CAPITOLO VII.

_Crudel pestilenza miseramente affligge la città ed il Regno: si

estingue, ed al Conte vien dato successore._

Dopo tanti e così lagrimevoli avvenimenti, dopo tante miserie e

sciagure, perchè nulla mancasse, si vide in quest'anno 1656 il Regno

miseramente afflitto da una crudele e mortifera pestilenza. Non

eran bastati i tanti sconvolgimenti e sedizioni, le tante afflizioni

cagionate da fiere guerre, o da' timori di quelle ch'eran peggiori,

le scorrerie de' Banditi, le invasioni de' Turchi, le carestie ed i

tremuoti: che per ultimo eccidio, fu duopo soffrir anche quest'altro

pestifero flagello, così spietato, che non si legge aver altrove

portato, in così breve tempo, tanta strage e ruina. Quella che si

soffrì in tempo della guerra di _Lautrech_ durò quasi due anni, e

si tenne conto che non avea ammazzato più di sessantamila persone:

questa, in men di sei mesi, disolò le province del Regno, e ridusse la

Metropoli in cimitero, con morte intorno a quattrocentomila de' suoi

cittadini. Da molto tempo, che l'Isola di Sardegna era travagliata di

pestilenza, e per ciò non meno dal Conte di Castrillo, che dagli altri

Vicerè suoi predecessori s'eran pubblicati severi bandi, proibendo

ogni commerzio; ma capitato nel nostro Porto un Vascello procedente

da quell'Isola carico di soldatesche, o sia per trascuraggine de'

Guardiani del Porto, o perchè, in vece delle patenti di Sardegna,

si fossero esibite quelle di Genova, ovvero, che per non trattener

le soldatesche fosse così stato eseguito con particolar ordine del

Vicerè, gli si diede pratica. Non tardò guari, che ammalatosi uno de'

sbarcati, condotto nello Spedale dell'Annunziata in tre giorni se ne

morì, apparendo nel suo corpo minute macchie livide; poco da poi un

che serviva lo Spedale, assalito da un capogiro in ventiquattro ore

spirò; e poco appresso spirò anche la madre. Attaccatosi il malore

nelle vicine case, si vide in brevissimo tempo sparsa la contagione

ne' quartieri inferiori della città, e particolarmente nel Lavinaro,

Mercato, Porta della Calce ed Armieri.

I Medici in questi principj ascrivevano ad altre cagioni tali

perniziosi effetti, chi a febbri maligne, chi ad apoplesie, e chi ad

altri mali; non mancò ad ogni modo, chi per più accurata osservazione

fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all'orecchie

del Vicerè, che costui andava pubblicando il male esser contagioso, fu

il Medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo

favore d'andare a morire in sua casa: donde gli altri medici fatti

accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male. Ma questo

tuttavia crescendo, e spandendosi in altre contrade vicine alle già

dette, parve al Cardinal Filomarino Arcivescovo di dover avvertirne

il Vicerè, che non bisognava in cosa cotanto importante starsene così

ozioso e lento. Dispiaceva sommamente al Conte di Castrillo, che

insorgesse fama, esservi in Napoli pestilenza; poichè dovendo egli

spedire soccorsi di soldatesche per la guerra dello Stato di Milano,

travagliato tuttavia dall'armi del Re di Francia, questi rumori glie

l'avrebbon impediti; onde come poteva il meglio, proccurava, che

non si venisse a tal dichiarazione; con tutto ciò non potendo più

resistere alle continue mormorazioni, e tuttavia il malore crescendo,

fu costretto a far unire i più rinomati Medici de' suoi tempi, perchè

ne dessero parere. Costoro, o per ignoranza, o per timore, ovvero per

secondare le brame del Vicerè, non ardirono di dichiarare il morbo

per pestilenziale; ma sol consigliando, che s'accendessero fuochi per

tutte le contrade della città, e che si vietasse la vendita de' pesci

salati, uscirono da ogni briga. Ma altro che frasche vi volevano,

per far argine ad un così impetuoso torrente: il male incrudeliva

maggiormente; nè consiglio di Medico, nè virtù di medicina pareva che

valesse: ne morivano il giorno a centinaia, nè si scorgeva altro per le

strade che condurre Sagramenti agl'infermi, e cadaveri alle sepulture.

Spaventati gli animi de' cittadini, chi con umili supplicazioni, chi

in processioni confuse e numerose d'uomini e di donne, con donzelle

scapigliate, chi dietro allo immagini più venerate e chi in altre

guise cercava a Dio ed a' Santi pietà e ristoro a tante miserie e

desolazioni. Ma essi non accorgevansi, che affollati più strettamente

insieme tra la calca, e la pressura d'infinito numero di popolo

concorsovi, il malore prendeva più forza, e la morte recideva in uno i

colli di più migliaja di persone.

S'accrebbe poi, e dilatossi più furiosamente il mortifero veleno,

quando presa tal opportunità, insorse voce, che _Suor Orsola

Benincasa_, donna che aveasi a que tempi acquistata fama di santissima

vita, non trovando per anche comoda abitazione per le Suore, avea

innanzi di morir profetizzato, che in tempo del maggior travaglio della

Città dovea farsi la fabbrica del suo Romitorio nella falda del Monte

di S. Martino; e credendosi, che con la costruzion d'un tal edificio,

sarebbe cessato il travaglio, il Vicerè fu il primo, che fattosi il

disegno e tirate le linee, andò a portarvi con le proprie mani dodici

cesti di terra: all'esempio del Capo, movendosi gli altri, gli Eletti

della città, e tutti i Cittadini a folla vi concorsero, non solo

somministrando denaro, ma l'opera eziandio delle loro proprie mani. Era

cosa di maraviglia il vedere uomini e donne, giovani e vecchi, nobili,

cittadini e plebei, spogliarsi de' migliori averi, ed offerirgli in

limosina per la costruzione di quell'Edificio, che dovea essere il

liberatore della loro Patria. Si erano nelle pubbliche strade poste

non già cassette, ma botti, le quali, poc'anzi vote, si vedevano in

un tratto piene di monete di rame, d'argento ed anche d'oro: le donne

istesse spogliatesi della lor natural vanità, si toglievano dalle dita

gli anelli, dagli orecchi i pendenti, e dal collo e dalle braccia

i monili, e quasi baccanti l'offerivano al sorgente Edificio, e ciò

che recava maggior stupore era, che persone di qualità mescolavansi a

gara ne' più vili esercizj, chi portando un cesto di chiodi, chi con

un fascio di funi, chi con un barile di calce, chi con pietre, chi

servendo per manuale a' fabbri, e chi in fine sopra le spalle caricarsi

di travi, con pericolo di mancare sotto il grave e pesante incarico.

Ma pari effetti seguirono da pari cagioni; mentre l'opra ferve, assai

più s'accende e si dilata il malore: l'unione di tanta gente, che a

gara tutt'ansante si sollecita, si travaglia, ed affolla concorrendo

da tutti li quartieri, fa sì, che il morbo, che prima era ristretto in

poche contrade, si spanda per tutto. Così mentre l'Edificio è quasi in

fine, la città rimane poco men che desolata.

A stato di cose cotanto lagrimevole s'aggiunsero nuove confusioni e

disordini. Non mancavano de' malcontenti, misero avanzo de' passati

tumulti, li quali per risvegliar nuove sedizioni, andavan disseminando

nel Popolo, venir questo flagello non già da giusta ira di Dio, mandato

a correzione de' miseri mortali, ma procedere dalle vendicatrici

mani degli Spagnuoli, per esterminar la plebe, e prender vendetta

delle passate rivoluzioni: vedersi chiaro da' preceduti andamenti del

Vicerè, il quale avea tosto fatta dar pratica alle soldatesche venute

dall'appestata Sardegna, con essersi poi ingegnato di far occultare

il male, perchè ne' principj non si provvedesse d'opportuni rimedj:

lo confermavano con far riflettere, che per ciò non si vedevano

infettare le Fortezze guarnite di lor presidio, nè i quartieri più alti

della città, abitati dagli Spagnuoli, ma solo i Rioni del Lavinaro,

Conciaria, Mercato ed altri luoghi più bassi, quasi tutti abitati

da gente minuta; e dopo aver tratti molti nel lor sentimento, si

avanzarono eziandio a far credere, che per la città andavano girando

persone con polveri velenose, e che bisognava andar di loro in traccia

per isterminarli. Così in varie truppe uniti andavan cercando questi

sognati avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del Torrione

del Carmine (affin d'attaccar brighe, che poi finissero in tumulti)

avventaronsi sopra di essi, imputandoli d'aver loro trovata addosso

la sognata polvere. Al romore essendo accorsa molta gente, per buona

sorte vi capitò ancora un uomo da bene, il quale con soavi parole e

moderati consigli gli persuadè, che dessero nelle mani della giustizia

uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplicio, che di lor

se ne sarebbe preso, si potesse da essi sapere l'antidoto al veleno

e con tal industria gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi, che

que' due soldati uno era di nazione Franzese e l'altro Portoghese, ed

uscita anche voce, che 50 persone con abiti mentiti andavan spargendo

le polveri velenose, si videro maggiori disordini: poichè tutti coloro,

che andavan vestiti con abiti forastieri e con scarpe, o cappello, o

altra cosa differente dal comun uso de' Cittadini, correvan rischio

della vita. Per acchetar dunque la plebe bisognò far morire sopra

la ruota Vittorio Angelucci, reo per altro d'altri delitti, tenuto

costantemente dal volgo per disseminator di polvere. Ma nell'istesso

tempo fu presa rigorosa vendetta degl'inventori di questa favola: molti

di essi essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in

mezzo al mercato su le forche perderono ignominiosamente la vita; ed in

cotal guisa furono i romori quietati.

Intanto gli Eletti della città vedendo, che non solo il male spopolava

la Metropoli, ma che si spandeva ancora nelle province, fecer premurose

istanze al Vicerè, perchè dovessero porsi in uso i più forti e risoluti

rimedj; e dopo essersi più volte sopra ciò radunato il Consiglio

Collaterale, venne il Conte nella risoluzione di comandare alle Piazze,

che creassero una Deputazione particolare, alla quale egli dava per ciò

tutta l'autorità necessaria, assegnandole ancora per Capo D. Emanuele

d'Aghilar Reggente della Vicaria. La Deputazione diede la cura a'

Medici più rinomati di que' tempi, che osservassero non men gl'infermi,

che i cadaveri, facendone esatta notomia; onde ragunatisi insieme,

presidendo a questi il famoso _M. Aurelio Severino_, cotanto celebre al

Mondo per le sue opere di Filosofia e Medicina, che ci lasciò (morto da

poi ancor egli di tal mortifero veleno) fu conchiuso, che il male fosse

pestilenziale, e che si dovesse porre ogni cura negli ammalati, dal cui

contatto erano inevitabili le morti.

Il Vicerè e la Deputazione s'affaticaron perciò a darvi quel miglior

riparo che si poteva: fu comandato, che si facessero le guardie in

tutte le città e terre del Regno, e che non s'ammettesse persona, senza

le necessarie testimonianze di sanità: che in ciascun Rione di Napoli

dovesse eleggersi un Deputato Nobile o Cittadino, al quale dovessero

rivelarsi tutti gli infermi di ciascun Quartiere: che gli ammalati

tocchi di pestilenza dovessero condursi nel Lazzaretto di S. Gennaro

fuori le mura: che coloro i quali avessero comodità di curarsi nelle

lor case, si chiudessero in esse: che niun Medico, Chirurgo, o Barbiere

partisse dalla città, ma attendessero alla cura degl'infermi, secondo

la distribuzione, che sarebbe stata fatta dalla Deputazione: che si

fossero tolti i cani e gli altri animali immondi che andavano per la

città, e si diedero altri salutari provvedimenti per far argine ad un

tanto inondamento. Ma riusciron vani ed infelici tutti questi rimedj:

il male vie più incrudelendo riempiè in un tratto tutti gli Spedali:

se ne costrussero dei nuovi, ma questi nè tampoco bastando, la gente

periva nelle porte delle case, nelle scale, e nelle pubbliche strade.

Mancarono eziandio le tombe ed i cimiterj; poichè il malore attaccatosi

non pure in tutti i quartieri, ma in tutte le case della città faceva

orribile e spaventosa strage: onde fu fama, che ne perissero otto e

diecemila persone il giorno: morivano non meno i Medici, i Chirurgi

e tutti coloro, che erano destinati alla cura del corpo, che i

Sacerdoti, ed altri Religiosi destinati a quella dell'anima. Non vi

era chi seppellisse gli estinti; onde i cadaveri giacevano nelle vie,

su le scale e nelle porte: le Confessioni si facevano pubbliche e

l'Eucaristia si portava agl'infermi senz'alcuno accompagnamento, e si

porgeva loro in una punta di canna: quelle case, che poc'anzi erano

aperte poco da poi si vedevano chiuse e desolate: da capogiri assaliti

taluni, che camminavano per la città, vedevansi improvviso cader morti

in mezzo alle piazze. I morti per la maggior parte rimanevano insepolti

dentro le case, o su le scale delle Chiese; ma era molto più grande

il numero di coloro, che restavano insepolti su le pubbliche strade,

e coloro che con molto favore e grandissima spesa erano seppelliti

dentro le Chiese, non avevano nè meno un Prete, che gli accompagnasse,

e l'esequie più solenni erano una semplice tavola, o al più una bara.

In tanta confusione non rimaneva luogo a provvedimento alcuno, se non

che per lo puzzor grande dei cadaveri estinti, e perchè l'aria non

maggiormente si infettasse, si pensò unicamente a seppellire i morti:

se ne preser cura i Deputati e l'Eletto del Popolo, il quale da' casali

contorni fece venire intorno a centocinquanta carri; ed il Vicerè

v'impiegò a questi ufficj estremi da cento schiavi Turchi delle Galee.

Era cosa assai spaventosa ed orribile vedere strascinarsi per le strade

i cadaveri aggrappati con uncini, ed innalzarsi su i carri; e sovente

coi morti andar congiunti i semivivi creduti estinti. S'empirono le

grotte del Monte di Lautrech, dove poscia fu edificata una Chiesa

sotto il nome di _S. Maria del Pianto_: i cimiterj di S. Gennaro fuori

le mura; molte cave di monti, dond'erano state tagliate pietre per

fabbricare: il piano delle Pigne fuori la Porta di S. Gennaro; l'altro

davanti la Chiesa di S. Domenico Soriano fuori Porta Reale; e ciò

nemmeno bastando, sempre più le stragi avanzando, precisamente nel mese

di luglio, nel quale vi furono giorni, che il numero de' morti arrivò

sino a quindicimila, fu duopo consumar i cadaveri col fuoco, ed altri

finalmente buttarli in mare.

Non meno nella Metropoli che nell'altre province del Regno accadevano

sì funeste e crudeli stragi. Toltone le province d'Otranto e di

Calabria ulteriore, tutte le altre rimasero disolate. Delle città

e terre, narrasi, che solamente Gaeta, Sorrento, Paola, Belvedere e

qualche altro luogo rimaser preservate.

Ma ridotte le cose in questo infelicissimo stato, verso la metà

d'agosto, una impetuosa ed abbondante pioggia, temperò alquanto la

furia del malore: cominciò il mortifero veleno a cessare; niuno più

s'ammalò di tal morbo, e coloro, che n'eran tocchi, guarivano; in

guisa che alla fine del seguente mese di settembre, non si numerarono

più infermi in Napoli, che soli cinquecento. Si ripigliarono per tanto

dalla Deputazione i provvedimenti, e furono da quella dati vari ordini

per purgar le robe di quelle case, dove era stata la contagione,

ed altre istruzioni e metodi, affinchè non ripullulasse il male.

Passarono due altri mesi, e non s'intese altro sinistro accidente, onde

ragunatisi alquanti Medici, ch'eran scampati dal comune eccidio, fu a'

8 decembre su la testimonianza de' medesimi, solennemente dichiarata

Napoli libera da ogni sospetto.

Nelle province s'andava ancora tuttavia scemando il malore, ma perchè

doveva essere opera di più mesi convenne mantener li rastelli alle

Porte della città e le guardie per evitar l'entrata a quelli, che

venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo fine sottoscrisse un

rigoroso Editto, col quale comandò sotto gravissime pene, che niun

forastiero fosse ammesso nella città senz'espressa sua licenza,

da darsi precedente visita, e parere dalla Deputazione. La Corte

Arcivescovile di Napoli, a richiesta del Vicerè, sottopose alle

censure Ecclesiastiche tutti coloro, che avessero occultate robe

infette o sospette di pestilenza, se non l'avessero fra certo tempo

rivelate e fatte purgare. Ma non mancò l'Arcivescovo, profittandosi

di queste confusioni, di avanzar un passo, e mescolarsi anch'egli

in queste provvidenze; poichè si fece lecito di pubblicare un altro

Editto consimile a quello del Vicerè, come se questo non bastasse per

obbligar anche gli Ecclesiastici all'osservanza, col quale comandava,

che niuno Ecclesiastico osasse entrare in Napoli senza sua licenza

in iscritto. Il Vicerè, per reprimere un così pernizioso attentato,

immantenente diede fuori un rigoroso comandamento, col quale ordinò,

che non s'ammettessero altre licenze, che quelle de' Ministri del Re,

a' quali unicamente apparteneva di preservare il Regno. Per la qual

cosa, essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe,

con stabilirsi, che tutti gli Ecclesiastici, ch'entravano nella città,

avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti alle

diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero andati

a presentarsi ne' loro Tribunali. In cotal maniera si continuò a

praticare fino al mese di novembre del seguente anno 1658, nel qual

tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione le città di Roma e

di Genova, fu aperto generalmente il commerzio, e tolti i rastelli e le

guardie.

Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città e

del Regno: a provveder l'Annona, ed a reprimere l'ingordigia degli

artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed arricchiti

col patrimonio de' morti, o con difficoltà si riducevano a ripigliare

il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne' lavori, restituendo i

prezzi e le mercedi, siccom'eran prima della contagione. Si applicò

poscia il Conte a sollevare le Comunità del Regno, ordinando, che

quelle, ch'erano state tocche dalla pestilenza, non fossero molestate

per li pagamenti fiscali, ne' quali rimanevan debitrici per tutto

aprile del 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero

contribuita la quarta parte meno di quello, che stavano tassate

nell'antica numerazione del Regno. Si resero da poi pubbliche e solenni

grazie a Dio ed a' Santi: su le Porte della città furon dipinte dal

famoso pennello del Cavalier Calabrese le immagini de' Santi Tutelari,

ed al B. Gaetano Tiene innalzate statue; ed allora nella piazza di

S. Lorenzo s'erse a questo Santo quella piramide, con sua statua di

metallo ed iscrizione, che ora si vede.

Restituendosi tratto tratto il Regno delle precedute sciagure

nel pristino stato, non mancavano tuttavia al Conte altre moleste

occupazioni, nelle quali lo ponevan gli sbanditi, particolarmente

in Principato, ove si erano multiplicati, per la protezione, che

n'aveano preso alcuni Baroni; applicò per tanto i suoi pensieri a

severamente punire i protettori, ed a snidar li protetti da que'

luoghi; e perchè il suo governo così calamitoso ed infelice ricevesse

alquanto di conforto, il cielo riserbò negli ultimi mesi di quello,

che la Regina a' 28 di novembre del 1637 si sgravasse d'un maschio,

al quale fu posto nome _Prospero Filippo_, per cui si diede il

successore alla Monarchia. In gennajo del nuovo anno 1658, pervenne

in Napoli l'avviso, onde il Conte per ristorar anche i popoli dalle

precedute calamità, fece celebrare superbissime e magnifiche feste.

Ed essendo da poi a' 18 luglio del medesimo anno seguita l'elezione

di _Leopoldo_ in Imperadore, furon replicate in Napoli le feste e li

tornei. Ma appena ebbe finite le feste, che gli venne avviso, che il

_Conte di Pennaranda_, sbrigato dalla Dieta di Francfort, dove come

Ambasciadore estraordinario del Re era intervenuto alla coronazione

di Leopoldo, era stato destinato per suo successore. Essendo pertanto

giunto il Pennaranda in Napoli a' 29 di dicembre, fu duopo al Conte, a'

11 gennajo del nuovo anno 1659, deporre nelle di lui mani il governo.

Ci lasciò egli molte savie ed utili _Prammatiche_, fra le quali fu la

pubblicazion della grazia, che il Re fece al Baronaggio ed al Regno,

allargando la successione de' beni feudali per tutto il quarto grado,

con facoltà d'istruire majorati, e fedecommessi ne' feudi, dentro i

gradi della succession feudale; e diede altri provvedimenti, che sono

additati nella tante volte riferita _Cronologia_; e quantunque il suo

infelice governo non gli avesse permesso di lasciar a noi memoria

alcuna della sua magnificenza, pure egli fu, che facendo abbattere

molte case, ridusse in isola il palagio regale, e fece porre tutti i

ritratti de' Capitani Generali del Regno nella sala de' Vicerè.

Parve, che colla venuta del _Pennaranda_ il nostro Reame cominciasse

a ristorarsi de' passati mali, e cessando tante calamità di più

travagliarlo, ripigliasse le proprie sue sembianze; ond'essendo fin qui

durate le sue sciagure, termineremo ancor noi qui il libro, ponendo tra

questo ed il seguente sì distinti confini, affinchè gli avvenimenti,

che seguiranno, non siano contaminati da' precedenti infelici e

lagrimevoli successi.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 28 / 64 题