Le righe agli arti,
specialmente agli anteriori, che offrono spesso gli asini, sono un
esempio di riversione ai caratteri del progenitore. Anche la ripugnanza
che ha l’asino di attraversare le acque, ancorchè sieno piccoli
ruscelli, e di voltolarsi nella polvere, gli furono trasmessi dal
progenitore che vive in luoghi aridi e deserti.
Il mantello dell’asino va soggetto a variazioni. La fascia della
spalla, tanto caratteristica della specie, varia in lunghezza,
larghezza e modo di terminazione. Il Darwin ha udito parlare di tre
asini bianchi, non albini, che non possedevano traccia nè di fascia
scapolare, nè di fascia spinale. Il medesimo ha visto nove altri asini
privi di fascie scapolari ed alcuni anche privi di fascia spinale;
tre di questi nove erano grigi chiari, uno grigio scuro, un altro
grigio volgente al rovano, gli altri erano bruni. La riga della spalla
è talvolta biforcata; il Blyth ha visto fino tre o quattro righe
parallele alla spalla.
_Porco_. — Esso trovasi da lungo tempo allo stato domestico. Durante la
epoca neolitica ne esistevano in Svizzera due razze corrispondenti al
_Sus scrofa_ ed al _S. indicu_s. Quest’ultimo era addomesticato in Cina
in un’epoca che dalla presente rimonta a 4900 anni.
Le numerose razze del porco discendono da due specie diverse, e cioè
dal cignale (_Sus scrofa_) e dal _Sus indicus_. Le razze del primo
gruppo hanno le ossa lagrimali più lunghe che alte, e le file dei
molari parallele; quelle del secondo gruppo hanno le osse lagrimali
più alte che lunghe, e le file dei molari divergenti in avanti. Le
razze discese dal _Sus scrofa_ esistono in varie parti dell’Europa
centrale e settentrionale, attualmente tendono a scomparire ovunque e
ad essere sostituite dalle razze del _Sus indicus_. A queste ultime
appartengono le razze domestiche della Cina, della Cocincina, del Siam,
le romane e napoletane, quelle dell’Andalusia, le ungaresi, i porchi
arricciati che abitano il sud-est dell’Europa e la Turchia, ed i così
detti _Bündtner-Schweine_. Il progenitore delle razze del primo gruppo
vive ancora in Europa, nell’Africa settentrionale e nell’Indostan.
Lo stipite delle razze del secondo gruppo è estinto, e pare che si
estendesse dall’Europa fino in Cina.
La domesticità ha modificato grandemente i discendenti delle suddette
due specie, e siccome i maiali sono tenuti dall’uomo coll’unico scopo
di avere la maggiore possibile quantità di carne e di grasso, così
vi fu convergenza nei caratteri. In generale si è osservato che la
domesticità ebbe per effetto, nel porco, di accorciare e di allargare
il cranio, di rendere concava la fronte, di ridurre la lunghezza delle
setole e delle zanne, di allungare il tubo digerente, di risolvere
i denti molari in molti tubercoli e di aumentare la secrezione del
grasso. Tra le ossa delle terramare si distinguono ancora oggi, dopo
molte migliaia di anni, quelle del maiale domestico da quelle del
cignale selvaggio al semplice tatto, le prime essendo untuose, le
seconde asciutte.
Si sono osservate nel porco alcune razze semimostruose; tali sono
quelle ad una sola unghia nei piedi, e quelle munite di due appendici
carnose che discendono dai due angoli della mascella inferiore[201].
Si potrebbe credere che in questi animali la elezione o scelta
dell’uomo non possa approdare a grandi risultati, perchè gli individui
grassi non sono adoperati come riproduttori, ed i riproduttori non
vengono ingrassati e quindi non hanno dato prova della loro attitudine
alla pinguedine. Ma così non è. Prescegliendo i riproduttori tra
quelle razze, sottorazze o varietà, che diedero prova di possedere
quell’attitudine in grado più elevato di altre, si può giungere,
e si giunge realmente, a produrre delle forme eminentemente atte
all’ingrasso.
_Bue_. — Anche il bue è antichissimo come animale domestico; così
nelle terramare dell’epoca del bronzo si trovano già gli avanzi di tre
razze, e cioè del _Bos agilis, B. validus, B. elatior_[202]. Le razze
odierne sono numerosissime; così il prof. Low conta 19 razze inglesi,
e Desmarest descrive 15 razze francesi, omettendo le sottovarietà e
quelle importate da altri paesi. Anche in Italia ne abbiamo molte,
come rilevasi dalle osservazioni del Berti Pichat[203]. Alcune sono
eminentemente atte a produrre carne, altre sono da latte, altre ancora
da lavoro, e ve ne hanno di quelle che possiedono più attitudini; a
questi risultati si giunse evidentemente colla elezione artificiale.
Una razza americana, chiamata _niatas_, è mostruosa, come lo è l’alano
tra i cani. Ha la fronte corta e larga, e l’estremità nasale del
cranio, come il piano intero dei molari superiori, ricurva all’insù. La
mandibola si prolunga al di là della mascella superiore, e mostra la
stessa curvatura.
Parecchie specie del genere _Bos_ hanno dato origine alle razze
domestiche. Il _B. primigenius_ fu rinvenuto allo stato fossile
negli strati diluviali di tutta Europa, e viveva ancora ai tempi
di Cesare (_Urus_) in Germania ed in Inghilterra; al presente
trovasi semiselvaggio nel parco di Chillingam. Questa specie venne
addomesticata durante l’epoca neolitica; da essa discendono alcune
grandi razze attuali dell’Oldemburgo, del Frisland, dell’Olanda e
dell’Inghilterra. Il _B. brachyceros_ era più piccolo, avea corpo corto
e gambe sottili. Lo si rinviene fossile negli strati diluviali della
Svezia e dell’Inghilterra, era già domestico durante l’epoca neolitica
nella Svizzera, e diede origine ad alcune razze svizzere (Braunvieh) ed
inglesi. Il _B. frontosus_, che, come il precedente, trovasi fossile
in Svizzera ed in Inghilterra, è il progenitore di alcune razze della
Norvegia e forse anche della Scozia. Alcune razze inoltre provengono
dal gaial (_B. frontalis_) dell’India orientale; altre, con gobba
adiposa sul dorso, dallo zebù (_B. indicus_). La grande varietà delle
razze bovine è poi principalmente dovuta all’elezione esercitata
dall’uomo durante un tempo lunghissimo.
_Montone_. — La pecora è domestica da lungo tempo; i suoi avanzi
si rinvennero nelle palafitte della Svizzera e nelle terramare
dell’Emilia; questa pecora antica era capricorne.
La pecora va molto soggetta a variazioni. Le corna possono aumentarsi
fino a quattro od otto, e si nota che, in generale, all’aumento delle
corna corrisponde una decadenza nella finezza della lana. Talvolta le
pecore hanno le corna conformate come quelle della capra; tali pecore
capricorni si osservano nelle isole Shetland ed Orcadi, nelle montagne
di Walles e di Cipro, nell’Oberland in Svizzera e nelle montagne
dell’Emilia. Le corna possono essere lunghe, parcamente ravvolte a
spira, dirette dapprima in basso ed in avanti, da ultimo in alto;
oppure sono assai lunghe, ripetutamente ravvolte a spira, dirette
orizzontalmente infuori fino dalla base. Esse possono anche mancare.
Si sono osservate delle pecore con quattro capezzoli. Le ghiandole
interdigitali non esistono costantemente. Talvolta la coda è così
grossa che pesa più di otto chilogrammi, e le pecore del Capo di Buona
Speranza, secondo il Dandolo, l’hanno sì grossa e pregiata da costare
essa sola quanto tutto l’animale[204]. Delle pecore a coda molto grossa
in seguito a steatopigia io ebbi occasione di vedere a Gallippia sulla
costa orientale dell’Africa. Il colore è variabile. Dicasi altrettanto
della durata della gestione, che oscilla fra 144 a 150 giorni.
Fra le razze mostruose è interessante la pecora _lontra_ od _ancon_.
Nel 1791 nacque nel Massaciussetts un agnello avente le gambe corte
e torte ed il dorso allungato come un bassotto. Fu con quest’unico
animale che ebbe origine la razza predetta. Questi montoni non potendo
oltrepassare il recinto, si pensò che vi sarebbe stato qualche
vantaggio ad allevarli; ma essi sono stati soppiantati dai merini,
e sono così scomparsi. Essi trasmettevano i loro caratteri assai
fedelmente[205].
Fra le razze odierne sono celebri i merini spagnuoli (_Ovis aries
hispanica_), che presentano i seguenti caratteri: Taglia mezzana;
testa grande, muso ottuso, fronte piana, naso convesso, occhi piccoli,
fossette lacrimali grandi, orecchie medie, spuntate; corna assai forti,
a doppia spirale, lunghe (calcolate distese) 66 centimetri ciascuno;
collo grosso, pelle molto increspata, gambe corte e solide; lana corta,
molle, fina, crespa, bianca appena giallognola, ma che ricopre tutto
l’animale salvo il muso ed i piedi. Le femmine mancano generalmente di
corna.
Sono note alcune razze inglesi da carne, come la _Disley_ o
_New-Leicester_, la _Southdown_, la _Costwold_, ecc. Fra le razze
da lunga lana va citata la _Leicester_. In Italia domina l’idea di
migliorare le razze antiche incrociandole coi merini, ed esercitando
una rigorosa elezione[206].
La maggior parte degli zoologi è dell’opinione, che le varie razze
di pecore discendano da parecchie specie selvaggie. Colle attuali
nostre cognizioni non è possibile il dire, quante e quali fossero
queste specie originarie. Alcune razze piccole, a coda breve e con
corna a mezza luna, credonsi derivate dal mufflone (_Ovis musimon_)
della Sardegna e della Corsica; alcune altre di statura maggiore, a
coda lunga e corna ravvolte a spira, come i merini, ecc., credonsi
discese da una specie ignota ed estinta. Comunque sia certo si è che le
differenze originarie fra le varie razze furono notevolmente aumentate
dall’elezione esercitata dall’uomo.
_Coniglio_. — La sua domesticità rimonta ad un’epoca antica; già
Confucio parla di questi animali come degni di essere immolati agli
Dei, e della loro propagazione. Il Darwin[207] ha studiato esattamente
lo scheletro del coniglio selvaggio e quello del domestico, ed ha
trovato tra l’uno e l’altro delle notevoli differenze in parti
importanti, fatto il quale prova come anche organi di grande valore
per la vita animale possano variare in conseguenza della domesticità.
Lo stesso autore ha verificato una diminuzione nel relativo volume del
cervello nelle razze domestiche del coniglio, locchè fa vedere, come
l’organo più importante e più complicato dell’organismo soffra nello
sviluppo pel non-uso.
Esistono molte razze di conigli. In Inghilterra la razza ad orecchie
pendenti raggiunge grandi dimensioni ed un peso di 8-10, e perfino
di 18 libbre. Una grande razza francese (_Rouennais_) ha la testa
quadrangolare. I conigli così detti della Patagonia hanno orecchie
straordinariamente brevi ed una testa affatto rotonda. Il coniglio
color di lepre o belga differisce dalle altre razze pel solo colore;
il numero delle sue mammelle, che è variabile in altre razze e di 10
nel coniglio selvaggio, è costantemente di sei. Il coniglio angora
si fa notare per la lunghezza e finezza del suo pelo, come pure pe’
suoi costumi, essendo più socievole degli altri conigli, e perchè il
maschio non cerca di distruggere la prole. I conigli olandesi sono
estremamente piccoli, qualche esemplare non pesa che 1-1/4 libb.
La razza di Mosca possiede occhi rossi ed è interamente bianca, ad
eccezione delle orecchie, di due macchie presso il naso, della faccia
superiore ed inferiore della coda e dei tarsi posteriori, che sono
bruni oscuri; il suo pelo è lungo e molle. La razza dell’Himalaia (che
dicesi anche cinese, o polacca, o russa) comprende piccoli individui
di colore bianco; solamente le orecchie, il naso, i quattro piedi e la
faccia superiore della coda sono bruni oscuri e gli occhi sono rossi;
come tutti gli albini, anche questi conigli trasmettono fedelmente ai
loro discendenti i propri caratteri. Queste ed altre razze e sottorazze
domestiche discendono da un’unica specie, il coniglio selvaggio.
Uccelli domestici.
_Piccione_. — I piccioni sono tenuti in domesticità da tempo
antichissimo; la prima menzione di questi animali domestici rimonta
alla quinta dinastia egiziana, ossia a 3000 anni avanti l’êra volgare.
Secondo il Birch si parla del piccione in una lista delle pietanze per
una cena data dalla precedente dinastia[208].
Le razze e sottorazze attuali superano il centinaio, e sono raccolte in
quattro gruppi che sono i seguenti:
I. Gozzuti. Esofago grande, appena distinto dal gozzo, sovente gonfio.
Corpo e gambe allungate. Becco di dimensioni mediocri.
Anche le altre razze possono più o meno gonfiare il gozzo, sopratutto i
maschi, ma in questa il carattere è spinto agli estremi.
II. Messaggiere e razze affini (_runt_ e _barbo_). Questo gruppo può
essere riconosciuto generalmente per la lunghezza del becco; per la
pelle che copre le narici che è turgescente, e spesso fornita di
caruncole o lobi; e per la pelle che contorna gli occhi, la quale è
nuda e caruncolata. La bocca è larga, i piedi sono grandi. Nondimeno
i barbi, che entrano in questo gruppo, hanno il becco cortissimo, ed
alcuni _runts_ hanno pochissima pelle nuda attorno gli occhi.
III. Razze diverse, in cui il becco è più corto che nel torraiuolo,
e la membrana che circonda gli occhi non è molto sviluppata. Vi
appartengono il colombo pavone, i colombi turbito ed allocco, il
tomboliere, l’indiano a dorso arricciato ed il giacobino.
IV. Razze somiglianti in tutti i punti importanti della loro struttura,
e segnatamente il becco, al torraiuolo. Vi appartengono il colombo
trombettiere e parecchie sottorazze appena diverse dalla _Columba
livia_ selvaggia[209].
Noi abbiamo già dimostrato nel capitolo I, che i colombi sono
eminentemente variabili, e cioè non solo ne’ loro caratteri esterni, ma
anche nei caratteri anatomici.
Tutti i nostri colombi domestici discendono da un’unica specie, il
colombo torraiuolo (_Columba livia_), come lo dimostra principalmente
il fatto che tutti i nostri piccioni ritornano occasionalmente alla
livrea del loro progenitore, come fu esposto nel capitolo III, a
proposito dell’atavismo[210].
Poche specie dimostrano meglio di questa la potenza dell’elezione
artificiale. L’uomo, giovandosi delle variazioni, si è creato delle
razze utili, aumentandone la taglia; e più ancora delle razze
bizzarre o di capriccio, come sono i piccioni pavoni, i tombolieri, i
trombettieri, ecc.
Fra noi è antichissima la razza dei piccioni triganini dell’Emilia, la
cui origine, secondo il Giachetti[211], sembra precedere l’epoca romana
e che è stata anche impiegata pel trasporto delle lettere da un luogo
all’altro. Alessandro Tassoni, nel 1622, scriveva nella sua _Secchia
rapita_ un’ottava che dice così:
«Nulla risponde e contro i Ravennati
Tommasin a quel dir stringe gli sproni
Con una compagnia di scapigliati
Dediti al gioco e a far volar piccioni
Che Triganieri fur cognominati
Nemici natural dei Bacchettoni,
Gente, che il ciel avea posto in oblio
E l’appetito sol tenea per Dio».
_Gallo_. — Esso era domestico in Asia circa 1400 anni av. C., e fu
importato in Europa verso il sesto secolo av. C. Molte sono le razze
che esistono al presente, e citiamo le principali.
La razza pugnace o combattente differisce leggermente dal _Gallus
bankiva_ (_ferrugineus_) selvaggio; ha becco forte, cresta diritta e
semplice, sprone lungo ed acuto, le penne serrate al corpo, la coda
con 14 timoniere. Le uova sono di un giallo rossastro pallido. È di
carattere coraggioso ed iroso.
La razza malese è di grande statura, con capo, collo e gambe allungati;
a coda piccola, inclinata, composta generalmente di 16 timoniere;
con cresta e caruncole piccole. I lobi auricolari e la faccia sono
rossi, la pelle è giallastra, le penne non serrano al corpo; le penne
setacee del collo sono diritte, dure e brevi. Le uova sono di un giallo
rossastro pallido; il carattere è piuttosto selvaggio. È originaria
dell’Oriente.
La razza cocincinese è grande, e si fa notare per le remiganti brevi,
quasi nascoste sotto le cuopritrici; per la coda breve, composta
generalmente di 16 timoniere; per le gambe grosse, brevi, fittamente
piumose ed armate di sproni corti e robusti. Il Ponchard, che allevava
moltissime galline di questa razza, giunse ad affermare, «aver egli
ottenuto da un piccolo numero di tali galline maggior profitto che
dal suo gregge di 600 pecore»[212]. La loro carne è però di qualità
inferiore.
La razza dorking è grande, porta spesso nei piedi un dito
sopranumerario, e possiede la cresta e le caruncole bene sviluppate.
Il cranio è straordinariamente largo tra le orbite. È originaria
dell’Inghilterra. Si distingue per peso, grossezza e precocità
straordinaria. Divenne celebre nei pollai della Regina d’Inghilterra,
del Duca di Sutherland, di Lord Grosvenor, ecc.
La razza spagnuola ha una cresta semplice, ma straordinariamente grande
e portante profonde incisioni. Le caruncole sono sviluppatissime, i
lobi auricolari grandi e bianchi. Porta abito nero, con lucentezza
metallica verde. Si dice che sia una razza che dà poche uova e carne
mediocre, che cova male e male alleva i pulcini. È battagliera.
La razza amburghese è di statura mediocre, e si fa notare per la cresta
piatta, prolungata assai in dietro, portante numerose e piccole punte.
Le caruncole sono di mediocre sviluppo, i lobi auricolari bianchi.
Dà molte uova, è poco atta a covare, talora grigia argentata, oppure
grigia dorata.
La razza polacca porta sul capo una corona di penne poste sopra un
rialzo emisferico dei frontali. Il becco è corto, la cresta manca od è
piccola. Se ne distinguono molte sottorazze.
La razza bantam è caratterizzata dalla piccola statura. Ha triplice
cresta, penne con bordo nero, ali cadenti, coda diritta a ventaglio. È
assai precoce, feconda ed abile nel covare ed allevare i pulcini.
La razza anura varia assai nei suoi caratteri, e può dirsi mostruosa.
Essa merita appena il nome di razza.
La razza dei galli saltatori è caratterizzata per la cortezza quasi
mostruosa delle zampe, cosicchè questi animali saltano invece di
camminare. I galli arricciati o cafri, che sono frequenti nell’India,
hanno le penne arricciate in dietro. I galli serici hanno le penne
sericee. Il gallo nero è bianco macchiato di nero, ed ha la cute nera.
La razza comune italiana s’accosta assai alla razza dorking. Ha
grandezza e grossezza mezzane; il colore varia. I più bei galli sono
gialli sulle spalle, neri nelle altre parti, con penne alla coda di
verde cupo cangiante. La razza padovana, assai rinomata da noi, non mi
sembra diversa dalla polacca.
La somiglianza che esiste tra il _Gallus bankiva_ selvaggio ed il
gallo combattente domestico nell’organizzazione e nei costumi, il
facile incrocio delle due forme senza diminuzione della fecondità,
l’osservazione che il _Gallus bankiva_ si lascia facilmente
addomesticare, infine le molte variazioni che questo subisce allo
stato selvaggio, conducono a considerare il _Gallus bankiva_ come il
progenitore di tutti i galli domestici. La elezione artificiale seppe
creare delle razze distinte per carattere battagliero, o per grande
statura, oppure per fecondità, od anche per bellezza di forme e di
livrea.
_Anitra_. — La domesticità di questa specie data da circa 18 secoli;
ai tempi dell’imperatore Augusto quest’animale era già semidomestico.
Il numero delle razze odierne non è grande. L’anitra di Aylesbury
è grande e bianca, con becco giallo pallido e gambe dello stesso
colore. L’anitra capelluta ha un ciuffo di belle piume lanuginose sul
capo. L’anitra del Labrador è completamente nera, ed ha il rostro
relativamente più largo della selvaggia. Quella a becco ricurvo è di
aspetto singolare pel rostro curvato in basso; il capo porta spesso un
ciuffo; il colore è generalmente bianco. L’anitra canterella è molto
piccola, e la femmina assai garrula. L’anitra pingoino cammina quasi
eretta, col sottile suo collo proteso verticalmente in alto.
Siccome l’anitra selvatica (_Anas boschas_) ha una vasta distribuzione
geografica, estendendosi tra l’Himalaia e l’America settentrionale;
siccome la medesima si incrocia facilmente colla domestica, dando una
progenie perfettamente feconda; siccome inoltre l’anitra selvatica
si lascia facilmente addomesticare ed assume dopo poche generazioni
qualche carattere della domestica; così è opinione generale che
le nostre razze domestiche discendano tutte dall’_Anas boschas_.
L’elezione naturale in questa specie ha cercato di ottenere non tanto
la bellezza, quanto la saporitezza delle carni, la produzione di
grasso, la precocità, e fino ad un certo punto l’aumento di taglia. Il
non-uso ha ridotto le ali.
_Oca_. — Omero, nel canto XV dell’_Odissea_, parla di oche che si
allevavano nel palazzo di Menelao; i Romani le tenevano in Campidoglio
come animali sacri a Giunone (388 av. C.). L’oca, dacchè è stata
addomesticata, ha subito solo leggere variazioni; tuttavia, in
confronto colla specie selvaggia, è cresciuta in volume e si è fatta
più feconda. Il di lei colore varia tra il bianco ed il grigio oscuro.
Alcune oche portano dei ciuffi di penne al capo; altre hanno le penne
superiori del capo e quelle del collo rovesciate; qualche poco variano
la grandezza del becco ed il colore del medesimo e delle gambe. In
una varietà di Sebastopoli le penne cuopritrici della spalla sono
allungate, arricciate ed anche ravvolte a spira. Celebri sono le oche
di Tolosa, che hanno corpo grossissimo su cortissime gambe. F. Re
chiama l’oca, per la di lei vigilanza, il cane degli uccelli.
È opinione della maggioranza degli zoologi, che l’oca domestica
discenda dalla specie _Anser ferus_ Naum. (_A. cinereus_ Meyer), tanto
più che gli individui domestici, incrociati coi selvaggi di questa
specie, dànno discendenti perfettamente fecondi. Se le variazioni
subite per la domesticità non sono maggiori di quanto risulta
effettivamente dall’osservazione, ciò devesi attribuire alla leggera
elezione, cui quest’animale fu assoggettato per parte dell’uomo,
il quale nel medesimo non ha cercato che l’aumento del volume, la
squisitezza delle carni, la produzione di grasso, e tutt’al più un
abito bianco, pei quali pregi appunto l’animale domestico differisce
dal suo stipite selvaggio.
_Pavone_. — Era assai apprezzato dai Romani; un suo uovo, narra
Varrone, pagavasi 50 denari ed una coppia si vendè per 1000 dramme.
Quest’animale ha subito pochissime modificazioni sotto l’influenza
della domesticità. È interessante il fatto che nei branchi della razza
comune appariscono talvolta di repente degli individui a spalle nere,
i quali costituiscono una nuova varietà che fu considerata come specie
distinta ed ebbe il nome di _Pavo nigripennis_. I maschi di questa
varietà differiscono notevolmente dal pavone comune pel colore delle
remiganti secondarie, delle penne scapolari, delle tettrici delle ali e
delle coscie; essi sono più piccoli della razza comune, e sono sempre
battuti da questa nei combattimenti. Le femmine sono più sbiadite che
quelle della razza comune[213].
_Tacchino_. — Esso discende da una specie messicana selvatica che gli
indigeni aveano già addomesticata prima della scoperta dell’America.
Non ha variato in modo notevole allo stato domestico.
_Gallina faraona_. — Discende dalla _Numida ptilorhynca_ dell’Africa
occidentale. Ha variato poco allo stato domestico.
_Canarino_. — È domestico da circa 350 anni. Fu incrociato con 9 o 10
specie di fringuelli, e produsse meticci, alcuni dei quali riuscirono
completamente fecondi; peraltro non ne risultò alcuna razza distinta.
Pesce dorato.
Il genere _Carassius_ fra i _Dendropteri_ comprende una specie
domestica, che è il _C. auratus_, di muso ottuso e corpo mediocremente
alto. La dorsale è lunga; il raggio osseo maggiore della medesima e
quello dell’anale sono al margine posteriore dentellati. Contansi circa
30 squame nella linea laterale; la codale è distintamente biloba. Il
colore è generalmente un giallo dorato.
I primi pesci dorati furono portati in Francia, a quanto si dice, da
madama De Pompadour. La loro patria originaria è un lago della montagna
Tsien-King nella provincia Tsche-Kiang in Cina, d’onde si diffusero
nelle altre parti della Cina, dell’Asia e di tutto il mondo. Il pesce
dorato offre molte varietà, le quali in massima parte differiscono
nel colore. Più importanti sono le variazioni di altri caratteri. Si
osservano degli esemplari con pinna dorsale più lunga del consueto,
altri con pinna dorsale ridotta nelle sue dimensioni, altri ancora con
pinna dorsale mancante. Qualche volta la codale è sviluppatissima e
divisa in tre e perfino in quattro lobi. Si sono veduti degli individui
con occhi enormemente gonfi e sporgenti. Interessante è la varietà di
forma quasi sferica, con codale talmente accorciata, che questa pinna
nasce immediatamente dietro la dorsale e sopra l’anale.
Insetti.
_Ape_. — L’ape (_Apis mellifica_) è probabilmente indigena dell’Europa.
Ciò deducesi dal fatto che da tempi immemorabili le api vivono da
noi selvagge; come anche dall’altro che l’intestino loro è lungo in
guisa da contenere gli escrementi che si formano in 4-5 mesi, locchè
c’insegna, essere l’ape adattata a sopportare un inverno lungo appunto
4-5 mesi, i quali corrispondono alla durata ordinaria della cattiva
stagione nella maggior parte dell’Europa. È cosa certa, come abbiamo
già detto nel capitolo I, che anche i singoli individui di una medesima
razza, presentano nella loro struttura delle differenze leggere. Ciò è
comprovato dalla osservazione che le api di un alveare si riconoscono
benissimo tra loro, quantunque ai nostri occhi possano sembrare tutte
identiche. Ogni apicoltore poi sa, come sia variabile la loro indole;
giacchè si hanno degli sciami mansueti e pacifici, e degli altri
stizzosi ed inquieti.
L’ape presenta diverse varietà; le due meglio conosciute sono
l’alemanna e l’italiana o ligustica. Quest’ultima era già ben
conosciuta da Virgilio, il quale nella _Georgica_, libro IV, dice:
. . . . . . . . di bel fulgor splendon da lungi.
Imitando il color del pallid’oro
Ed han di pari macchie il corpo adorno[214].
La varietà italiana ha i due primi segmenti dell’addome e la metà
anteriore del terzo colorati di giallo ranciato, colore che risiede
entro il tegumento chitinoso; inoltre essa porta delle strette fascie
gialle paglierine formate da numerosi peli pennati dello stesso
colore. Nella varietà alemanna mancano le fascie ranciate, ma esistono
generalmente le paglierine. La varietà italiana ha inoltre una statura
alquanto maggiore dell’alemanna, fabbrica delle cellule un po’ più
grandi, ha volo meno fragoroso, è più intraprendente e più vigile, e
possiede un odorato più acuto. Va al mattino un’ora prima al lavoro, ed
entra di sera un’ora più tardi nell’alveare. Queste qualità dell’ape
italiana hanno indotto tutti gli apicoltori in Europa e fuori a
procurarsela, e possiamo dire che oggi la nostra varietà è diffusa in
tutto il mondo. Nel 1853 fu importata in Germania; nel 1859 in Francia,
Svizzera, Danimarca, Svezia, Russia, Ungheria ed anche in America; nel
1862 fu trasportata perfino in Australia.
Ritengo che la varietà alemanna sia la forma originaria e più antica,
perchè nella ligustica appariscono spesso degli individui, cui mancano
le fascie ranciate. Siccome ciò avviene anche in località, dove la
varietà tedesca non è coltivata, non possiamo attribuire questo
fenomeno all’incrocio, ma dobbiamo piuttosto considerarlo come un caso
di riversione. D’altra parte non mi consta che nella varietà alemanna
appariscano degli individui forniti di fascie ranciate. Per questa
ragione, ed anche perchè la varietà italiana costituisce, di fronte
all’altra, una forma progredita, è probabile che la nostra varietà sia
la più recente.
L’elezione artificiale non ha potuto esercitarsi finora che assai
poco sull’ape, perchè l’arnia aveva il favo fisso, e perchè la regina
s’accoppia col fuco fuori dell’arnia, volando. Il favo mobile ci
permette ora di osservare l’interno dell’alveare, di esaminare la
regina quando lo si creda utile, e di scegliere le regine buone,
respingendo le cattive.
_Bombice del gelso_. — Questo animale è coltivato dall’uomo fino dalla
più remota antichità. Sembra che tale coltura fosse iniziata in Cina
ai tempi dell’imperatore Hoang-ti intorno al 2700 av. C. Le diverse
razze differiscono assai tra di loro[215]. L’uomo ha fatto di questo
animale un ricco produttore di seta, prescegliendo sempre quelle razze,
sottorazze o varietà che gli recavano maggior vantaggio.
Piante coltivate.
Tratterò quest’argomento assai brevemente[216], e solo per far vedere
che la elezione artificiale fu estesa anche alle piante. I vegetali
che noi coltiviamo sono tenuti a doppio scopo: sia per diletto, sia
pel tornaconto. Noi coltiviamo i fiori nel nostro giardino perchè
sono belli od odorosi; e coltiviamo i cereali, gli alberi da frutto,
i fagiuoli, ecc. perchè ci sono utili. Ora è di grandissimo interesse
per noi il vedere, come sieno variabili precisamente quelle parti delle
piante, cui sono rivolte le nostre cure. Alcuni dettagli chiariranno
meglio il concetto.
Le diverse varietà del frumento concordano bene tra di loro in tutte
le parti; il solo frutto o grano diversifica. Questo è tanto variabile
che l’agricoltore, per conservare una data sottorazza ed impedirne
la degenerazione, deve scegliere ogni anno i grani allo scopo della
seminagione, per cui Virgilio scrive:
Ma d’ogni cura e d’ogni studio ad onta
Pur li vid’io degenerar, se ogni anno
D’essi i maggiori il buon cultor non sceglie.
I botanici sono concordi nell’ammettere che tutte le forme coltivate
del mais appartengano alla medesima specie. Questa pianta è di origine
americana, e la sua coltivazione risale ad un’epoca assai remota. Se ne
distinguono molte varietà che differiscono tra di loro nell’altezza,
nella precocità, nell’attitudine a resistere alla siccità ed all’azione
dei venti impetuosi; ma sopratutto nella spica e nel seme. Infatti la
così detta pannocchia è ora lunga e sottile, ora breve e grossa, ed
ora ramificata, ed i grani vi sono disposti in serie varianti da sei a
venti, oppure irregolarmente. Quanto al colore, i grani possono essere
bianchi, gialli pallidi, ranciati, rossi, violetti, o elegantemente
striati di nero, e si trovano qualche volta dei grani di due colori in
una stessa spica. Il grano varia anche nella forma; può essere piatto,
globoso od ovale, più largo che lungo, o più lungo che largo, senza
punta, o prolungato in un dente acuto, e questo dente è qualche volta
ricurvo.
I broccoli e cavolfiori presentano delle grandi differenze nella forma,
nella grandezza, nel colore, nella disposizione e nel modo di crescere
delle foglie, del tronco e dei peduncoli dei fiori; ma i fiori stessi,
le silique ed i semi non presentano differenze, oppure differenze
leggerissime. Le varietà della rapa, del rafano, della barbabietola,
ecc. differiscono tra di loro quasi unicamente in quella parte che è
dall’uomo apprezzata, ossia nel fusto sotterraneo carnoso e rapiforme.
Le varietà dei piselli invece differiscono principalmente nel frutto, e
cioè tanto nelle buccie, come nei semi; mentre nella fava sono questi
ultimi che variano maggiormente. Nel pomo d’oro sono i tuberi che
mostrano le differenze più sensibili, nella vite e negli aranci invece
le frutta, e nel gelso le foglie.
Se osserviamo i nostri alberi fruttiferi, troviamo che non v’ha
confronto tra le differenze che presentano le varie parti della pianta
e quelle, assai più numerose e spiccate, che si scoprono nei frutti.
Ed in questi frutti noi vediamo le differenze riposte in quella parte
precisa che l’uomo apprezza e per la quale coltiva l’albero. Nel
mandorlo, il nocciolo del frutto, ossia la mandorla, varia assai nella
sua forma e nella durezza; nello sviluppo, nel grado di appiattimento
e nella profondità dei solchi, a seconda delle diverse varietà. Nel
pesco invece varia sopratutto la polpa del frutto; altrettanto dicasi
del prugno, del ciliegio, del pomo e del pero. Nelle diverse varietà
della fragola il frutto differisce molto nella forma, grandezza,
colore e qualità; mentre il così detto seme, se si prescinde dal fatto
che trovasi ora più ed ora meno profondamente immerso nella polpa, è
identico in tutte le varietà, al certo perchè non avendo alcun valore,
non fu punto soggetto all’elezione artificiale. Nell’uva spina i frutti
variano assai, le altre parti pochissimo. «Ho coltivato, dice il
Darwin[217], 54 varietà di uva spina, e viste le enormi differenze che
esistono nelle frutta, fui sorpreso della grande somiglianza di tutti
i loro fiori». Mentre il frutto dell’uva spina selvatica pesa appena 8
grammi, quello della coltivata, gradatamente aumentando dalla fine del
secolo scorso in poi, raggiunse nel 1852 il peso di grammi 57,94. Il
noce presenta differenze considerevoli nella forma e grandezza delle
noci, lo spessore del mallo e la sottigliezza del guscio. Il gariglio
riempie più o meno il guscio, secondo le varietà. Esempi analoghi ai
precedenti potrebbero trarsi dalla famiglia delle Cucurbitacee.
Le piante dei nostri giardini non conducono a risultati diversi. Così
la viola del pensiero (_Viola tricolor_) presenta oggi parecchie
centinaia di varietà che si formarono in seguito all’elezione
artificiale, dopo il 1810. «Questa pianta, dice il Darwin[218], mi
sembra degna di essere studiata, più particolarmente pel contrasto
esistente tra i fiori piccoli di colore smorto, allungati ed irregolari
della viola del pensiero selvatica, ed i fiori magnifici, piatti,
simmetrici, circolari, vellutati, aventi oltre due pollici di diametro,
splendidamente ed in vario modo colorati che si esposero nelle nostre
Mostre». Ed altri fiori, come i papaveri, il tulipano ed il giacinto,
che si credono provenire ciascuno da una sola forma selvatica,
presentano varietà senza numero, differenti quasi tutte unicamente per
la forma, la grandezza ed il colore del fiore.
Il Quatrefages[219] fa osservare, che i Maori della Nuova Zelanda
coltivano come piante tessili una specie di lino (_Phormium tenax_)
ed una specie di papiro (_Broussonetia papyrifera_), e che, come
è avvenuto per altre piante presso di noi, la coltura ha prodotto
numerose razze o varietà di questi vegetali, ai quali l’uomo ha
prodigato le sue cure per molti secoli. Così esistono nella Nuova
Zelanda oltre cinquanta varietà di _Phormium_, ciascuna delle quali
ha il suo nome particolare, e le cui fibre sono impiegate a scopi
distinti; e del _taro_ (_Caladium esculentum_), pianta commestibile di
quella regione, si conoscono ventuna varietà.
Ora si può domandare, quale sia la ragione dell’esistenza di razze, o
varietà così numerose e così diverse tra le nostre piante coltivate.
La risposta è facile a prevedersi. Non è già che tutte coteste varietà
discendano da altrettanti stipiti selvaggi, chè anzi può in molti
casi dimostrarsi il contrario; non è neppure ammissibile che l’uomo,
all’uopo di coltivarle, abbia scelto precisamente quelle specie che
erano dotate di un grado maggiore di variabilità. La ragione deve
cercarsi nella elezione esercitata dall’uomo, in seguito a cui furono
preservati gli individui che presentavano determinati caratteri, e
distrutti quelli che ne erano sforniti. Noi non possiamo altrimenti
spiegare il fatto, che le varie razze di ogni specie diversificano
precisamente in quelle qualità che l’uomo cerca, sia a scopo di
diletto, sia per tornaconto.
Effetti della domesticità.
Gli effetti, che la domesticità e la coltura producono sugli animali e
sulle piante, risultano già in parte dai fatti sopra esposti; nondimeno
sarà utile riassumerli qui brevemente, aggiungendo, dove occorre,
qualche parola di schiarimento.
La domesticità agevola di certo l’acclimatazione. Se noi importassimo
un animale od una pianta nel centro dell’Europa da una regione molto
più calda, ed abbandonassimo quest’organismo a se stesso, esso
perirebbe assai probabilmente in breve tempo; ciò che dimostra che
l’uomo ha una parte, sebbene piccola, nella acclimatazione. È noto
che certi animali di paesi caldi non durano in Europa, nemmeno se
siano protetti dall’uomo. L’acclimatazione è conseguita in parte
coll’abitudine od assuefazione, ed in parte coll’apparsa di varietà
meglio adattate. Gli effetti della prima sono probabilmente assai
leggeri. Un individuo, animale o vegetale, può assuefarsi ad un clima
alquanto diverso da quello della sua patria, e può trasmettere ai
suoi discendenti questo nuovo carattere, e così di seguito per molte
generazioni; ma se la costituzione non si muta, non saranno raggiunti
per questa via che effetti molto leggeri, e sarà inoltre difficile
distinguere questi effetti da quelli dell’elezione naturale. Più
importante è l’apparsa di varietà meglio adattate. Se importiamo da noi
un organismo da un luogo più caldo, quest’organismo produrrà individui
più delicati ed altri meno delicati; i primi meno prosperosi saranno
distrutti dal rigore del clima e dalla mano dell’uomo, i secondi
preservati; in tal modo la variabilità, in concorso colla elezione
naturale ed artificiale, produrrà un certo grado di acclimatazione.
L’uomo inoltre deve proteggere l’organismo importato, affinchè giunga
a propagarsi e possa entrare in azione la variabilità. Se una specie
non si riproduce allo stato di captività o di coltura, ogni tentativo
di acclimatazione riesce vano. Quindi possiamo dire che a produrre
questo fenomeno dell’acclimatazione prendono parte, in grado diverso,
l’abitudine, la variabilità, la elezione naturale e la elezione
artificiale.
La domesticità ingrandisce in alcuni casi la statura o taglia di
un organismo, oppure singole parti. Così i conigli domestici sono
maggiori di statura e di peso dei selvaggi; alcune razze di cani hanno
le orecchie più lunghe che le specie naturali del genere; il colombo
pavone ha la coda assai più sviluppata del colombo torraiuolo; i
pomi coltivati producono frutta maggiori dei selvatici; in natura si
cercherebbe inutilmente una fragola sì grande come quella dei nostri
giardini. In altri casi si osserva una diminuzione della taglia od un
impicciolimento di parti determinate. Così noi abbiamo delle razze
nane, per es. di cani. Le ali, allo stato domestico, sono spesso
ridotte; il cervello si fa più piccolo; i denti canini sono resi più
deboli. È poi singolare l’azione della domesticità sui denti molari
del cignale, i quali si risolvono in un grande numero di tubercoli
maggiori o minori, come ha dimostrato il Rütimeyer. L’aumento su citato
è in massima parte determinato direttamente dall’elezione artificiale,
prescegliendo l’uomo, pel suo vantaggio o per capriccio, quegli
organismi che sono maggiori od hanno certe parti meglio sviluppate;
la diminuzione sembra determinata principalmente dal non-uso. Questo
non-uso indebolisce anche certi muscoli, per es. gli auricolari. Nei
cani domestici vediamo spesso che le orecchie sono pendenti, e non
possono essere erette, o solo in parte.
La domesticità, per effetto dell’elezione naturale, aumenta la
produzione di sostanze utili all’uomo. Così il maiale è trasformato in
un organismo tutto imbevuto di grasso, ed altrettanto può quasi dirsi
dell’oca. Il bombice del gelso è un eminente produttore di seta allo
stato di bruco. Le mammelle delle vacche e delle capre sono enormemente
sviluppate. E la pecora dà una grande quantità di lana.
La domesticità conserva le forme mostruose. Nè l’alano, nè la pecora
ancon, nè il bue niata, nè i cagnolini di statura minima e rachitici,
potrebbero vivere allo stato di natura; tutti questi animali debbono la
loro esistenza alla protezione dell’uomo.
Alla domesticità o coltura sono anche dovuti i leggiadri colori di
alcuni animali o piante. I colombi domestici hanno tinte molto diverse
da quelle del torraiuolo; ed i fiori dei nostri giardini sono colorati
ben diversamente da quello che fu la specie selvaggia stipite.
La domesticità modifica gli istinti, e ne produce di nuovi. Gli animali
perdono il timore dell’uomo, ed alcuni (come il cane) gli sono anzi
affezionati. I conigli perfezionati hanno perduto l’istinto di scavare.
Il bracco ha ricevuto l’istinto della ferma, ed il segugio quello di
cercare ed inseguire il lepre, quantunque il primo ricusi di mangiare i
volatili, ed il secondo sappia di non poter divorare il lepre. Io vidi
dei segugi che dopo di aver ucciso un lepre, lo lasciarono intatto sul
luogo. I piccioni selvatici non sanno fare il capitombolo, istinto che
è portato ad un grado maraviglioso in alcune sottorazze del domestico
tomboliere.
Alcuni animali domestici portano la coda più o meno ravvolta a spira,
così il cane ed il maiale. Siccome questo fenomeno non si riscontra
negli animali selvaggi, così lo si ritiene prodotto dalla domesticità;
ma è al presente inesplicabile. Questo ravvolgimento determina un
accorciamento, e forse è dovuto al non-uso. Tanto il cane, come il
maiale, possono peraltro distendere la coda in linea retta, e lo fanno
il primo quando è di cattivo umore, malato o spaventato; il secondo
quando è malato.
Molti animali e molte piante ricusano di riprodursi allo stato di
captività o di coltura, oppure si riproducono raramente ed in modo
imperfetto. Esempi ci forniscono, tra gli animali, l’elefante, il
tigre, la volpe, il lepre, gli uccelli rapaci ed i pappagalli; e tra
le piante, molte specie alpine. Ma per regola generale, la domesticità
aumenta la fecondità degli animali e delle piante. Così il coniglio
selvatico porta quattro volte all’anno e fa da quattro ad otto figli;
il coniglio domestico gesta da sei a sette volte all’anno, e produce
quattro ad undici piccoli, in casi eccezionali anche più (perfino
diciotto). Il furetto, se tenuto in prigionia, è più prolifico del suo
prototipo selvaggio. La troia selvaggia gesta spesso due volte all’anno
e partorisce quattro ad otto figli; la troia domestica partorisce due
volte all’anno regolarmente, e se dà meno di otto nati per portata,
vale poco e si destina al macello. Il _Gallus bankiva_ depone sei
ad otto uova, mentre la gallina domestica ne depone moltissime ogni
anno. L’anitra selvatica mette da cinque a dieci uova annualmente,
la domestica da ottanta a cento. L’oca selvatica depone da cinque ad
otto uova, la domestica da tredici a diciotto, ed ovifica perfino una
seconda volta. I cavoli coltivati danno press’a poco tre volte più
silique che i selvatici del mezzodì del paese di Galles. Anche le
carote coltivate sono più feconde delle selvatiche[220].
Il Pallas, già nel 1780, ha esposto una teoria intorno agli effetti
della domesticità sulla fecondità nell’incrocio, che fu poi accettata
da molti naturalisti[221]. Il cane, la pecora, il maiale, il bue, ecc.
discendono da parecchie specie selvaggie; e tuttavia i discendenti
domestici sono tra loro perfettamente fecondi, mentre è sommamente
probabile (per ragioni di analogia) che le specie originarie fossero
nell’incrocio più o meno sterili. La predetta teoria asserisce quindi
che una domesticità prolungata tenda ad eliminare la sterilità che si
manifesta naturalmente nelle specie incrociate al loro stato primitivo.
Non si hanno ora altri fatti importanti in appoggio delle idee del
Pallas, tranne i due seguenti che citiamo dall’opera del Darwin
sulla _Variazione_[222]. Dureau de la Malle, che studiò da vicino la
letteratura classica, assicura che al tempo dei Romani il mulo comune
era molto più difficile a prodursi che ai nostri giorni. Il Groenland
parla di alcune piante, che pei loro caratteri intermediari e la loro
sterilità sono conosciute come ibride dell’_Aegilops_ e del frumento,
e che si sono propagate, sotto l’azione della coltura, con un aumento
rapido di sterilità in ciascuna generazione. Alla quarta generazione,
ed avendo conservati i loro caratteri intermediari, queste piante
s’erano già fatte tanto fertili quanto il frumento comune coltivato.
Gli effetti della elezione artificiale sono di certo maravigliosi;
essi sono meno imponenti di quelli della elezione naturale, ma furono
anche raggiunti in un tempo assai breve. Molte razze sono sorte nei
tempi storici, ed alcune in questi ultimi secoli. E nondimeno noi
vediamo esistere fra razza e razza tali differenze, le quali, se
fossero riscontrate in animali viventi allo stato di natura, sarebbero
credute sufficienti a caratterizzare specie distinte od anche generi
diversi. Si confrontino insieme il colombo tomboliere a faccia corta
ed il colombo pavone; oppure, fra i cani, il pincio ed il cane di
Terra Nuova, oppure il pòmero ed il barbone: chi non crederebbe queste
razze altrettante buone specie, se le trovasse allo stato di natura? È
puerile il sostenere che il Creatore abbia fatto l’uomo con determinati
gusti e bisogni, ed allo scopo di soddisfarli gli abbia poi dato gli
animali domestici oggi esistenti. Il vero si è che l’uomo, praticando
una elezione dapprima inconscia e poi metodica, partendo dagli animali
e dalle piante viventi allo stato di natura, ha prodotto tutte quelle
numerose razze e varietà che ora gli sono cotanto utili o appagano le
sue idee di bellezza od i suoi capricci. Questa produzione, che quasi
potrebbe dirsi una nuova creazione, fu il risultato della predetta
elezione continuata con cura e pazienza per una lunga sene di secoli.
Nè v’ha oggi pratico allevatore od esperto giardiniere che muova dubbio
sulla potenza di cotesta scelta.
L’arte dell’allevamento del bestiame dovette percorrere tre grandi
periodi. Nel primo, l’uomo s’è accontentato di ridurre gli animali
allo stato captivo, di ammansarli; questo può quindi dirsi il periodo
dell’ammansamento. Durante il secondo, l’uomo esercitava l’elezione
inconscia, ossia quella per la quale conserva gli individui più
pregevoli e distrugge i meno pregevoli, senza alcun pensiero di
cambiare così la razza. Fu questo il periodo dell’elezione inconscia.
Venne finalmente il terzo periodo, l’odierno, quello dell’elezione
metodica, durante il quale l’uomo fa dei tentativi sistematici a
modificare una razza conforme ad un tipo preconcetto. Questi periodi
non sono nettamente separati tra di loro nella storia delle nazioni, ma
segnano la via del progresso.