CAPITOLO V.

_Il Principato di Catalogna si sottrae dall'ubbidienza del Re, e si dà

alla Protezione e Dominio franzese. Il Regno di Portogallo parimente

scuote il giogo ed acclama per Re GIOVANNI IV, Duca di Braganza. Guerre

crudeli, che perciò s'accendono per la ricuperazione della Catalogna;

per sostegno delle quali, siccome per quella di Castro, bisognò pure

dal Regno mandar gente e danaro._

Siccome la Monarchia di Spagna camminava a gran passi incontro alle sue

ruine, così riempiva i Franzesi di grandi disegni; tantochè le speranze

della pace universale che il Pontefice avea impreso a maneggiare,

tuttavia si dileguavano; onde stanco ormai del dispendio, e del poco

suo decoro di trattenere ozioso in Colonia il Legato, lo richiamò. Vie

più difficili si rendettero poi questi trattati di pace per le rivolte

di Catalogna e di Portogallo, che riempirono li Franzesi di più grandi

speranze ed alti disegni.

Il Conte Duca, che con assoluto arbitrio reggeva in Spagna non meno

il Re che i suoi Stati, con superbissimo genio e con massime severe e

violenti consigli trattava gli affari. Egli s'avea proposto d'esaltare

la potenza e la gloria del Re al pari del titolo, che gli avea fatto

assumere di _Grande_; ma la fortuna con eventi infelici secondò così

male il pensiere, che pareva offuscato in gran parte lo splendore

della Corona; tantochè gli emoli del Conte Duca con argutezza spagnuola

solevan motteggiarlo, dicendo, che il Re era _Grande_, come il _Fosso_,

il quale s'ingrandiva tanto più, quanto più si scemava il terreno della

sua circonferenza. Si era perciò appresso gli esteri rilasciato quel

timore, che conciliato dalla potenza, soleva contenerli in rispetto;

e nell'animo de' sudditi avvezzi sotto un velo di riputazione e di

prosperità a venerare gli arcani infallibili del Governo, sottentrava

già il disprezzo e l'odio verso il Re ed il privato.

Non era oscuro il pensiere dell'Olivares di allargare non solo la

Monarchia oltre a' primi confini, ma ne' Regni medesimi stabilire

assoluta l'autorità del Monarca, la quale in alcuna delle Province era

circoscritta dalle leggi, dagl'indulti e da' patti. A ciò lo spingeva

principalmente il bisogno del danaro e di gente, per supplire a tante

guerre straniere, perchè dal censo de' Popoli convenendo dipendere, non

riuscivano le provvisioni uguali alla necessità, nè pronte all'urgenza.

Pensava dunque d'abolire, o almeno di restringere tanta libertà, che

s'attribuivano alcuni, e principalmente i Catalani, i quali decorati

da grandissimi privilegi, ed immuni da molti pesi, custodivano la

loro libertà con zelo non minore che la Religione. Già alcuni anni,

tenendo il Re in Barcellona le _Corti_, resisterono più volte alle

soddisfazioni dell'Olivares, dal che irritato egli, nudrì poi sempre

nel cuore di reprimerli e d'abbassarli. I Re solevano veramente

rispettare quella Nazione per natura feroce, e per lo sito importante,

perchè la Provincia, se dalla parte del mare per l'impetuosità è

impenetrabile, da quella di terra, pare inaccessibile per le montagne;

anzi queste internandosi, ed in molti rami divise, le formano

altrettante trinciere e ripari, ne' quali si comprendono piazze forti,

città popolate, terre, e gran numero di villaggi. La vicinanza poi alla

Francia, i passi dei Pirenei, l'ampiezza del giro, la popolazione e

l'inclinazione marziale degli abitanti, la rendevano considerabile e

poco men che temuta.

Ad ogni modo il Conte Duca aspettava col pensiero l'opportunità di

frenarla; ma quando stimò, che la fortuna gli aprisse la strada, non

s'avvide, che insieme portava il precipizio alla grandezza ed alla

salute di tutta la Spagna. I Franzesi allargando sempre da quella parte

i confini, speravano di promuovere gravi accidenti, e particolarmente

d'irritare gli animi dei Popoli tra gl'incomodi della guerra, ed i

danni dell'armi, e così loro riuscì puntualmente; poichè avendo gli

Spagnuoli perduta Salses, convenne loro per ricuperarla, piantare la

piazza d'armi nella Catalogna, con lasciarvi a quartiere l'esercito;

onde, se durante l'assedio fu la Provincia gravemente afflitta dal

passaggio delle milizie, da poi ne sentì la licenza, tanto più dura,

quanto n'erano que' Popoli meno avvezzi; si udirono estorsioni ed

aggravj, profanati i Tempj, violate le donne e rapiti gli averi; a'

quali eccessi i Capi non riparando, si formava concetto, che l'Olivares

per imporre, sotto titolo di necessaria difesa, il giogo a quel

Principato, volentieri lo tollerasse; ed è certo, che da frequenti

lettere di lui, stimolato il Conte di S. Coloma Vicerè, a cavar genti

e denari dalla Provincia, si valse in Barcellona di certo denaro, che

s'apparteneva alla disposizione della città, senza badare a' privilegi,

ed attendere l'assenso degli Stati; ed avendo uno de' Giurati,

Magistrato il più ragguardevole, voluto opporsi a tanta licenza, con

fare eziandio premurose istanze, che fossero corretti i trascorsi delle

milizie, il Vicerè lo carcerò. Tanto bastò per commuovere un Popolo,

che tollerava l'ubbidienza, ma non conosceva ancora la servitù; furono

prese l'armi, aperte le carceri, e corse le strade, con sì grave ed

universal tumulto, che il Vicerè impaurito stimò riporre nella fuga

solamente il suo scampo. Si ridusse per ciò all'Arsenale, dove nemmeno

essendo sicuro, perchè il Popolo, dato fuoco al Palazzo, lo cercava per

tutto, fece accostare una Galea; ma mentre s'incamminava al lite per

imbarcarsi, sopraggiunto da' sollevati, restò miseramente trucidato.

Allora il Popolo, parte inorridito dal suo medesimo eccesso, parte tra

le apprensioni della servitù, e le apparenze della libertà, invaghito e

confuso, riputò, che non vi fosse più luogo al suo pentimento, nè alla

regale clemenza.

Scosso per tanto il giogo, trascorso nell'ultime estremità, e la

confusione non potendo da se stessa sussistere, fu data per ciò forma

ad un independente governo col _Consiglio de' Cento_, e degli altri

antichi Magistrati della città. A tale esempio s'alterò quasi tutto il

Principato, e nelle Terre e Villaggi si presero universalmente le armi,

e le genti spagnuole furono trucidate e scacciate.

A così improvviso accidente l'animo del Conte Duca commosso, non

ardiva palesarlo al Re, nè poteva tacerlo; proccurò di fargli credere,

che non vi fosse, che un popolare tumulto, che svanirebbe da se,

e con la forza prestamente sopito, varrebbe a rendere più illustre

l'autorità del comando; poichè sotto l'armi si potrebbe, non solo

domare la ribellione, ma il fasto ancora de' Catalani, ed abolirsi

que' Privilegi, che gli rendevano contumaci. Ma nell'animo suo con

più tacite cure riflettendo all'importanza della Provincia, alla

qualità del sito, ed a' danni maggiori se vi s'introducessero i

Franzesi, bilanciava, se la destrezza, o la forza dovesse più utilmente

impiegarvisi. Nè mancavano dubbi, che altri Regni, e l'Aragona

particolarmente, fosse per seguitare un tal esempio. Tentò prima con le

persuasioni della vecchia Duchessa di Cardona, che appresso il Popolo

di Barcellona godeva molta venerazione, ed autorità, e col mezzo di un

Ministro del Pontefice che vi risedeva, sedare gli animi, e placare il

romore; ma riuscendo ciò inutilmente, deliberò di usare la forza, con

tale potenza e con tanta celerità, che nè il Popolo potesse resistere,

nè i Franzesi giunger opportunamente al soccorso.

Proccurò dunque d'ammassare l'esercito, comandando a' Feudatarj,

ed invitando la Nobiltà, e tra questa molti de' più sospetti,

particolarmente i Portoghesi, acciò servissero insieme di soldati e

d'ostaggi. Le provvisioni tuttavia non poterono essere così prontamente

allestite, che i Catalani non avessero tempo, e di munirsi con molta

costanza, e di spedire Deputati in Francia a chiedere ajuti. Non

si può dire quanto il _Cardinal di Richelieu_, direttore allora

di quella Monarchia, e che avea già con le solite arti coltivate

le prime loro disposizioni, gli accogliesse avidamente. Li cumulò

d'onori, e li caricò di promesse; ma nel tempo medesimo volendo godere

dell'occasione, che il caso gli presentava, non solo applicò a nutrire

nelle viscere della Spagna la guerra, ma di ridurre la Catalogna

alla necessità di arrendersi alla soggezione franzese. Inviò il

Signor di S. Polo con alquanti Ufficiali, e per mare alcune milizie e

cannoni, acciocchè que' popoli prendessero cuore d'insanguinarsi coi

Castigliani; e spedì il Signor di Plessis Besanzon, Ministro eloquente,

e d'acutissimo ingegno, a riconoscere la disposizione degli affari e

degli animi.

Dall'altra parte il Conte Duca, avendo raccolto un esercito

di trentamila combattenti, lo consegnò sotto il comando del

Marchese de los Velez, di nascita Catalano, e destinato per Vicerè

dell'istessa Provincia, verso la quale tanto è lontano che tenesse

costui disposizione di affetto, che anzi aveva cagioni d'odio e

d'abborrimento, essendoglisi dal Popolo in Barcellona spianata la

casa, e confiscati gli averi. Si mosse adunque il nuovo Vicerè nel

mese di dicembre di quest'anno 1640 da Tortosa, città partecipe della

sollevazione; ma che, o per l'inclinazione degli abitanti, o per le

minacce dell'armi, fu la prima a rimettersi in obbedienza; s'avanzò a

Balaguer, per tutto rendendosi molte Terre inabili alla difesa. Ivi

sebbene l'angustie de' passi possono essere impedite da pochi, ad

ogni modo le guardie de' Catalani non ardirono d'aspettarlo; onde il

Marchese spirando terrore e severità s'avanzò fino a Combriel, Piazza

d'armi de' sollevati. Il luogo debole ardì per cinque giorni resistere,

dopo i quali volendo rendersi, non fu ricevuto che a discrezione;

restando desolata la Terra, impiccati gl'Ufficiali, e tagliate a pezzi

le soldatesche. Da questo sangue pullulò la disperazione per tutto; in

Barcellona particolarmente s'animavano i Cittadini, l'uno con l'altro

a sofferire ogni estremo più tosto, che cadere in mano, e sotto il

governo di vincitor così fiero, e di un Vicerè incrudelito. Trattandosi

della libertà, e della stessa salute, fu la difesa disposta,

fortificato il Mongiovino, ed unendosi gli animi pel comune pericolo,

si procedè nel governo e nelle risoluzioni con vigore e concordia.

Tuttavia temevano di non potere a scossa così poderosa senza forte

appoggio resistere. Dall'altro canto i Ministri franzesi fomentavano

l'apprensione, e loro additavano dall'una parte imminente l'eccidio,

dall'altra vicino il soccorso; ma dimostrando non convenire che la

Corona di Francia, per procacciare l'altrui, abbandonasse li proprj

vantaggi, insinuavano fra' timori e i discorsi, quanto complisse

obbligare un Re così grande a sostenere per decoro e per interesse

quel Principato. Colpì l'artificio, perchè il timore del pericolo e la

speranza degl'ajuti indusse i Catalani a consegnarsi alla protezione

ed al dominio franzese con molti patti, che preservavano i Privilegi,

quei principalmente dell'assenso de' Popoli per l'imposte, e della

collazione de' Beneficj di Chiesa, e delle cariche a' nazionali,

eccettuata la suprema del Vicerè, che poteva essere straniero. A ciò

diedero tutti l'assenso; la maggior parte per desiderio di cose nuove,

li semplici per concetto di cambiare in meglio la sorte, e i più savj

per essersi accorti, che dopo i primi passi della ribellione, qualunque

si fosse la libertà, o la servitù, non poteva provarsi, che fiere

stragi e calamità non disuguali. Ciò accadde negl'ultimi giorni di

quest'anno, nel procinto, che il Portogallo pur anche scosso il giogo,

ravvivò con nuovo Re l'antico nome del Regno.

§. I. _Il Regno di Portogallo scuote il giogo, e si sottrae dalla

Corona di Spagna._

L'emulazione, che passava tra' Castigliani ed i Portoghesi, cotanto

antica, che tramandata, come per eredità, da' loro antenati a'

successori, era a questi tempi per i boriosi modi e feroci consigli

del Conte Duca, assai più cresciuta, che quando convenne a questi

piegare il collo sotto la dominazione della Castiglia, divenne ora

abborrimento ed impazienza: tantochè avevano i Portoghesi applicata

più volte l'attenzione e la speranza a vari accidenti, che potessero

far cambiare la fortuna presente. Ma la potenza e la felicità de'

Castigliani, avevano fino ad ora, o tenuti gli stranieri lontani, o

dissipati l'interni disegni; ad ogni modo cresceva maggiormente il

desiderio, e serviva ad incitarlo l'oggetto de' Duchi di Braganza,

che discendenti da Odoardo, fratello di Errico Re, erano appresso

molti altrettanto preferiti nelle ragioni, quanto alla forza del Re

Filippo avevano convenuto soccombere. Il presente Duca _Giovanni_,

osservando sopra di lui l'occhio de' Castigliani aperto, si dimostrava

altrettanto alieno da ogni applicazione e negozio; ed essendo pochi

anni addietro accaduto tumulto in qualche città, uditosi acclamare

il suo nome, egli si era contenuto con tale modestia, che fu creduto

ugualmente alieno dall'ambizione e dall'inganno. Il _Conte Duca_ però

considerando, e le ragioni della Casa, ed il favore del Popolo, oltre

alle ricchezze e gli Stati, che eccedevano la condizione di vassallo,

per assicurarsi di lui, l'invitava alla Corte con premj ed impieghi,

e con simulata confidenza gli conferiva cariche e titoli: il che si

credè mirasse non per adornarlo di dignità, ma per esporlo a pericoli,

acciocchè esercitando particolarmente il suo impiego di Contestabile,

salisse sopra l'armata o entrasse nelle Fortezze, dove fossero ordini

occulti d'arrestarlo prigione. Giovanni con varie scuse schivando di

condursi a Madrid, con tali riserve in tutto si governava, che se non

poteva sfuggire gli altrui sospetti, almeno divertiva i suoi rischj.

L'Olivares si valse della rivolta di Catalogna, e della fama, che il

Re volesse uscire a debellarla, per invitare la Nobiltà Portoghese, e

tra questa con maggior premura il Braganza a concorrere con la persona

e con le forze in così segnalata occasione: ma la stessa congiuntura

servì a' Portoghesi per isvegliare in loro gli antichi pensieri; onde

molti nelle private conversazioni soliti a frequentemente lagnarsi, che

un Regno famoso ed esteso nelle quattro parti del Mondo, fosse ridotto

in provincia, e divenuto appendice al Dominio de' loro naturali nemici,

ora consideravano la Nobiltà oppressa, il Popolo conculcato; e per

le gelosie del Conte Duca snervato il Paese, i Grandi perseguitati,

infranti i Privilegi e sfigurata quell'immagine, che al Portogallo

restava di libertà e d'apparente decoro. Passando poi dalle querele

de' tempi al rimprovero di loro stessi, quasichè ne' Portoghesi

mancasse quell'ardire e quel cuore, che così altamente nobilitava

il Popolo catalano, divisavano la facilità di eseguire ogni grande

attentato, retti da una donna e da un odiato Ministro con pochi presidj

e provvisioni minori, in tempo, che era tutta la Spagna commossa, le

forze distratte, il Re impotente a resistere in tante parti, e pronta

la Francia al soccorso.

Margherita Infanta di Savoja sosteneva il titolo di Viceregina,

il governo però risedeva in alcuni Castigliani, ed in particolare

nel segretario Vasconcellos, che l'assisteva, e che confidente

dell'Olivares e dal suo favore innalzato, tutto tirava alle di lui

massime d'abbassar i Grandi e d'esercitare assoluto comando. Per le

congiunture veramente pareva, che per sollevarsi fosse maggior pericolo

in iscovrire i pensieri, che in praticargli; onde ridotti alcuni Nobili

in Lisbona nel giardino d'Autan d'Almada, considerate le congiunture

presenti, tutti si risolsero di tentar l'impresa dandosi reciprocamente

la mano e la fede di segretezza e di non mai abbandonarsi. Stavano

alquanto perplessi sopra il risolvere, qual forma si dovesse scegliere

del nuovo governo. Ad alcuni, con l'esempio de' Catalani, aggradiva

l'istituto delle Repubbliche; ma si considerò dalla maggior parte

la confusione, che seco porta l'innovare comando in un paese avvezzo

all'arbitrio di un solo. Si voltarono perciò al Braganza, nel quale,

per giustificare la causa, e tirare i popoli, concorrevano i requisiti

più principali, e per ragione al Regno e per distinzione di fortuna;

gli spedirono dunque separatamente Pietro Mendozza, e Giovanni Pinto

Ribero a rappresentargli i voti comuni ed offerirgli lo scettro; e

perchè s'avvidero questi, che al Duca s'affacciavano tra varj pensieri

l'immagini di molti pericoli, proccuravano di sgombrargli ogni

dubbiezza: ed il Pinto particolarmente tramettendo alle ragioni ed

alle preghiere minacce e proteste, gli dichiarò, che anche contra sua

voglia sarebbe Re proclamato, senzachè dalla sua renitenza, ed a se

ed agli altri fosse per accogliere, che rischj maggiori di più certe

perdite. Il Duca ad oggetto sì grande, ed improvviso della Corona,

titubava ne' suoi pensieri; ma sua moglie, sorella del Duca di Medina

Sidonia, essendo d'altissimi spiriti, lo rincorò, rimproverandogli la

viltà di preferire alla dignità dell'Imperio la caducità della vita.

Nè mancarono i Franzesi conscj di quanto si tramava, con segretissimi

messi di confortarlo ed animarlo con ampie promesse d'assistenze e

soccorsi, facendogli credere tanto più ferma dover essere la Corona

sopra il suo capo, quantochè gli additavano vacillanti le altre sopra

quello del Re Filippo. Dunque s'indusse a prestarvi l'assenso e fu

concertato il tempo ed il modo per dichiararsi.

Sebbene in questo affare il segreto fosse grande, ad ogni modo la

notizia essendo sparsa tra molti, ne traspirò qualche cosa alla

Viceregina, la quale non mancò d'avvertire il Conte Duca più volte de'

discorsi e disegni de' congiurati; ma egli solito di prestar fede a se

stesso, più tosto che ad altri, lo credè troppo tardi. Adunque il primo

di dicembre di quest'istesso anno 1640 molti Nobili essendo andati

a Palazzo, al battere delle nove ore della mattina, ch'era il segno

accordato, ad un colpo di pistola, snudarono le armi, e caricarono

le guardie della Viceregina, le quali inermi e sbandate, ogni altra

cosa attendendo, cedettero facilmente. Occupato il palazzo, i Nobili

gridavano _Libertà_, insieme acclamando il nome di _Giovanni IV_, per

Re; ed altri nelle piazze, chi per le strade, alcuni dalle finestre e

tra questi Michele Almedia di veneranda canizie, animando il Popolo

e concitandolo all'armi, fu sì grande in pochi momenti il concorso,

che, come se un solo spirito movesse la moltitudine, non vi fu chi

dissentisse, o titubasse. Una Compagnia di Castigliani, che entrava

di guardia al Palazzo, fu dal furore della plebe costretta alla fuga.

Antonio Tello con altri seguaci, sforzate le stanze del Vasconcellos,

che inteso il romore, s'era in certo armario rinchiuso, lo ritrovò,

e trucidato, lo gittò dalle finestre, acciocchè nella piazza fosse

spettacolo all'odio del vulgo, e testimonio insieme, quanto poco sangue

costasse la mutazione di un Regno. L'Infanta, custodita in potere de'

congiurati, fu trattata con molto rispetto, astretta però a comandare

al Governadore del Castello, che s'astenesse di tirare il cannone,

altrimenti i Castigliani nella città sarebbero stati tutti tagliati

a pezzi. Egli non solo ubbidì all'ordine di sospender l'offese, ma

subitamente, o per timore, o per necessità, trascorse alla resa,

allegando d'essere così sprovveduto, che all'invasione del Popolo

non avrebbe potuto resistere. Fu maraviglia vedere una città, come

Lisbona, grande, popolata, commossa, restare in brevissimo tempo in

potere di se medesima, ma con tanto ordine e con tal quietudine, che

nessun comandando, ogni condizione di persone, al nome del nuovo Re,

prontamente ubbidiva.

Giovanni, inteso l'accaduto di Lisbona, fattosi proclamare Re ne'

suoi Stati, entrò in quella città il sesto giorno del medesimo mese

di dicembre con indicibile pompa; e ricevuto il giuramento da' Popoli,

lo prestò reciprocamente per l'osservanza de' Privilegj. Sparsasi per

quel Regno la fama di tal accidente, non vi fu luogo, che tardasse a

seguitare l'esempio della Capitale, con tanta unione degli animi, che

non pareva mutazione di governo, ma che solamente al Re si cambiasse

nome, con insolito gaudio de' Popoli. I Castigliani sparsi in alcuni

presidj e quelli di S. Gian, Fortezza d'inespugnabile sito, sorpresi da

fatale stupore, n'uscirono senza contrasto. L'Infanta fu accompagnata

a' confini, ed alcuni de' Ministri Castigliani restarono prigioni,

per sicurtà di que' Portoghesi, che fossero in Madrid trattenuti. In

otto giorni si ridusse tutto il Regno ad una tranquilla ubbidienza.

Fino nell'Indie dell'Oriente, nel Brasile, nelle coste d'Affrica e

nell'Isole, che si numerano tra le conquiste de' Portoghesi, quando da

Caravelle, in diligenza spedite, ne fu portato l'avviso, quasichè fosse

stato atteso, abjurata con universal consenso l'ubbidienza a Castiglia,

il nome di _Giovanni IV_ fu riconosciuto ed acclamato.

Il _Conte Duca_ accortosi, che in vece di ingrandire la Monarchia e

la prepotenza, conveniva essa della propria salute contendere, non

potendo contrastare da due parti, stava in dubbio dove s'avessero a

rivolgere le maggiori cure e gli sforzi. In fine giudicò meglio contra

la Catalogna applicarsi, sperando, che non riuscisse lunga l'impresa

ed insieme temendo, che col dar tempo, la fortezza del paese, la

ferocia del Popolo, ed il soccorso de' Franzesi, la difficultassero

maggiormente. All'incontro, essendo aperti i confini, più lontani gli

ajuti, i popoli meno agguerriti, ed in Lisbona sola potendosi debellare

tutto il Regno, si figurava, che lasciati i Portoghesi in sicurezza ed

in ozio, non applicarebbero a premunirsi, e che i Nobili, superbissimi

per natura, non sofferirebbono a lungo il comando di uno a diversi

emolo, ed a molti uguale. Proseguendosi pertanto in Catalogna la

guerra, il Portogallo vie più si stabiliva, tanto che riusciti vani i

presagj dell'Olivares, rimase, siccome tuttavia ancor dura, staccato ed

indipendente dalla Corona di Spagna.

In Catalogna adunque proseguendosi eziandio nel verno la guerra, los

Velez si portò ad espugnare Terracona, che dopo la Metropoli del

Principato, tiene per l'ampiezza e per la nobiltà il primo luogo.

I Catalani animati da' Franzesi sprezzavano gli sdegni e l'armi del

Re, tanto che pronti alla difesa, sostennero lungamente la guerra, la

quale non meno agli altri Stati della Monarchia, che al nostro Regno

costò sangue e tesori. A questo fine si proccurava dal Medina nostro

Vicerè nuovo donativo per la Corte, s'allestivano nuove soldatesche,

e s'armavano nuovi legni, gravando con ciò i sudditi e le Comunità del

Regno con nuove tasse ed imposizioni.

Ma non terminando qui le nostre miserie, una nuova guerra, che s'accese

pure a questi tempi in Italia, dal Papa contro al Duca di Parma, per

lo Stato di Castro, portò pure al Vicerè, ed al Regno nuove cure e

nuove spese, e maggiori se ne sarebbero sofferte, se gli Spagnuoli

non si fossero raffreddati, e ne' proprj mali, per le rivoluzioni

di Catalogna e per la perdita di Portogallo, occupati, non avessero

più modo d'ingerirsi negli affari altrui, se non con mediazioni, ed

ufficj, onde al nostro Vicerè avendo il Pontefice richiesto i novecento

cavalli, per l'investitura del Regno dovuti in caso d'invasione

dello Stato Ecclesiastico, gli furono denegati, per non essere questa

causa della S. Sede, ma della sua Casa e de' suoi Congiunti[29]. Fu

mestieri con tutto ciò al Medina, a spese del Regno, guarnir le Piazze

della Toscana, ed i Confini del Regno dalla parte degli Apruzzi,

dove mandò il Maestro di Campo Generale Carlo della Gatta, e commise

ad Achille Minutolo Duca di Belsano, che si trovava Governadore di

quella Provincia, che invigilasse alla custodia della medesima. Molte

Compagnie di Tedeschi, fatte venir d'Alemagna per la via di Trieste,

furono ancor ivi alloggiate, e da poi, ricevute dal Mastro di Campo

D. Michele Pignatelli, fur fatte venire in Napoli, e fu loro assegnato

alloggiamento nello Spedale di S. Gennaro fuori le mura della città.

Ma non perchè doveansi riparare i proprj mali del Regno, si

rallentavano le richieste di nuovi soccorsi nel Milanese; bisognò al

Vicerè spedirvi tremila pedoni sopra galee; ed affinchè le Università

del Regno avessero corrisposto con maggior prontezza al pagamento

de' donativi fatti al Re, comandò, che in ciascheduna d'esse si fosse

fatto il nuovo _Catasto_ (così chiamano il libro, dove si notano gli

averi de' sudditi) con deputarsi un Ministro del Tribunal della Camera,

acciocchè l'esazione si fosse regolata con la guida di esso, e ciascuno

avesse portato il peso a misura delle sue forze.

Gli sbanditi pure in questo nuovo anno 1644 vie più che mai infestavano

le Province, inquietavano i Popoli e disturbavano il traffico; nè

bastando le genti di Corte a far loro argine, fu duopo al Medina

spedire il Principe della Torella D. Giuseppe Caracciolo con titolo di

Vicerè Generale della Campagna, per reprimere le loro insolenze.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 16 / 64 题