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Sta a Motta-Visconti. Questo lo si sa perchè tutte le sue poesie portano
ai piedi, a sinistra, questa indicazione. Ma chi è Ada Negri? Perchè non
scrive che sull'_Illustrazione Popolare?_ Perchè non esce fuori in piena
luce e nessuno l'aiuta a uscir fuori?
Io mi dibatto, maledico e piango,
Ma passa il mondo e ride o non mi sente.
[1] È ormai costume generale presentare conferenzieri e poeti, la prima
volta che compariscono dinanzi al pubblico. A presentare Ada Negri,
ricorriamo ad un mezzo semplicissimo e che ci pare il migliore:
riprodurre l'articolo che già nel dicembre scorso un'altra gentile
e valente scrittrice le dedicò nel _Corriere della Sera_.
(_Nota degli Editori_)
Perchè nessuno l'ascolta?
Questo si chiedevano, soltanto pochi mesi fa, gli abbonati del _Corriere
della Sera_, e dell'_Illustrazione Popolare_; anche quelli che di versi
non s'intendono, e non si curano, ma tutti, davanti alla poesia di Ada
Negri, s'erano sentiti presi e scossi.
Strano davvero che, così conosciuta e ammirata _privatamente_, ella non
trovasse modo di sbucar dalla siepe che fiancheggiava il suo sentiero e
non potesse uscir fuori liberamente sulla strada maestra.
Ma forse è stato per il suo meglio: questa lotta contro ostacoli che non
sapeva che fossero, questa sete di gloria non mai appagata, aiutarono
certo ad accendere in lei quella fiamma che riscalda ormai tutta la sua
poesia, dandole un'impronta così sentita, così nuova, così sua.
I suoi lettori sono andati man mano comprendendo che il dolore dei suoi
versi è dolore vero, che questa creatura giovane deve aver sofferto come
se avesse già vissuto una lunga vita, e finirono col tenersi sicuri che,
conscia del suo ingegno com'essa è, forte della sua triste esperienza,
sarebbe balzata fuori da un momento all'altro al sole di quella gloria
che sogna con tanto ardore.
La «bieca figura» che le appare una notte al capezzale e si chiama
sventura, dopo averla atterrita col profetarle tutto quello che è
destinata a soffrire, le dice:
.... A chi soffre e sanguinando crea
Sola splende la gloria.
Vol sublime il dolor scioglie all'idea.
Ed ella, che l'aveva respinta, le risponde: Resta.
La sventura! come si sente ch'essa fu la compagna della giovinezza di
Ada Negri! forse fin da bambina seppe
.... le notti insonni e l'inquïeto
Pensier della dimane.
fors'anche conobbe «i giorni senza pane»...
Crebbi col buio intorno e qui nel core
Una feroce nostalgia di sole.
A diciott'anni saluta sua madre e parte da Lodi per il suo posto di
maestra a Motta-Visconti: una grossa e grassa borgata _della bassa_ dove
però non arrivano ancora neppure le rotaie di un tram; è là come
dimenticata sul ciglione del Ticino dove si stendono boscaglie
conosciute dai cacciatori milanesi, e dove Ada Negri va ad ascoltare le
voci del vento che sale,
Punge, penètra, sibila, travolge,
Fiero scotendo l'ale.
Ada Negri, quando i tuoi versi usciranno raccolti in volume, molte cose
si vorranno dire e si inventeranno intorno alla tua persona e alla tua
vita. Lascia ch'io dica prima almeno un poco della melanconica verità;
essa è un onore per te, e alla tua povertà un giorno tu ripenserai con
dolcezza e con gratitudine, poichè ad essa devi in gran parte quello che
sei.
Lasciaci dunque attraversare il vasto cortile fangoso, su cui s'aprono
le stalle e dove guazzano le oche, per venir a bussare al tuo uscio
screpolato, salendo i due alti scalini di mattoni rotti. Noi veniamo a
salutarti nella tua stanza dove la luce è fioca perchè alla finestra non
vi sono vetri ma impannate di carta, dove il mobile più elegante è la
cassa de' tuoi libri che ti serve da divano.... Il nostro cuore si
stringe al primo momento, ma poi s'allarga, gonfio di commozione e
d'ammirazione.
*
È in un giornale letterario, se non sbaglio, che uscì _Madre operaia_,
la descrizione di quel lanificio dove lavora senza posa una povera donna
stanca e affievolita, la cui fronte patita è come illuminata da una
nobile fierezza perchè essa lavora per suo figlio che deve studiare:
.... Suo figlio, il solo,
L'immenso orgoglio della sua miseria,
Cui ne la vasta e seria
Fronte del Genio essa divina il volo.
Chi, leggendo, non ha pensato che forse si doveva dire _una figlia_?
La povera donna stanca e malata che ha lavorato tutta la vita, ora è là
rifugiata presso la figliuola e attende, trepida e pensosa, l'avvenire
luminoso in cui la bruna testa sarà cinta «di oro e di lauro».
Sta forse per arrivare il gran giorno? Ecco che da ogni parte d'Italia
giungono lettere, giornali e libri, e il nome della sua figliola è
dappertutto, e il pavimento n'è ingombro ed ella vi cammina sopra con
venerazione.
Sì, il nome della tua figliola è conosciuto, ma nessuno sa chi ella sia
ed ella non conosce nessuno, e dovrà ancora per qualche tempo andarsene
in zoccoli alla sua scola, dove un'ottantina di ragazzi le strillano il
buongiorno e mettono a prova la sua pazienza coi nasi che colano e
l'ostinazione di voler gridare tutti insieme le lettere dell'alfabeto.
Sua madre la vede tornare col viso pallido, colle mani che bruciano, gli
occhi che balenano, e trema per paura che sia malata. È l'intenso sforzo
di vivere due vite, di ascoltare due voci: mentre ode quelle del di
fuori, e parla e risponde e compie rigida e ferma il suo dovere, dentro
ha mille altre voci che le parlano, una musica strana che le sale
dall'anima e vorrebbe prorompere, ma non lo può che nella notte alta,
quando tutto tace intorno a lei e il dovere della sua giornata è
compiuto.
È allora che un immenso radiante orizzonte le si apre dinanzi. Chi legge
i suoi versi può pensare ch'ella ha tutto visto e conosciuto: ma non
conosce che la solitudine e la sventura: un mondo buio e freddo dal
quale la luce del di fuori appare abbagliante, e più dolce e tepido che
non sia, il mondo dei fortunati.
Ada Negri ha letto pochissimi libri moderni ma li conosce tutti dalle
varie opposte critiche dei giornali letterari, ed è curioso come del
male e del bene che se ne dice ella afferra il vero! Non ha mai visto un
teatro, ma è entusiasta della Duse ed è presa in questi giorni da una
smania di sentirla e vederla che non lascia pensare ad altro: sono
sempre i suoi giornali che la informano; un fascio; quasi tutti quelli
d'Italia che riceve da due anni ogni settimana col bollo postale di
Milano, da un ammiratore che non le si è mai fatto conoscere.
Ada Negri non ha mai visto il mare, non conosce le montagne, neppure le
colline o un lago: pochi mesi fa poteva dire neppure una grande città,
poichè non faceva che attraversar Milano da Porta Ticinese a Porta
Romana per andar a Lodi a passar le vacanze con sua madre.
Quest'estate alcuni amici la vollero trattenere per due giorni e fu
tutta una nuova vita spalancatasi ai suoi occhi nella gran città
popolosa, nella stagione in cui le corse e le esposizioni la rendevano
così brillante. I gaudenti le sfilarono davanti col barbaglio del lusso,
della bellezza, dell'eleganza. L'arte ch'ella intravvide a Brera la
sbalordì, la commosse, la trasportò; il magico incanto di terre lontane
e genti nuove la sedusse là fra quegli egiziani e quei cavalli, davanti
a quelle brune almée dagli occhi dipinti.
Due giorni di sogno: tutta la sua personcina esile vibrava e i suoi
grandi occhi neri fiammeggiavano come per febbre, tanto che gli amici si
chiesero se non avevano commesso una cattiva azione mostrandole ciò di
cui non avrebbe potuto godere a lungo.
Ella tornò laggiù a riprendere i suoi zoccoli; tornò a insegnar a
compitare ai suoi ottanta bambini rumorosi e cocciuti, ma pur troppo non
seppe più essere tranquilla e rassegnata al suo oscuro destino.
Vi sarà chi, leggendo il suo libro, dirà che c'è una nota insistente,
troppe volte ripetuta: è vero, ella stessa lo sente e lo dice: ma è
così, è lei, ora; è la campana lugubre, incessante che invoca al
soccorso, è la sua giovinezza che si ribella al dolore che l'ha sempre
accompagnata, è il grido dell'ingegno che lotta per non essere
seppellito vivo.
Son poeta, poeta, e non m'arride
Luce di gloria.
Pure come triste e dolce si fa il suo canto qualche volta: come la sua
giovinezza, stanca di anelare all'avvenire, torna al passato, e si
riposa ridiventando bambina alle ginocchia di sua madre.
Madre, qui--nel silenzio--a te vicina!
E chiede:
Dimmi, perchè si soffre e si perdona.
Perchè nel cor, con luminoso incanto,
L'amore come alato inno risuona,
Poi tutto crolla come sogno infranto?
Dimmi, perchè si soffre e si perdona?
La nota dolce della lirica di Ada Negri sgorga sempre e sola dal ricordo
della fanciullezza cullata dall'amore di sua madre, o dall'amor materno
che le appare come un lontano miraggio di pace. La desolazione non
accascia però mai a lungo Ada Negri; ella scatta come una molla
d'acciaio; l'amarezza dello sconforto si muta sempre in un lampo di
sfida, in un impeto di audace speranza. Par che la sua personcina
diventi più alta, quando sfidando la miseria, «spettro sdentato dalle
scarne braccia», esclama:
È mia la giovinezza, è mia la vita!
Nella pugna fatale
Non mi vedrai, non mi vedrai sfinita.
Su le sparse rovine e su gli affanni
Brillano i miei vent'anni!
E che profonda commozione proviamo quando, povera creatura, dice:
Vedi laggiù nel mondo
Quanta luce di sole e quante rose,
Senti pel ciel giocondo
I trilli de le allodole festose,
Che sfolgorìo di fedi e d'ideali,
Quanto fremito d'ali!
Ma l'ammirazione ci riempie, quando questa fanciulla coraggiosa, altera
della sua virtù e del suo ingegno, soggiunge:
Voglio il lavor che indìa,
E con nobile imper tutto governa,
e salutando fieramente la «maga nera» dice:
.... dai lacci tuoi balzando ardita,
Canto l'inno alla vita!
Se c'è poesia sentita da tutti è questa di Ada Negri, essenzialmente
moderna e democratica. Qui dentro è il «turbinoso presente» invocato da
Arturo Graf, qui rigurgita davvero «l'onda immensa di voci che ci
ingombrano di stupore, ci empiono di pietà, ci infiammano d'entusiasmo,
ci rattristano a morte».
dicembre 1901
_Sofia Bisi Albini._