DELLE SPECIE IN GENERALE.

Concetto della specie. — Estensione del concetto della specie in

seguito alle recenti scoperte. — La specie non ha limiti precisi. —

Idee del Vanini e del Lamarck sull’origine delle specie.

Concetto della specie.

In questi ultimi anni furono sconvolti i due concetti fondamentali

della zoologia, quello dell’animale e quello della specie.

Trent’anni fa noi credevamo di sapere benissimo che cosa fosse un

animale; ora siamo costretti a confessare la nostra ignoranza, e

a dire che non possiamo dare alcuna definizione dell’animale, la

quale sia esente da difetti, che valga in tutti i casi, anche i più

difficili, che regga davanti ad una critica severa. La presenza di

una unica apertura per l’ingestione dei cibi, il modo e gli effetti

della respirazione, la composizione chimica, la sensibilità, e la

volontarietà dei movimenti, ecc. sono criteri che hanno fatto il loro

tempo, e noi dobbiamo ammettere che ci è impossibile di definire

nettamente ed esattamente il concetto di _animale_.

Ma quasi ciò non bastasse, anche il concetto della specie si è reso

ora quasi indefinibile. Noi ci proveremo in seguito a definire la

specie nel senso evoluzionista; ora vogliamo dimostrare che le antiche

definizioni sono più o meno vaghe, difettose od erronee.

Nessuno vorrà definire la specie col dire, che è un insieme di

individui identici. Imperocchè in tutto l’orbe terrestre non v’hanno

forse due individui identici. Infatti, per cominciare dall’uomo che

meglio conosciamo, noi sappiamo distinguere un individuo da un altro,

e passeggiando lungamente per una popolosa città, non troveremo

due uomini perfettamente eguali. È vero che i gemelli talvolta si

somigliano in guisa, che facilmente si scambiano l’uno coll’altro;

ma prescindendo anche dal fatto che i gemelli sono piuttosto rari e

talvolta dissimili tra di loro, è certo che, nel caso di grandissima

somiglianza, se potessimo esaminare tutto il corpo, all’esterno ed

all’interno, troveremmo di certo delle differenze, sia di struttura,

sia di dimensioni. Passando ad altri mammiferi, l’occhio non esercitato

può trovare identiche tutte le capre o pecore che costituiscono una

mandra; ma i pastori distinguono tanto bene i singoli membri del gregge

alla loro custodia affidato, che dànno loro dei nomi propri, e se

alcuno manca, se ne accorgono tosto. Ed altrettanto può dirsi degli

insetti: chi non è entomologo, trova appena delle differenze valutabili

fra i generi, mentre l’entomologo vede anche le differenze specifiche e

persino le variazioni individuali. Ma una prova migliore noi l’abbiamo

nelle api. Quelle cioè di uno sciame conoscono a perfezione le loro

compagne, e respingono coll’aculeo tutte le straniere che vi vogliono

penetrare. Ammettiamo pure che tale distinzione, anzichè coll’occhio,

sia fatta mediante l’olfatto; ma anche l’odore è un carattere di storia

naturale, perchè è percepito con uno dei nostri sensi; ed oltre ciò

giova riflettere che alla diversità dell’odore deve corrispondere

una diversità di struttura nell’apparato che secerne la sostanza

odorosa, imperocchè ad effetti differenti debbono corrispondere cause

differenti. Insomma, dove l’occhio inesperto vede identità di cose,

l’occhio esercitato rinviene delle notevoli differenze; i Tedeschi

dicono con ragione: _Dem Nicht-Botaniker ist alles Heu_.

Si potrebbe asserire che la specie è un insieme di individui simili. Ma

la espressione _simile_ è troppo vaga, perchè possa accogliersi come

perno in una definizione. Anche il lupo, in un certo senso, è simile

alla volpe ed allo sciacallo, e quindi questi tre animali potrebbero

da taluno essere confusi in una sola specie. Non franca la fatica di

insistere lungamente su questa definizione; la similitudine scaturisce

da un apprezzamento affatto individuale, e non può costituire il

criterio della specie. Oltre ciò noi vedremo ben tosto, che nel

concetto della specie sono raccolti degli individui affatto dissimili.

Migliore sembra la definizione, essere la specie il complesso degli

individui che tra loro concordano nei caratteri essenziali. Senonchè

questa definizione si aggira in un circolo vizioso, essendo caratteri

essenziali quelli che sono costanti, e dichiarando noi costanti i

caratteri essenziali. Oltre ciò sarebbe difficile citare dei caratteri

che non variano mai negli individui di una specie. Al certo il sistema

nervoso è della massima importanza per l’organismo animale; eppure

esso va soggetto a variazioni entro i limiti di una stessa specie,

ad esempio negli insetti ed anche nell’uomo. Altrettanto può dirsi

di tutti gli altri sistemi animali, osseo, muscolare, digerente,

circolatorio, respiratorio, ecc. Per citare un caso concreto, il

numero degli anelli nei miriapodi è considerato da qualche autore

di grande importanza, tanto che lo Heller[1] costituì il suo genere

_Brachydesmus_ su tale numero, differendo questo genere dall’affine

_Polydesmus_ unicamente per avere 19 anelli, invece di 20. Tuttavia

questo numero varia negli individui adulti di una medesima specie.

Ma ricorriamo alla riproduzione. Fu detto che la specie è quell’insieme

di individui che tra loro possono accoppiarsi con successo, purchè

i due individui appartengano l’uno al sesso maschile, l’altro al

femminile, o sieno ermafroditi. Questa definizione vuol esprimere che

due individui, l’uno maschio e l’altro femmina, non s’accoppiano con

successo se appartengono a due specie distinte. Ciò che è un errore.

La specie equina ed asinina producono muli e bardotti; il lepre ed il

coniglio dànno i leporidi[2]; il canarino ed il lucarino, il colombo e

la tortora possono procreare degli ibridi: questi animali, sebbene di

specie distinte, s’accoppiano dunque con successo. E nessuno al certo

vorrà confondere in una identica specie il cavallo e l’asino, il lepre

ed il coniglio, il canarino ed il lucarino, ecc.

Ma la definizione venne corretta. Si disse cioè che due individui,

maschio e femmina, appartengono ad una medesima specie solo allora,

quando accoppiandosi procreano degli ibridi fecondi. Ma nemmeno così

concepita, la definizione è giusta. Per non andare troppo oltre, basta

citare il fatto di mule che partorirono. È questo veramente un caso

raro, ma che fu osservato ed esattamente constatato più volte; ed anzi

in questi ultimi anni un caso venne descritto per esteso dal prof.

Paolo Panceri. Molte altre simili obbiezioni possono essere sollevate

contro la sopra esposta definizione.

Finalmente si disse che la specie è il complesso degli individui che

discendono da un unico paio. Ma questa definizione non può applicarsi

agli ermafroditi; ed oltre ciò non è controllabile. Noi vediamo oggi

un infinito numero di individui che ci circondano; ma la loro origine,

qual essa sia, rimonta ad epoca lontana dalla presente; e non abbiamo

alcun mezzo per giudicare, se un determinato numero di individui

discenda da un solo paio o da parecchie paia. Questa definizione

è appoggiata evidentemente all’ipotesi, che furono create, con

altrettanti atti creativi speciali, tante specie quante oggi esistono;

ora non è al certo buon metodo l’introdurre in una definizione un’idea

preconcetta ed affatto problematica, e quindi la definizione non può

passarsi per buona.

Da quanto precede, risulta che è molto difficile di definire bene

la specie. Tale difficoltà è determinata da due cause precipue:

primieramente, la specie è un concetto assai più vasto e meno uniforme

di quello che generalmente si creda; in secondo luogo, si volle

esattamente definire ciò che non ha limiti precisi.

Entriamo in alcuni dettagli.

Estensione del concetto della specie.

Il concetto della specie è molto vasto, e si complica tanto più, quanto

più procedono gli studi zoologici ed anatomici. Nell’idea della specie

si comprendono:

1º _Ambedue i sessi_. — In molti animali il sesso maschile non

differisce dal femminile che pei caratteri essenziali del sesso; così

in molti roditori, dove la distinzione del maschio dalla femmina riesce

difficile (ad esempio, nei conigli, lepri, ecc.); e più ancora negli

uccelli, dove occorre una minuziosa osservazione ed un occhio assai

esperto per venirne a capo (ad es., nei piccioni, canarini, ecc.).

Nell’uomo v’ha già una differenza notevole, distinguendosi in generale

il maschio dalla femmina per maggior statura, più forte sviluppo delle

ossa e dei muscoli, voce più bassa, e sopratutto pel possesso della

barba. In altri animali queste differenze sono grandissime, di modo che

si è tentati a considerare il maschio e la femmina come appartenenti a

due specie distinte. Esempi interessanti ci offrono parecchi uccelli.

Così il gallo comune è assai differente dalla gallina, il gallo

cedrone dalla sua femmina, il pavone dalla pavonessa, ecc. In seguito

impareremo a conoscere degli esempi interessanti di questo genere,

tolti dalla serie degli invertebrati.

2º _Le diverse età_. — Non di rado riscontransi grandi differenze

tra l’età giovanile, adulta e senile; sopratutto fra le due prime.

Degli esempi calzanti ci offre l’araneologia. Gl’individui giovani in

molti generi non possono essere classificati, tanto essi differiscono

dagli adulti, sebbene in questo gruppo di animali non si parli di

metamorfosi. Alcuni araneologi non raccolgono nemmeno gli esemplari

giovani, appunto perchè inclassificabili, e quindi inutili per le

raccolte. L’età senile (ad esempio, nell’uomo) ha pure i suoi caratteri

peculiari, ma in generale differisce meno dall’adulta dell’età

giovanile.

3º _I vari stadi della metamorfosi_. — Grandissime differenze fra gli

individui d’una medesima specie noi troviamo in quegli animali che

subiscono una metamorfosi. Se non sapessimo per esperienza che il

baco da seta si tramuta in una farfalla, non crederemmo mai che quei

due individui debbano raccogliersi sotto un medesimo nome specifico;

imperocchè la differenza è tale, che siamo tentati a porre il bruco

o larva in una classe affatto differente da quella in cui poniamo

la farfalla od immagine. Le forme di larva, crisalide ed immagine,

quantunque differiscano assai tra di loro, sono chiuse entro i limiti

di una medesima specie. La metamorfosi è talora complicata coll’apparsa

di forme migratorie, le quali sono state studiate particolarmente negli

acari. Queste forme hanno caratteri speciali e vennero considerate

come specie o generi a sè; così il _Gamasus coleoptratorum_ di Linneo

non è che una forma migratoria del _G. fucorum_ di De Geer, gli

_Hypopus_ non sono che acari in abito da viaggio appartenenti al genere

_Tyroglyphus_, ed il genere _Trichodactylus_ è stato istituito dal

Dugès sopra una ninfa migratoria.

4º _Le diverse generazioni alternanti_. — Anche queste differiscono

talvolta assai fra di loro. Un esempio ci forniscono i gorgoglioni

o afidi. Le forme che non si riproducono per via sessuale, e che

appariscono dalla primavera all’autunno, sono sovente sfornite di ali

(attere); mentre le forme autunnali, che si accoppiano e depongono

uova, possono essere alate. E le une e le altre sono comprese nel

concetto di un’unica specie.

In alcuni casi di metagenesi le differenze toccano veramente il loro

apice. In molte meduse, l’individuo a forma d’infusorio che esce

dall’uovo, quello a forma di polipo idroide, la forma strobilacea, e

la medusa perfetta, sono altrettanti membri di una medesima specie,

sebbene differiscano tanto tra di loro che sembrano appartenere a

classi, e perfino a serie diverse. Dicasi altrettanto in alcuni vermi

(ad esempio, nel tenia) del protoscolice, del deutoscolice e della

proglottide.

5º _Gli individui di specie polimorfiche_. — Nei casi precedenti la

forma perfetta o sessuata è un’unica; ma si hanno esempi di animali,

in cui appariscono due forme sessuate. Gli axolotl e gli amblistomi

furono fino a questi ultimi tempi considerati come animali di famiglie

diverse, e si credeva di essere autorizzati a tale classificazione,

perchè ambedue le forme sono sessuate. Al presente però, dopo le

osservazioni del Duméril e del Panceri, sappiamo che i primi, in

determinate condizioni, possono convertirsi nei secondi[3]. Una

medesima specie presenta dunque due diverse forme sessuate. Nella

famiglia degli _Analgesini_ fra gli acari, e precisamente nei generi

_Bdellorhynchus_ e _Falciger_ si scopersero due sorta di maschi, i

quali differiscono fra di loro nella struttura delle mandibole[4]. Un

altro esempio l’abbiamo nell’_Ascaris nigrovenosa_, verme dell’ordine

dei nematelminti. Essa vive nei polmoni della rana, dove genera delle

uova. Da queste nascono delle larve, le quali abbandonano il loro

ospite, uscendo per la glottide e bocca, per giungere nell’acqua o

nel terreno umido. Queste larve si trasformano ben tosto in forme

sessuate diverse dalle prime, e generano, per uova, una discendenza,

la quale, se ritorna nel polmone della rana, si converte nell’_Ascaris

nigrovenosa_. Si hanno così in questa specie di ascaride due forme

diverse, l’una parassitica e l’altra libera, entrambe con sessi

distinti, e con prole che non si assomiglia. Anche le nereidi vanno

citate in questo luogo, essendosi osservato dal Claparède che le

eteronereidi altro non sono che una seconda forma sessuata di nereidi.

«Vedendo, dice il Panceri, le eteronereidi dagli occhi voluminosi,

dalla forma eteroclita, dal corpo pellucido, dal moto rapidissimo,

dalla vita pelagica, e confrontandole colle nereidi comuni, quali si

son sempre conosciute, sembra strano il fatto e parrebbe incredibile,

se con tanto accorgimento il Claparède non avesse seguito, non solo

le metamorfosi palesi, come anche quelle più recondite che avvengono

negli elementi dei tessuti.»[5]. I generi _Triton, Chermes, Geryonia_,

ecc. forniscono altri esempi di eguale natura. Un esempio singolare di

polimorfismo troviamo in alcune specie dei generi _Ibla_ e _Scalpellum_

tra i cirripedi, dove si sono osservate due sorta di individui, e cioè

individui ermafroditici e così detti maschi complementari.

6º _Le diverse caste degli insetti sociali_. — È un caso speciale di

polimorfismo. Negli insetti si hanno spesso varie forme, diversamente

costruite, in conformità agli uffici che devono compiere. Ad esempio,

in uno sciame di api distinguiamo la regina, i fuchi e le operaie.

La regina è più lunga dell’operaia, e paragonata con questa, ha il

capo più grosso, il corsaletto al disopra più gibboso, e tutte le sue

parti più fine e più delicate. L’addome è di un quarto più lungo che

nell’operaia, per cui le ali appariscono più brevi, e lasciano tutta la

metà posteriore dell’addome scoperta. Le zampe mancano di spazzola e di

cestella; ha il pungiglione debolissimo; ed è di colore giallo dorato.

Il fuco, in confronto dell’operaia e della regina, ha più rotondo

il capo, più grossolano il petto, il torace più sporgente infuori a

semicerchio, l’addome più voluminoso e più peloso. Mancano le squame

ceraiuole. Non esiste il pungiglione. Le antenne contano un articolo

di più, avendone tredici. Le ali posteriori sono più grandi, e mentre

nelle operaie non coprono interamente la parte posteriore dell’addome,

nei fuchi la oltrepassano. Nei piedi mancano la spazzola e la cestella;

il suo volo è rumoreggiante. Tutto il colore dell’animale è più oscuro

che nella regina o nell’operaia[6]. Un esempio analogo ci forniscono le

formiche, dove troviamo tre sorta di individui, cioè femmine e maschi,

ambo alati, e neutri privi di ali; questi ultimi sono talora di due

qualità, cioè operaie e soldati.

Più complicato ancora è il polimorfismo nelle formiche bianche

(termiti) nell’ordine dei pseudoneurotteri, dove possiamo distinguere

maschi alati, femmine vergini alate, femmine feconde che hanno perduto

le ali e possiedono un addome enormemente disteso dalla presenza delle

uova, operaie con capo normale e soldati con capo molto sviluppato e

mandibole robustissime.

7º _Gli individui anormali e mostruosi_. — V’hanno delle anomalie

frequenti, e siccome sono ereditarie, anche estese; dicasi ciò

dell’albinismo. Si è perfino sostenuto, sebbene a torto, che esista una

razza speciale albina di uomini! Le mostruosità non sono che anomalie

più gravi, dove la deviazione della struttura normale è più manifesta,

e per la vita dell’individuo generalmente più pericolosa. Possiamo noi

escludere dalla specie un individuo perchè è anomalo e mostruoso? Un

uomo cessa forse di essere tale, perchè ha nelle mani sei dita, anzichè

cinque; o perchè ha la pelle così detta spinosa, anzichè liscia; o

perchè è colpito da idrocefalia? No, davvero!

Dalle considerazioni su esposte vedesi, io credo, chiaramente, che

la specie non è sempre un insieme di individui simili; talvolta la

dissomiglianza tra gli individui di una stessa specie è maggiore di

quella che corre tra generi distinti, od anche tra categorie più

elevate. Riesce quindi facile il comprendere, come una definizione

generale della specie debba incontrare serie difficoltà[7].

La specie non ha limiti precisi.

È questa una delle idee fondamentali della teoria evoluzionista.

Il Darwin[8] dice che quando si abbia a determinare, se una forma

debba prendere il nome di specie oppure di varietà, l’opinione dei

naturalisti dotati di un raziocinio sicuro e di una grande esperienza,

è l’unica guida. In molti casi, egli soggiunge, devesi decidere a

pluralità di voti fra gli opposti pareri, perchè poche sono le varietà

spiccate e ben conosciute che non siano state collocate fra le specie,

almeno da alcuni giudici competenti.

Il Watson cita 182 piante inglesi che in generale si riguardano come

varietà, e che da qualche botanico furono innalzate al grado di

specie. E Alfonso De Candolle, dopo di avere studiato esattamente le

quercie, scrive: «Sono in errore coloro, i quali vanno ripetendo che

le nostre specie sieno in generale ben limitate, e che le forme dubbie

costituiscano una debole minoranza. Tale opinione poteva sostenersi,

quando un genere era imperfettamente conosciuto, e le sue specie si

fondavano sopra pochi esemplari, ossia erano provvisorie. Appena noi

arriviamo a conoscerle meglio, si mostrano le forme intermediarie e

nascono i dubbi». Il Carpenter ha dimostrato l’esistenza delle forme

dubbie nei foraminiferi, e giunse al risultato che in questi bassi

organismi non si può parlare di specie, ma solamente di serie di

forme. Lo Schmidt l’ha dimostrata nelle spugne silicee, e l’Haeckel

nelle spugne calcaree, anzi quest’ultimo ha sostenuto, che con uguale

diritto vi si possono distinguere 591 specie, oppure una sola, non

potendosi separare nettamente le specie dalle varietà. Analoghe prove

furono fornite dagli studi compiuti presso di noi, per es., da quelli

del Meneghini sulle ammoniti, da quelli del Foresti sui molluschi

fossili pliocenici, da quello del Bonizzi sul genere _Gasterosteus_,

dai miei sui pesci delle nostre acque dolci[9]. Fra i chilognati,

varie specie di _Glomeris_ ammesse dal Koch (_Glomeris cincinnata, G.

proximata, G. subterranea, G. rufa_ e _guttata_) altro non sembrano che

varietà della _G. pustulata_. Fra i miriapodi è pure variabilissimo

il genere _Lithobius_, così che la distinzione delle specie ne è resa

difficilissima, come risulta dagli studi di C. Koch, di L. Koch, del

Meinert, dello Stuxberg, del Fanzago e del Fedrizzi. Ed il Pavesi ed

io, nel nostro lavoro sugli araneidi italiani, scrivemmo: «Le specie

araneologiche offrono numerosissime varietà. Potremmo citare molte

forme che Hahn e Koch credono buone specie, mentre Westring, Blackwall,

Simon ed altri le riguardano come semplici varietà. In via d’esempio,

nel genere _Calliethera_, il Koch distingue come specie separate la _C.

zebranea_, la _C. histrionica_, la _C. tenera_ e la _C. aulica_, mentre

altri autori le credono semplici varietà di una unica specie. Numerose

varietà offrono inoltre, secondo le nostre osservazioni, le specie

europee del genere _Eresus_, nonchè le specie nosicane dei generi

_Euophrys_ e _Pachygnatha_»[10].

L’acarologia è un ramo nascente della scienza zoologica, e chi

consulterà le opere dei diversi autori, troverà quanto questi sieno

discordi nel considerare molte forme come vere specie o come semplici

varietà, disaccordo che rende difficile ed intricata la sinonimia.

Questi esempi potrebbero essere aumentati a piacimento; ma chi ha fatto

degli studi speciali, difficilmente avrà bisogno di tali prove per

essere convinto della variabilità delle specie. Egli sa che spesso la

barriera che sembra separare due specie, cade in seguito all’esame di

un grande numero di esemplari dell’una e dell’altra.

Rivolgiamoci agli animali domestici. Se realmente la specie fosse una

forma costante, rigida, per così dire cristallina, essa non dovrebbe

mai, e per nessuna causa, subire delle modificazioni; invece noi

vediamo che alcune specie domestiche ne subirono delle estesissime. In

questo luogo non c’interessa di conoscere la causa che determinò nelle

specie domestiche tanta variazione; qui basta provare che la variazione

ci sia, per scuotere la convinzione intorno alla costanza delle forme

organiche.

Il migliore esempio ci è fornito dai colombi, di cui il Darwin trattò

nella _Origine delle specie_ (cap. I), e nella _Variazione degli

animali e delle piante allo stato domestico_ (cap. V).

Può dirsi dimostrato con sufficiente esattezza che tutti i nostri

piccioni domestici discendono da un’unica specie selvaggia, il colombo

terraiuolo (_Columba livia_). E nondimeno esistono fra le varie razze

tali differenze, le quali in alcuni casi, piuttosto che specifiche,

potrebbero dirsi generiche.

È variabilissimo il colore, come, ad esempio, lo vediamo nella razza

triganina, descritta ed illustrata dal dott. Paolo Donizzi[11].

Diversa, nelle varie razze, è la lunghezza e la forma del becco, il

quale nelle specie naturali di uccelli suol essere molto costante. Si

paragoni il becco lungo del colombo messaggiere con quello del barbo

inglese o del tomboliere a faccia corta, e si vedrà quanta differenza

vi passi[12]. Interessante è la variazione che riscontriamo nelle

rettrici o penne della coda. Nel colombo torraiuolo il numero di queste

penne sale a 12; invece nel colombo pavone contiamo 14-42 rettrici,

le quali inoltre possono essere erette dall’animale e distese a guisa

di ventaglio. Varia l’estensione del gozzo; generalmente nei colombi

domestici esso non può essere che poco gonfiato, ma il colombo gozzuto

lo gonfia in modo che apparisce enormemente pettoruto. Nemmeno la voce

è invariabile, poichè vi ha una razza che tuba in modo singolare,

e fu perciò chiamata colombo trombettiere (_Trumpeter-pigeon,

tambour, glouglou_). Nè sorte diversa fu riservata agli istinti; i

tombolieri sono maestri nel fare capitomboli, che le altre razze non

sanno eseguire. I _lotans_, posti sul suolo, si mettono subito a

capitombolare, e continuano in questo movimento finchè sieno levati

dal suolo ed acquetati; se si trascura di farlo, muoiono a furia di

capitomboli e di rotolarsi sul terreno. Importanza anche maggiore

hanno le variazioni dello scheletro[13]. Noi vediamo nelle diverse

razze variare il teschio, il numero delle vertebre, il numero e la

larghezza delle coste, la scapola, la forchetta, lo sterno, ecc. Se in

animali, viventi allo stato selvaggio, trovassimo delle differenze così

importanti come quelle che si riscontrano tra molte razze di colombi,

non saremmo dubbiosi nel considerarli come costituenti specie diverse e

ben distinte. Se è vero che i colombi domestici discendono tutti dalla

_Columba livia_, noi abbiamo nelle variazioni di lei, per effetto della

domesticità, un argomento fortissimo per sostenere che la specie, lungi

dall’essere costante, può allontanarsi dal suo tipo a segno da formare

due o più specie diverse.

Qui bisogna evitare una esagerazione. Non tutte le specie sono

variabili in quel grado come i colombi. A ragione dice il dott.

Jaeger[14]: «V’hanno senza dubbio delle specie invariabili nel senso

dei costanziani, specie, di cui si può dire: _sint ut sunt, aut non

sint_, le quali cioè, portate in condizioni diverse da quelle che

corrispondono alla loro natura, periscono senza produrre nuove forme».

Di queste forme così dette costanti, ossia variabili entro limiti

assai ristretti, noi ne troviamo tanto tra gli animali viventi allo

stato di natura, come tra i domestici. Esempi ne fornisce ogni classe,

sopratutto degli animali superiori (vertebrati); e tra gli animali

domestici si possono citare l’asino, l’oca, l’anitra, il pavone, ecc.

Le specie sono bensì plastiche, ma alcune più, altre meno; alcune

pochissimo, altre assai.

Un’altra esagerazione, in cui caddero non tanto il Darwin, quanto

alcuni dei suoi seguaci, fu esposta dal Seidlitz, e da me nelle Note

all’_Origine delle specie_[15]. Il fatto incontrastabile che non

esiste un limite deciso fra le specie e le varietà, ha condotto alcuni

naturalisti ad una conclusione estrema ed erronea. Essi dicono: Le

specie non esistono, il loro studio è fatica gettata, la zoologia

sistematica è una scienza inutile. Qui giova riflettere che la teoria

della trasformazione delle specie non distrugge il concetto della

specie, ma lo modifica. Dovremo noi trascurare lo studio delle isole di

un dato mare, perchè ci consta che esse sono soggette a sollevamenti

e ad abbassamenti, e perchè sappiamo che esse, ad una profondità

maggiore o minore, sono tutte collegate insieme? Noi non dobbiamo

dimenticare che una specie può restare invariabile per molte migliaia

di generazioni, e che se è in via di trasformazione, questo processo si

compie con tanta lentezza, che l’uomo ha potuto ritenere immutabili le

forme organiche.

Se le specie sono variabili entro limiti indeterminati, non v’ha

difficoltà per ritenere che una specie subisca, nel corso dei tempi,

tali cambiamenti da convertirsi in un’altra e distinta specie.

Ecco ora la questione. Due sono le ipotesi. L’una dice: Ogni specie fu

creata con un atto speciale; ed è invariabile, ossia non può subire che

delle leggere variazioni, e riproduce sempre il proprio tipo. E siccome

la geologia c’insegna che sul nostro globo si succedettero varie faune

e flore, i seguaci di questa ipotesi ammettono generalmente, che ad

ogni grande epoca geologica pose fine un cataclisma, nel quale tutte le

specie furono distrutte; al principio dell’epoca successiva una forza

creatrice fece apparire nuove forme di animali e di piante. L’altra

ipotesi dice: In un’epoca remota apparve un essere organico; ora non

indagheremo, d’onde venisse. Dato questo primo organismo, gli altri

si svilupparono da esso nel corso dei secoli; così che le specie, che

oggi popolano la superficie terrestre, sono i discendenti di un unico

ed antichissimo progenitore. Inoltre la vita, da che è apparsa sulla

terra, non si è spenta mai; i cataclismi generali non sono esistiti.

Qui occorre qualche spiegazione. Le due ipotesi, intorno alla costanza

delle specie e intorno ai cataclismi generali, non sono necessariamente

collegate insieme; ma chi ammette la prima, è quasi costretto ad

accogliere anche la seconda, perchè altrimenti dovrebbe ritenere che

una potenza creatrice, anzichè manifestarsi a dati intervalli, è

continuamente in azione per distruggere delle specie, e crearne altre.

Inoltre noi abbiamo preso per punto di partenza un’unica forma

organica, ma il Darwin ammette che potessero essere parecchie[16].

Il Darwin si è mostrato più timido de’ suoi seguaci. Ma una volta

ammesso che tutte le specie di un genere discendono da una forma comune

progenitrice, non è logico fermarsi a questo punto; bisogna passar

oltre, e far discendere anche i diversi generi di un ordine da un’unica

forma, e così di seguito: non si può quindi arrestarsi che davanti alla

conclusione, che tutte le forme organiche discendono da un antichissimo

organismo primitivo. Giunti a questo risultato, lascieremo che la

dottrina della generazione spontanea, se può, proceda più oltre, e

faccia sorgere quest’organismo dal regno inorganico.

Questa timidità od esitanza fu da parecchi autori rimproverata al

Darwin, e credo a ragione. A suo scarico può dirsi peraltro, che egli

non esclude la discendenza di tutte le specie da un’unica forma, perchè

in certi passi sostiene che le specie attuali derivano da uno o pochi

tipi primitivi; a tale questione egli non sembra attribuire grande

importanza, e gli basta persuadere il lettore che non tutte le specie

furono create con un atto speciale, che anzi la maggior parte di esse

deve l’esistenza all’evoluzione.

Idee del Vanini e del Lamarck sull’origine delle specie.

Il Morselli[17] ed il Cattaneo[18] ci hanno fatto conoscere un

precursore italiano del Darwin, e cioè Giulio Cesare Vanini che nel

1615 scrisse il suo _Amphitheatrum æternæ Providentiæ_ e nel 1616

l’opera _De admirandis naturæ, reginæ deæque mortalium, arcanis, libri

quatuor_. Queste opere, e particolarmente la seconda, valsero al

nostro filosofo le ire dei suoi contemporanei, i quali dopo di avergli

barbaramente strappata la lingua, lo arsero come ateo e materialista

sulla piazza di Tolosa. Il Cattaneo fece un’analisi coscienziosa delle

opere del Vanini e concluse che quest’autore, sebbene partecipasse,

co’ suoi contemporanei, all’errore di creder possibile la generazione

spontanea degli esseri anche più elevati, pure affermò decisamente le

seguenti idee monistiche ed evoluzionistiche che sono accettate dalla

scienza attuale:

1. I fenomeni naturali, compresi quelli degli organismi, devono essere

spiegati con cause naturali;

2. Le nostre piante coltivate variano per l’azione del sole, del clima

e del nutrimento;

3. Come variano le nostre piante coltivate, così debbono variare anche

gli animali, in modo che una specie si trasformi in un’altra;

4. Esiste una certa relazione tra il colore di un animale e quello del

luogo in cui esso vive;

5. Una specie d’organismi deve potersi trasformare in un’altra,

dal momento che nell’embriologia di ogni singolo individuo simili

trasformazioni hanno luogo realmente;

6. L’uomo deriva dalla scimmia, ed ha più o meno lontana parentela con

mammiferi che camminano a quattro zampe; e le razze umane inferiori (i

Negri) sono più vicine alle scimmie che non le razze umane superiori (i

Bianchi).

Assolutamente nessun filosofo, dice il Cattaneo, dalla più remota

antichità sino agli ultimi anni del secolo scorso, espose una simile

serie di idee, consuonanti col moderno trasformismo.

Molto più tardi i difetti della teoria delle creazioni indipendenti

sono stati intravveduti da Erasmo Darwin, da Stefano Geoffroy

Saint-Hilaire, e, a quanto pare, anche da Goethe, in sul finire del

secolo scorso; ma chi fondò la scuola evoluzionista fu il Lamarck,

il quale in diverse opere sviluppò e sostenne l’idea, che tutti gli

animali, non eccettuato l’uomo, derivano da altre specie anteriori.

La sua opera più importante su questo argomento è la _Philosophie

Zoologique_, pubblicata nel 1809. Da quest’opera riporto qui alcuni

passi interessanti, tradotti nel nostro idioma, perchè ci servano di

guida nel giudicare intorno alle idee di questo grande naturalista

francese nella questione dell’origine delle specie[19].

«Quanto più noi progrediamo nella conoscenza dei diversi corpi

organici, di cui quasi tutte le parti del globo sono coperte, tanto più

cresce il nostro imbarazzo nel determinare ciò che debbasi considerare

come specie, e maggiormente ancora nel limitare e distinguere i generi.

A misura che si raccolgono i prodotti della natura, e le nostre

collezioni s’arricchiscono, vediamo colmarsi le lacune e dileguarsi le

linee di separazione. Noi ci troviamo ridotti ad una classificazione

arbitraria, la quale talvolta c’induce a tener conto delle più piccole

differenze delle varietà per formare il carattere di ciò che chiamiamo

specie, ed altre volte ci fa dichiarare come varietà di una data specie

degli individui poco differenti che altri riguardano come costituenti

una specie particolare» (vol. I, pag. 75).

«L’idea di abbracciare sotto il nome di specie un insieme di individui

simili che si perpetuano col mezzo della generazione ed esistono

da tempi sì remoti come la natura, trae seco la necessità che gli

individui di una specie non possano, nei loro atti generativi, unirsi

cogli individui di una specie diversa. Sfortunatamente l’osservazione

ha provato e prova tuttodì che questa considerazione non è menomamente

fondata; imperocchè gli ibridi, assai comuni tra i vegetali, e gli

accoppiamenti che spesso osserviamo tra individui di specie animali

assai differenti, ci dimostrano che i limiti tra le specie, supposte

costanti, non sono così solidi come si è creduto» (vol. I, pag. 81).

«Perchè dovremo noi senza prove ammettere un _cataclisma universale_,

se l’andamento della natura, meglio conosciuto, è sufficiente per

rendere ragione di tutti i fatti che osserviamo in tutte le di lei

parti? Se da un lato si considera che la natura in tutte le sue

opere non procede bruscamente e sempre agisce lentamente e per gradi

successivi, e d’altra parte che le cause particolari o locali dei

turbamenti, degli sconvolgimenti, degli spostamenti, ecc. possono

rendere ragione di ciò che si osserva alla superficie del suolo, e sono

nondimeno soggette alle leggi ed all’andamento generale delle cose,

si riconoscerà che non è per nulla necessario di supporre, che una

catastrofe universale sia venuta a sconvolgere ed a distruggere una

gran parte delle opere stesse della natura» (vol. I, pag. 95, 96).

«I grandi cambiamenti delle circostanze determinano negli animali dei

grandi cambiamenti nei loro bisogni, ed i cambiamenti dei bisogni

determinano necessariamente quelli delle azioni. Ora, se i nuovi

bisogni diventano costanti od assai durevoli, gli animali prendono

allora nuove abitudini che perdurano tanto quanto i bisogni che le

fecero nascere» (vol. I, pag. 223).

«In ogni animale, che non abbia oltrepassato i limiti del suo sviluppo,

l’uso più frequente e continuato di un organo qualsiasi rafforza poco

a poco quest’organo, lo sviluppa, lo ingrandisce, e gli dà una potenza

proporzionata alla durata dell’uso; mentre il costante non-uso di

quell’organo lo indebolisce gradatamente, lo deteriora, ne scema le

facoltà, e finisce col farlo scomparire» (vol. I, pag. 235).

«Tutto ciò che la natura ha fatto acquistare o perdere agli individui

per l’influenza delle circostanze, cui la loro razza fu lungamente

esposta, ed in conseguenza per effetto dell’uso predominante di un dato

organo, o per quello del non-uso di una data parte; essa conserva a

mezzo della generazione ai nuovi individui che ne provengono, purchè

i cambiamenti acquisiti sieno comuni ai due sessi, ossia a quelli che

produssero questi nuovi individui» (vol. I, pag. 235, 236).

«Il tempo e le circostanze favorevoli sono i mezzi principali che

la natura impiega per dare esistenza alle sue produzioni. Si sa

che il tempo non ha limiti, e quindi la natura ne ha sempre a sua

disposizione. Quanto alle circostanze, di cui ha bisogno e di cui si

serve continuamente per cambiare le sue produzioni, si può dire, che

esse sono per lei inesauribili. Le principali nascono dall’influenza

dei climi, da quella delle diverse temperature dell’atmosfera e

de’ luoghi circostanti, da quella della diversità dei luoghi e

della situazione, da quelle delle abitudini, dei movimenti più

ordinari, delle azioni più frequenti, infine da quella dei mezzi di

conservazione, del modo di vita, di difesa, di moltiplicazione, ecc.»

(vol. I, pag. 238).

«La natura, producendo successivamente tutte le specie di animali,

incominciando coi più imperfetti o più semplici, per terminare

l’opera sua coi più perfetti, ha gradatamente complicata la loro

organizzazione, ed ogni specie, estendendosi generalmente in tutte

le regioni abitabili del globo, ebbe dalle circostanze, in cui s’è

trovata, le abitudini che vi riscontriamo, e quelle modificazioni delle

sue parti che l’osservazione in essa ci fa scorgere» (vol. I, pag. 263).

Queste citazioni possono bastare pel nostro scopo; nel secondo volume

della sua _Philosophie Zoologique_ il Lamarck tratta della vita, che

considera come il risultato di forze unicamente fisiche e chimiche;

della generazione spontanea o diretta, che ammette per gli infimi

animali e per le infime piante; e del sistema nervoso, in cui, a suo

dire, si producono le facoltà mentali.

Il Lamarck dunque non ammette i cataclismi generali; non crede alla

costanza delle specie, e considera le divisioni sistematiche (classi,

ordini, famiglie, generi e specie) come altrettante produzioni

arbitrarie della mente umana. Egli fu condotto ad ammettere il

principio della trasformazione graduale delle specie per la difficoltà

di discernere le specie dalle varietà, per la serie non interrotta

delle forme in certi gruppi organici, e per l’analogia colle nostre

produzioni domestiche. Quanto ai mezzi di modificazione, egli dava

molto peso all’azione diretta delle condizioni esterne della vita, come

agli incrociamenti fra le forme preesistenti, ed attribuiva la massima

influenza all’uso ed al non-uso degli organi, oppure all’effetto

delle abitudini. Così la giraffa ebbe il suo lungo collo in seguito

agli sforzi che fece per lungo tempo di cogliere le foglie dagli

alberi[20], il formichiere la sua lunga lingua per gli sforzi continui

di allungarla allo scopo di prendere gli insetti[21], e gli animali

ciechi perdettero gli occhi perchè durante molte generazioni non se

ne servirono[22], come molti animali perdettero i denti pel continuo

non-uso[23].

Il Lamarck credeva anche all’esistenza di una legge di progressivo

sviluppo; e siccome tutte le forme organiche avrebbero una medesima

tendenza a progredire, egli spiegava l’esistenza attuale di organismi

semplicissimi coll’aiuto della generazione spontanea.

L’idea fondamentale dell’odierna scuola evoluzionista è svolta

chiaramente nelle opere del Lamarck; il Darwin accolse questa idea

fondamentale, ed anche alcuni concetti di dettaglio, ma si scosta dal

naturalista francese sopratutto col suo principio della elezione, come

in seguito vedremo.

La teoria del Lamarck non ebbe in generale una buona accoglienza, e

rimase per lungo tempo uno sforzo geniale ma infecondo di una mente che

avea precorso il suo tempo. Le ragioni di questa fredda accoglienza

sono varie. La teoria non era soddisfacente in ogni sua parte; così

era difficile comprendere, come il solo sforzo di allungare il collo

lo allungasse davvero, ed in quella misura come lo vediamo nella

giraffa. Inoltre quella teoria urtava bruscamente contro le idee

bibliche che in quell’epoca erano dalla massima parte degli uomini

ritenute indiscutibili, tanto più che il Lamarck colla trasformazione

della specie aveva collegata la questione della generazione spontanea.

S’aggiunga che dominava ancora l’idea dei cataclismi generali, la quale

fu definitivamente distrutta solo di recente, e cioè dal Lyell ne’

suoi _Principii di Geologia_[24]. S’aggiunga ancora che l’attenzione

dei naturalisti non era stata richiamata alle differenze individuali;

e che gli animali domestici non erano, come oggi, soggetto di profondi

studi. Infine, la grande autorità del Cuvier valse a screditare per

lungo tempo presso i naturalisti le idee evoluzioniste. Memorabile è la

seduta dell’Accademia delle scienze di Parigi del 19 luglio 1830, in

cui i propugnatori delle due teorie vennero ad una animata discussione;

la lotta fu sostenuta da Etienne Geoffroy Saint-Hilaire a favore delle

idee del Lamarck, Cuvier difendeva la dottrina opposta. Goethe, in

Germania, prese partito per Saint-Hilaire, e trovando nell’agosto del

1830 l’Eckcrmann, gli disse: «Nous avons pour toujours en Geoffroy

Saint-Hilaire un allié puissant. La manière synthétique d’envisager la

nature, introduite en France, ne peut plus rétrograder»[25].

La teoria dell'evoluzione · 第 6 / 52 题