II.

Il cugino Venanzio, giovinetto allegro la sera, quando il suo negozio

era andato bene, aveva la mattina un umore intrattabile; la impazienza

che si presentasse il primo affare, senza del quale come sapete non è

possibile mai fare il secondo, gli dava un'aria inquieta e scontenta,

che non cresceva nulla ai vezzi della sua persona. Alle otto in punto

ogni mattina, nell'atto di aprire la bottega, dimenticava le amiche

della notte per non pensare ad altro che al suo commercio e agli

agenti della questura, i quali potrebbero capitargli in bottega quando

meno se lo sognasse per fare molte ricerche inutili.

Quando Giusto si presentò, Venanzio era mille miglia lontano da lui; e

per un poco, intento a ripulire la mostra, non si avvide nemmanco del

suo parente.

Ma il pittore, preparato a ogni sorta di incontri nella _via crucis_,

non si smarrì di animo.

--Venanzio, disse con voce robusta; e ripetè ancora: Venanzio.

Venanzio si volse verso di lui, tentando un sorriso che riuscì una

smorfia.

Giusto non perdè un minuto di tempo per informarlo del suo bisogno;

l'altro, senza smettere le proprie occupazioni, gli parlò così:

--Ti hanno ingannato, sai, ti hanno proprio ingannato; io non posseggo

un soldo; tutta questa roba che vedi non è pagata, e se non la vendo,

la ridò a chi me l'ha data per la mostra; appena appena ne ricavo,

ammazzandomi tutto il giorno al banco, tanto da mangiare e vestirmi.

Tu lo sai, io sono come te, scapolo ancora; e perchè sono scapolo a

trentasei anni sonati? Perchè ho paura del matrimonio e della

figliolanza, e ne ho paura perchè sono povero.

Giusto non si lasciò commuovere da quelle dichiarazioni e franco

franco ribattè così:

--Aspettavo che mi dicessi questo, perchè so quanto guadagni e quanto

sei avaro di giorno; so pure che non prendi moglie, perchè la notte

all'Eden, alla Follia e in altri luoghi, trovi quante mogli fanno al

caso tuo. Ma io non chiedo un prestito senza interessi, che sarebbe

un'ingenuità, sono venuto a proporti un negozio; se mi dai mille lire

te le renderò col dieci per cento fra un anno, e anche prima.

Venanzio non ebbe nemmeno il tempo di riflettere, come sembrava

volesse fare, perchè un brutto ceffo si affacciò alla bottega senza

dir parola.

--Vengo, disse l'orologiaio, e l'uomo sparve.

--Ecco, proseguì Venanzio, continuando ad assestare gli orologi della

mostra; io sono qui per contrattare: non dobbiamo forse far contratti

tutta la vita? ma quando uno chiede che io gli procuri un po' di

denaro che non ho, non posso incomodare la gente che mi vuol bene

senza fargli vedere prima il pegno e consegnarglielo poi. Se tu hai

dell'oro vecchio, dell'argento, ma meglio oro, portalo qua e io ti

potrò fare l'imprestito; così faccio qualche volta; oro e argento;

oppure orologi; ma tu non hai sicuramente una partita d'orologi da

sbarazzare; tu non sei un collezionista.

Lasciò vagare sulle labbra un sorrisetto, ma lo cancellò subito.

--È vero, rispose Giusto, io non sono un collezionista d'orologi.

--Lo vedi! conchiuse Venanzio.

Aveva detto tutto; si affacciò in istrada per vedere se l'uomo di

prima aspettasse, e rialzando il capo verso il suo caro parente senza

nemmeno guardarlo, sembrò dirgli qualche cosa che Giusto intese a

volo.

--Stammi bene, disse il pittore, e buoni affari.

Lasciò la bottega e nell'avviarsi al tribunale passò rasente al brutto

ceffo che tornava verso la bottega di Venanzio.

Sebbene fossero le nove sonate, quando Giusto arrivò al Palazzo di

Giustizia, l'usciere non era ancora al telonio a preparare le

citazioni e a radunare le sentenze per notificarle. Che ne era

avvenuto? Niente altro che questo: Ippolito s'era ammalato

d'indigestione, volgarità indegna d'un magistrato, ma che può toccare

anche al primo presidente. Giusto lo troverebbe a casa, a letto.

Queste notizie gli vennero date da un altro ufficiale giudiziario, il

quale anzi raccomandò di dire al collega malato che quella tal

citazione verrebbe fatta prima del mezzodì.

E Giusto via, a picchiare alla porta del suo terzo cugino.

Gli fu aperto dalla figliuola di Ippolito, una cuginettina perduta di

vista da molti anni, un amore di bimba non avente proprio l'aria di

essere tanto vicina alla curia e al tribunale; ne pareva anzi

lontanissima, tanto era bianca, bionda, e gentile; e pure anche il

giorno prima quell'amorino ingenuo aveva riempito molta carta bollata

indegna di un suo caratterino nitido e bello, senza domandarsi conto

di quanto faceva per contentare il babbo.

--Chi è? domandò appena ebbe schiuso l'uscio, e subito soggiunse: è lo

zio Giusto.

--Non sono tuo zio, ma tuo cugino, tienlo in mente...

--Il babbo dice che sei zio, ma se tu vuoi essere mio cugino, lo

preferisco quasi; vieni pure, ma il babbo sta male, perchè ieri ha

lavorato troppo...

--L'altro usciere mi ha detto che ieri ha mangiato.... e gli ha fatto

male.

--Non è vero; lavora qualche volta troppo e allora non digerisce quel

che mangia. Vado subito a dirgli che sei qui, aspetta un momentino...

Così dicendo, quella donnina accompagnava il suo parente in salotto,

gli accennava di mettersi a sedere, e via di corsa.

Uscirono dal cervello del maestro tutti le amarezze della giornata

incominciata per trattenere soltanto la visione gentile della

cuginetta.

Un pittore che sappia il fatto suo, al primo vedere una figurina come

la figliuola dell'usciere Ippolito, si sente subito afferrare dalla

tentazione di arrestarne sulla tela il più possibile, il viso almeno,

un po' di collo, le manine bianche, le braccia tonde; il resto viene

poi.

Così Giusto.

«Come si chiama mia cugina? Maria, mi mi pare; ma non ne sono sicuro,

e non mi starebbe bene domandarlo; altrimenti si vedrebbe subito che

io dei parenti cari mi sono infischiato magnificamente fino al momento

di averne bisogno. È fresca come una rosa appena sbocciata; beato chi

la potrà cogliere; è bella; è amabile, disinvolta e garbata; farà la

felicità di un usciere novellino, o chi sa mai, magari di un usciere

vecchio, che abbia ammucchiato molto denaro notificando molta carta

bollata. Ah! quanti grandi artisti sono diventati celebri perchè

avevano un modello in casa!»

Giusto ebbe l'audacia di immaginare l'arte gentile che egli avrebbe

fatto nel primo tempo dopo le nozze, quando la cugina Maria....

diciamo.... fosse al suo fianco, e l'arte grande che gli sarebbe

uscita dal pennello quando Maria, diciamo ancora così, avesse preso

proporzioni un tantino matronali, ma un tantino appena, e il suo viso

di faterella allegra fosse oscurato da quell'ombruzza di melanconia di

chi ha visto da lontano il dolore.

La cuginetta tornò in quel punto ad annunziare che il babbo dormiva

ancora, ma nel dire mostrò apertamente il dolore della bugia; tanto

apertamente, che Giusto fu lì lì per consolarla così:

«Maria.... ho inteso tutto....» ma dalla camera vicina la voce sonora,

che spesso tonava nell'aula annunziando il tribunale, gridò forte:

Cristina!

E Cristina, chiesta permissione, sparve una altra volta.

--Si chiama Cristina, e io me ne ero scordato; è proprio bella tanto,

ingenua e schietta; non pare la figlia di un usciere; mio cugino

Ippolito ha fiutato il caso mio; per paura d'essere indebolito

dall'indigestione, mi mandava a spasso con una bugia; ma pensandovi ha

visto di non guadagnare gran cosa, e ora mi fa dire di venire al suo

letto, che, ammalato com'è, saprà difendersi. È come se lo vedessi.

Cristina rientrò in sala in quel punto; aveva la faccetta allegra

d'una donnina che, odiando la menzogna, si rallegra di dire una

verità.

--Il babbo dormiva, perchè non aveva inteso che si trattava di te; ora

ti vuol vedere.

--Grazie, balbettò Giusto per dire qualche cosa.

--Grazie di che? chiese Cristina.

E veramente grazie di che? Giusto non sapendo rispondere, si avviò in

uno stato di perplessità inesplicabile. Giunto a piedi del letto

matrimoniale dell'usciere vedovo, non fu tolto al suo stato dagli omei

con cui Ippolito cominciava la propria difesa personale.

--Ahi! questo mio stomaco non mi serve più; ahi! è il piloro

sicuramente, o è il fegato, o è la milza, o è il demonio; il fatto è

che se mangio un boccone con un po' di appetito mi tocca dire mi pento

e mi dolgo una settimana intera.

--Che cosa è stato?

--È stato che si lavora troppo per campare la vita. Ma bravo! Mio

cugino, il grande artista, il faro dell'arte pittorica lombarda, si è

ricordato d'un misero uffiziale giudiziario! Non è, Dio ti guardi, per

una citazione? Se il cliente tuo non ti vuol pagare, dà retta a me,

piglialo con le buone; non ti venga mai la tentazione di pigliarlo con

le mani d'un usciere. L'usciere, anche se è cugino, non può far nulla

senza la carta bollata. Ahi! questo piloro, questo fegato, questo

demonio mio! Mettiti a sedere; vedi là, vi dev'essere una sedia

libera; l'hai trovata? Bravissimo; e ora dimmi il caso tuo. Ahi!

La perplessità singolare di Giusto durava ancora; egli udiva le parole

dell'usciere ammalato, ma ascoltava i passi della cuginettina bionda,

che dava sesto nell'altra stanza; costretto a dire la molla che

l'aveva spinto fino in casa del cugino usciere, nella sua perplessità

affermò che le molle erano due.

Curioso! Il fatto che le molle fossero due, mentre erano sembrate una

sola all'usciere, lo rallegrò invece di fargli pena. Pensò subito che

fossero due cambiali precettabili.

--Se sono pagherò o tratte protestate è meglio, ma fossero anche

citazioni, io sono agli ordini tuoi; non pagherai altro che le spese

vive.

--Grazie, ma non è questo; io vengo da te unicamente perchè ho bisogno

di due cose...

Pensò un momentino se gli convenisse prima parlare dell'agente delle

imposte, e riconobbe che era meglio parlarne dopo. E allora?...

--La prima è tua figlia.

--Cristina! come entra mia figlia nel caso tuo?

--Sì, proprio Cristina: sono venuto a chiedertela in moglie...

--Per te?...

--Ma... mi pare.

--Ma tu non sai che Cristina ha diciasette anni soltanto, e tu, se i

miei conti tornano, ne hai almeno trentatre....

--Sonati... È disgraziatamente vero; ma io mi sento giovanissimo

ancora...

--Sentirsi è una cosa, essere è un'altra; come la pittura d'una cosa

non è mai la cosa medesima... Mi spiego? Se non mi faccio intendere

abbastanza, mi spiegherò meglio: per mia figlia ho altre vedute. E non

ne parliamo altro; se mi vuoi dire l'altra cosa... ahi!

Giusto stette un po' a pensare e lì per lì non rispose.

--Me la vuoi dire? insistè l'usciere.

--Ci penso... Non te la voglio dire, tanto non ci guadagnerei nulla.

L'usciere non era punto curioso e lo disse:

--Pazienza! io non sono curioso.

--Ti saluto, conchiuse Giusto, rizzandosi da sedere; guarisci, cura il

tuo piloro, torna presto al tribunale e stammi allegro.

--Senti ancora; che premura hai? senti.... Cristina non sa nulla?

--Non sa nulla ancora.

--Ti conviene che non sappia mai; io non le dirò niente, te lo

prometto.

--Grazie.

L'usciere dal suo letto chiamò forte «Cristina!» perchè accompagnasse

il faro della pittura lombarda fino all'uscio, e Giusto disse a se

stesso:

--Essa invece saprà subito e saprà tutto.

E appena apparsa la faccetta soave della cugina, egli le disse:

--Sai? me ne vado; la cosa che domandavo a tuo padre, mi è riuscita

male...

--Me ne spiace tanto...

--Ah! se fossi sicuro che ti spiacesse tanto, quasi mi consolerei un

poco.

Cristina aprì gli occhioni belli a guardare il suo parente, non

intendendo ancora.

--Si può sapere che cosa gli hai domandato? domandò ingenuamente.

--La vuoi proprio sapere?

Cristina non rispose nulla, perchè l'occhio nero del faro della

pittura lombarda le andava dicendo tante cose.

--Te la dirò all'orecchio.

Ma tacque un poco, aspettando il pentimento.

Cristina non respirava più.

--Dimmela, balbettò con un fil di voce.

--Gli ho chiesto... te... in isposa... ed egli mi ha risposto: no.

--Cattivo babbo! scappò detto alla creatura ingenua; e diè in un

pianto dirotto.

Giusto, a cui da poco in qua sembrava di sognare, a questo punto del

suo sogno si svegliò in paradiso.

--Cristina! gridò forte l'usciere dall'altra camera; Cristina!

Nessuno gli rispose.

--Senti, bambina mia, tu ora mi fai felice, ma asciuga le tue lagrime;

se vuoi proprio, se mi saprai aspettare, io ti farò mia; vuoi?

--Sì, voglio.

--Allora dammi un bacio; e speriamo insieme.

Cristina diede il bacio senza titubanza.

--Cristina! chiamava Ippolito dal suo letto; dove si è cacciata quella

ragazza?... Cristina!

--Trovo la mia strada da me, rispose Giusto a voce alta.

Si pigliò in silenzio un altro bacio dalla bocca soave, un altro bacio

pose sulla fronte della sua fanciulla, e se ne andò fidanzato.

Ma non aveva trovato nulla per l'agente delle imposte.

Carta bollata · 第 12 / 22 题