EREDITARIETÀ DEI CARATTERI.

Dell’ereditarietà in generale. — Leggi che la governano. —

Atavismo. — Sviluppo.

Dell’ereditarietà in generale.

Niuno dubita che i caratteri si trasmettano di padre in figlio;

se così non fosse le nostre faune e flore costituirebbero un caos

inestricabile. Ma dal concetto vago e volgare al concetto preciso e

scientifico corre un gran tratto, ed è inoltre necessario indagare

le leggi che governano siffatta ereditarietà. Il Darwin ha discusso

quest’argomento superficialmente nella sua _Origine delle specie_[82];

in quest’opera egli ammise come inconcusso questo principio, e poco si

curò delle leggi, dalle quali è governato. «Nessun allevatore, egli

dice, dubita della forza delle tendenze ereditarie; il simile produce

il simile: questo è il loro assioma fondamentale. Gli autori teorici

soli hanno mosso dei dubbi contro questo assioma». Ma egli tratta a

fondo questa questione nell’opera _Variazione degli animali e delle

piante allo stato domestico_[83]; noi pure ce ne occuperemo brevemente,

colla scorta dell’opera citata e di altre più recenti.

L’ereditarietà non è un fenomeno così misterioso, inconcepibile, come

più volte è stato detto. Il figlio, prodotto dalla generazione agamica

o da un individuo ermafrodito, non è che una parte della madre che

se ne è staccata per condurre una vita propria; e quindi è naturale

che su questa parte agiscano tutte quelle forze che erano vive nella

madre, ed agiscano nella stessa maniera come in questa. Se il figlio

fu prodotto da individui unisessuali, ossia dal concorso di elementi

paterni e materni, l’essenza non è cambiata; nel figlio noi troveremo

attive le forze di ambedue i genitori, e secondo la natura di queste

forze, le ritroveremo ora sommate ed ora modificate pel reciproco

contatto. «Egli è chiaro, dice Oscar Schmidt[84], che la chiave dei

fenomeni della ereditarietà debbasi cercare nella riproduzione.

Al certo non si possono osservare i movimenti e gli eccitamenti

molecolari che vi succedono, nè le trasmissioni meccaniche leggere

oltre ogni immaginazione; ma non sono perciò nè più oscure, nè più

enigmatiche, come di frequente si dice, dei movimenti invisibili, ma

non sopranaturali, sul controllo e calcolo de’ quali poggia il superbo

edifizio della chimica e fisica teoriche». A questo stesso concetto

fondamentale sono inspirate le più recenti teorie di Weismann e di

Nägeli sulla essenza della ereditarietà.

La legge fondamentale della ereditarietà si è che tutti i caratteri,

senza veruna eccezione, sono trasmissibili. Ma quando si tratta

dell’apparsa dei caratteri specifici o generici, nessuno vi presta

attenzione; è cosa sottintesa, da tutti preveduta, come il levare del

sole ad ogni mattina: noi facciamo invece le meraviglie, quando sono

ereditati caratteri meramente individuali, come sarebbero un neo in una

determinata parte del corpo od una strana abitudine. Il nostro stupore

non è pienamente giustificabile, riposa per altro sull’osservazione che

i caratteri puramente individuali non sono sempre ereditati. Imperocchè

domina questa legge, che un carattere è tanto più fedelmente trasmesso,

quanto più è vecchio: o con altre parole, i caratteri specifici sono

trasmessi più fedelmente degli individuali, i generici più degli

specifici, e così di seguito.

Le mutilazioni generalmente non sono trasmesse; si hanno tuttavia degli

esempi in cui passarono dal padre ai figli. Così il Blumenbach[85]

assicura che in Germania gli Ebrei nascono qualche volta in uno

stato che rende impossibile la circoncisione, al quale si è dato

un nome che significa «nato circonciso». Secondo le osservazioni

del Brown-Sequard[86], le mutilazioni causate da lesioni nervose

sono ereditarie nei porcellini d’India. Haeckel[87] asserisce che

si è potuto ottenere una razza anura di cani, tagliando per molte

generazioni la coda agli individui d’ambedue i sessi; e racconta

come nei dintorni di Jena un toro, entrando in stalla e chiudendosi

con forza la porta troppo presto, perdesse la coda, e procreasse poi

dei vitelli anuri. Il dottor Luigi Gambari mi dice d’aver scorto

frequentemente nei colombi di Venezia delle dita monche ereditate

da genitori che avevano subito una mutilazione in quelle parti. Gli

isolani di Fidgi hanno la mano delicata e le dita impicciolite, perchè

sono soliti di sacrificare al loro Dio il dito mignolo, quando ne

implorano la guarigione di una malattia.

All’incontro sono generalmente ereditarii i caratteri anomali. Così il

Lambert, nato nel 1717, aveva la pelle fittamente coperta di prominenze

callose, le quali di quando in quando cadevano e poi si rinnovavano.

Egli ebbe sei figli e due nipoti, i quali tutti presentavano il

medesimo carattere della pelle spinosa. Secondo il Sedgwick la citata

particolarità sarebbe stata trasmessa fino alla quarta generazione, e

solamente ai discendenti maschili[88]. Interessanti sono gli esempi

di dita sopranumerarie. Il Perty[89] cita un certo Gratio Kalleia,

il quale aveva 12 dita alle mani e dodici ai piedi. Egli ebbe tre

figli: Salvatore, Giorgio, Andrea, ed una figlia. Salvatore portava

12 dita alle mani e 12 ai piedi, Giorgio 10 dita alle mani e 10 ai

piedi, ed altrettanti ne avevano Andrea e Maria. Dei quattro figli di

Salvatore tre avevano 12 dita alle mani e 12 ai piedi, uno 10 alle

mani e 12 ai piedi, il quarto 10 alle mani e 11 ai piedi. Andrea non

ebbe discendenti. Dei quattro figli di Maria, tre erano normalmente

costruiti, il quarto possedeva 10 dita alle mani e 11 ai piedi. Altre

analoghe osservazioni furono fatte da Carlisle e Burdach. All’isola

di Malta v’ha una famiglia di sedigiti, in cui quest’anomalia ha

potuto essere seguìta in tre o quattro generazioni[90]. E il prof. Fr.

Marzolo, nella sua Memoria sulla mancanza di utero in parecchi membri

di una stessa famiglia, dice: «Io conobbi una famiglia, nella quale

fra le linee mascoline e femminili, contai venti sedigiti. In taluno

di essi sei dita si trovavano a ciascuna estremità, in tal altro erano

complessivamente 23, 22 e 21; ma la generazione, tanto nelle femmine

quanto nei maschi, era fedele alla originaria imperfezione»[91]. Il

Seidlitz parla di un sagrestano di Pietroborgo, il quale aveva sette

dita in ciascuna mano, ed ebbe da due letti dei figli collo stesso

numero di dita alle mani. Come è ereditario l’eccesso di dita, lo è

anche la deficienza. Il Piorry cita due esempi di famiglie, nelle

quali era ereditario il numero di 4 dita. Altri esempi sono citati dal

Darwin[92]. Struthers per altro ci avverte, che non bisogna esagerare

la forza della ereditarietà, poichè, a suo giudizio, i casi della non

avvenuta trasmissione delle dita sopranumerarie, e della loro prima

apparizione nelle famiglie in cui prima non esistevano, sono molto più

frequenti dei casi ereditari[93].

Tra le anomalie ereditarie dobbiamo citare l’albinismo, il quale può

manifestarsi in tutte le razze umane ed in moltissimi animali. È noto

che noi abbiamo delle razze domestiche albine di conigli e di ratti,

e che in alcune regioni dei tropici gli uomini albini sono tanto

numerosi, che si è creduto alla esistenza di una speciale razza umana

albina. Tutto ciò non avrebbe potuto avvenire, se l’albinismo non fosse

in un certo grado ereditario.

Talvolta sono ereditari dei caratteri molto minuziosi e insignificanti.

«Il dott. Hooker, dice Darwin[94], m’ha indicato una famiglia, nella

quale alcuni membri ebbero continuamente, pel corso di parecchie

generazioni, sulla testa una ciocca di un colore diverso dal resto

della chioma. Ho conosciuto un irlandese, che al lato destro tra i

capelli molto oscuri, aveva una piccola ciocca bianca; alla stessa

parte l’ebbe pure la sua ava, al fianco opposto sua madre». Queste

ciocche bianche non sono rare da noi, sopratutto nelle chiome nere;

io feci qualche ricerca per vedere se erano ereditate, ma ebbi dei

risultati negativi. Il mio amico Francesco Businelli, dell’Università

di Roma, ha una evidente sovrabbondanza della cute della palpebra

superiore, in guisa che la piega trasversale va a coprire in gran parte

le sopracciglia. Egli ha potuto seguire questo carattere in quattro

successive generazioni. Nella casa regnante d’Absburgo è ereditario

un labbro inferiore fortemente sviluppato. Il famoso cavallo inglese

_Eclipse_ portava sopra uno dei fianchi un segno nero che fu trasmesso

fino alla quinta generazione.

Come sono ereditarie queste anomalie più o meno pronunciate, lo

sono anche le mostruosità che non differiscono dalle anomalie

essenzialmente. Noi incontreremo esempi di tale ereditarietà nello

studio degli animali domestici. Per ora basti dire, che le pecore

_lontra_ od _ancon_ ed i cani alani non sono che razze mostruose.

Si possono citare degli esempi per dimostrare, che anche l’incesso, la

gesticolazione, la voce ed il contegno generale sono ereditari nella

specie umana[95]. Spesso si vedono degli individui che hanno tutto il

contegno generale del loro padre, se sono maschi, e della madre, se

sono femmine. Il trotto è un’andatura artificiale ed ereditaria del

cavallo; l’animale selvaggio galoppa, ma non trotta mai. Una parte di

questo risultato nell’uomo va però attribuita all’imitazione, ed è

assai difficile il dire, quanta parte vi abbia la imitazione, e quanta

la ereditarietà.

Anche le malattie sono trasmissibili. Servano ad esempio le malattie

dell’occhio, di cui il Darwin[96] ha parlato diffusamente. Alle prove,

citate da quest’autore, possiamo aggiungerne un’altra interessante;

nella famiglia, cioè, Montmorency era ereditario un modo particolare

di strabismo (_une vue à la Montmorency_)[97]. Tutti del resto

sono persuasi di questa ereditarietà, poichè ogni persona un po’

intelligente che sta per contrarre matrimonio, non trascura di indagare

lo stato di salute dei genitori e dei nonni del fidanzato o della

fidanzata; e se fossero morti, prenderà conoscenza delle malattie cui

soggiacquero. È sopratutto ovvia la persuasione, che sieno ereditarie

le malattie dell’apparato respiratorio (p. es. la tisi), quelle del

sistema nervoso (p. es. la pazzia, l’epilessia), la gotta, la scrofola

e la sifilide. Il medico, al letto del malato, non trascura mai di

informarsi delle malattie, cui andarono soggetti gli ascendenti del

paziente. Nei maiali è ereditaria la epilessia; nei bovini la tisi,

la scrofola, i tumori maligni, ecc.; negli ovini la scrofola, il

reumatismo, le malattie dell’apparato digerente; nei cavalli, al dire

del Youatt, sono poche le malattie non ereditarie.

Anche le qualità mentali e morali credonsi da taluni ereditarie:

così il carattere dolce e selvaggio, la prodigalità e l’avarizia, la

fantasia e l’ingegno, ecc. La storia ci fa conoscere delle famiglie

regnanti, famose per costumi corrotti e avidità di sangue; altre

celebri per l’amore alle scienze, alle arti ed alle industrie. Ma

questo soggetto è discutibile, molti autori non ammettendo tale

ereditarietà (ad es. Lyell e Houzeau), ed è inoltre uno dei più

difficili, perchè è quasi impossibile di separare le qualità gentilizie

dagli effetti dell’educazione. Anche fra noi vi ha discordanza a

tale riguardo; ad esempio, il Vignoli[98] ammette l’ereditarietà

dell’ingegno, mentre il Falco[99] la nega.

Alcuni fenomeni che si riferiscono alla ereditarietà sono al presente

inesplicabili. Ne citerò tre. È un caso raro che i genitori di figli

sordo-muti sieno affetti di questa imperfezione. Su centoquarantotto

ragazzi presentati nello stesso tempo all’Istituto dei sordo-muti

di Londra, nemmeno uno solo era nato da genitori così affetti. Di

più, se un sordo-muto dell’uno e dell’altro sesso si marita con un

individuo sano, è raro che i figli presentino questo difetto: in

Irlanda su duecentotre fanciulli, i cui genitori erano sordo-muti,

uno solo fu trovato muto. Così pure nel caso del sordo-mutismo in

ambedue i genitori, su quarantuno matrimoni negli Stati Uniti, e su

sei nell’Irlanda, non ne nacquero che due fanciulli sordo-muti[100].

Un altro fatto, che al presente non possiamo esattamente spiegare,

fu esposto dal professore Marzolo[101], e da me riportato nelle mie

Note all’_Origine delle specie_ del Darwin[102]. Ecco il fatto. In

un villaggio del Trevigiano Angelo ed Anna N. (contadini) ebbero un

maschio e 5 figlie. Le prime tre figlie divennero spose e madri, le

ultime nate, Regina e Giuditta, non ebbero mai i mensili tributi, nè

per questo la loro salute ebbe a turbarsi. La Regina morì, e non fu

esaminata. Nella Giuditta il Marzolo riscontrò la mancanza dell’utero.

Una delle precitate tre figlie, che divennero spose e madri, ebbe un

maschio e 5 femmine; di queste ultime, tre sono ancora bambine, ma le

altre due, di cui una ha ventidue anni e l’altra diciotto, sono prive

di utero, e la loro vagina finisce a cul di sacco. È singolare che

in esse, come nella Giuditta, le pudende e la regione ascellare sono

affatto impuberi. La mancanza di utero, nel caso citato, non può essere

accidentale, perchè essendo rarissima quest’anomalia, è sommamente

improbabile che apparisca in quattro donne su dieci di una medesima

parentela. Fa quindi d’uopo ammettere un’influenza gentilizia, sorretta

forse dalla correlazione dei caratteri di cui parleremo tra poco; ma

una spiegazione precisa mi sembra al presente e coi dati che abbiamo

impossibile. Infine è inesplicabile il fatto che talvolta i caratteri

non sono trasmessi per eccessiva energia della forza ereditaria.

Così gli allevatori di canarini asseriscono, che per ottenere un

bell’uccello di colore giunchiglia non conviene accoppiare due

individui di questa razza, poichè il colore riescirebbe troppo intenso

nei prodotti, o perfino bruno. Medesimamente se si accoppiano due

canarini crestati, i pulcini raramente ereditano questo carattere[103].

Ed altrettanto avviene in altri simili casi secondo lo Hewitt.

Leggi che governano la ereditarietà dei caratteri.

Le leggi della ereditarietà ci sono forse in massima parte ignote; i

fenomeni succitati, al presente inesplicabili, sono una prova della

nostra ignoranza intorno a questo soggetto. Tuttavia i recenti studi

ci hanno fatto conoscere alcune di queste leggi che esporremo qui

brevemente.

1º I caratteri appariscono nei figli in quella stessa parte del corpo,

sia esterna od interna, in cui apparvero negli antenati. Haeckel[104]

chiamò questa legge della ereditarietà, omotopa. Questa legge è

una delle più generali, e sebbene molto semplice, è tuttavia assai

importante. Nel maggior numero di casi è sottintesa, poichè se questa

legge non sussistesse, il figlio non giungerebbe mai a somigliare al

padre. Ma noi ci accorgiamo della di lei esistenza solo quando si

tratta di caratteri non specifici, nè di razza, ma individuali, ad

esempio nel caso in cui il padre ed il figlio hanno un neo od una

macchia della pelle nella stessa regione del corpo, od una ciocca di

capelli bianchi nello stesso punto della chioma.

2º I caratteri appariscono nei figli in quella stessa età, in cui sono

apparsi negli antenati. Haeckel chiama questa legge della ereditarietà,

omocrona. Le malattie ci forniscono numerosi esempi di questa legge.

In alcuni casi ciò deve avvenire, quando, ad esempio, trattasi

dall’apparsa dei caratteri sessuali secondari, come sono la barba

dell’uomo, le corna del cervo, lo sprone del gallo, ed altri simili.

Nelle piante vediamo l’uva di una data qualità maturare sempre alla

stessa epoca. Finchè si tratta di padre e figlio, possiamo ammettere

che i caratteri appariscono alla stessa epoca, perchè la differenza

è insensibile. V’ha peraltro una tendenza ad anticipare l’epoca nei

discendenti, la quale differenza riesce notevole ed importante, quando

si tratta di discendenti che sono separati dal loro progenitore per

mezzo di una lunga serie di generazioni. Ma su questo argomento

ritorneremo tra breve.

3º I caratteri appariscono nei figli tanto più fedelmente, quanto

più sono antichi. Le mutilazioni, come abbiamo detto, non sogliono

trasmettersi; ed i caratteri congeniti individuali sono meno fedeli

degli specifici, questi meno dei generici, ecc. Con altre parole:

quanto più un carattere è antico, tanto più tempo egli ebbe per mettere

profonde radici nell’organismo. Anche di questa legge ci forniscono le

malattie gli esempi più noti e più calzanti (così la tisi e la pazzia).

4º Alcuni caratteri sono limitati ad un solo sesso, e cioè i caratteri

sessuali, di modo che il maschio trasmette ai suoi figli maschi i

caratteri essenziali e secondari del proprio sesso, e la femmina fa

altrettanto pe’ discendenti femminili. I caratteri sessuali secondari

sono tutti quelli che costituiscono una differenza tra il maschio e la

femmina, prescindendo dagli organi essenziali del sesso. Tali sono la

barba dell’uomo, le corna del cervo, la criniera del leone, la coda

lunga ed erigibile del pavone, e molti altri che in seguito impareremo

a conoscere.

5º Nella riproduzione incrociata degli animali unisessuali i caratteri

dei due sessi generalmente si sommano o si temperano a vicenda. Se

sono omogenei, si fondono insieme e si sommano. È questa una delle

principali ragioni, per cui i matrimoni consanguinei producono effetti

dannosi, giacchè i due genitori, collegati insieme da vincoli di sangue

e quindi generalmente soggetti alle stesse malattie, accumulano sui

discendenti una doppia tendenza alle malattie medesime. Se i caratteri

dei due genitori sono eterogenei, essi hanno un’azione vicendevole

temperante, cosicchè si ha un risultato intermedio. Ma vi sono dei

caratteri in certe razze che non si fondono insieme con altri, per

dare un risultato intermedio; in tale caso comparisce nei discendenti

il carattere prevalente, e l’altro rimane soppresso; oppure, se è

possibile, come nel caso dei colori, appariscono ambedue in regioni

diverse del corpo.

6º Alcuni caratteri sono trasmessi allo stato latente, così che non

compariscono in una o parecchie generazioni, e si rendono manifesti

nelle successive. I fenomeni di questo genere costituiscono l’atavismo,

di cui nel paragrafo che segue parlerò un po’ più diffusamente.

Atavismo.

Degli esempi semplicissimi di atavismo ne abbiamo spesso nella specie

umana, quando cioè in un individuo, anzichè i tratti del padre e della

madre, appariscono quelli del nonno e della nonna. E può considerarsi

come un fenomeno di atavismo anche la trasmissione dei caratteri del

sesso (essenziali o secondari) attraverso ad una generazione del

sesso opposto. Poniamo il caso che un uomo abbia una figlia; e questa

un figlio: i caratteri maschili del padre passarono certamente alla

figlia, in cui rimasero latenti, e divennero manifesti solamente nel

figlio di questa figlia, ossia nel nipote di quell’uomo. Talvolta però

i caratteri maschili prorompono, in età avanzata, nel sesso femminile,

in cui per solito restano latenti; così le donne vecchie ricevono

una specie di barba, la vecchia gallina mette sproni e canta come il

gallo, e la vecchia fagiana indossa la livrea del fagiano. Nei casi

prima citati si ha una riversione ai caratteri di avi assai vicini; ma

talvolta una specie, in determinate condizioni, ritorna parzialmente al

tipo di un avo o progenitore lontanissimo. Citerò degli esempi.

Il Prof. Pellegrino Strobel[105] osservò a Buenos Ayres un cavallo con

singolare conformazione dei piedi anteriori. Questi portavano, dal

lato interno, un dito sopranumerario, ossia un indice, con uno zoccolo

simile a quello dei bisulci. L’indice del piede destro giungeva a

toccare quasi, col suo zoccolo, la metà dello zoccolo del dito mediano,

ma l’indice del piede sinistro non si abbassava di tanto verso terra

ed era diretto un po’ all’indietro; del resto erano ambo uguali e

per volume e per forma. L’ispezione esterna e le osservazioni fatte

in altri casi inducono a credere, che cadauno di questi indici fosse

composto di due falangi. Probabilmente queste dita si articolano col

capo inferiore dei rispettivi stiletti od ossi metacarpici rudimentali.

Anche Hensel osservò nei cavalli casi di dita sopranumerarie ai piedi

anteriori, e notò che tale anomalia rare volte si verifica in più di

un piede. L’anomalia su descritta trova una spiegazione plausibile nel

fatto, che durante l’epoca terziaria è esistito un cavallo triungulato,

il così detto _Hipparion_, ai cui caratteri i nostri cavalli, per

quanto riguarda i piedi, fanno ritorno di tratto in tratto. Essi però

non hanno mai la forma genuina del piede dell’Hipparion, ma una forma

intermediaria e più recente.

Un altro esempio di atavismo ci presenta il cavallo, essendo constatato

con numerose osservazioni, che i cavalli di tutte le razze ed in

tutte le parti del mondo sono non raramente, e sopratutto allo stato

giovanile, forniti di fascie agli arti ed al tronco. Noi siamo da

ciò condotti ad ammettere, che il cavallo discenda da una forma

progenitrice rigata e fasciata come lo zebra od il quaggo, alla quale

forma i cavalli attuali fanno ritorno di quando in quando.

Noi sappiamo che tutte le nostre razze di colombi discendono dal

colombo torraiuolo, il quale è di un colore azzurro di ardesia, ha le

ali attraversate da due fascie nere, il groppone bianco, la coda presso

alla sua estremità ornata di una fascia nera, ed il collo verde a

riflessi azzurri dorati. Ora tutte le nostre razze di piccioni assumono

di tratto in tratto alcuni dei caratteri su citati. Se noi osserviamo

a Verona in Piazza Vittorio Emanuele (Brà) i numerosi piccioni che

colà esistono in uno stato semidomestico, vi troviamo molti esemplari

bianchi, i quali però hanno sovente le fascie nere sulle ali e

talvolta anche quella alla coda; negli individui azzurri queste fascie

non mancano mai, ed il groppone è quasi costantemente bianco. Come

si spiega la frequente apparsa di questi caratteri nelle razze le

più diverse sotto ogni riguardo? È questo un fenomeno di atavismo,

ritornando i piccioni perfezionati al tipo del colombo terraiuolo da

cui discendono.

Anche nelle piante si hanno dei fenomeni di atavismo. Così la _Linaria

vulgaris_ possiede normalmente una corolla irregolare, così detta

personata; ma talvolta la corolla si fa irregolare, ed è allora divisa

in cinque parti eguali. Di più i quattro stami, che generalmente sono

di disuguale lunghezza (2 corti e 2 lunghi), diventano egualmente

lunghi, ed invece dell’unico sprone normale della corolla se ne

sviluppano cinque o perdesi anche quell’unico. Questo ritorno alla

regolarità delle parti di un qualsiasi fiore normalmente irregolare

chiamasi peloria, e noi non possiamo spiegarla altrimenti che

considerandola come una riversione a caratteri da lungo tempo perduti,

supponendo cioè che la forma, da cui discende la _Linaria_, fosse

regolare[106].

Il prof. Mantegazza[107] ha svolto, nel 1871, un’idea su questo

soggetto che merita di essere qui riportata. A me sembra, egli dice,

che trascurando i particolari e riassumendo in una sintesi molto ardita

tutte quante le teoriche sulla genesi delle forme vive, noi possiamo

ridurle tutte quante a queste due formole: una empirica e l’altra

scientifica. Secondo la prima il figlio o il nuovo individuo è eguale

alla metà del padre e della madre, chiamandolo _f_, si avrebbe

_f_ = ♁/2 + ♀/2,

mentre la formola scientifica del nuovo individuo sarebbe invece

rappresentata da quest’altra formola

_f_ = ♁/x + ♀/x′ + _at._/x″,

nella quale noi esprimiamo che il nuovo individuo è costituito dalla

somma di tre quantità incognite; di elementi paterni ♁, di elementi

materni ♀ e di elementi atavici _at._ Quanto più il nuovo individuo

presenta di caratteri paterni o materni, e tanto più rassomiglia ai

suoi genitori, alla specie, alla varietà a cui appartiene; mentre

quando gli elementi dei genitori si riducono a quantità quasi eguali

allo zero e giganteggia invece l’elemento atavico, cioè la somma di

tutti gli elementi atavici, di tutte le possibilità organiche; allora

il figlio differisce grandemente e d’un tratto dai suoi genitori, e

possiamo avere un mostro, una nuova varietà, una nuova specie; secondo

il modo con cui noi consideriamo questa nuova creatura ch’io chiamo

nata per neogenesi. Io formolerei questa teorica colla formola

_f_ = E♁ + E′♀ + 1/E″ _at._,

intendendo per E, E′, E″ quantità evanescenti».

Contro questa teorica il dott. Enrico Morselli[108] ha fatto diverse

obbiezioni che possono riassumersi in queste due: 1ª La neogenesi

porta un regresso nella serie degli esseri, è quindi contraria alle

tesi fondamentali dell’evoluzionismo; 2ª L’apparire improvviso di

caratteri nuovi di una specie è un’eccezione rarissima e a perpetuarli

per eredità si sollevano per ogni parte ostacoli gravi. A queste

obbiezioni, il Mantegazza[109] rispose che la neogenesi non porta

regresso alcuno di per se stessa e non ci dà questo risultato fatale,

che quando i caratteri nuovi sono mostruosi e patologici ad un tempo;

cioè quando sono contrari alle condizioni di vita dell’individuo in

cui appaiono. Così non è dannoso ad una pianta l’apparire fasciata,

o macchiata nelle foglie; non è per nulla dannoso all’uccello nuovo

che si è formato sotto i nostri occhi l’avere assunto quei caratteri,

che gli fecero dare il battesimo nuovo di _Pavo nigripennis_. Alla

seconda obbiezione egli risponde che chiamò «elemento atavico _la somma

di tutti gli elementi atavici, di tutte le possibilità organiche_,

e non già il semplice ritorno ad un carattere antico e limitato per

via dell’elezione naturale». E soggiunge poi: «io chiamo _possibilità

organiche_ della neogenesi tutte quelle somme possibili di gemmule,

che, fondendosi nel crogiuolo della generazione, possono produrre un

nuovo carattere durevole, che è quanto dire, un nuovo organismo».

E nel timore di non essere stato ancora compreso dice: «Per me

la questione della neogenesi, sfrondata dai problemi secondari e

dalla dialettica, si riduce a questa: Esistono fatti in natura e in

domesticità di comparsa improvvisa di caratteri nuovi in una specie,

che non erano posseduti nè dal padre nè dalla madre? E se questi fatti

non possono essere rifiutati, non è lecito studiarli insieme, tentare

di raggrupparli all’ombra di un’unica teoria che li coordini e tenti di

spiegarli? E se questi fatti sono rari per noi perchè conosciamo pochi

secoli di storia del nostro pianeta, perchè conosciamo poco o nulla le

leggi di eredità che governano le specie selvaggie, come non ci sarà

permesso di supporre che quando la terra subì forti mutamenti, non

diede favorevole occasione a molte e potenti neogenesi, che è quanto

dire a nuove e potenti trasformazioni delle forme vive?».

La formola del Mantegazza venne completata dal Lemoigne, il quale vi

aggiunse i caratteri acquisiti (acq) od individuali, ed ottenne la

formola seguente:

R = (m p + n at) + (m′ p′ + n′ at′) + x acq, essendo m + n + m′ + n′ + x = 100.

R rappresenta il totale delle qualità trasmissibili da un riproduttore

ai suoi discendenti; p, quelle proprie del padre; p′, quelle della

madre; at, le ataviche paterne; at′, le ataviche materne.

Ogni individuo possiede, oltre i suoi propri caratteri (individuali

od acquisiti) dei caratteri paterni, dei caratteri materni, e dei

caratteri atavici; questi ultimi appartengono ad una delle prossime

generazioni antecedenti, rarissimamente ad una generazione antecedente

lontana. Quando avviene questo ultimo caso, ossia quando apparisce

un carattere che era rimasto latente in una lunga serie di antenati;

oppure quando le tre qualità di elementi su citate si associano

tra loro in modo affatto nuovo, noi abbiamo una mostruosità. Ora

le mostruosità possono vivere e perpetuarsi sotto l’influenza

protettrice dell’uomo, come vediamo nella pecora d’ancon, nel bue

niata e nell’alano; ma esse non possono vivere allo stato di natura,

perchè quelle stesse condizioni, cui sono adattati gli individui

normali, non possono, nello stesso tempo, essere favorevoli anche agli

individui mostruosi e molto diversi dai normali. Egli è perciò che

noi non conosciamo, allo stato selvaggio, forse nessuna specie che

possa considerarsi come una forma mostruosa resa perenne dalle leggi

della ereditarietà. Quanto ai cambiamenti che la nostra terra ha di

certo subito, essi furono parziali e ristrettissimi; oppure divennero

estesi e forti lentamente, nel corso di migliaia di secoli. Ai primi

non possiamo dare veruna importanza in ordine alla neogenesi nel senso

del Mantegazza, i secondi le furono direttamente avversi. La teoria

quindi del Mantegazza, in quanto vuole spiegare la repentina apparsa di

forme affatto nuove e durature, non sembra accettabile; essa ha però

il merito di spiegare, fino ad un certo punto, l’apparsa delle leggere

variazioni, e di raccogliere in un’unica formola generale le cause che

le determinano.

Sviluppo.

Tutti sanno che gli animali non nascono coi loro caratteri definitivi,

ma percorrono una serie di cambiamenti, ora più ed ora meno profondi,

prima di raggiungerli. Perchè questo indugio, o questa preparazione?

Noi siamo tanto abituati a questo andamento delle cose che non vi

pensiamo nemmeno, ma saremmo assai sorpresi, se in qualche caso

lo sviluppo avesse a mancare. L’argomento è in istretto rapporto

coll’atavismo, anzi è un caso speciale di esso, ma non di atavismo che

apparisce a caso, irregolarmente, sibbene di atavismo che apparisce

costantemente e con regolarità.

Esaminiamo un caso di metagenesi, e precisamente tolto dall’_Aurelia

aurita_ fra le meduse[110]. L’uovo, sviluppandosi, produce un animale

a forma d’infusorio, il quale è rivestito di cigli e nuota liberamente

nell’acqua. Questo animale, dopo qualche tempo, si fa sessile, riceve

una corona tentacolare, ed assume i caratteri di polipo idroide.

In tale stato esso perdura lungamente e si riproduce anche per via

agamica, e cioè per gemme, dando origine ad altri polipi idroidi che

si staccano dall’individuo materno. Più tardi il medesimo si allunga

ed assume gradatamente la forma di un lungo cilindro, il quale riceve

una serie di strozzature circolari che si fanno sempre più profonde e

scindono l’animale in altrettanti segmenti. I tentacoli, che finora si

sono trovati sul segmento anteriore, incominciano a farsi indistinti

e finalmente scompariscono, mentre, dietro l’ultimo segmento, al

disopra del piede che serve per la fissazione, si sviluppa una nuova

corona tentacolare. L’individuo in tale stato chiamasi strobilo. Ogni

segmento, in fine, dà luogo alla formazione di un’acalefa, facendosi

sempre più profonda la strozzatura, finchè avviene la separazione dei

diversi individui.

Ora si può domandare: perchè la medusa, prima di divenire perfetta

ovvero sessuata, attraversa stadi diversi, come ha dimostrato l’Haeckel

(_Gastrula, Ascula, Actinula, Scyphostoma, Strobilo_ ed _Ephyra_)

che si riassumono nelle forme generali dell’infusorio e del polipo

idroide? A questa domanda non può darsi alcuna risposta da chi

professa l’opinione delle creazioni indipendenti e speciali; ma gli

evoluzionisti possono dare una spiegazione plausibile. Le meduse cioè

discendono dagli infusorii e dai polipi idroidi, e quindi i caratteri

di questi animali inferiori tendono a riapparire in esse come effetto

atavico, e riappariscono realmente e sempre. Ma noi abbiamo anche

detto nel paragrafo precedente che vi ha una ereditarietà omocrona; e

siccome le meduse furono prima infusorii e poi polipi idroidi, così,

per effetto della ereditarietà omocrona, prima appariscono i caratteri

di infusorio, e ne costituiscono il primo stadio di sviluppo, poi

quelli di polipo idroide, e ne costituiscono i successivi stadî della

metagenesi.

A considerazioni analoghe conducono i fenomeni ben noti di metamorfosi;

ad esempio quelli che si osservano in alcuni anfibi. In primavera

si riscontrano spesso nelle acque profonde e stagnanti dei piccoli

animali neri, a ventre ampio e forniti di coda, che in alcune località

si chiamano bottoli, e non sono altro che girini di rane e di altri

simili animali. Questi girini hanno delle branchie esterne come i

protei ed un’appendice caudale come i tritoni; in seguito perdono

quelle branchie, e poi la coda, e si tramutano nell’animale perfetto

che respira per polmoni ed è anuro. Anche qui si può domandare, perchè

si sviluppino quegli organi transitorii, destinati a funzionare per un

tempo brevissimo; sarebbe assai più ragionevole, dal punto di vista

delle creazioni speciali, se la rana nascesse co’ suoi polmoni e

senza coda, e non avesse in seguito che tutt’al più a crescere nelle

dimensioni. La spiegazione riesce facile per noi. I batraci discendono

dagli emibatraci, e precisamente da forme simili agli attuali protei e

tritoni, e perciò i caratteri di questi antichi antenati appariscono

come altrettanti stadi evolutivi nelle diverse età della rana e di

generi affini.

Siccome l’organizzazione sul nostro globo fu ed è sempre in progresso,

così dai fenomeni su citati possiamo ricavare un criterio di

perfezione, il quale può essere espresso in questo modo: Un animale che

allo stato adulto abbia dei caratteri che per un altro sono meramente

embrionali, va posto nella scala zoologica al disotto di quest’ultimo.

Quindi gli infusorii ed i polipi idroidi occuperanno dei gradini più

bassi delle meduse; i protei ed i tritoni si considereranno meno

perfetti della rana. E l’_Amphioxus_ e la _Myxine_ sono gli infimi

tra i pesci, perchè la corda dorsale, in essi perenne, è un carattere

solamente transitorio, embrionale, degli altri pesci.

Potrebbero citarsi molti altri fatti simili ai precedenti. Così, tra i

crostacei, i brachiuri passano per lo stadio dei macrouri, dai quali

discendono. Perdendo la lunga coda, che serve loro da organo natatorio,

essi diventano più atti al cammino in terra ferma, liberandosi di un

inutile peso[111]. I mammiferi, sebbene non sieno mai veri pesci, hanno

tuttavia ne’ loro organi embrionali molta somiglianza con questi loro

remoti antenati; così le fessure embrionali al collo corrispondono alle

fessure branchiali, ed il cervello embrionale somiglia a quello di

alcuni ciclostomi.

Lo studio del tubo dirigente dei pesci ha condotto il Cattaneo[112]

alla seguente conclusione: «L’epitelio cilindrico liscio d’un embrione

di salmone ancora rinchiuso nell’uovo, è simile a quello d’un

_Amphioxus_ adulto; l’epitelio lievemente pieghettato d’un embrione

appena uscito dall’uovo è simile a quello d’una lampreda adulta; la

vescicola embrionale, ricorda le larghe cripte dei selaci». Nello

sviluppo quindi del tubo digerente dei pesci, troviamo la ontogenia

in parallelismo con la filogenia. La stessa cosa risulta dalle

osservazioni di Maria Sacchi[113] intorno all’apparecchio digerente

degli anfibi e dei rettili.

Interessante è lo sviluppo dei parassiti. Si potrebbe credere che

almeno questi fossero stati creati con atti speciali, perchè sono

eminentemente adattati alla vita non solo parassitica in generale,

ma alla vita parassitica entro una determinata specie animale. Ma se

studiamo il loro sviluppo, rileviamo ch’essi nei primi stadi della

loro esistenza conducono una vita libera, e ne inferiamo che prima

di diventare parassiti sono stati animali indipendenti. Così molti

crostacei parassiti attraversano lo stadio di _Nauplius_, i trematodi

quello di infusorii e di cercarie, ed i cestodi quello di protoscolice.

I pleuronettidi, tra i pesci, furono spesso citati come una prova

evidente della creazione indipendente delle specie; infatti essi sono

gli unici pesci che abbiano due occhi in un lato e sieno ciechi nel

lato opposto. Studiando lo sviluppo di questi animali si potè ribattere

vigorosamente quella obbiezione. Japetus Steenstrup[114] ha dimostrato,

che i pleuronettidi giovanissimi portano un occhio in ciascun lato; in

seguito allo sviluppo dell’individuo l’occhio di un lato migra attorno

alla testa verso la faccia superiore e si porta nel lato opposto,

cosicchè nell’individuo adulto un lato è perfettamente cieco, e l’altro

bioculato. Questa scoperta rende evidente l’importanza che ha lo

studio dell’embriologia per scoprire le affinità che esistono fra gli

organismi i più differenti. Come spiegano questo fatto i propugnatori

delle creazioni indipendenti? Essi non possono trovarvi che un enigma

inesplicabile. Per noi invece la cosa è naturale: i pleuronettidi cioè

discendono da altri pesci, aventi un occhio in ciascun lato, e questo

carattere, in forza del principio di ereditarietà, apparisce negli

embrioni della specie.

Voglio anche citare lo sviluppo del _Dactylopterus_. Le specie di

questo genere sono fornite di pinne pettorali foggiate a guisa di ali,

ed atte al volo. Tale organo deve essersi sviluppato gradatamente, e se

ciò non è avvenuto in un tempo remotissimo, lo sviluppo dell’animale

dovrà recarne le prove. Queste furono da me trovate nel 1861[115]. I

giovani di questo genere hanno nella prima gioventù le pinne pettorali

normalmente sviluppate, ossia come gli altri pesci; in età più avanzata

quelle pinne si dividono ciascuna in una metà superiore ed in una

metà inferiore, fra le quali la inferiore si sviluppa poi in modo da

arrivare a quella lunghezza che ravvisiamo negli adulti _Dactylopteri_.

L’importanza dell’embriologia per la sistematica è riconosciuta da

quasi tutti gli zoologi; recentemente ne ha dato una conferma R.

Blanchard[116], che se ne valse nella classificazione dei batraciani.

«Una delle più brillanti conquiste della scienza zoologica, egli dice,

fatta in questi ultimi anni, si fu di riconoscere e di comprendere

tutta l’importanza dell’embriogenia. Soltanto chi segue tutte le fasi

dello sviluppo di un animale, è in grado di apprezzarne le relazioni

e le affinità, e devesi quindi raccomandare di attribuire nella

sistematica, per quanto è possibile, ai caratteri embriologici quella

preponderanza che loro spetta. È in questo modo che alcuni autori hanno

potuto mostrare, quale aiuto porti nella tassonomia dei batraciani lo

studio dello spiracolo, ossia di quell’apertura che nella larva serve

a mettere l’acqua all’esterno, dopo che questa ha ceduto l’ossigeno al

sangue che scorre nelle branchie».

Noi possiamo ora comprendere l’intimo significato dello sviluppo. —

Supponiamo che la specie D sia discesa dalla specie C, e la C dalla

specie B, e la specie B dalla specie A. Gli individui della specie

D non nasceranno direttamente coi loro propri caratteri, perchè i

caratteri di A, B e C, pel principio di ereditarietà, cercheranno pure

di apparire in quegli individui. E per la legge della ereditarietà in

epoche corrispondenti, i primi caratteri ad apparire saranno quelli

di A, poi quelli di B, poi quelli di C, ed infine quelli della forma

perfetta D. Con altre parole, l’individuo dovrà svilupparsi, ossia

percorrere quegli stadi che ha attraversato la specie nel corso dei

secoli. Senonchè questo processo di sviluppo non può esser utile

all’individuo, ed essendo l’embrione, sì bene come la larva, soggetto

all’elezione naturale, questa avrà accelerato lo sviluppo, e spesso

soppresso, od almeno modificato, qualche stadio larvale. Se così

non fosse, lo sviluppo dell’individuo, ossia l’ontogenesi, sarebbe

un’immagine perfetta della filogenesi, ossia dello sviluppo della

specie. Invece, per gli effetti dell’elezione naturale, l’ontogenesi

può dirsi una filogenesi accelerata e nelle varie specie diversamente

modificata.

Veniamo ad alcune applicazioni che in pari tempo chiariranno questo

concetto. Moltissimi crostacei, appartenenti ad ordini diversi, ad

esempio ai copepodi, parassiti e cirripedi, assumono nel loro sviluppo

una forma che fu lungamente considerata come un genere a parte, cui

si aveva dato il nome di _Nauplius_[117]. Fritz Müller ha trovato che

anche un genere più elevato di crostacei, un _Peneus_, percorre lo

stadio di _Nauplius_. È quindi possibile che una delle più antiche

forme progenitrici dei crostacei somigliasse nei caratteri principali

al _Nauplius_ attuale. In molte specie l’elezione naturale avrebbe

soppresso quello stadio, ed in altre conservato, per ragioni che non ci

fu ancora concesso di scoprire.

Un altro esempio possiamo togliere dagli echinodermi. In tutte le

classi vi hanno delle specie, i cui primi stadi di sviluppo sono

concordanti. I piccoli embrioni somigliano agli infusorii, sono

rivestiti di cigli vibratili, e si convertono più tardi in larve

allungate, più o meno piriformi, nelle quali possiamo distinguere una

faccia dorsale alquanto convessa, due lati simmetrici ed una faccia

ventrale, la quale porta una impressione occupante l’intera lunghezza

del ventre. Sul margine di questa impressione scorre una fascia di

cigli, che serve all’animale da organo di locomozione. L’apparato

digerente della larva trovasi nella linea mediana e consta di tre parti

ben distinte, che sono la faringe, lo stomaco e l’intestino. La bocca

apresi sulla faccia ventrale entro la fascia cigliare, l’ano trovasi

dietro la citata fascia in prossimità del polo posteriore del corpo.

In questa forma larvale convergono delle specie di tutte le classi

degli echinodermi; ma poi la larva assume forme diverse a seconda della

classe cui appartiene. Noi possiamo quindi concludere che le oloturie,

gli echinidi, le asterie ed i crinoidi contino fra i loro remotissimi

antenati una forma simile alla su descritta. E diciamo simile, e non

eguale, perchè è assai probabile che, nel lungo corso dei secoli, la

elezione naturale abbia, nei discendenti, modificato più o meno i

caratteri dell’antichissimo antenato.

Relativamente ai vertebrati, il prof. Huxley[118] ci ha fatto conoscere

la identità o somiglianza tra loro degli embrioni delle varie

classi. Egli dice: «Lo studio dello sviluppo somministra una chiara

testimonianza dell’affinità di struttura, e ci volgiamo con impazienza

a cercare quali risultati potrebbero essere ottenuti collo studio dello

sviluppo speciale dell’uomo. È egli qualche cosa di diverso? È egli

originato in una maniera totalmente differente dal cane, dall’uccello,

dal ranocchio e dal pesce, giustificando in tal modo la opinione di

coloro che asseriscono, non aver l’uomo un posto in natura e niuna

reale connessione col mondo inferiore della vita animale? Oppure è

egli originato da un germe somigliante, e passa attraverso le medesime

lente e gradatamente progressive modificazioni, ed è legato agli

stessi congegni e disposizioni per la sua protezione e nutrizione,

e finalmente entra nel mondo col soccorso del medesimo meccanismo?

La risposta non è dubbia per un solo istante, e non è stata dubbia

un solo momento in questi ultimi trent’anni. Positivamente il modo

di origine e i primi stadi dello sviluppo dell’uomo, sono identici a

quelli degli animali immediatamente sottoposti a lui nella scala degli

esseri: — senza dubbio, in questo rapporto, egli è molto più vicino

alle scimie di quello che le scimie al cane». Ed altrove (pag. 88) egli

dice: «È una legge generale che gli animali quanto più strettamente

si somigliano fra loro nello stato adulto, tanto più lungamente e più

intimamente i loro embrioni si somigliano pur fra di loro; e l’embrione

di un cane e di un gatto restano pur fra loro somiglianti per un

periodo molto più lungo, che quelli di un cane e di un uccello; o

quelli di un cane e di una sariga; o quelli di un cane e di una scimia».

Anche il Lubbock[119] cita dei fatti in appoggio di questa dottrina.

Egli dice: «Uccelli dello stesso genere, o di generi assai affini fra

loro, i quali, quando sono adulti, differiscono molto nel colore, sono

sovente simili quando sono giovani. I piccoli del leone e del puma sono

spesso rigati, e i feti delle balene hanno denti. Leidy ha dimostrato

che i denti da latte del genere Equus somigliano ai denti permanenti

dell’_Anchitherium_, mentre i denti da latte dell’_Anchitherium_

somigliano molto al sistema dentale del _Merychippus_. Rütimeyer,

mentre richiama l’attenzione sopra questo interessante argomento,

soggiunge che i denti da latte dell’_Equus caballus_ parimente, e anche

più quelli dell’_E. fossilis_, somigliano ai denti permanenti dello

_Hipparion_».

Per far vedere la somiglianza tra loro dei giovani individui di specie

diverse d’uno stesso genere si prestano gli araneidi più che ogni

altro gruppo di animali. Tale e tanta è cotesta somiglianza, che anche

all’aracnologo più esperto riesce spesso impossibile di classificare la

specie, e molti raccoglitori quando prendono i giovani individui, li

gettano via come inclassificabili ed inutili.

Dalle considerazioni che precedono noi concludiamo, che i giovani

individui delle specie di un genere convergono nei loro caratteri

verso lo stipite del genere, gli embrioni dei generi di un ordine o

di una classe verso la forma progenitrice dell’ordine o della classe

stessa. Ma si potrebbe aspettarsi che almeno le serie animali rimangano

separate, e che basti ammettere tante forme stipiti, quante sono quelle

serie. Gli studi recenti hanno resa impossibile tale supposizione.

Nelle spugne calcaree (genere _Olynthus_) fu scoperta una larva che

ebbe il nome di _Gastrula_[120]. Essa rappresenta un sacco, e se così

si vuole, uno stomaco munito di apertura orale. La parete è formata

di due strati di cellule: le cellule esterne portano dei lunghi

filamenti, le interne ne sono prive, ed al contorno orale le cellule

esterne fanno passaggio alle interne. Questa forma larvale non è

limitata alle spugne, ma fu rinvenuta, co’ suoi caratteri essenziali,

nei celenterati, negli echinodermi, in alcuni vermi (_Sagitta,

Phoronis, Euaxes, Lumbricus_), nelle ascidie tra i mollusci, e perfino

nell’_Amphioxus_ tra i vertebrati. Specialmente interessante è la larva

di questo infimo pesce, scoperta dal Kowalevsky, la quale precede la

formazione della corda dorsale, consta di una cavità interna limitata

da un doppio strato cellulare, l’uno esterno cigliato e l’altro interno

sfornito di ciglia, e mette all’esterno con una semplice apertura.

Questa larva concorda essenzialmente con quella delle ascidie e delle

spugne, chiamata _Gastrula_. Negli artropodi non fu ancora scoperta

una vera _Gastrula_, sibbene una forma embrionale che le sta assai

vicina, e può considerarsi come una modificazione di essa. Appoggiato a

questi fatti il prof. Haeckel[121] conchiude: «La generale diffusione

della _Gastrula_ nelle più differenti serie animali prova la comune

discendenza di tutte queste serie da un’unica comune forma stipite

estinta. Questa forma stipite doveva essenzialmente concordare nella

sua struttura colla _Gastrula_, noi le abbiamo già dato il nome di

_Gastraea_».

Secondo le osservazioni interessantissime del Kowalevsky[122],

confermate ed approfondite dal Kupffer[123], da O. Hertwig[124] e da R.

Hertwig[125], la _Gastrula_ dell’_Amphioxus_, e quella delle ascidie

subiscono uno sviluppo ulteriore eguale, fino al punto in cui ambedue

le forme larvali presentano il tipo dei vertebrati, che è conservato

dalla larva dell’_Amphioxus_, mentre quella delle ascidie subisce poi

una metamorfosi regressiva. Tanto nell’_Amphioxus_, come nelle ascidie,

la _Gastrula_ ovale si appiattisce in un lato, sul quale si formano due

rialzi, costituiti di cellule, i lembi dei quali più tardi si uniscono

per formare un tubo, il tubo midollare, che dapprima è aperto davanti

e chiuso posteriormente. Poscia si forma una nuova bocca, quella che

dovrà persistere, convertendosi la bocca della _Gastrula_ nell’orifizio

anale. Mentre ciò avviene, si sviluppa nell’ascidia un’appendice

caudale, ed in questa una fascia, composta di cellule, che è la corda

dorsale, caratteristica dei vertebrati. Tale corda si sviluppa anche

nell’_Amphioxus_, in cui persiste durante tutta la vita. Giunta a

questo punto, la larva dell’ascidia esce dall’involucro embrionale,

per condurre vita libera, nuotando nel mare col mezzo della sua coda.

Queste larve, simili ai bottoli o girini delle rane, sono conosciute

fino dal 1833, epoca in cui furono scoperte dal Darwin. Lo sviluppo

progressivo continua ancora: nel tubo midollare si formano due organi

dei sensi (occhio ed udito), ed al lato ventrale prende origine il

cuore. Così la larva raggiunge l’apice del suo sviluppo, percorso a

modo dei vertebrati; poi cade al fondo, si fissa sopra un qualsiasi

oggetto sommerso, ed imprende una metamorfosi regressiva. Essa perde

l’appendice caudale ed insieme la corda dorsale, il tubo midollare

si converte per avvizzimento in un piccolo ganglio, gli organi dei

sensi vanno perduti, l’intestino s’ingrandisce dividendosi in due

parti all’uopo della respirazione e della digestione, e tutto il corpo

prende la forma di un ampio sacco. Questa concordanza nello sviluppo

fra l’ascidia e l’_Amphioxus_ è per noi di grandissimo interesse,

imperocchè dimostra la consanguineità fra questi due animali, ed

abbatte quell’alta barriera che molti autori vollero erigere fra

gli invertebrati ed i vertebrati. Noi siamo costretti ad ammettere

l’esistenza, in tempi remotissimi, di un vertebrato primitivo che

trasse forse origine dalla classe multiforme dei vermi, e di cui, in

due direzioni divergenti, si svilupparono i tunicati tra i molluschi ed

i pesci tra i vertebrati[126].

La scoperta della _Gastrula_ ha condotto gli autori a modificare la

classificazione generale degli animali, di guisa che molti suddividono

il regno in due sottoregni, quello dei _Protozoi_ che comprende gli

animali unicellulari o le colonie di essi, e quello dei _Metazoi_ che

comprende gli animali costituiti di almeno due strati di cellule fra

loro differenti. Altri vanno più oltre, collocano i _Protozoi_ nel

regno dei _Protisti_ e chiamano animali i soli _Metazoi_.

Dalle considerazioni esposte in questo paragrafo noi possiamo trarre

la convinzione, che lo sviluppo altro non è che un effetto delle

leggi della ereditarietà, e che ad esso dobbiamo attingere in parte i

materiali per un futuro albero genealogico degli organismi.

Da alcuni esempi sopra citati rilevasi, che l’individuo, nel suo

sviluppo, percorre degli stadii, attraverso ai quali è passata la

specie; ma giova ricordare che l’ontogenesi non è una filogenesi esatta

e fedele, sibbene accelerata e modificata dalle condizioni della vita

cui sono esposti gli embrioni a cominciare dai primi momenti della loro

esistenza. Senza questa riserva, la legge biogenetica sarebbe soggetta

a molte obbiezioni, e fra le altre a quelle di His e di Spitzer[127]

a proposito dei mammiferi. Se l’ontogenesi di questi non corrisponde,

in parte, alla filogenesi, si è perchè gli embrioni dei mammiferi

percorrono il loro sviluppo entro l’utero materno, dove devono

acconciarsi a condizioni di vita diverse da quelle, che hanno agito

sugli antenati.

Pangenesi.

I fenomeni della ereditarietà dei caratteri, come si è potuto vedere

nelle linee che precedono, sono svariati e molteplici; quindi non ci

reca sorpresa il vedere, che alcuni autori hanno cercato di adunarli

sotto un unico punto di vista, ed hanno proposto delle ipotesi

destinate a spiegarli, fra le quali menzionerò la pangenesi del

Darwin[128].

Si ammette generalmente che le cellule od unità del corpo si propaghino

per divisione spontanea o prolificazione, conservando la stessa

natura e trasformandosi da ultimo nei vari tessuti del corpo. Ma

oltre tale maniera di moltiplicarsi, il Darwin suppone che le unità

emettano dei minuti granuli, che sono dispersi in tutto il sistema, e

allorquando hanno ricevuto una sufficiente nutrizione, si moltiplicano

per divisione e si sviluppano da ultimo in cellule simili a quelle da

cui derivano. Questi granuli chiamansi _gemmule_. Esse sono raccolte

da tutte le parti del sistema per costituire gli elementi sessuali,

ed il loro sviluppo nella prossima generazione costituisce un nuovo

essere; ma esse possono trasmettersi in uno stato dormente alle future

generazioni, e poi svilupparsi. Il loro sviluppo dipende dalla unione

con altre gemmule parzialmente sviluppate che le precedono nel corso

regolare della crescenza. È supposto che le gemmule sieno emesse da

ciascuna cellula non solo allo stato adulto, ma in ogni stadio di

sviluppo dell’organismo. Infine il Darwin immagina che nel loro stato

dormente le gemmule sentano le une per le altre una mutua affinità, da

che risulta la loro aggregazione in gemme od elementi sessuali. Per cui

non sono punto gli elementi riproduttivi, nè le gemme che producono i

nuovi organismi, ma le cellule od unità stesse dell’intero corpo.

In alcuni organismi devesi ammettere che le gemmule, le quali derivano

da ogni parte od organo, sieno disseminate nell’intero sistema;

altrimenti non si potrebbe spiegare come una piccola e qualsiasi

porzione di idra sia capace di riprodurre l’intero animale, oppure

come ogni minuto frammento di una foglia di _Begonia_ possa produrre

l’intera pianta. Nè senza tale premessa si comprenderebbe il processo

di rigenerazione, come noi lo vediamo, ad esempio, nella lumaca che

riproduce la testa, o nella salamandra che riproduce gli occhi, la coda

e gli arti nel posto preciso dove furono asportati.

Negli animali superiori, nei quali una piccola parte non riproduce il

corpo intero e dove la generazione è confinata entro limiti ristretti,

la pangenesi suppone che ogni organo ed ogni tessuto mandino delle

gemmule agli organi sessuali, le quali penetrano nelle uova o nei

nemaspermi che sono in via di maturazione, così che ogni uovo ed ogni

spermatozoide sarebbero la quintessenza dell’intero organismo. V’ha

di più: negli organi sessuali s’accumulano le gemmule di ciascun

organo in ogni stadio del suo sviluppo, per cui ogni uovo o nemasperma

sarebbe il futuro organismo in miniatura, formato di un numero infinito

di gemmule. Durante lo sviluppo embrionale, queste gemmule entrano

in attività nello stesso ordine di successione nel quale si sono

accumulate, e riproducono la parte precisa da cui derivano.

Nell’ipotesi della pangenesi, la variabilità dipende almeno da

due gruppi di cause distinte. Primieramente, dalla deficienza,

sovrabbondanza o trasposizione delle gemmule, e dal risveglio di

quelle che hanno potuto starsene latenti per lungo tempo. In questi

casi le gemmule stesse non furono modificate nella loro natura, ma i

cambiamenti si sono estesi al numero, ai reciproci rapporti ed allo

stato di azione o d’inerzia delle medesime. In secondo luogo, dai

cambiamenti avvenuti nelle gemmule stesse per effetto delle cambiate

condizioni di vita, dell’uso delle parti aumentato o diminuito, e di

altre possibili cause.

La riversione, secondo il Darwin, dipende da ciò che l’antenato

trasmette ai suoi discendenti delle gemmule dormenti, le quali poi

possono svilupparsi sotto l’influenza di cause note ed ignote. «Ciascun

animale» dice l’autore[129] «può essere paragonato ad un terreno pieno

di semi, di cui la maggior parte germoglia prontamente, una parte

dimora alcun tempo in uno stato latente, mentre altri muoiono. Quando

sentiamo dire che un uomo porta nella sua organizzazione i germi di una

malattia ereditaria, questa espressione è letteralmente vera».

Il Mantegazza ha forse preceduto il Darwin nel concepire il germe di

quest’ipotesi; infatti, la sua materia formativa rappresenta le gemmule

del Darwin. È forse questa la ragione, per la quale il Mantegazza

accolse con entusiasmo la pangenesi, chiamandola la più grande scoperta

filosofica del naturalista inglese. Su questa via fu seguito da

Gabriele Buccola[130], che sembra accettare la pangenesi senza riserve.

L’entusiasmo però del Mantegazza non è diviso da tutti i naturalisti,

e nemmeno da tutti coloro che ammirano l’ingegno del Darwin. Invero la

pangenesi è una ipotesi ancora molto imperfetta, ciò che il suo autore

stesso confessa colla sua abituale modestia. Madama Royer[131] l’ha

chiamata fantastica, perchè le gemmule non sono che immaginarie, mai

percepite con alcuno dei nostri sensi; ma il Mantegazza[132] osserva

benissimo che, se dovessimo credere soltanto a ciò che toccano le

nostre mani e vedono i nostri occhi, dovremmo negare tutti quelli stati

della materia che chiamansi luce, elettricità e pensiero.

Molte obbiezioni furono sollevate contro la pangenesi da parecchi

autori, e infatti essa ha molti punti oscuri. Le gemmule, nel concetto

di Darwin, sono minimi granuli, se così si vuole, microcellule. Ora,

non è ben chiaro per quali vie questi granuli giungano agli organi

sessuali, essendo questi forniti di solidi involucri che li chiudono da

ogni parte. Si potrebbe ritenere che la corrente sanguigna centripeta

li raccolga in un dato organo, e la centrifuga li trasporti poi

agli organi sessuali; ma allora conviene ammettere, ch’essi possano

transitare inalterati pei polmoni, pel fegato e per altri organi, e

che gli organi sessuali abbiano la speciale facoltà di trattenerli.

Si spieghi la cosa in questo od in altro modo, l’ipotesi viene a

complicarsi con altre ipotesi.

Lo sviluppo delle gemmule nel dovuto ordine di crescenza è un

altro punto oscuro, sul quale recentemente ha insistito anche il

Weismann[133]. Invero, noi non sappiamo che cosa induca alcune gemmule

a svilupparsi prima, ed altre a svilupparsi dopo. E questo è un punto

importante, perchè ogni leggiera anticipazione od il minimo ritardo

dello sviluppo di una parte, sconvolgerebbero tutto il processo

evolutivo e si avrebbero delle forme mostruose. Ma v’ha dippiù:

l’apparsa degli organi sessuali è preceduta in ogni animale da una

serie più o meno lunga di forme embrionali; ora si può domandare dove

queste forme mandino le loro gemmule. E se gli organi sessuali non

ricevono da esse alcuna gemmula, non si comprende perchè tuttavia

queste forme embrionali si ripetano. L’obbiezione può estendersi alla

metamorfosi, e si può domandare dove la larva mandi le sue gemmule.

Nè può dirsi esente da obbiezioni la spiegazione che dà il Darwin

dell’atavismo. Questo passaggio di gemmule attraverso a poche o molte

generazioni, non è di facile intelligenza. Il confrontare un organismo

con un terreno pieno di semi non chiarisce la questione, perchè quando

un seme non germoglia nel terreno, noi sappiamo più o meno esattamente

indicarne le cause; ma il perchè in un organismo vivente, nel quale

tutto in ogni istante si muta e trasforma, resti inalterato un

gruppo di gemmule per anni e secoli, non sappiamo nemmeno da lontano

intravvedere.

Anche il prof. Cattaneo[134] ha esposto recentemente nella _Rivista di

filosofia scientifica_, delle obbiezioni contro la pangenesi. Siccome,

dice l’autore fra le altre cose, tutte le parti del corpo in ogni

stadio del loro sviluppo mandano delle gemmule agli organi sessuali,

il numero di queste gemmule dovrebbe essere quasi infinito, e d’altra

parte trovando esse tutte posto nell’uovo o nel nemaspermo, la loro

piccolezza dovrebbe essere estrema. Questa asserzione è giusta, ma

non racchiude una obbiezione importante contro l’ipotesi darwiniana.

Più importante, se fosse vera, sarebbe l’altra obbiezione, che cioè

l’ipotesi della pangenesi è in contraddizione colla legge morfologica

che stabilisce il parallelismo tra ontogenia e filogenia. Ma l’uovo non

cessa di essere cellula, perchè è composto di miriadi di gemmule; e lo

sviluppo di queste nello stesso ordine, nel quale si sono raccolte,

spiega appunto il parallelismo anzidetto.

Non intendo, colle osservazioni che precedono, di respingere la ipotesi

della pangenesi; ma mi sembra provato da queste considerazioni, che

l’ipotesi, di cui discorriamo, è ancora assai imperfetta, quantunque

sia probabile che per spiegare da un punto di vista generale i fenomeni

della ereditarietà dei caratteri, sia necessario di ricorrere ad

elementi anche più semplici delle cellule nucleate e dei citodi.

Mad. Royer[135], dopo di aver respinto la pangenesi del Darwin, ci

propone una sua teoria, la dinamogenesi, in cui parte dal concetto che

l’eredità dei caratteri organici non sia dovuta ad una trasmissione di

materia. Essa crede che la trasmissione delle forze e del moto senza

trasmissione di materia, sia la regola e non l’eccezione, e mette

l’eredità in confronto col moto trasmesso fra di loro dalle palle di

bigliardo e colla elettricità che attraversa un filo metallico senza

muoverlo. Per lei la vita è un movimento, null’altro che un movimento,

benchè un movimento molto complesso. Per la Royer, lo sperma maschile

non ha altra missione che di comunicare una certa quantità di quel

movimento vitale, di cui l’ovulo non ha ritenuto nell’organo femmineo

che una dose insufficiente. Il Mantegazza[136] ha dichiarato nel 1878

questa teoria inaccettabile, e tale deve ritenersi anche oggi a maggior

diritto, dopo che gli studi intorno alla fecondazione hanno dimostrato

la partecipazione materiale dei nemaspermi a questo fenomeno così

importante per la conservazione della specie.

Nemmeno Haeckel[137] accetta la pangenesi del Darwin, e dice di

aver tentato inutilmente di rendersi conto, col mezzo della ipotesi

predetta, dei vari fenomeni e processi biogenetici. Egli sostiene

ancora che la propagazione e la eredità, la nutrizione e l’adattamento,

la riversione e la metagenesi, l’ibridismo e la rigenerazione non

possono spiegarsi in modo semplice e plausibile col mezzo della

pangenesi. E propone quindi una nuova teoria, quella della perigenesi.

Egli chiama plastiduli le molecole del plasma organico, e attribuisce

loro tutte quelle proprietà che la fisica assegna alle molecole in

generale, ossia agli atomi composti; un plastidulo non sarebbe quindi

decomponibile in plastiduli minori, ma soltanto nei suoi atomi, e

precisamente negli atomi dei seguenti cinque elementi: carbonio,

idrogeno, azoto, ossigeno e zolfo.

Haeckel suppone che i plastiduli abbiano un movimento ondulatorio

ramificato, il quale, dai plastiduli della cellula madre, viene

comunicato a quelli delle cellule figlie. Ma in questi ultimi accade

che il movimento originario plastidulare venga modificato per

adattamento, ossia dalle condizioni esterne della vita, per cui si

avrebbe, dal concorso di quei due movimenti, un movimento rappresentato

dalla diagonale nel paralellogrammo delle forze. Così continuando, si

avrebbe nelle successive generazioni un movimento plastidulare sempre

simile, perchè derivato da quello della cellula originaria, ma non

eguale, perchè alterato dalla necessità di adattamento alle condizioni

esteriori. La somiglianza delle forme affini, la mancata loro identità

e la divergenza dei caratteri sarebbero i necessari effetti delle

condizioni suesposte. L’eredità non sarebbe che il passaggio del

movimento plastidulare proprio della madre alle cellule figlie.

Le differenze fra la pangenesi e la perigenesi sono essenziali. Le

gemmule sono aggregati di molecole, e crescono, si nutrono e si

moltiplicano per divisione al pari delle cellule; mentre i plastiduli

sono singole molecole che non hanno tali proprietà. Questi ultimi

possono soltanto trasmettere ai contigui il loro movimento individuale

e crescere per assimilazione come un cristallo entro una soluzione.

Darwin ammette che agli organi sessuali arrivino gemmule da tutte

le parti del corpo, in ogni stadio di sviluppo, le quali gemmule

riproducono poi la parte da cui derivano; Haeckel ricorre semplicemente

alla trasmissione del movimento plastidulare, e dice[138]: «Darwin

sostiene esplicitamente che tutte le forme della riproduzione dipendono

da una aggregazione di cellule, le quali derivano da tutte le parti

del corpo. Io invece asserisco che tutte le forme della riproduzione

dipendono dalla trasmissione del movimento plastidulare, il quale,

dalla parte generante del corpo, passa direttamente ai plastidi

generati, ed in seguito col mezzo della memoria e della divisione del

lavoro dei plastiduli riproduce in parte o per intero nei discendenti

il movimento ondulatorio degli antenati».

Fra la teoria sopra accennata di Mad. Royer e questa di Haeckel v’ha

una certa somiglianza: nè l’una nè l’altra ebbero una buona accoglienza

per parte dei naturalisti, e la più plausibile sembra ancora quella del

Darwin, malgrado i difetti che la rendono oscura in molte sue parti.

Il Weismann[139] scrisse nel 1883 una notevole memoria

sull’ereditarietà dei caratteri[140]. Negli animali unicellulari,

dove la riproduzione avviene per divisione, quel fenomeno è facile a

comprendersi, poichè i due animali, che ne risultano, non sono che le

due metà dell’individuo che si è riprodotto, così che non si può qui

fare alcuna differenza fra generatore e generato. In questi esseri

semplici manca la morte naturale, laonde l’autore attribuisce loro

il privilegio dell’immortalità. Nei Metazoi le cose mutano, perchè

in essi conviene distinguere le cellule germinative, destinate alla

conservazione della specie, e le somatiche, il cui còmpito è quello di

conservare l’individuo. Questa complicazione è sorta dall’associazione

di più esseri unicellulari e dalla susseguente divisione del lavoro. Le

cellule germinative dei Metazoi si comportano nella generazione come

gli organismi unicellulari, poichè passano di padre in figlio, portano

seco i caratteri di quello ed impediscono la interruzione di quella

vita che per le cellule somatiche è passeggera. Secondo l’autore,

l’individuo non muore tutto; periscono bensì le cellule somatiche,

ma le germinative passano coll’atto generativo ai discendenti. Le

cellule somatiche non avendo alcuna parte nell’atto essenziale della

riproduzione, tutti i caratteri dei figli scaturiscono dal germe e

quelli chiamati propriamente acquisiti non sono punto trasmessi. Le

idee del Weismann, da lui svolte finora assai succintamente, meritano

di essere studiate ed applicate ai varii fenomeni dell’ereditarietà;

qui devo soltanto dichiarare di dissentire dalla sua opinione che

considera come non ereditarii i caratteri acquisiti. I fatti che

militano contro l’opinione del Weismann sono più numerosi di quanto

egli crede, e l’autore stesso[141] è costretto a confessare che le

varietà climatiche delle farfalle sono inesplicabili colla sua teoria.

Io credo che i caratteri acquisiti sieno ereditari, però soltanto

allora, quando hanno potuto gettare profonde radici nell’organismo,

vale a dire quando hanno potuto esercitare un’influenza sul germe,

opinione che non potrebbe essere contraddetta nemmeno dal Weismann

dopo la sua dichiarazione che non si può escludere un’azione delle

cellule somatiche sulle germinative[142]. Il negare assolutamente

la trasmissione ai discendenti dei caratteri acquisiti mi sembra

in disaccordo colle osservazioni dei medici e dei veterinari, e

difficilmente incontrerà l’approvazione della zootecnica e della

floricoltura[143].

Simile in molti punti alle vedute del Wreismann è la teoria

dell’idioplasma del Nägeli[144]. Secondo quest’autore, non tutto

il plasma dell’uovo e forse nemmeno dello spermatozoo è attivo nel

produrre la ereditarietà dei caratteri e nel determinare lo specifico

sviluppo dell’individuo, ma soltanto una parte di esso, diversa dal

resto del plasma e che chiamasi idioplasma. Questa sostanza costituisce

l’essenziale differenza tra le uova degli animali e si ritiene composta

di minime particelle, dette micelii, che alla lor volta risultano di

un numero maggiore o minore di molecole. Nell’uovo la massima parte

del plasma è plasma comune (protoplasma), una piccola quantità è

idioplasma, formato da un albuminato diverso da quello del protoplasma

o plasma di nutrizione. I micelii sono piccolissimi, e dalla loro

grandezza, forma e stato dinamico scaturiscono le differenze specifiche

ed individuali degli organismi. L’idioplasma peraltro non è limitato

alle sole cellule sessuali (uovo e spermatozoo), ma durante lo sviluppo

del germe, cresce esso pure e si estende sotto forma di trabecole a

tutto l’organismo, nel quale costituisce una rete non interrotta che

invade ogni cellula e parti diverse di essa. Al pari delle cellule

germinative del Weismann, l’idioplasma del Nägeli passa dai genitori

ai discendenti ed ha una durata indefinita; anche il Nägeli quindi

ammette la continuità della vita. Nella fecondazione l’idioplasma

paterno si unisce al materno per produrre quello del figlio, avvenendo

una migrazione e reciproca compenetrazione dei rispettivi micelii.

Non tutte le proprietà però degli esseri traggono la loro origine

direttamente dall’idioplasma; alcune sono prodotte dalle svariate

combinazioni dei micelii, nella stessa guisa che un pianoforte a

pochi tasti può dare numerose armonie. L’autore ritiene che anche

l’idioplasma possa parzialmente restare inerte per molte generazioni, e

poi ridestarsi in speciali circostanze, per riprodurre caratteri da un

tempo più o meno lungo scomparsi (atavici).

Le teorie del Weismann e del Nägeli hanno un fondamento scientifico,

riposano cioè sull’osservazione che la fecondazione risulta dalla

fusione della parte nucleare dello spermatozoo colla parte nucleare

dell’uovo[145]; nondimeno non è dimostrato che l’una o l’altra

di queste teorie sia in grado di spiegare tutti i fenomeni della

ereditarietà in modo semplice e convincente, e particolarmente

difficile è di spiegare con esse l’atavismo e lo sviluppo.

La teoria dell'evoluzione · 第 11 / 52 题