_Del Governo di D. PIETRO GIRON Duca d'OSSUNA; e delle sue spedizioni
fatte nell'Adriatico contra Vineziani, ch'ebbero per lui infelicissimo
fine._
Il Duca d'Ossuna, ne' principj del suo governo, mostrò un'applicazione
grandissima ed una assiduità indefessa nell'ascoltare e provvedere
a' bisogni del Regno, usando molto rigore perchè la giustizia fosse
senza eccezion di persone rettamente amministrata, e nell'istesso
tempo somma magnificenza e liberalità per cattivarsi universal
applauso e benevolenza: per cattivarsi quella del Popolo fece togliere
due Gabelle, poco prima per certo determinato tempo imposte; e per
quietare la Corte di Spagna insospettita di ciò, diede a credere, che
ciò notabilmente avrebbe giovato al Patrimonio Regale, ed alleggeriti
i sudditi, e resigli più abili a soffrire le imposizioni; e per
confermare questi concetti con le opere, sollecitò un donativo dal
Regno d'un milione e ducentomila ducati, che mandò a presentare al Re
per li bisogni della Corona.
Ma una nuova guerra accesa in Italia per la morte di Francesco Gonzaga
Duca di Mantua, della quale il Cavalier Battista Nani[17] distesamente
notò i successi e le cagioni, intrigò il Duca d'Ossuna in cose più
difficili e gravi. Per le cagioni rapportate da questo Scrittore,
Filippo III fu indotto ad entrarvi, e ad opporsi al Duca di Savoja,
al quale con sopracciglio spagnuolo imperiosamente avea comandato, che
restituisse tutto l'occupato in Monferrato. Li Veneziani all'incontro
favorivano il Duca con forze e denari, onde nacquero i disgusti tra
la Corte di Spagna con quella Repubblica. S'aggiunse ancora, che
al Re Filippo, essendosi il Senato Veneto per cagion degli Uscocchi
disgustato coll'Arciduca Ferdinando, fu duopo assistere all'Arciduca
cotanto a lui stretto di parentela, e di sovvenirlo. Ma non perciò
s'era fra la Repubblica ed il Re dichiarata aperta guerra, nè
licenziati dalle loro Corti gli Ambasciadori.
Il Duca d'Ossuna però, secondando il genio degli Spagnuoli che
pubblicavano di voler movere apertamente le loro truppe contra
Veneziani, nell'istesso tempo, che il Cardinal Borgia proccurava in
Roma concitargli contra il Pontefice, non tralasciò quest'occasione
d'ubbidire insieme a' comandi della Corte di Madrid, e di soddisfare
il suo animo, che tenne sempre avverso a' Veneziani; e por opporsi al
Duca di Savoja per la guerra del Monferrato, spedì al Governador di
Milano replicati soccorsi, mandandovi quattro compagnie di cavalli
leggieri, e sedici d'uomini d'arme, sotto scorta di D. Camillo
Caracciolo Principe di Avellino, e seicento Corazze comandate da D.
Marzio Caraffa Duca di Maddaloni; e per l'altra guerra, che per cagion
degli Uscocchi si faceva dalla Repubblica agli Stati dell'Arciduca,
armava Vascelli per infestare l'Adriatico, parte alla Repubblica
sommamente gelosa. Sapeva l'Ossuna, che non poteva più nel vivo toccar
i Vineziani, che col turbare il Dominio, ch'essi vantano del Mare
Adriatico, infestare il commercio e romper il traffico, ancorchè da ciò
ne dovessero ricevere danno i sudditi stessi del Regno, che tenevano
opulente negozio nella città di Venezia; perciò fu tutto inteso, non
tanto a raccoglier milizie per soccorrere il Milanese, quanto ad armar
Vascelli per molestare i Vineziani; onde rotta la sicurtà de Porti,
rappresagliò la nave di Pellegrino de' Rossi. Narra il Nani[18], che
avendo la Repubblica per mezzo del suo Ambasciador Gritti fattane di
ciò doglianza colla Corte di Spagna, avesse ottenuti ordini diretti
all'Ossuna di rilasciarla; ma che costui con superbissimo animo li
disprezzasse, non senza sospetto di connivenza della stessa Corte,
la quale godesse di coprire i disegni più arcani con l'inobbedienza
di capriccioso Ministro. Per la qual cosa i Vineziani risolutissimi
alla difesa di quel Golfo, s'applicarono a rinforzarsi nel Mare con
due Galeazze ed alcune Navi, ed elessero trenta Governadori dì Galee,
acciocchè, secondo il bisogno, a parte a parte andassero armando.
Ma dall'altra parte il Vicerè, vedendo, che gli Uscocchi aveano
perduti molti de' loro nidi, gli allettò a ricovrarsi nel Regno con
Porto franco e con premj, quelli più accarezzando, che a' Vineziani
riuscivano maggiormente molesti. Presero perciò costoro sotto il
calore di tal protezione la Nave Doria, che con merci ed altri Navilj
minori da Corfù passava a Venezia, vendendo sotto lo Stendardo del
Vicerè pubblicamente le spoglie; e se bene i Gabellieri de' Porti
principali del Regno esclamavano, che col traffico mancherebbero i
dazj e l'entrate Reali, furono dall'Ossuna minacciati della forca, se
più ardissero di dolersi. Il Nani, quanto buon Cittadino, altrettanto
appassionato Istorico nelle azioni del Duca d'Ossuna, rapporta, che
costui per natura vanissimo di lingua e d'animo, non solo applicava
a turbar il mare, ma di continuo parlava di sorprendere Porti
dell'Istria, saccheggiar Isole, e penetrare ne' recessi medesimi della
città dominante: che ora in carta, ora in voce delineava e divisava i
disegni, ordinava barche di fondo atto a' canali e paludi, tracciava
macchine, nè più volentieri alcuno ascoltava, che coloro, i quali lo
trattenessero con adulazioni al suo nome, o con facilità dell'impresa;
ma che però non era tanto ciò ch'egli credeva di poter eseguire,
quanto quello che desiderava, che si credesse, acciocchè si tenesse
la Repubblica involta in maggiori dispendj, e distratta a tal segno,
che più debolmente, ed offender potesse l'Arciduca, ed assistere a
Carlo Duca di Savoja. Spinse pertanto l'Ossuna sotto Francesco Rivera
dodici ben armati Vascelli nell'Adriatico: e benchè nel procinto di
spiegare le vele, giungessero ordini della Corte di Spagna di sospender
le mosse, parendo strano, che nel tempo d'aprire trattati di pace in
Madrid, s'inferissero dal Vicerè durissime offese; egli ad ogni modo,
facendo assembrare il Collaterale, fece far relazione dal medesimo alla
Corte, rappresentando, che avendo alcune Barche armate della Repubblica
preso un grosso Vascello, che voleva entrar in Trieste, conveniva al
decoro e servizio del Re, che il Rivera partisse, e si reprimessero
i Vineziani; onde fece partire i Vascelli, ed affinchè non fosse ciò
imputato ad atto di romper la guerra in nome del Re colla Repubblica,
fecegli partire colle sue insegne solamente.
La Repubblica perciò impose al Belegno, che comandava la sua Armata,
d'unire in Lesina quella parte, che potesse avere più pronta per passar
a Curzola, per coprire le Isole, ed in particolare per rompere il
principal disegno dell'Ossuna di comparire a vista dell'Istria, per
dar fomento all'armi dell'Arciduca Ferdinando, e divertire quelle della
Repubblica. Conseguì l'intento il Belegno; poichè giunto che furono le
Navi dell'Ossuna a Calamota, spinse loro la sua Armata incontro; onde
il Rivera dubitando d'essere con disavvantaggio combattuto in quel
sito, date le vele a prospero vento, attraversò il mare, ed a Brindisi
si condusse.
Queste mosse avendo ingelositi i Turchi, gli spinsero a calare in
grosso numero alla custodia, ed ai Presidj delle loro Marine; onde
da ciò prese il Vicerè l'opportunità di chiedere ad altre Potenze
soccorso, pubblicando non esser altro il suo scopo, che di abbattere
l'inimico comune, e per ciò chiedeva, che si dovesse unir seco le Galee
del Pontefice, di Malta, e di Fiorenza. Ma dall'altra parte i Ministri
della Repubblica facevano altamente risuonare il contrario alle Corti
di que' Principi, dicendo, che l'Ossuna al primo Visir avea inviati
schiavi, e doni per allettarlo, e con ogni sorte d'uffizio incitarlo
a muovere contra la Repubblica l'armi; e fecero valer tanto i loro
ufficj, che non solo s'astennero que' Principi di dare all'Ossuna le
loro Galee, ma proccurarono divertirlo dall'impresa, dicendo, che non
servirebbe per altro, che a svegliare i Turchi e tirarli nell'Adriatico
a fronte del Regno di Napoli e dello Stato Ecclesiastico.
Ma non per ciò il Duca si ritenne d'inviar sotto Pietro di Leyva
diciannove Galee ad unirsi al Rivera, il quale passato con questo nuovo
soccorso a S. Croce e trovati a Lesina i Vineziani inferiori di forze
tentò di tirarli fuori a combattere: ma costoro fermi solo alla difesa,
sopraggiunta la notte, obbligarono l'armata Spagnuola a ritirarsi in
Brindisi con la preda d'un Naviglio di Sali e d'un Vascello d'Olanda,
che navigando con alcuni soldati di quelle Levate, si trovò sopraffatto
dalle navi dell'Ossuna. I Vineziani per ciò seriamente pensando
all'importanza dell'affare ingrossarono la loro armata; e dall'altra
parte l'Ossuna accrebbe la sua a diciotto Navi e trentatrè Galee,
la quale comparse sopra Lesina, con animo di provocar la Veneta alla
battaglia; ed intanto i Ministri spagnuoli, per atterrire con la fama
di vasti apparecchi, avean fatto precorrer voce, che l'armata dei
Galeoni solita a custodire la navigazione dell'Oceano, entrando nello
stretto di Gibilterra, penetrerebbe nell'Adriatico, e che in Sicilia
pure s'armavano di nuovo moltissimi Legni; le quali voci erano in parte
accreditate dalle ardite procedure del Vicerè, il quale oltre d'aver
ingrossata con alquante Galee la Squadra del Leyva, faceva scorrere
dagli Uscocchi tutto il Golfo, i quali colle loro Barche insultavano
fino in vista de' Porti di Venezia istessa con depredazioni e con danni
gravissimi; tanto che obbligò il Senato a disponere qualche Galea alla
guardia di Chioggia, ed a scegliere in Venezia certo numero di gente
atta all'armi: ciò che riuscendo nuovo in quella città, avea posto il
Popolo in non poco scompiglio; il quale per una falsa voce insorta,
che, essendosi già combattuto dalle due armate intorno Lesina, i
Vineziani avessero ottenuta una insigne vittoria sopra gli Spagnuoli,
era corso impetuosamente per manomettere la persona e la Casa di D.
Alfonso della Queva Marchese di Bedmar Ambasciadore del Re Filippo in
Venezia, creduto principal instigatore de' tentativi dell'Ossuna.
Le due armate però intorno Lesina, ancorchè la Spagnuola avesse
provocata la Veneta, non vennero mai a battaglia; onde il Leyva,
vedendo che i Vineziani s'erano posti su la difesa del Porto s'allargò
a Traù vecchio, dove incendiò il paese, e predò molte barche; indi
colle Galee speditamente verso Zara trascorse, dove per una preda
offertaglisi, si divertì da maggior vittoria; poichè con tutto che
avesse precisi ordini di tentar la sorpresa e l'occupazione di Pola,
o d'alcun altro Porto nell'Istria, egli scontrandosi a due Galee di
mercatanzia, avido della preda, si trattenne ad occuparle con alcuni
Legni, che conducevano provvisioni di vitto all'armata nemica; onde
sopraggiunti da questa gli Spagnuoli, ed imbarazzati in oltre co' Legni
predati e con le ricchissime spoglie, traversato il Mare verso il Monte
Gargano, radendo le rive, finalmente a Brindisi si ricondussero e poco
da poi le lor Galee uscirono dal Golfo. Il Vicerè di ciò ne rimproverò
acremente il Leyva, che per quella preda si fosse perduta l'opportunità
d'una più importante conquista; ad ogni modo, ostentando la preda, fece
condurre a Napoli le merci ed i legni, molto godendo del dispiacere che
in Venezia n'appariva.
Esclamavano intanto i Ministri della Repubblica in tutte le Corti
de' Principi di questi atti ostili dell'Ossuna, il quale in mezzo a'
trattati di pace oltraggiava il Golfo creduto di lor Dominio, e che
proccurava, avendo intelligenza co' Turchi, tirar le armi di quelli a'
danni della Repubblica, li quali, pretendendo rifacimento del danno
ancor da essi sofferto in quella preda, minacciavano di prenderne
ragione coll'armi contra la Repubblica. Ma nell'istesso tempo non
tralasciava il Duca ancor egli di declamare contra i Vineziani, dicendo
esser pur troppo insoffribili i loro vanti del dominio, che sognano
di quel mare: essere per ragion delle genti la navigazion libera e
molto meno potersi pretendere di vietarla all'armata del Re Cattolico,
che non conosce superiore alcuno nel Mondo. A questi tempi e per
tali occasioni, narrasi, che il Marchese di Bedmar Ambasciadore del
Re Cattolico in Venezia, per toccar più sensibilmente i Vineziani,
avesse fatto comporre da _M. Velsero_, o come altri tengono da _Niccolò
Peireschio_, (ciò che parimente si suspica da quel che _Gassendo_ ne
scrisse nella di lui vita) quel libro intitolato: _Squittinio della
libertà Veneta_. Questo libro acerbamente trafisse i Vineziani, li
quali con difficoltà poterono trovar altro condegno Scrittore, che
lo confutasse; e che finalmente non trovando altri, vi facessero
rispondere da _Teodoro Grass-Winckd_ Olandese, il quale ne compose un
opposto, col titolo: _Majestas Reipublicae Venetae_; siccome da poi
fecero _Scipione Errico_ e _Raffael della Torre Genovese._
(Burcardo Struvio[19], ciò che conferma nel _Syntagm. Juris publici
Imp. R. G. cap. 2 §.17_, scrisse il vero Autore di questo libro essere
stato _Alfonso della Queva_; e dirà vero, se intende che costui, il
quale era lo stesso che il _Marchese di Bedmar_ allora Ambasciadore dei
Re Cattolico in Venezia, desse commissione a M. Velsero, o ad altri di
comporlo, ma non già ch'egli dettato l'avesse o composto.)
(Narrasi che il Doge di Venezia avendo data commessione a _Fra
Paolo Sarpi_, il quale avea sì bene e dottamente confutate tante
scritture uscite in difesa di Paolo V, in quella briga che prese
colla Repubblica, che rispondesse anche a questo libro; _Fra Paolo_
saviamente considerando l'arduità dell'impresa, gli avesse risposto:
_Serenissime, ne moveas Camarinam, immotam hanc exepedit esse_.)
Scrisse parimente l'Ossuna una grave lettera al Pontefice Paolo V
rappresentandogli le soverchierie dei Vineziani e la necessità, ond'era
stato costretto alle spedizioni da lui fatte nell'Adriatico, e punto
di ciò che coloro gli addossavano d'aver amistà ed intelligenza col
Turco, gli diceva che gli Spagnuoli non avean avuta mai tregua nè
pace, com'essi, col Turco, e che la guerra, che egli ad essi faceva,
non era contra Cristiani, perch'essi non erano tali, se non nel
nome; poichè avendogli nelle contese passate negata l'ubbidienza,
perdendogli il rispetto, non potevano dirsi Cattolici; e molto più
per aver discacciata da' loro Stati una Religione cotanto esemplare e
zelante del servigio di Dio, quanto era quella della Compagnia di Gesù:
pagando, oltre a ciò, gli Eretici di Francia, che tengono nel servizio
del Duca di Savoja, e gli Eretici d'Olanda, che tengono stipendiati
nelle loro armate ed eserciti, profanando le Chiese delle Terre
dell'Arciduca, e che per ciò lui desiderava sapere di che Religione
essi erano, e se fossero forse Cristiani, come sono li Mori e gli
Eretici.
Ma mentre tra l'Ossuna, ed i Vineziani le contese erano nel maggior
fervore, non si tralasciavano i trattati di pace, la quale trasferita
di Spagna in Francia, finalmente si conchiuse in Parigi e si distese
in Madrid, dove si conchiusero le condizioni d'essa, accettate dalla
Repubblica; onde alle doglianze, che il di lei Ambasciadore fece
alla Corte di Madrid contra l'Ossuna, comandò il Re al medesimo,
che restituisse al Ministro della Repubblica residente in Napoli li
vascelli e le merci.
Non meno al Toledo Governador di Milano, ed al Marchese di Bedmar
Ambasciadore del Re Cattolico in Venezia, che all'Ossuna dispiacque
questa pace, e proccuravano a tutto potere porre ostacoli in eseguire
le condizioni; ma sopra ogni altro l'Ossuna, col pretesto, che i
Vineziani fabbricavano un Forte a S. Croce, pubblicava per ciò di
voler invadere di nuovo il Golfo; ed all'ordine venutogli di render i
Legni e le merci, si mostrò pronto di ubbidire solamente in quanto a
consegnare i Legni a Gaspare Spinelli Residente della Repubblica, ma
non già interamente le merci, dicendo, che gran parte di quelle s'erano
acquistate al Fisco Regio, per appartenersi ad Ebrei, ed a Turchi
nemici della Corona di Spagna: onde non volendo ricevere il Residente
il resto offertogli, si venne di nuovo alle invasioni; ed il Duca inviò
con diciannove Navi da guerra di nuovo nell'Adriatico Francesco Rivera.
Non minori difficoltà frapponeva il Governador di Milano all'esecuzione
per ciò che s'apparteneva dal suo canto; onde il Pontefice, i Franzesi
e gli altri Principi frappostisi per farli quietare, estorsero dal
Marchese di Bedmar, che desse parola al Senato Veneto, che tutto
sarebbesi restituito. Ma con tutto ciò sempre sorgevano nuovi ostacoli,
finchè finalmente datasi esecuzione in Piemonte ed in Istria alla pace,
ritirossi il Rivera nel Porto di Brindisi coll'armata; ed i Vineziani
ora più che mai esclamando nella Corte di Madrid contra l'Ossuna,
ottennero da quella, che, tolto da mezzo il Vicerè, l'affare della
restituzione de' Legni e delle merci fosse commesso al Cardinal Borgia,
con ordine, che lo componesse insieme con Girolamo Soranzo Ambasciadore
della Repubblica in Roma.
Ma nel nuovo anno 1618 si scoprirono le cagioni, ond'avveniva, che non
ostante la pace, l'Ossuna, il Toledo e la Queva tenevan sempre Legni
armati nei Porti dell'Adriatico, li quali non tralasciavano di scorrer
il mare, e con ciò tener solleciti i Vineziani, onde sovente sortivano
delle rappresaglie ne' Porti con gravi doglianze de' Napoletani, che
rappresentarono in Ispagna i danni, che per ciò soffrivano. Tutto
nasceva dall'esito che s'attendeva d'una congiura, che il Marchese
di Bedmar maneggiava in Venezia, con participazione dell'Ossuna e
del Toledo. Avea il Marchese tentato in Venezia tutte le arti per
accrescersi partigiani, proccurando ancora di sviar molti dall'insegne
e servizio della Repubblica, e d'introdurne degli altri per valersene
all'occasione. Tra questi principalmente l'Ossuna inviò un tal _Jacques
Pierre_, Franzese di Normandia e Corsaro di professione, ma di spirito
grande. Costui, finti coll'Ossuna disgusti, mostrò di voler vendicarsi,
passando al servizio della Repubblica, e con facilità vi fu accolto con
un compagno chiamato _Langlad_, perito in maneggio di fuochi. L'Ossuna,
mostrandosi di ciò fieramente sdegnato, faceva custodire la moglie del
Pierre, e con lettere finte proponendogli gran premj, lo richiamava
al servizio. Egli all'incontro, per rendersi accetto in Venezia,
mostrava le lettere istesse, proponeva molte cose speziose, simulava di
propalar i disegni del Vicerè, e suggerire i mezzi per contrapporvisi.
Conciliata per tanto gran confidenza, s'introdusse col Langlad
nell'Arsenale ad esercitar la sua arte. In occulto teneva poi con la
Queva congressi, e di continuo secretamente passavano a Napoli corrieri
e spie, avendo intanto aggregati alcuni Borgognoni e Franzesi al lor
partito. Il concerto era, che sotto un Inglese, chiamato Haillot,
l'Ossuna spingesse alcuni bergantini e barche, capaci d'entrare ne'
Porti e Canali, de' quali avevano per tutto preso la misura ed il
fondo: dovevano poi seguitare più grossi vascelli, per gittar l'ancore
nelle spiagge del Friuli, sotto il calor de' quali, e nella confusione,
che i primi erano per apportare nel Popolo, i congiurati s'aveano
divisi gli uffici, il Langlad di dar fuoco nell'Arsenale, altri in
più parti della Città; alcuni manometter la zecca, prender i posti
più principali, trucidar i nobili, e tutti d'arricchirsi con dare alla
Città spaventevol sacco.
Ma mentre i bergantini s'apprestavano per unirsi insieme, alcuni furono
presi da Fuste Corsare, altri dissipati da fiera tempesta; onde non
potendo i congiurati raccogliersi al tempo concertato, loro convenne
differire l'esecuzione al prossimo Autunno. Il Pierre ed il Langlad,
comandati a salire sopra l'armata, non poterono negare di partire col
Capitan Generale Barbarigo. Gli altri, rimasi in Venezia, non cessavano
di ruminar i modi dell'esecuzione, impazientemente attendendone
il tempo; ma frequentandosi tra loro i discorsi, e per aggregarsi
compagni, dilatandosi tra altri delle loro nazioni la confidenza ed
il segreto; Gabriele Montecasino e Baldassar Juven, gentiluomini,
quegli di Normandia e questi del Delfinato, discoprirono al Consiglio
de' Dieci il concerto: carcerati per ciò alcuni cospiratori, restò
il tradimento comprovato, e da scritture che si trovarono, e dalla
confessione de' medesimi rei, che ne pagarono con pubblico e severo
supplicio la pena: alcuni però, dall'arresto de' compagni, si
sottrassero colla fuga, ricorrendo al loro asilo, ch'era appunto
l'Ossuna; ma il Pierre ed il Langlad, per ordine spedito al Capitan
Generale, furono affogati nel mare. La Città di Venezia inorridì allo
scoprimento di tal congiura, ed al pericolo corso di veder ardere
i Tempj e le case; onde il Marchese di Bedmar, che era riputato il
direttore ed il ministro di così pravi disegni, vedendosi in grande
pericolo di essere dal furore del Popolo sagrificato al pubblico
sdegno, deliberò ritirarsi nascostamente a Milano. Aveva già il Senato
con espresso corriere risolutamente richiesto al Re Filippo, che lo
rimovesse; onde disapprovandosi dalla Corte di Madrid, essendo solito,
che a' Principi, di tali negoziati piacciano più gli effetti che i
mezzi, fu all'Ambasciador Veneto risposto, che già essendosi destinato
al Queva Luigi Bravo per successore, dovea egli passare in Fiandra, per
assistere all'Arciduca Alberto.
Il nostro Vicerè, scoverta la congiura, negava d'esserne stato a parte,
tuttavia il Mondo lo condannava per reo, vedendo, che appresso di
lui s'erano ricovrati i fuggitivi, e la vedova del Pierre, posta in
libertà, essere stata inviata a Malta con onorevole scorta; ma egli
niente di tali romori sgomentandosi, non lasciava di tener sempre
pronti ed armati li suoi legni in suo nome con dispendio immenso, e
con isprovvedere d'artiglierie le Fortezze principali del Regno: di
che se ne facevano acerbe doglianze alla Corte, alle quali unendosi gli
ufficj, che di continuo si facevano dall'Ambasciador Veneto, si pensava
di levarlo dal Governo; ma egli coll'aiuto de' suoi congiunti ed amici
che teneva in Madrid, e colle spesse rappresentazioni che faceva al Re
de' suoi segnalati servigi, costantemente difendeva le sue procedure;
ed intanto non tralasciava di molestare i Vineziani nell'Adriatico.
Crescevano tuttavia le accuse contra il Duca di trattar il Regno
crudelmente, facendolo sopportare gl'incomodi di soldatesche: dipinsero
ancora al Re la scandalosa sua vita, che ad onta della Duchessa sua
moglie, non contento delle pubbliche meretrici, si faceva lecito di
conversare con troppa libertà con le Dame più principali, dando con
ciò motivo al volgo di lacerar l'onore delle famiglie più cospicue
del Regno, con somma indignazione de' mariti e de' parenti, li quali
finalmente si sarebbero risoluti a qualche strano eccesso: istavano
per tanto i Nobili al Re a toglierlo dal Regno; e deliberarono di
inviare secretamente alla Corte _F. Lorenzo di Brindisi_ Cappuccino,
il qual avea fama di santissima vita, e dal Re Filippo tenuto, per
la sua pietà, in grande stima. Proccurò il Duca impedir la missione,
per averne avuta notizia, onde fece per ordine del Cardinal Montalto,
Protettore dell'Ordine Francescano, arrestar il Frate in Genova; ma
ottenuta dopo qualche tempo licenza di seguitare il viaggio, giunto
a' piedi del Re gli rappresentò le opere del Duca; ed alle costui
relazioni essendosi unite le querele di molti Nobili, furtivamente
andati a Madrid, ancorchè l'Ossuna non tralasciasse di muovere ogni
mezzo per difendersi dall'imputazioni fattegli, non poterono i suoi
fautori sostenerlo più a lungo; onde fu da quella Corte risoluto di
chiamarlo.
Fu fama confermata poi da alcuni successi, ed il Nani[20] l'ha per
cosa certa, che avendo il Duca penetrato, che gli soprastava mutazione
di posto, meditava cambiare il Ministerio nel Principato. A questo
fine, servendosi del mezzo di _Giulio Genuino_ Eletto del Popolo, uomo
d'ingegno acre, di spirito pronto, inventore di novità, ed avido di
turbolenze e di sedizioni, s'avea con lusinghe obbligata la Plebe:
teneva in oltre milizie straniere al suo soldo, e legni armati da se
dipendenti: proteggeva contra i Baroni indistintamente i Popoli, e
dava voce di moderare gli aggravj e levar le gabelle; anzi passando
un giorno, dove per aggiustare l'imposte si pesavano i viveri, tagliò
alla bilancia colla sua spada le funi, dando ad intendere di voler
liberi ed esenti i frutti della Terra, come sono gratuiti i doni
dell'aria e del Cielo; ed il Nani soggiunge, che sperando, che i
Principi d'Italia fossero per secondare il pensiero, con secretissimi
mezzi tentò il Duca di Savoja ed i Vineziani: questi con insinuar
loro d'aver tutto operato per ordini precisi della Corte di Madrid, e
quello con invitarlo a cospirare nel disegno di cacciare gli Spagnuoli
d'Italia; ma la Repubblica, aliena da simili atti e sempre cauta, nè
meno volle prestarvi orecchio: il Duca ne conferì alla Corte di Francia
il progetto, e dal Duca di Dighieres Contestabile di Francia fu inviata
persona a Napoli, che osservasse lo stato delle cose.
La Corte di Spagna, che per la lontananza da molti suoi Stati, avea
per massima la diffidenza dei Ministri che li governavano, attentissima
alle procedure dell'Ossuna, penetrò facilmente le pratiche, e deliberò
senza frapporvi la minor dilazione di presto levarlo, ma dubitando,
che con ispedirgli successore di Spagna, si valesse della dilazione
per fortificare la sua inobbedienza, ordinò al Cardinal Borgia, che da
Roma con celerità e cautela si portasse a Napoli, ed introducendosi
nel Governo, scacciasse l'Ossuna. Ma non si potè ciò eseguire con
tanta cautela e prestezza, sì che volendo partir il Borgia nel mese
di maggio di quest'anno 1620, il Duca nol penetrasse; ed avendo egli
tentato invano il Cardinale, che prorogasse la sua venuta insino ad
ottobre, quando vide, che il successore era giunto a Gaeta, pensò nel
restante cammino tendergli insidie ed aguati: fecegli apparecchiare
in Pozzuoli, dove credeva dovesse soggiornare quel dì, agiata stanza;
ma il Cardinale postosi in sospetto, invece di posar in Pozzuoli, andò
nell'Isola di Procida a trattenersi.
Intanto il Genuino, esagerando alla plebe i beneficj ricevuti
dall'Ossuna, e che partendo sarebbero dagli Spagnuoli più severamente
trattati, avea commossa una sedizione affin d'impedire al Cardinale
l'entrata nella città, ed ottener per questo mezzo la continuazione
del governo dell'Ossuna: di che avvisato il Cardinale, per non esporsi
a' popolari insulti, risolse di nascostamente entrar nella città, e
concertato il modo col Castellano del Castel Nuovo, pronto ad aprirgli
le porte del Castello, montato in una picciola barchetta, e sbarcato
a Pozzuoli, dentro un cocchio di notte furtivamente s'introdusse nel
Castello, e la mattina poi per tempo lo sparo del cannone avvertì la
città, che giunto il nuovo Vicerè, era deposto l'Ossuna. Con tutto ciò
non mancò costui nella brevità del tempo tentar con lusinghe la plebe
e le milizie con doni; e scrisse al Re accagionando il Cardinale di
questa sua furtiva entrata, quando egli aveagli offerto con prontezza
le Galee: ma ch'egli questo affronto, ed il non vendicarsene lo
riponeva fra gli altri suoi servigi importanti prestati alla Corona,
perchè, siccome con facilità gli avrebbe potuto vietare l'entrata in
Napoli, così dopo l'ingresso con le forze della sua armata di mare e
dei seimila Spagnuoli, ch'erano sue creature, avrebbe potuto scacciare
l'intruso, che tale dovea riputarsi, del possesso illegittimo e
clandestino, preso in luogo insolito e senza le consuete cerimonie:
che avrebbe ancora potuto punire l'attentato del Castellano, che aprì
di mezza notte le porte della Fortezza, ed i Reggenti del Collaterale,
e gli Eletti della Città per la potestà arrogatasi di levare, e porre
a lor posta i Vicerè; ma che sagrificava ogni cosa al servigio della
Corona, e partiva per sostenere la sua giustizia avanti il suo cospetto
nella sua regal Corte. Gli convenne per tanto partire nel giorno 14
giugno di quest'anno 1620 alla volta di Spagna, lasciando in Napoli la
moglie co' suoi figliuoli, avendo prima mandato in Piombino il Genuino
travestito da Marinaro, per sottrarlo dalle debite pene, donde presolo
poi nel suo passaggio, il condusse in Ispagna; ma per dar tempo, che
lo sdegno del Re si placasse, proseguiva il viaggio a lenti passi, e
giunse a Marsiglia dopo due mesi, dove trattenevasi in feste e balli
con poca volontà di seguitare il viaggio.
Intanto il _Cardinal Borgia_, partito l'Ossuna, s'applicò a punire i
colpevoli de' passati tumulti, e delegando le loro cause al Consigliere
_Scipione Rovito_, furono contra costoro fabbricati più processi, e
molti posti in carcere, ed il _Genuino_ fu prima dichiarato contumace,
e poscia bandito di pena capitale, e confiscati tutti i suoi beni, e
venduti i mobili, ancorchè per impedirne la vendita fosse stato opposto
da' suoi congiunti, ch'egli era Cherico. Per disfare ciò che il suo
predecessore avea imperiosamente fatto, fece riponere quelle stesse
gabelle, che erano state tolte dal Duca; e diede altri provvedimenti,
che si leggono in tre sue Prammatiche, nel breve tempo del suo governo
lasciateci.
Ma giunto l'Ossuna in Madrid, dopo un così lento viaggio, avendo in
tanto placato l'animo del Re per mezzo del Duca d'Uzeda e degli altri
Favoriti suoi amici e congiunti, seppe sì ben discolparsi di ciò,
che gli era stato imputato, ed aggravare all'incontro la condotta del
Cardinal Borgia, che si fece ardito di domandare, che si levasse il
Cardinale, e tornasse egli in Napoli a continuar l'esercizio della
sua carica. Il Consiglio di Stato, che secondo lo stato deplorabile
di quella Corte era governato a capriccio de' Favoriti pose l'affare
in dispute, e se l'Ambasciadore della città di Napoli non si fosse
gagliardamente opposto alla pretensione del Duca di voler tornare,
sarebbe seguita peggiore determinazione: pure, ancorchè non si
risolvesse il ritorno dell'Ossuna, fu disapprovata la maniera usata
dal Cardinale, e risoluto che il Cardinal si rimovesse, non ostante le
doglianze della Duchessa di Candia di lui madre, la quale altamente
lamentavasi col Re del pessimo trattamento, che si faceva al suo
figliuolo, dopo averlo così ben servito; e perchè ostinatamente
contendeva il Duca per ritornare, si prese espediente di sospendere
l'elezion del Vicerè, ed in luogo del Borgia, mandar per _Luogotenente_
in Napoli il _Cardinal Antonio Zappata_, che si trovava in Roma, come
fu eseguito nel mese di novembre di quest'istesso anno 1620.
Ma succeduta indi a poco la morte del Re Filippo III, mancò il modo
a' Favoriti di poterlo più proteggere; poichè pervenuto alla Corona
il Re _Filippo IV_, e caduta l'autorità della privanza al Conte
d'Olivares poco amorevole dell'Ossuna, fu ordinata dal Re una nuova
Giunta di Ministri per esaminare con termini giudiciali l'imputazioni,
che si davano al Duca, contenute ne' processi, stati fabbricati dal
Consigliere _Scipione Rovito_, e mandati alla Corte per ordine del
Cardinal Borgia. Ne fu fatto rigoroso esame e trovatosi il Duca
colpevole fu fatto arrestare e con buone guardie fu condotto nel
castello d'Almeda, dove dopo una lunga prigionia, afflitto da passioni
d'animo, finì la vita a' 25 settembre dell'anno 1624. L'incontinenza
nei piaceri del senso, e più la smoderata ambizione di dominare,
corruppe l'altre belle doti del suo animo, corruppe il pregio del
suo valor militare, la sua singolare abilità per comandare e la
sua prudenza civile. Ci lasciò egli per ciò molti saggi e lodevoli
regolamenti che pur si leggono ne' volumi delle nostre Prammatiche
additati, secondo l'ordine de' tempi, nella _Cronologia_ prefissa al
primo tomo delle medesime.